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Matilde Moro

Nei Balcani i migranti muoiono due volte

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Per chi migra lungo i confini del circuito balcanico, alla morte nei fiumi o nei boschi segue spesso l'oblio. E proprio oggi, con l'entrata in vigore del Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, la svolta delle procedure accelerate e della massima sorveglianza rischia di compromettere ulteriormente i diritti umani, aumentando l'invisibilità di una tragedia che avviene nell'indifferenza delle istituzioni e nel silenzio dei media.

Si viaggia veloci su una comoda autostrada tra Italia e Slovenia, tra Slovenia e Croazia e poi di nuovo in senso contrario, se si ha con sé un passaporto europeo. Tutto attorno corrono le montagne e poi le foreste dei Balcani, le stesse che si estendono ininterrotte da Trieste fino alla Grecia. Dentro le foreste, migliaia di persone camminano e si nascondono, nel tentativo di raggiungere l’Europa sfuggendo alla violenza di una frontiera che esclude e uccide. 

Passano di qui le cosiddette “rotte balcaniche”, percorse ogni anno da migliaia di persone provenienti prevalentemente dall’Asia e dall’Asia sud-occidentale. Dall’Afghanistan, dal Pakistan e dall’Iran, ma anche dalla Palestina e dalla Siria. Qualcuno arriva perfino dall’Africa subsahariana perché percorrere la rotta balcanica permette di evitare la Libia e i suoi centri di detenzione, noti per essere particolarmente violenti

Secondo la studiosa delle migrazioni Marta Stojić Mitrović sarebbe in realtà più corretto definire questo tratto di strada “circuito balcanico”. Scrive Stojić Mitrović su e-ERIM, una rete online di parole chiave sulla migrazione alle frontiere esterne dell’UE: “In contrasto con la rappresentazione stereotipata della rotta balcanica come unidirezionale, l’espressione ‘circuito balcanico’ o ‘cerchio balcanico’ sottolinea l’esistenza di forme di spostamento molto più complesse attraverso gli Stati dei Balcani occidentali verso l’Unione europea e viceversa. Il panorama dei confini dei Balcani occidentali è attraversato da rotte migratorie accessibili, multidirezionali e spesso capillari”. 

Chi attraversa queste terre verso l’Europa invece si riferisce al viaggio semplicemente come al “game”: un gioco in cui si rischia la vita, e ogni frontiera da superare è un nuovo livello. 

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È il 5 maggio e il giorno prima la polizia croata ha trovato quattro corpi in un piccolo villaggio nei pressi di Karlovač, vicino al confine tra Croazia e Slovenia, a pochi passi dal fiume Kolpa, confine naturale tra i due Paesi. Secondo le prime ricostruzioni sono stati scaricati lì da un trafficante di esseri umani che si sarebbe poi dato alla fuga. La causa della morte, anche se non ancora accertata, sembra soffocamento. Nei giorni successivi altre quindici persone vengono fermate nelle vicinanze mentre cercano di attraversare il confine. Due vengono subito ricoverate in gravi condizioni di salute. Raccontano del trasporto, avvenuto “in condizioni disumane”. “Non è confermato, ma sembra possibile che si trattasse di un camion frigorifero” commenta Jošt Žagar, membro del collettivo sloveno Kolpa, che prende il nome dal fiume. Ci incontriamo in un quartiere popolare di Lubiana, vicino alla loro sede. La via è intitolata a Vida Pregarc, operaia e giovanissima partigiana slovena, uccisa a 22 anni dalla polizia fascista. Accanto alla porta, una piccola stella rossa e una targa. “Capita che vengano usati i camion frigorifero” spiega Žagar, che da anni lavora con rifugiati, persone in transito e richiedenti asilo, “per eludere la sorveglianza dei droni a termocamera di Frotex [l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ndr.]” Frontex utilizza da anni e in maniera sempre più diffusa tecnologie di sorveglianza ai confini, tra cui termocamere, sensori ottici e videocamere aeree, nell’ambito della piattaforma EUROSUR, su cui i dati raccolti vengono poi condivisi tra gli stati membri. La polizia croata non ha ancora diffuso nomi e paesi di provenienza delle quattro vittime così come dei superstiti, che sono stati trasferiti in un centro per richiedenti asilo. Proseguono invece le ricerche del ventiduenne montenegrino che sembra fosse alla guida del camion.

