Un reportage tra le barberie di Roma, spazi discorsivi e comunitari dove gli uomini si prendono cura di sé stessi, costruiscono legami e identità.
“Quando hai un rapporto di fedeltà con il tuo barbiere, per venti minuti lui diventa il tuo psicologo. Anche se non ha minimamente le capacità di fare lo psicologo, il paziente maschio tipo si confessa con lui, gli dice i cazzi suoi”. L., 34 anni, fa l’autista e va a tagliarsi i capelli ogni quindici giorni. “Gli argomenti principali sono la Roma, la fica, i sordi, le droghe, la politica, il cancro di mi madre, la madre che sta male”. Nella sua barberia di fiducia si ritrovano uomini di diverse età ed estrazione sociale: “Ci vanno quelli come me sulla trentina, tanti ragazzini borghesi del liceo fico e un sacco di guardie che vengono da una caserma enorme lì vicino. Che le guardie so’ così: se ce va uno se sparge la voce e poi vanno tutti dallo stesso barbiere”. Il barbiere conosce L. da anni e in alcune situazioni cerca di tutelarlo. “Magari mi può scappare che gli dico: madonna fratè, stamattina mi sono fatto una canna e sto ancora tutto fatto. Allora lui quando sa che a fianco a me si stanno a fa’ il taglio i militari, mi fa: fratè, occhio che oggi potrebbe piovere. Questa è la frase in codice come a dire: statte zitto”. Nel tempo lo stile cercato da L. è cambiato: “Gli anni hanno inciso, perché quando uno è giovane si può fare i capelli più arroganti. Ora per il lavoro che faccio, va bene che devo essere sempre super pulito, che ci devo avere la barba precisa, la riga fatta eccetera eccetera, però diciamo che il taglio a pelle dietro lo evito, quindi faccio sempre cinque millimetri, che rimane quello strato di capelli, che insomma non si vede la capoccia. Noi uomini in genere facciamo poco. Anzi che ancora ce vado, che ancora c’ho i capelli è un miracolo”.
N. ha 14 anni e un french crop low fade, un taglio moderno con capelli corti e spettinati che ricadono sulla fronte e una sfumatura che parte appena sopra le orecchie per estendersi in basso fino alla nuca. N. segue il suo barbiere, un ragazzo tunisino di 24 anni, in tutti i quartieri in cui lui si sposta con la sua attività: “L’ho conosciuto per caso a San Lorenzo mentre ero in attesa del firmacopie di Kid Yugi alla Discoteca Laziale. Sono entrato nella sua barberia per passare il tempo e durante il taglio mi ha detto che anche lui era stato lì per un firmacopie, però, di Geolier”. Mentre parlavano, N. osservava le mani che lavoravano sulla sua testa: “Fa sfumature perfette. È il più bravo a usare la macchinetta soprattutto perché ne usa cinque diverse a seconda del punto in cui deve tagliere e dal tipo di effetto che vuole ottenere”. N. lo segue anche su Instagram in modo da essere aggiornato sui suoi spostamenti e sulla vita della barberia: “Durante il taglio parliamo di videogiochi, di musica e anche di scuola. Mi dà consigli su come sistemarmi i capelli da solo a casa. A scuola i suoi tagli hanno sempre molto successo”.
“Ho cambiato diversi quartieri in cui vivere, ma mai barbiere. Quando sono andato per la prima volta lì, avevo sedici anni, lui diciannove. Io e il mio barbiere siamo cresciuti insieme”. M., ingegnere, 52 anni, attraversa mezza città per un taglio. “Una volta al mese, è l’occasione per tornare nel quartiere dove sono stato ragazzo”. La barberia di fiducia di M. era gestita da tre fratelli. “Uno di loro poi non l’ho più visto. Era un ballerino che aveva lavorato con Heather Parisi”. In quartiere, una periferia di palazzoni tutti uguali, alcuni sostengono che il barbiere ballerino si sia trasferito in Sardegna negli anni Novanta e non sia più tornato. Altri, invece, dicono che sia morto di AIDS.
A., 70 anni, è in pensione e tutti i mercoledì si presenta dal barbiere senza appuntamento. “Ho lavorato una vita a fare le pulizie negli uffici dell’INPS. Ora voglio stare pulito e riverito e avere tutte le comodità. Il barbiere, la tavola calda, l’aria condizionata. Mi faccio barba e capelli a pelle. Non fanno in tempo a ricrescere che io vengo a tagliargli”. Per A. il barbiere è come il barista: “Da come ti vede arrivare sa se hai dormito bene, se hai litigato con tua moglie, se hai voglia di parlare o se stai di traverso”.
