Come dimostrano i recenti casi di cronaca sui giovani che si radicalizzano, l’accelerazionismo di estrema destra sembra aver vinto. Oggi che gli unici in grado di parlare di futuro a lungo termine sono i tecno-miliardari, la sinistra deve tornare a creare immaginari convincenti.
Miliardari che inneggiano al liberismo tecnologico, giovani aspiranti terroristi che sui forum della destra si informano sulle teorie accelerazioniste, il ritorno in America di Nick Land per festeggiare la vittoria dell’illuminismo oscuro. E ancora: patron dell’intelligenza artificiale che vaticinano l’imminente scomparsa del lavoro, giovani cryptobro che flexano i muscoli a Dubai mentre nei cieli si combattono guerre tra droni, Peter Thiel che a Roma annuncia l’imminente avvento dell’Anticristo tecnologico. L’accelerazionismo – l’ideologia propugnata fin dai tardi anni Novanta da un pugno di giovani studiosi in fissa con la teoria critica e i rave – è oggi mainstream. Se non se sente più tanto parlare è perché, da un lato, la sua componente di sinistra sembra ormai dimenticata, sostituita da nuove teorie à la page nei circoli accademici, mentre la sua variante di destra è passata dall’annuncio di un possibile futuro alla realizzazione di un distopico presente. Insomma, l’accelerazionismo è vivo e lotta contro di noi.
1. Passato
Una delle letture più entusiasmanti della mia formazione intellettuale fu quella del libro di Nick Srnicek e Alex Williams, Inventare il futuro, in Italia edito da Nero nel 2018, tre anni dopo l’edizione originale. I millennial italiani di sinistra scoprivano con quel libro cos’era l’accelerazionismo di sinistra – un movimento che aveva già quasi dieci anni allora – e vi avvertivano la fragranza degli entusiasmi pre-adolescenziali degli anni Novanta, quando i computer e Internet rappresentavano strumenti di libertà ed emancipazione, agognati e faticosamente conquistati per renderli scorciatoie di esaltanti carriere creative prima che si trasformassero in prigioni cibernetiche. “Pretendi la piena automazione”, esortava lo slogan che campeggiava sulla copertina del libro: l’utopia di un mondo senza lavoro, dove ciascuna/o avrebbe potuto essere libera/o di dedicarsi ai propri interessi e mode intellettuali del momento, grazie non a soluzioni luddiste – come ancora peroravano i vecchi marxisti sessantottini – ma accelerando la trasformazione tecnologica per spingere il capitalismo al collasso e lasciare alle macchine il compito di lavorare per noi, appariva decisamente seducente. Il digitale aveva già perso la sua innocenza primigenia, c’erano stati i grandi scandali dei social network, i GAFAM – Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft – avevano già mangiato Internet e creato un sottoproletariato globale di turchi meccanici. Srnicek e Williams presentavano una ricetta di liberazione: “La battaglia per la piena automazione, la settimana lavorativa corta, la fine dell’etica del lavoro e il reddito di base universale sono innanzitutto battaglie politiche. Quella del futuro post-lavoro è un’immagine iperstizionale di progresso, che punta a rendere il futuro una forza storica capace di agire nel presente”.
