L’ultimo disco della cantante pop è uno dei più apprezzati di quest’anno. Ricco di riferimenti al rock degli anni ‘80 e ’90, l'album ci dice del talento di Rodrigo nel raccontare i chiaroscuri delle storie d’amore, ma anche della sua capacità di fuggire con acume la morsa delle aspettative.
In you seem pretty sad for a girl so in love, terzo album della cantautrice statunitense Olivia Rodrigo, c’è una canzone, “Begged”, che riassume perfettamente lo status emotivo e sociale di tanti artisti considerati “promesse”, stelle pronte a illuminare il firmamento ma con un futuro da dimostrare: “Nothing’s quite enough when I know that to get it, I begged” (Nulla è abbastanza quando so che per ottenerlo ho dovuto supplicare). Il sentimento di frustrazione, o di una felicità raggiunta intrisa di insoddisfazione, all’interno di una relazione, rapporto frutto di inevitabili compromessi, appartiene anche alla carriera di giovani promesse della scena musicale contemporanea che spesso si ritrovano con l’effimera sensazione di un successo istantaneo, arrivato dopo anni di compromessi, rinunce e traguardi raggiunti in seguito a sacrifici che rendono amaro il sapore di quei risultati.
Olivia Rodrigo, però, con il suo terzo album sembra aver dismesso i panni della promessa del pop punk per indossare quelli dell’artista. E sembra volersi raccontare come una cantautrice in grado di autodeterminarsi e deliberatamente oscillare tra i generi che la rappresentano di più in un dato periodo della sua vita, scevra da ogni aspettativa che i fan o i critici proiettano su di lei. Durante l’intervista a Popcast, il podcast del «New York Times» condotto dal critico Jon Caramanica e dal giornalista Joe Coscarelli, Rodrigo non esita nel definirsi una “fangirl”, una 23enne innamorata delle canzoni, ingrediente per lei imprescindibile per una cantautrice.
Grazie anche al decisivo contributo con il producer Dan Nigro – con cui collabora dai tempi del primo album, Sour, e che ha firmato anche la produzione del nuovo album di Gracie Abrams, Daughter From Hell, un’altra delle uscite più attese dell’estate -, Olivia Rodrigo ha dimostrato grande solidità artistica per una giovane poco più che ventenne. Lo spaziare tra i generi e i riferimenti, come solo una vera fangirl sa fare, trasuda consapevolezza, pur avvenendo in mondi musicali in cui Rodrigo arrivava con grandi aspettative. you seem pretty sad for a girl so in love è l’approdo della cantante californiana nell’universo New Wave e alternative rock, un disco che, pur mantenendo il cantautorato diaristico e identitario con cui Rodrigo si è imposta sulla scena musicale a 17 anni, ha sorpreso tutti coloro che avevano visto in lei soltanto una nuova Taylor Swift oppure, più facilmente una Avril Lavigne 2.0 e da cui, di conseguenza, si aspettavano un altro, l’ennesimo, disco pop-punk.
Tra rumors di antipatie, voci di riverenza nei confronti della più celebre delle colleghe e accuse di omologazione, Rodrigo ha imposto con questo disco il suo cantautorato, che è sì basato sulle sue esperienze del momento – al punto che you seem pretty sad for a girl so in love non doveva nascere come un disco che raccontasse una rottura, ma un album di canzoni d’amore – come è accaduto con Taylor Swift, però con una visione più nel dettaglio che Molly Mary O’Brien ha descritto perfettamente in una recensione su «Pitchfork»: “Esplora i sentimenti più intricati con la “telecamera laparoscopica” della sua scrittura”.
Come scrive la giornalista Amanda Petrusich sul «New Yorker», dopo una pre-adolescenza da attrice bambina e un tuffo nelle acque non sempre sicure del mondo Disney, Rodrigo “ha cominciato a capire come unire le influenze delle controcultura con il suo passato Disney”. Rodrigo, infatti, dopo un’infanzia trascorsa in California, figlia unica di un terapeuta di origini filippine e di un’insegnante, inizia, a soli 13 anni, la sua carriera di attrice adolescente prima interpretando Paige Olvera in Bizaardvark, poi vestendo i panni di Nini Salazar-Roberts in un’altra serie Disney, High School Musical: The Musical – La serie.