Altri quattro corpi vengono recuperati la settimana successiva, tra il 9 e il 10 maggio, tre ancora nel Kolpa e il quarto nelle acque del vicino Mrežnica. I primi sono stati “trascinati via dalla corrente,” così raccontano i tre compagni sudanesi superstiti, che sono riusciti a bloccare e trasportare solo uno dei corpi, una volta arrivati in Slovenia. L’ultimo è stato ritrovato invece dalla polizia croata dopo una segnalazione: non si sa chi sia e non si conoscono le esatte dinamiche della morte. Il fiume Kolpa viene scelto come punto di transito da molte persone che percorrono le rotte balcaniche perché non è molto profondo né ampio. Questo però non lo rende meno pericoloso, principalmente a causa delle condizioni in cui le persone arrivano ad attraversarlo: “arrivano qui esauste, spesso dopo aver percorso lunghi tragitti a piedi o dopo un trasporto pericoloso, muoiono perché non riescono più a camminare o a resistere alle correnti”, racconta Žagar . 

Otto corpi in neanche dieci giorni, ma la morte è una possibilità che chiunque affronti il game sa di dover mettere in conto. 

Incontro Amin (nome di fantasia) a Trieste: è uno di quelli che ce l’hanno fatta, anche se la sua domanda d’asilo, presentata qui a Trieste, è stata respinta e la vita è ancora difficile: “Io sono arrivato dal Kashmir, ho attraversato Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Albania, Serbia, Bosnia, Croazia e Slovenia, ci ho messo quattro anni. Quando partiamo, a ogni confine che superiamo, sappiamo di avere il cinquanta percento di possibilità di farcela e il cinquanta di morire, ma è comunque meglio che tornare indietro”. Mentre attende l’esito del ricorso, Amin viene ogni sera davanti alla stazione, in Piazza della Libertà, che i triestini hanno imparato a conoscere come Piazza del Mondo, ad aiutare con la distribuzione di pasti e beni di prima necessità alle persone appena arrivate. “Quasi tutti dormono in uno dei vecchi Silos oppure in uno dei magazzini vuoti del Porto Vecchio, per terra. Non hanno nulla”. 

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Secondo Frontex, solo nel 2025 più di 12.500 persone sono arrivate in Europa dalle rotte balcaniche. Con un calo di arrivi dai Balcani che l’agenzia stima del 42% rispetto all’anno precedente. Ma i numeri non sono netti e trasparenti come potrebbe sembrare poiché è molto difficile valutare quante persone raggiungano l’Europa arrivando da est. A spiegarlo è Gianfranco Schiavone, già componente del direttivo dell’Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, e attualmente presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste: “è difficile stimare davvero quante persone arrivano perché gli arrivi via terra sono per definizione non visibili: è un pulviscolo di persone che passa in qualunque momento, che arrivi a piedi o trasportata da trafficanti. La verità è che nessuno può dare una risposta esatta a questa domanda. Quello che sappiamo per certo, qui a Trieste, è che circa undicimila sono le persone che hanno chiesto aiuto, asilo, o protezione internazionale nel 2025, quindi è evidente che gli arrivi debbano essere molti di più”. Una realtà che la maggior parte dei report, soprattutto quelli istituzionali, sembra non riflettere: “Molti dei dati che si leggono, soprattutto quelli di Frontex, mi lasciano perplesso. Trieste è un punto di osservazione privilegiato e qui lo scorso anno non si è registrato nessun crollo degli arrivi; quindi è difficile immaginare che ci sia stato nei paesi precedenti”. 

Una delle ragioni per cui i dati possono risultare inattendibili o parziali è la modalità del transito: “Chiunque faccia oggi un viaggio di monitoraggio in Bosnia, Croazia o Slovenia, non vedrà in maniera palese gruppi di migranti che si spostano, di cui prima si poteva accorgere anche un semplice passante. Oggi non si vede nulla, è tutto nascosto, sotterraneo. Il fatto che sia sotterraneo non significa però che il fenomeno non esista. Quello che è avvenuto lungo la rotta balcanica, come concordano tutti gli studi e le ricerche dell’ultimo periodo, è che le organizzazioni che gestiscono il traffico sono molto più strutturate e offrono dei ‘servizi’, se così possiamo chiamarli, molto più costosi, che dovrebbero proteggere di più le persone dai rischi delle violenze e dei respingimenti”. Quando cambiano le politiche ai confini anche i flussi si modificano di conseguenza, trovando nuove vie e sistemi per riuscire a eludere gli sbarramenti. E così le persone in transito diventano sempre più invisibili.