L’ideologia accelerazionista mi apparve come un’illuminazione;. Il tema del futuro – di cui mi occupavo già da alcuni anni – veniva posto al centro di una ambiziosa riflessione che partiva dall’analisi dalle conseguenze dell’automazione tecnologica. All’epoca, sostenere la tesi di una completa sostituzione del lavoro umano da parte degli algoritmi appariva ingenuo o persino sospetto ai più: il dibattito era stato aperto da un celebre studio pubblicato dall’Università di Oxford nel 2013, firmato dagli economisti e tecnologi Carl Benedikt Frey e Micheal Osborne. I due avevano chiesto a un panel di esperti da loro selezionato che probabilità c’era, nei dieci anni successivi che le diverse mansioni censite negli Stati Uniti venissero sostituite da algoritmi. La risposta fu sconcertante: metà dei lavori sarebbero stati rimpiazzabili dalla tecnologia. Non rimpiazzati, rimpiazzabili. Sostituire il lavoro umano con una macchina è una scelta politica: l’accelerazionismo sosteneva che non dovessimo contrastare con logore misure sindacali gli sforzi degli industriali di automatizzare tutto l’automatizzabile. Soffrire ora quindi per gioire domani. Alla fine, questa la speranza, l’intero apparato del capitalismo sarebbe crollato su sé stesso, non in forza della celebre e screditata legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto, ma perché, semplicemente, le persone non avrebbero più potuto acquistare i prodotti creati dalle macchine. Il reddito di base universale si sarebbe rivelato una scelta inesorabile: avrebbe sì legato gli esseri umani al loro ruolo di consumatori, ma solo in una prima fase. Una volta entrati nel futuro post-lavoro, il principio stesso del capitalismo – basato sullo sfruttamento del surplus di lavoro – sarebbe scomparso senza lasciare traccia. “Il progresso e l’espansione della tecnologia, una volta liberati dai ceppi del capitalismo, riusciranno a potenziare sia le libertà negative che quelle positive, e potranno altresì gettare le basi di un’economia veramente postcapitalista, permettendo l’abbandono di scarsità, lavoro e sfruttamento, e aprendo al progresso per un pieno sviluppo dell’umanità”, promettevano Srnicek e Williams..
Un termine, in particolare, destinato a grande fortuna, emergeva in quel testo: iperstizione. Se si vuole capire cos’è l’accelerazionismo, bisogna capire cos’è un’iperstizione. “Una specie di finzione che ambisce a trasformarsi in realtà”, si legge in Inventare il futuro. “Le iperstizioni funzionano catalizzando un sentimento diffuso per poi tramutarlo in una forza storica che porta il futuro a verificarsi: la loro forma temporale è il ‘sarà stato’. Allo stesso tempo, le iperstizioni non rappresentano una proprietà definita e necessaria del mondo presente: piuttosto, sono delle narrazioni capaci di orientare la nostra navigazione”. Già nel 2015, quando uscì l’edizione originale di Inventing the Future, in Italia Valerio Mattioli – poi tra gli editori della traduzione italiana – ci informava che nell’empireo cibernetico sopra i cieli della Silicon Valley era in corso una grande battaglia manichea tra due grandi iperstizioni, ossia due visioni alternative del futuro. Quella proposta da Srnicek e Williams parlava di “un mondo più equo, non-competitivo e, be’, giusto”, ma doveva fare i conti con la variante oscura di quella stessa concezione, il sogno dei tech-titani di instaurare “una specie di tecnocrazia ‘illuminata’, genericamente progressista ma intrinsecamente tirannica, competitiva e orgogliosamente individualista” (l’articolo, pubblicato sulla scomparsa rivista «Prismo», non è più consultabile, ma ho conservato negli anni questi due virgolettati). In effetti, il concetto di “iperstizione” non l’avevano coniato loro ma proveniva dal brodo di coltura primordiale dell’accelerazionismo, la CCRU, acronimo di Cybernetic Culture Research Unit, attiva nella seconda metà degli anni Novanta all’Università di Warwick.
Descritto come “un miscuglio psicogotico di teoria deleuzoguattariana, post-marxismo ribelle, tecnofilia, narrativa d’evasione e dance culture” (così Edmund Berger nel suo Accelerazione), la CCRU riunisce nomi destinati a una certa fama: ne è pioniera Sadie Plant, già docente di studi culturali all’Università di Birmingham, che in quegli anni crea un sodalizio anche sentimentale con un giovane professore di filosofia di Warwick: Nick Land. Intorno alla strana coppia si forma un grumo di studenti: il più noto è Mark Fisher, destinato a una brillante carriera accademica conclusasi in modo drammatico e prematuro; ma vi figurano anche Steve Goodman, che porterà avanti la carriera di musicista e produttore con il nome di Kode9; Anna Greenspan, che con Land emigrerà a Shangai per fondare il Center for Artificial Intelligence and Culture; l’iraniano Reza Negarestani, autore di uno dei testi filosofici più allucinati del primo quarto di questo secolo, Cyclonopedia; Luciana Parisi, oggi direttrice della Digital Culture Uniti della Goldsmith University di Londra; lo studioso di afrofuturismo Kodwo Eshun; Iain Hamilton Grant, che in quegli anni traduce in inglese Economia libidinale di Jean-François Lyotard e Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard. Ma su tutti si staglia l’ombra di Land, che dopo la rottura con Sadie Plant assume le redini del gruppo e lo spinge fuori dalle mura universitarie, in un appartamento appartenuto all’occultista Aleister Crowley, dove Land introduce i suoi adepti alle teorie più eccentriche, dall’I Ching alla numerologia cabalistica, dai miti di Chtulhu ai tarocchi di Crowley. Sono i primi esperimenti che lo conducono al concetto di iperstizione.