Rodrigo, però, invece di optare per la strada sicura del pop mainstream, con precise regole algoritmiche dettate anche dalle dinamiche di TikTok, prima si presenta con Driver’s License, per poi stupire tutti con un disco che contiene riferimenti alla narrazione tipica dei testi di Swift, ma animata da sonorità pop punk. A differenza di altre star Disney, Rodrigo, sembra aver anteposto le sue sonorità e le sue influenze musicali anni ‘80 e ‘90 a una ribellione che, nell’estetica e nei testi, cantanti come Miley Cyrus e Demi Lovato hanno adottato prima di lei per discostarsi dall’invadente passato alla corte di Topolino.
D’altronde anche cantanti come Hilary Duff avevano scelto di allontanarsi dal loro passato di attrici adolescenti gettandosi nel rassicurante pop mainstream: Rodrigo, però, non ha scelto nemmeno quest’altra strada, optando per quella meno battuta, tracciata da girl band come le Bikini Kill o dall’alt-rock dei The Kills. Nonostante in Sour Rodrigo abbia pubblicato canzoni come Brutal, dove si chiede “Where’s my fucking teenage dream?” e che sempre nel corso dell’intervista al Popcast abbia dichiarato, con il suo tradizionale candore, come le sia mancato avere un’infanzia, la sua sperimentazione, con quello che è un background di influenze musicali estremamente eclettico e ampio, l’ha resa subito un’anomalia in un panorama pop dai pattern fin troppo rassicuranti e prevedibili. Il suo cantautorato sembra e continua a sembrare più votato al racconto di un preciso istante della sua vita, intriso della musica che l’ha circondata fin da piccola, invece che il diario quotidiano di una ribellione che magari può anche aver attraversato come le altre colleghe dal passato Disney.
Anche sul lato puramente pratico, Rodrigo si è mossa con grande abilità: quando il suo primo brano All I Want – che faceva parte di High School Musical: The Musical – La serie, dunque era una canzone di uno show Disney- è diventato virale, diverse case discografiche si sono presentate alla corte della giovane cantautrice, Rodrigo ha sfruttato l’autonomia di non essere legata all’etichetta della Disney, la Hollywood Records (quella di Demi Lovato, Miley Cyrus e i Jonas Brothers, per intenderci), scegliendo quella che per lei sembrava essere la soluzione migliore per la sua carriera. Memore (e fan) dell’esperienza di Taylor Swift e simbolo della terza generazione di Disney star – una generazione più consapevole delle trappole che poteva comportare una precoce carriera in tv -, Rodrigo si è assicurata il pieno controllo sui suoi dischi e sulla sua autonomia artistica, cercando di tenere ben separata dalla sua esperienza di attrice da quella di cantautrice. Questo anche per potersi imporre sulla scena musicale come una giovane promessa e non come la ex Disney Star che vuole sfondare anche nel mercato discografico.
Come ha scritto anche il giornalista Joseph Longo in un articolo di «Buzzfeed» di qualche anno fa , è notevole che Rodrigo “sia riuscita, a soli 18 anni, a trovare un’autonomia artistica al di fuori della Disney” quando ancora aveva in corso il contratto per un’altra stagione di High School Musical: The Musical – La serie. Per uscire, dunque, da un destino che sembrava già scritto, Olivia Rodrigo aveva ben in mente “l’archetipo della ragazza Disney” e per questo ha cercato di smarcarsi da un sentiero precostruito creandone uno che si adatte a lei, anche se più incerto.
D’altra parte, come lei stessa ha chiosato saggiamente durante l’intervista con Zane Lowe, realizzata per Apple Music in occasione dell’uscita dell’album: “L’antidoto all’insicurezza è l’esperienza”. E dunque Rodrigo ha raccontato il cronologico sorgere e tramontare di un amore prendendo spunto a piene mani dal suo bagaglio di influenze musicali, provando a fare qualcosa che si discosta dalla promessa rock o pop-punk che, secondo qualcuno, doveva pedissequamente incarnare. Nel disco si trovano riferimenti all’alternative rock anni Novanta, ma a dare l’imprinting decisivo all’album sono le sonorità New Wave in cui riecheggiano brani dei Talking Heads, dei Devo e dei New Order. Nelle ballate, come Less e Honeybee, invece, risuonano le influenze di Tori Amos e Weyes Blood, artiste che la stessa Rodrigo ha inserito tra le fonti ispirazione per l’album.