I clienti romani che ho incontrato raccontano la propria barberia come un luogo di socialità e di costruzione identitaria, uno spazio “discorsivo e comunitario”, per dirla con Bryant Keith Alexander, autore di un’etnografia sui black barbershop. Un punto di incontro tra generazioni di maschi dove intervengono cura del corpo, conversazione e scambio culturale informale. Spesso gli uomini attraversano la città per frequentare il proprio barbiere di fiducia, fare esperienza di un rituale e ritrovarsi dentro una rete sociale, in contatto con maschi di età e classi diverse. Per molto tempo la barberia è stata un terzo spazio urbano, alternativo al lavoro e alla casa. Ma oggi come sono cambiate le barberie in quanto luoghi relazionali e di estetica del sé per soli uomini? Non sembra esserci una corrispondenza tra territorio, clientela e barbieri: in periferia trovi un barbiere di fascia media e in un quartiere borghese un barbiere arabo che lavora solo con i connazionali. Mappare le barberie in città è come censire un universo maschile che si sparpaglia nel tessuto urbano, si confonde con età e appartenenze diverse dalla propria, ricerca una cura e un’immagine, ritrova codici, si confronta con il linguaggio dei padri per potersi ridefinire e affermare.
“Se taglio ancora i capelli? Tzè, Ettore di Francesco, novant’anni e tre mesi, sono il barbiere migliore del mondo. In America, in Russia, in Giappone, in Corea non ce n’è uno bravo come me”. Strizza l’occhio e sistema con le dita a pettine il ciuffo scompigliato dal ventilatore. “La mia storia finisce qui in questa barberia che ha lo stesso arredamento dal 1972, l’anno in cui l’ho creata”. La sua storia però comincia in un paesino della provincia di Pescara, nel negozio di suo nonno Ettore dove a 15 anni impara il mestiere. La sua storia continua a 17 anni ai Bagni di Cobianchi in via del Corso, un albergo diurno lussuoso che nei sotterranei offriva ai clienti barbieri e parrucchieri, servizi di pedicure e manicure.
“La mia è una clientela mista. Figli, nipoti, suoceri. Giovani, giovanissimi, anziani. Facciamo taglio, shampoo, barba, e anche la tinta nera quando gli uomini vogliono coprire per non vedersi vecchi. Vengono a tagliarsi i capelli anche le suore. Chiedono un taglio corto, alto dietro perché così il velo cade meglio”. Ettore lascerà l’attività a suo nipote che lavora con lui da due anni. In molte storie che ho incontrato il mestiere del barbiere salta una generazione. Come il daltonismo.
“Con i clienti parlo di calcio, di donne e di politica. Io sono di destra e sono in guerra con i miei clienti che sono tutti comunisti. Io sono innamorato della Meloni. Mi piace perché è fascista”. Aspetta una reazione. Racconta, scherzando, di aver scritto una lettera alla Presidente in cui le chiede di sposarlo. “I miei clienti me ne raccontano di tutti i colori. La loro vita nelle famiglie, i problemi con i figli, con le mogli, con i generi, con le suocere, con la casa, con l’altra casa. Tutto. E noi siamo i confessori dei clienti. Quando se ne vanno non dico: nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo. Però, le cose che ho ascoltato le tengo per me”. Il barbiere ha il segreto professionale.
Da Ettore sono pochi i clienti che fanno lo shampoo: “Si tagliano i capelli qui, poi vanno a casa e si fanno doccia e shampoo. Chiaramente per noi è un guadagno in meno”. Tra i suoi affezionati c’è un uomo sulla cinquantina: “Viene tutti i venerdì per il taglio. Ma quanto possono crescere i capelli in una settimana?! È il gusto di venire, probabilmente. Un rituale, un’abitudine”. Come è un rituale, un’abitudine, un segno culturale per questo cliente ordinare il caffè al bar all’angolo. “La ragazza che porta il caffè ha un bellissimo fondoschiena. Allora questo cliente ogni venerdì mi dice: chiamiamo la ragazza, ci facciamo portare il caffè e le guardiamo il fondoschiena. Ma non è vero che c’ha un bel fondoschiena”. Ettore aspetta una reazione. Dice: “Signora, io penso che a questo punto lei se ne deve andare perché abbiamo finito”.