I membri della CCRU erano stati adolescenti negli anni Ottanta, avevano tutti letto Neuromante di William Gibson e sognato le sue “linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati” – la prima descrizione del cyberspazio – prima che Al Gore le asfaltasse e appaltasse con il neutro termine di “autostrade dell’informazione” nei primi anni Novanta. “Al centro della teoria della CCRU si trova una cosa chiamata iperstizione”, scriverà Edmund Berger. “È la scienza sperimentale delle profezie che si autoavverano”, che nasce dal fatto che “in una società prettamente cibernetica (…) la sottile barriera tra realtà e finzione crolla”. In questo spazio iperreale, “l’iperstizione guarda a come l’irrealtà può spostare i confini del reale”. Plant e Land vedono nell’iperstizione l’essenza stessa del capitalismo: lungi dall’avere solide basi nella realtà, il capitalismo è una grande narrazione che si tiene in piedi esclusivamente per la sua capacità di esercitare egemonia, ossia di rappresentarsi come the only game in town, l’unica alternativa possibile, secondo il celebre slogan thatcheriano there is no alternative. Mark Fisher ne trarrà nel suo Realismo capitalista (2009) la convinzione che “l’unica maniera per mettere in discussione il realismo capitalista è mostrare in qualche modo quanto sia inconsistente e indifendibile: insomma, ribadire che di ‘realista’ il capitalismo non ha nulla”.
Qui si situa la grande frattura dell’accelerazionismo. Quando Nick Land lascia improvvisamente l’Europa per Shanghai, la distanza da Fisher e da Plant non poteva essere più radicale: non c’è altra realtà che il capitalismo, questa la sua diagnosi, e occorre accelerare e la dissoluzione delle forme pre-moderne che ancora gli si oppongono, a partire dagli Stati-nazione. Prefigurando la successiva deriva teologica dell’accelerazionismo, si può dire che Land e il suo sodale Curtis Yarvin, blogger americano noto online con lo pseudonimo di Mencius Moldbug, vedano nello Stato il katechon, il misterioso “potere che frena” descritto da Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, la cui scomparsa permetterà infine l’avvento dell’Anticristo. Se Fisher apre il suo libro con la celebre affermazione che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, per Land la fine del mondo diventa l’obiettivo ultimo dell’accelerazionismo. Perlomeno, la fine del mondo come lo conosciamo. “Non esiste per me nessun altro tipo di emancipazione, o comunque non l’emancipazione di cui si parla nel dibattito politico”, dirà nel 2018 in un’intervista. “Niente di tutto questo è per me di minimo interesse, parlando di emancipazione mi vedrete annuire solo se quello che s’intende è l’autonomizzazione del capitale”.
Land finisce irretito dall’iperstizione di maggior successo dei nostri tempi, la fede nella singolarità tecnologica al cui culto sono devoti tutti i tecno-miliardari americani. La chiama “Singolarità tecno-economica”, perché ha intuito che la legge di Moore che descrive l’evoluzione esponenziale della tecnologia è in realtà anche una legge economica. Ray Kurzweil, il teorico della Singolarità, la chiama “legge dei ritorni acceleranti”, per contrapporla alla legge dei ritorni decrescenti dell’economia classica di David Ricardo. È, potremmo dire, la legge fondamentale dell’accelerazionismo: la tecnologia è in grado di espandere indefinitamente i profitti del capitale, oltre i limiti del mondo terreno, fin nelle profondità insondabili del cyberspazio e di lì, chissà, verso le stelle.