Un disco per cui Rodrigo rifiuta l’etichetta di concept album, come lei stessa ha dichiarato ancora durante l’intervista al Popcast, prediligendo quella di capsule album, stessa definizione usata dall’amica e collega Gracie Abrams per descrivere il disco come un piccolo scrigno che racchiude l’euforia dell’innamoramento, l’insinuarsi dei dubbi e lo scontro con la cruda realtà: l’amore ti mostra lati di te e del tuo carattere, attraverso un rispecchiarsi continuo nella persona amata, che prima non riuscivi a vedere e che, a ben vedere, non ti piacciono affatto. Come ha dichiarato nella conversazione con Zane Lowe, Rodrigo predilige le canzoni dinamiche, animate da “alti e bassi” molto evidenti e che ben descrivono il saliscendi dell’esperienza amorosa.
L’album, infatti, ha un punto specifico in cui l’ascoltatore percepisce la reazione fisica ed emotiva dell’Olivia Rodrigo ragazza al dolore di un amore che ci fa sentire a terra come non ci saremmo mai aspettati. Nel magistrale duetto con Robert Smith dei The Cure, la cui discografia risuona in ogni traccia del disco, sulle note di What’s wrong with me, Rodrigo sembra gridare che non dobbiamo mai sottovalutare le conseguenze dell’amore, che sono spesso fisiche: non riuscire ad alzarsi dal letto, non poter dormire o mangiare, non riuscire a comunicare con chi ci sta intorno, soprattutto con la persona amata che, in una tragica epifania, si rivela non essere abbastanza per ricucirci. In The Cure così la nuova maturità autoriale di Rodrigo prende il sopravvento in uno struggente brano da quasi 5 minuti – che esalta la sua capacità di vivisezionare i sentimenti in un racconto con cui è molto facile identificarsi – col quale illumina la consapevolezza che non c’è una cura alle ferite che nascondiamo dentro di noi; che nessun amore incondizionato ci distoglierà dal guardarci dentro e scrutare tutto il brutto che pensavamo di aver seppellito sotto la relazione.
Tra una ballata come Begged e un brano tipicamente New Wave come Maggots For Brain, Rodrigo delinea chiaramente il genere di capsule album che vuole realizzare, come ha raccontato durante l’intervista al Tonight Show di Jimmy Fallon: “Adoro la musica rock e nutro una grande venerazione per questo genere; è praticamente l’unica cosa che ascolto, ma credo che, all’inizio, non mi sembrasse particolarmente entusiasmante. Insomma, il rock nel senso tradizionale del termine, con accordi potenti e distorsione, in questo album non c’è”. Quello che invece troviamo nel disco sono i riferimenti che non ti aspetti da una ragazza del 2003, ma che invece ti puoi aspettare da Olivia Rodrigo. Se Maggots for Brain racconta la co-dipendenza dalla persona amata e quel senso di apatia (e di bed rotting, aggiungerei) che si prova quando questa è lontana, la canzone è anche un omaggio alla relazione tra Miranda e Steve, una delle poche coppie di Sex and The City in cui è immediato identificarsi.
Il rapporto tra i due riecheggia esplicitamente nel verso “And everything that’s funny I wish I could tell to him” che fa riferimento a una frase pronunciata dalla stessa Miranda a Steve durante un litigio. Per il testo di Stupid Song, invece, è la stessa Rodrigo a raccontare in numerose interviste di aver tratto ispirazione dal romanzo Passione Semplice di Annie Ernaux, libro autobiografico della scrittrice Premio Nobel, infatti, racconta la storia di un amore non ricambiato tra un uomo sposato e una donna con cui intrattiene una relazione clandestina. Il rapporto amoroso è univoco e consuma la donna ,con tutti i suoi strascichi logoranti,lunghe attese, brevi incontri e agognate telefonate.