“Ho voluto rompere un po’ gli standard del classico barbiere dove prima si faceva comunella, ci si presentava senza appuntamento e si facevano determinate chiacchiere. Io ho cercato di togliere le classiche conversazioni da uomo dentro al barbiere”. Nella sua barberia Stefano Marcelletta, 33 anni, ha cercato di creare un altro spazio discorsivo. “Se nello stesso orario ci sono un anziano, un ragazzo e un bambino, cerchiamo di fare un discorso dove tutti possono ascoltare in modo sano e rispettoso. Ho impostato una barberia dove non si dicono parolacce. Ho fatto fatica perché ho dovuto fare tanta scrematura”. Nel tempo Stefano ha selezionato il tipo di clientela: la sua barberia in un quartiere periferico di Roma raccoglie soprattutto maschi di una classe sociale medio alta. “Se alle nove del mattino vengono un signore di quarantacinque anni e un ragazzo di venti, cerchiamo di trovare un equilibrio nella conversazione perché è bello confrontarsi tra le varie generazioni. È chiaro che se siamo tra ragazzi della stessa età qualche volta lo sfonnone lo faccio passare perché ci sta. Ma se è presente un signore di cinquant’anni, non ci devono stare sfonnoni. Dobbiamo mantenere una serietà e un’apertura verso di lui perché ci dà nozioni di vita, ci dà esperienza di quello che ha vissuto”. È un equilibrio che Stefano cerca ogni giorno perché, a parte quelli fissi, i clienti vanno e vengono continuamente.
“Prima i clienti si confidavano molto di più. Ora succede molto meno: non vanno a fondo, stanno sulle loro. Si è persa un po’ la socializzazione, Io vedo anche quando gli uomini stanno in attesa: non si parlano. Se non sono io a creare un discorso, stanno sul telefono”. E quando si confidano, lo fanno solo in parte. “Abbiamo per esempio anche tanti ragazzi che stanno in difficoltà e tante volte si vergognano a dire: guarda, quest’anno non parto per le vacanze perché non ce la faccio con le spese. Allora dicono: non parto perché mi voglio riposare. E io che lo capisco, perché sono tanti anni che faccio questo mestiere, dico: ma sì, vai un giorno in piscina, un giorno al mare, un altro giorno ti riposi, va bene anche così, è bello anche questo, non guardare chi parte”.
Sul collo Stefano ha il piccolo tatuaggio di una forbice. A volte ci passa la mano sopra come per sfregare lo strumento del mestiere, la lampada magica che libera dai limiti sociali dentro cui si è nati. “Noi barbieri cerchiamo sempre di tenere un comportamento che metta il cliente a proprio agio. Farlo sentire a casa, creare un ambiente pulito e accogliente, offrirgli un caffè, fargli una piccola consulenza. Capire chi hai di fronte”. Per Stefano il taglio di capelli è l’ultima cosa del mestiere. “Devi entrare nel cervello del cliente maschio che non ha una conoscenza tecnica per descriverti ciò che vuole, quindi sei tu a dover capire il risultato che desidera ottenere. Noi barbieri siamo il cliente che abbiamo sotto in quel momento. Ci trasformiamo, non siamo mai gli stessi”.
“Non è sempre positivo quando i clienti ti esprimono i loro problemi perché magari uno c’ha già le sue questioni”. Mattia Malta, 30 anni, lavora da un mese in una barberia che ricrea l’immaginario dell’America anni Cinquanta. “A me non me ne frega un cavolo di quello che tu mi stai a dire, però io empatizzo perché la cosa più importante è far sentire il cliente a suo agio. Magari uno ti parla di golf, non capisci niente di golf, invece provi a dirgli di golf fino a sembrarne un esperto. Una “falsità buona” è alla base di questo mestiere”. Fino a poco tempo fa la tendenza era la sfumatura a pelle, ora vanno di moda i mullet, i pixie, gli undercut, i pompadour. “Una volta si è presentato un ragazzo che mi ha chiesto un taglio alla Dragon Ball, gli ho dovuto fare tutti gli spigoli. È andato via tutto contento”. Nella barberia dove lavora Mattia si fanno diversi trattamenti per la barba: “Andiamo dai venti ai cinquanta euro. Il nostro è un barbiere di classe. Adesso va molto la barba sfumata, da zero poi va a crescere sul mento. E poi richiedono tanto anche il trattamento con il panno caldo. Oggi l’uomo si cura molto di più, si cura quasi come una donna, perché il maschio deve apparire sempre anche quello che non è”. Mattia ha tutto il corpo tatuato da quando ha 17 anni. Il suo tatuaggio preferito è la corona di spine intorno all’attaccatura dei capelli: “Come Gesù Cristo. Posso sembrare chissà che cosa, invece sono un bravissimo ragazzo. Quindi, occhio a cosa vogliamo sembrare”.