2. Presente
Agli inizi del febbraio di quest’anno Land è a Los Angeles – dieci anni dopo l’ultima volta – insieme a Curtis Yarvin. James Duesterberg del «New Yorker» è lì per raccontare la serata. Il pubblico è composto da tecno-entusiasti delle grandi major dell’intelligenza artificiale. I vecchi GAFAM stanno iniziando a fare posto ai nuovi nomi: OpenAI, Anthropic, Midjourney. Il patron della serata, Wolf Tivy, fondatore di Palladium, una rivista online che si occupa di “governance del futurismo”, come recita il sottotitolo, spiega che solo pochi anni fa avrebbe buttato fuori i giornalisti ficcanaso per conservare l’aura di meeting carbonaro, ma ora non ce n’è più bisogno. “Ora è tutto diverso”. Gli fa eco il podcaster Justin Murphy: “Pensa a cosa è successo da allora. Abbiamo risolto il problema delle macchine intelligenti, il woke è morto, Trump è tornato, le cripto sono state istituzionalizzate”. In sostanza, secondo Murphy il pensiero di Land è diventato mainstream. “Hanno ancora questa mentalità da assedio, ma le sbarre sono state tolte”.
Land sembra non condividere fino in fondo le ottimistiche affermazioni del suo uditorio. I resoconti lo danno non troppo a suo agio nella nuova America trumpiana, dove si fa vedere molto poco. Le sue preferenze continuano ad andare al modello della Neo-Cina: “Non c’è una zona di Singapore, Hong Kong, Taipei, Shangai e di molte altre città dell’Estremo Oriente dove non sia possibile camminare con sicurezza a notte fonda”, scriveva con il tono di un boomer reazionario ne L’illiminismo oscuro (2013). “Anche se questo potrebbe non essere sufficiente per definire una società civilizzata, ci siamo quasi. È certamente necessaria una definizione simile. Il caso contrario è la barbarie”. Ma come? La Cina così osteggiata da Trump sarebbe meglio dell’America della nuova Golden Age? Lucidamente Giuliano da Empoli, nell’introdurre i saggi landiani di L’illuminismo oscuro, pur riassumendo il suo pensiero come “una rilettura di Deleuze sotto anfetamine”, ha osservato ormai cinque anni or sono che quel pensiero rappresenta “l’enigmatico, misconosciuto punto d’incontro dalle due ideologie più pericolose del nostro tempo: quella che anima alcuni dei principali protagonisti della Silicon Valley e quella che è alla base del progetto tecno-autoritario del Partito Comunista cinese”.
Molti anni prima, in quella che a mio parere ancora rappresenta l’opera-chiave per comprendere il XXI secolo, ossia Impero di Micheal Hardt e Antonio Negri (2000), i due studiosi osservavano che l’Impero non ha nulla a che fare con l’imperialismo (tantomeno quello americano), ma è piuttosto l’affermazione di un modello globale di potere del capitale che non fa più differenze di tipo ideologico o nazionale, muovendosi lungo le traiettorie globalizzate dell’economia digitale. Land lo ha capito prima di molti altri, sebbene anche Negri, nel commentare il Manifesto accelerazionista di Srnicek e Williams, plaudesse alla loro analisi riscontrandovi il ritorno, con ricette nuove, dell’utopia operaista della fine del lavoro. Ovviamente i due hanno tratto, dalla stessa diagnosi (che, per dirla con Negri, è la “sussunzione reale”, cioè la riduzione dell’intera società al capitale), prognosi e soprattutto terapie radicalmente diverse. Il collasso dello Stato a favore del governo-azienda non rappresenta, per Land, lo stato intermedio dell’accelerazionismo prima del compimento dell’utopia post-lavoro, ma l’esito inesorabile della sussunzione reale, l’unico modo in cui il turbo-capitalismo tecnologico può prosperare e scatenare la sua forza trasformativa. Ciò richiede l’avveramento della diagnosi che Land attribuisce a Peter Thiel: libertà e democrazia non sono più compatibili e, tra le due, occorre sacrificare la seconda a vantaggio della prima. I deliranti post di Curtis Yarvin sulla Cattedrale intesa come il complesso politico-intellettuale della casta americana cresciuta nelle grandi università e di tendenze liberaldemocratiche, sostenitore di quella che in seguito avremmo imparato anche noi a chiamare “ideologia woke”, sono riusciti negli anni a diventare mainstream a loro volta, convincendo milioni di americani che Donald Trump avrebbe rovesciato quella Cattedrale (che i complottisti chiamano anche “Deep State”) e fatto trionfare la libertà rovesciando il paravento democratico (non bisogna dimenticare che “democratico” è un aggettivo che, nella retorica americana di destra, identifica sostanzialmente la sinistra). Per Land, occorre smettere di normalizzare la barbarie che si vive nel mondo occidentale, dove le città sono diventate pericolose e controllate da predatori; e per farlo bisogna partire da una constatazione: che le razze esistono e che la razza bianca sta perdendo.