È nell’invisibilità, dunque, che molte muoiono o si perdono. Il 27 aprile, prima delle morti più recenti, il nuovo collettivo Prehod – Passage, che unisce attivisti e ricercatori lungo tutta la rotta balcanica, ha organizzato una manifestazione nel villaggio di Vukovci, sul fiume Kolpa, per denunciare morti e sparizioni: “Le persone muoiono lontane dallo sguardo pubblico, e sparizioni e morti vengono raramente riportate dai media” denuncia il collettivo. “Quando i loro amici o parenti ne denunciano la scomparsa, le autorità spesso non avviano nemmeno le operazioni di ricerca, il che significa che molti non vengono mai ritrovati, oppure i loro resti vengono scoperti mesi o anni dopo, per caso. Spesso poi i resti non vengono identificati, poiché non esiste un sistema efficace per ricollegare i defunti ai loro parenti. Di conseguenza, molti vengono sepolti nei cimiteri lungo la rotta balcanica come ‘persone ignote’”.

È per commemorare queste morti senza storia e senza nome che lo scorso ottobre in un piccolo cimitero a Vojna Vas, sempre lungo lo stesso fiume, è stato inaugurato un memoriale. Un monumento di pietra di tre tonnellate creato dallo scultore Tomaž Furlan, che raffigura un ponte. Sulla targa una scritta semplice in sloveno, inglese e arabo: “In ricordo di tutti quelli che hanno perso la vita al confine”. 

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Se le sepolture restano per lo più semplici croci senza nome, marcate “n.n.”, si moltiplicano le storie di chi svanisce completamente nel nulla, e le segnalazioni di scomparsa di amici, compagni di viaggio, parenti. Solo dalla fine di ottobre 2025 a oggi, parenti e compagni hanno segnalato la scomparsa di almeno cinque persone in prossimità del Kolpa: Alex, scomparso il 23 ottobre 2025, Ahmed, il 18 novembre 2025, Ibrahim il 19 dicembre 2025, Youssef il 10 marzo 2026 e Abdelrazek il 26 o 27 marzo 2026. Di loro non si sa più nulla e i loro corpi non sono ancora stati ritrovati. Purtroppo non è un fenomeno esclusivamente sloveno, le persone scompaiono lungo tutta la rotta balcanica: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima che dal 2014 almeno 400 persone siano morte o disperse nel tragitto, ma naturalmente i numeri potrebbero essere molto più alti. Ogni giorno, denuncia Passage, “Ci sono persone che muoiono sulle strade, sui binari ferroviari, nelle foreste e nei fiumi. Le loro morti non sono solo tragici incidenti: sono una conseguenza diretta del regime europeo in materia di frontiere e visti, che spinge sistematicamente le persone verso percorsi pericolosi e trappole mortali”. 

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È in questo clima di progressiva invisibilizzazione che il 12 giugno entrerà in vigore il Nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato nel 2024. È difficile prevedere con esattezza cosa succederà, ma l’applicazione dell’insieme di regolamenti (più una direttiva) rischia di compromettere ulteriormente la tutela dei diritti delle persone che cercano di raggiungere l’Europa, con una politica fatta di procedure accelerate, hub di rimpatrio in paesi terzi e maggiore sorveglianza. Secondo Gianfranco Schiavone, che ha studiato il patto da vicino, “la nuova normativa europea è in assoluto contrasto con la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è in assoluto contrasto con l’articolo 78 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che impone la conformità dei diritti dell’Unione alle normative della Convenzione stessa”. Intanto, tra le foreste, nei fiumi e lungo i binari dei treni, nel silenzio dei più, il game continua a uccidere.

Matilde Moro

Matilde Moro è laureata in giornalismo nel 2019 alla University of Westminster di Londra, dove ha poi conseguito nel 2020 un Master in Human Rights, Culture and Social Justice alla Goldsmiths University. Ho collaborato, tra le altre, con «L’Espresso», «Lampoon Magazine», «MicroMega», «Marie Claire», scrivendo soprattutto reportage.

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