Fare il barbiere non è semplicemente un lavoro: “Se non ti piace farlo, non lo puoi sostenere perché stai chiuso dentro al negozio tante ore a sentire le storie e le lamentele dei clienti: problemi economici, difficoltà a casa. Infatti, un periodo mi ero stancato di fare questo lavoro. La gente mi trasmetteva negatività, mi confidava cose importanti. Soprattutto in borgata da me, ad Acilia, le storie erano pesanti”. Allora Mattia ha sentito il bisogno di allontanarsi dal suo quartiere: “Ogni giorno faccio un’ora di treno per venire a lavorare a Roma e un’ora per tornare”. E quando torna in borgata lascia pettine e forbice e prende penna e microfono: “Faccio trap. Canto con il mio gruppo, Sporca mafia. I testi li scrivo io, raccontano la mia vita. Non ho avuto un’infanzia proprio bellissima. Mio padre non era presente. E anche mia madre che era sotto antidepressivi. Sono cresciuto per strada io. A 15 anni mi sono salvato: sono entrato in una barberia e ho imparato il mestiere”.
Tutti i barbieri con cui ho parlato hanno iniziato il mestiere quando è iniziata la loro adolescenza, quando è iniziata a cambiare la voce, quando è iniziato il sesso, quando è iniziato il discorso del corpo. Tutti i barbieri con cui ho parlato hanno iniziato il mestiere in quell’età in cui dovevano scappare, saltare una generazione, cercare una strada, entrando in uno spazio dove ci si parlava e confrontava solo tra maschi. Tutti i barbieri con chi ho parlato hanno trovato nella prima barberia della loro vita una scuola di formazione.
Da Mani, un barbiere indiano di 30 anni, i ragazzini chiedono sfumature a pelle, punto luce, mullet colorato. I suoi clienti sono soprattutto italiani. “Vengono anche molti filippini che diventano subito amicissimi e sono super bravi, perché non ti chiedono tante cose”. Se un cliente parla di qualcosa di specifico, Mani poi prende informazioni per la volta seguente. “Ad esempio, se uno lavora in pizzeria, io mi informo altrimenti non so di cosa parlare, cerco anche le parole da usare perché magari in italiano non le conosco”. Un giorno, un cliente gli ha confidato il desiderio di aprire un attività ma di non sapere bene come muoversi: “Io sono andato al Comune per chiedere informazioni così all’appuntamento successivo ho potuto aiutarlo”. A Mani si rivolgono anche ragazzi indiani per chiedere consigli su come aprire una barberia. Con lui da una settimana lavora un ragazzo di vent’anni appena arrivato dall’India: “È molto rischioso questo lavoro: se lui fa un errore, io perdo il cliente e poi si sparge la voce, ma qualcuno gli deve dare fiducia come l’hanno data a me quando ho iniziato”.
“Conosco un barbiere egiziano albino”, dice Remo il barista. Tito, 30 anni, viene da Il Cairo dove ha imparato il mestiere da ragazzino con suo nonno: “Si tagliava solo con le forbici, non avevamo le macchinette”. Da lì è partito per andare a lavorare in Grecia, Spagna, Turchia, Italia. Nella sua barberia a Roma vicino alla cassa è poggiato un corano. Remo che ha la sua attività a fianco dice che i primi tempi Tito restava aperto tutti i giorni: “Adesso seguono il calendario delle nostre festività”. Chiedo a Remo perché lo considera un ragazzo albino: “Come perché?! Mica in Egitto ce stanno ragazzi coll’occhi azzurri e i capelli chiari!”. Da Tito si possono fare anche le sopracciglia col filo arabo. “È un servizio che chiedono soprattutto i ragazzi italiani dai 15 ai 25 anni”. A lui non piace fare domande al cliente, aspetta che sia l’altro a parlare se ne ha voglia: “Se il cliente entra che sta un po’ giù, magari parliamo e passiamo insieme quel momento e poi lui esce col sorriso. Alcuni clienti vengono e dicono: per il taglio fai tu. Alcuni vengono e dicono: mi fai sentire le tue canzoni arabe? Alcuni vengono e mi lasciano un pacco per il vicino”.
Durante la conversazione quando deve dire il mestiere del barbiere Tito nel suo italiano incerto dice sempre: “questo mistero qua”. Ha lavorato in barberie egiziane e italiane e nessuno che gliel’abbia corretto. Nessun cliente o datore di lavoro che gli abbia detto che non si dice mistero. Che il mestiere del barbiere non è un mistero, non lo è l’arte delle forbici, né tantomeno lo è il maschio con i suoi codici, i suoi discorsi, i suoi scambi, il suo apparire tra un mullet, una rasatura a pelle e un panno caldo a coprirgli la faccia.