Dietro la maschera tecno-utopica e libertaria, l’accelerazionismo landiano non è dunque altro che una versione moderna delle ideologie nazionaliste delle destre più reazionarie, ormai naturalmente saldatesi con il neoliberismo capitalista. È la stessa macchina ideologica che muove l’amministrazione Trump e gli uomini che ne rappresentano l’avanguardia, Elon Musk in testa, con la sua fissazione per la scomparsa della razza bianca sotto l’onda montante dell’espansione demografica delle ex minoranze razziali americane e dell’Africa. È la stessa concezione securitaria e paranoica del mondo che si respirava nei circoli afrikaner del vecchio Sudafrica dell’apartheid: la “fuga dei bianchi” di cui parla Land è un’idea nata negli anni in cui l’apartheid collassava e i boeri sognavano la secessione, ma che oggi va saldandosi al sogno di Thiel di una “secessione dei ricchi” dagli Stati-nazionali per costruire un proprio autonomo ordine economico-politico. Secessione che è diventata negli ultimi meno urgente, dal momento che il trumpismo ha lasciato campo libero ai tecno-accelerazionisti della Silicon Valley. Ma per Land – e Musk – il primo problema resta ancora urgente: il contrasto alla minaccia razziale, non a caso pienamente percepito invece in Cina, dove il nazionalismo Han non accetta nessuna concessione al principio dell’omogeneità razziale. C’è dunque ancora molto da fare, anche se molto evidentemente è stato fatto.
3. Futuro?
“Le voci sulla fine dell’accelerazionismo sono state esagerate” ha scritto di recente Benjamin Noys, che nel 2008 ne coniò il termine, nella nuova introduzione al suo libro Malign Velocities: Accelerationism and Capitalism. Noys sostiene che, dietro l’apparenza di un riflusso, l’accelerazionismo sia ancora vivo nella teoria critica; e tuttavia ammette che i suoi frutti più appariscenti non siano certamente nel dibattito intellettuale di sinistra, quanto, da un lato, nella variante dell’accelerazionismo efficace abbracciato dagli ideologi della Silicon Valley e dal crescere di movimenti estremisti che, secondo Noys, si ispirano a un’accezione dell’accelerazionismo che ha più a che fare con la strategia della tensione degli anni Settanta, “in cui esponenti dell’estrema destra tentavano di compiere atti violenti volti a destabilizzare l’ordine esistente e a favorire soluzioni autoritarie”. Non c’è, evidentemente, di che stare allegri.
Partiamo dall’accelerazionismo altruista, o e/acc: “Traendo spunto dalle idee di Nick Land e dalla fantascienza, l’e/acc mira a promuovere uno sviluppo senza freni della tecnologia, in particolare dell’intelligenza artificiale, per consentirci di trascendere ciò che William Gibson definiva ‘la carne’”, spiega Noys. “Qui possiamo notare come l’accelerazionismo converga con il mercato capitalista, e come la visione distopica delle multinazionali come esseri senzienti emergenti, presente nell’opera di Gibson, si trasformi nella promessa di un futuro radicalmente nuovo”. L’accelerazionismo efficace è il risultato della fusione tra due ideologie: il vecchio accelerazionismo, nella sua accezione politicamente più neutra, e l’altruismo efficace, un più recente passatempo delle tecno-élite. L’idea, cioè, che anziché donare soldi a pioggia alle classiche organizzazioni di beneficenza e ONG in giro per il mondo, esistano modo più efficaci di utilizzare gli immersi surplus accumulati per migliorare la condizione del mondo. Erede degenere dell’utilitarismo benthamiano, l’altruismo efficace si fonda su scelte apparentemente razionali pensate per massimizzare i benefici e non esiterebbe, per far un esempio, a lasciar annegare una barca di immigrati a largo della costa se l’alternativa è finanziare una startup impegnata a risolvere il problema dell’allineamento dei valori dell’intelligenza artificiale. Il motivo si nasconde nel fatto che, per i teorici dell’accelerazionismo efficace (il cui logo, che rappresenta una curva esponenziale, è stato designato da un manager di OpenAI) sostengono l’esigenza di non porre alcun freno al progresso tecnologico per accelerare il più possibile il conseguimento dell’AGI, l’intelligenza artificiale generale che, nelle mitologie nerd siliconiane, sarà in grado di risolvere tutti i problemi presenti e futuri dell’umanità. Da questo punto di vista è dunque più efficace, in termini di investimento, investire miliardi nell’obiettivo dell’AGI che affrontare qualsiasi altro problema globale, perché sarà poi l’AGI a risolverli tutti. Se si guarda ai suoi risultati, in particolare dopo che l’amministrazione Trump ha dichiarato di voler impedire qualsiasi freno legislativo alla corsa all’IA (risultato ottenuto a seguito di protratte genuflessioni dei tecno-miliardari nello Studio Ovale), si può senz’altro sostenere che l’accelerazionismo efficace goda di ottima salute.
C’è poi l’accelerazionismo di estrema destra. Un’analisi compiuta sul forum internazionale suprematista Stromfront ha mostrato che il termine gode di grandissimo successo e ha prodotto anche due sottovarianti: l’accelerazionismo difensivo, che propugna la necessità di resistere all’erosione della razza bianca frutto del declino demografico e dell’immigrazione, e l’accelerazionismo offensivo, che invece sostiene l’esigenza di passare al contrattacco nei confronti di una supposta azione sistematica volta a soppiantare la razza bianca. Alla base di entrambe le varianti c’è la convinta adesione al mito sovranista della “grande sostituzione”, occultamente promosso dal Deep State di sinistra, la Cattedrale di Yarvin. Ma cosa vogliono accelerare questi estremisti, quasi sempre molto giovani? Non certo la tecnologia allo scopo di far collassare il capitalismo, come nell’accelerazionismo originale. La narrazione di Land e Yarvin l’ha ormai soppiantato a favore di un’altra idea: accelerare il collasso della democrazia per restituire piena libertà agli antichi dominatori – l’etnia WASP – e mettere fine all’usurpazione perpetrata dalle forze di sinistra. Non c’è più nemmeno traccia dell’infatuazione landiana per le Big Tech: le grandi corporation, secondo quanto si legge nel forum, starebbero anzi facendo pressione sui governi occidentali “per rimpiazzare noi Cittadini Bianchi con immigrati del terzo mondo”.
Una subcultura giunta anche in Italia, se è vero che ad essa ha tratto ispirazione anche – è notizia di pochi giorni fa – il 17enne arrestato in provincia di Perugia che progettava una strage in stile Columbine nella sua scuola. Vicino alla Werwolf Division, gruppo suprematista sgominato nel 2024 dalla Digos di Bologna guidato da un 19enne di Vicenza, il comune richiamo ideologico è un accelerazionismo di estrema destra che si pone l’obiettivo di “accelerare il collasso sociale” attraverso la violenza. Deriva inquietante, soprattutto per la presa sui giovanissimi, che si radicalizzano sul “Terrorgram” – una rete informale che, spiega Leonardo Bianchi nella sua newsletter “Complotti!”, unisce canali e account personali di Telegram che aderiscono all’accelerazionismo militante promuovendolo attraverso “libri, manifesti e un vasto apparato iconografico e audiovisivo”. Il principio-base dell’accelerazionismo è ancora lì: l’iperstizione, la possibilità di utilizzare la propaganda mediatica e l’immaginario di massa per innescare nuove weltanschauung con cui contrastare le attuali ideologie egemoniche.
A chi proprio non sembra essere andata bene è la sinistra accelerazionista. Come riassumeva efficacemente di recente Andrea Daniele Signorelli: “Srnicek, Williams e il loro accelerazionismo utopista e ingenuo sono già stati dimenticati. Mark Fisher si è suicidato. Nick Land, invece, ha trionfato”. Come sia potuto accadere non è difficile immaginarlo, dato che l’obiettivo di Inventare il futuro di creare un movimento popolare di massa a favore della tecnologia per ottenere la piena automazione e il reddito di base universale non si è mai concretizzato. Da un lato l’inadeguatezza di una generazione (a cui appartengo) sempre pronta a invaghirsi di ricette ideologiche ma incapace di uscire dal proprio solipsismo digitale, dall’ironia memetica e dal nichilismo apocalittico di cui il suicidio di Mark Fisher rappresenta il drammatico emblema; dall’altro l’incapacità dell’ideologia di sinistra di superare la sua storica difesa del lavoro, nonostante (o forse proprio per) gli affondi estemporanei dell’operaismo nell’utopia della fine del lavoro, come già riconoscevano Nanni Balestrini e Primo Moroni quando osservavano che l’errore del movimento operaista fu di non capire che la rivoluzione tecnologica da un lato “realizza l’obiettivo operaio di ridurre il lavoro necessario”, ma dall’altro “le condizioni sociali e politiche entro cui si determina questo spostamento sono dominate dall’interesse capitalistico, finalizzate al dominio e al profitto, non all’utilità sociale”.
Insomma, oggi che, come ha scritto Vittorio Ray, “l’utopia post-lavorista si affaccia timidamente alla realtà nelle vesti di una croccante apocalisse”, resta qualcosa di buono dell’accelerazionismo? Credo sicuramente tre cose. La prima è la centralità del tema del futuro. Già Srnicek e Williams osservavano che “l’incapacità socialdemocratica di immaginare un mondo alternativo ha fatto sì che il tema del futuro sia stato oggi completamente ceduto alla destra”; l’affermazione dell’ideologia lungotermista nei circoli della Silicon Valley dimostra che gli unici a pensare al futuro di lungo termine dell’umanità siano oggi proprio i tecno-miliardari, e questo è un grosso problema. L’accelerazionismo proponeva di promuovere dibattiti sul futuro di massa e dal basso per evitare di rendere elitario il pensiero di lungo termine e questo è un lascito che non va disperso. Il secondo lascito è il superamento della concezione marxiana della primazia della struttura sulla sovrastruttura. Nell’epoca iperreale in cui viviamo, le iperstizioni contano più dei fatti perché la realtà “dura” e tangibile non è più rintracciabile sotto la cappa di mutazioni digitali e virtuali, come già ci aveva messo in guardia a suo tempo Jean Baudrillard: l’accelerazionismo di destra lo ha capito prima degli altri e ha messo la torcia prometeica delle iperstizioni nelle mani di Trump e della sua cerchia, assicurandole la vittoria. È lì, nella battaglia delle idee sul futuro, che si gioca la possibilità di uscire dalle tenebre che stanno calando sul mondo. Infine, l’accelerazionismo ci ha ricordato la non neutralità della tecnologia. È vero che, per Noys, “il fatto che l’accelerazionismo non sia riuscito a sopravvivere fino ai giorni nostri è in parte dovuto alla sua mancanza di un approccio critico nei confronti della tecnologia”. Tuttavia, qui stava la sua vera novità: non contrastare il tecno-ottimismo dei sostenitori dell’e/acc, rappresentato dal Manifesto Tecno-ottimista di Marc Andreessen (2023), con un prevedibile neo-luddismo, ma vedere nella tecnologia uno strumento di emancipazione. “Ci vogliono tempo ed esperienza affinché l’operaio apprenda a distinguere le macchine dal loro uso capitalistico, e quindi a trasferire i suoi attacchi dal mezzo materiale di produzione stesso alla forma sociale di sfruttamento di esso”, ricordava Marx nel Capitale. L’accelerazionismo è qui per ricordarlo: non a caso l’antologia #Accelerate (2014) che raccoglieva i testi accelerazionisti più importanti si apriva con il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse, la cui (ri)scoperta, all’epoca in cui iniziarono a circolarne in Europa le prime edizioni a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 ebbe un effetto determinante sull’ideologia dei movimenti di sinistra, proponendo un nuovo obiettivo per le lotte dei lavoratori: “Il libero sviluppo delle individualità, e quindi non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare lavoro eccedente, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro”. Da questi tre fronti – futuro non elitario, lotta alle iperstizioni della neo-reazione e riappropriazione dal basso della tecnologia – dovrà inevitabilmente prendere le mosse l’opposizione alla colonizzazione del futuro da parte dell’Impero.