La stessa Rodrigo ha messo in musica questo sentimento di un amore che, in quel punto del disco, non è ancora problematico, ma che presenta già diversi sintomi della malattia che presto esploderà in tutti i suoi sintomi. In particolare, nel brano Rodrigo si addentra in quella sensazione di vuoto e di straniamento che il sentimento amoroso ci lascia quando non sappiamo come fare a contenere tutto il bene che proviamo per l’altro che diventa il protagonista principale dei nostri pensieri. Il focus di questo disco, dunque, sembra essere più sull’esperienza dell’Io che su una relazione che finisce e, come scrive Francesco Farabegoli nella sua newsletter Bastonate per Posta, i testi di questo disco raccontano “quello che succede nella testa di una persona all’interno di una storia d’amore, nell’intero arco del suo svolgimento”.
Come spesso accade con il pop diaristico degli ultimi anni, a creare più immedesimazione sono le canzoni dai testi struggenti, per questo Farebegoli sostiene che non sia corretto definire il disco come un breakup album, definizione che impedisce di cogliere a pieno il senso di quelle canzoni che parlano di “estasi e bellezza”, diffuse un po’ in tutte le tracce dell’album.
Nonostante la volontà di raccontare un sentimento così inafferrabile come l’amore, discostandosi, sul fronte tematico, dal pop-punk di Sour e Guts, tutto il movimento alternative e post punk delle Riot Grrrl – incarnato soprattutto da artiste quali Kim Gordon, Debby Harry dei Blondie e Courtney Love – rimane un riferimento imprescindibile per Rodrigo. Questo fenomeno culturale e sociale, nato tra la fine degli anni 80 e gli anni 90, ha visto band come le Runaways, artiste e anche fanzine portare avanti istanze femministe come l’autodeterminazione, la lotta alla misoginia e alle discriminazioni sistemiche operate su base etnica e sociale, in decenni in cui la presenza di artiste e gruppi di artiste era ancora esigua nel panorama musicale internazionale.
Pur non scrivendo testi eminentemente politici, Rodrigo è conscia della sua posizione di privilegio e non ha mai mancato di far sentire la sua voce come nel caso della decisione della Corte Suprema statunitense di abrogare la Roe vs. Wade, la legge che tutelava il diritto all’aborto negli Stati Uniti. Proprio in conseguenza di questa decisione, Rodrigo ha messo a disposizione preservativi e pillole anticoncezionali durante un concerto nel 2024 in Missouri. A differenza di molte sue colleghe altrettanto note – e con decenni di carriera -, ha preso posizione contro il genocidio a Gaza e ha scelto di non partecipare al Met Gala 2026, finanziato quest’anno dal magnate proprietario di Amazon, Jeff Bezos. Insomma, tra la sua musica e la sua figura Olivia Rodrigo sembra volerci dire che la girlhood è uno spettro ampio.
A proposito di girlhood, è impossibile parlare di questo album senza soffermarsi sull’estetica dei videoclip dei singoli che lo hanno anticipato. Con il videoclip di Drop Dead, primo singolo tratto dal disco, Olivia Rodrigo firma una dichiarazione d’amore all’estetica coquette e alla filmografia di Sofia Coppola, in particolare del suo Marie Antoinette, di cui quest’anno ricorrono i vent’anni dall’uscita. La canzone, che parla della fatalità dell’innamoramento, presenta al suo interno il verso “you look like an angel on the wall of Versailles” e dunque perché non tornare sulla scena musicale con un videoclip girato dalla fotografa e regista canadese Petra Collins all’interno del Palazzo di Versailles.
La filmografia di Collins, filtrata attraverso un female gaze peculiare, si traduce in un videoclip che è un salto di qualità autoriale rispetto a quanto fatto in precedenza da Rodrigo: una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che l’album che segue rappresenta nel percorso artistico della cantante. Olivia Rodrigo viene inseguita dalla camera mentre corre e balla dentro le stanze che furono un tempo di Maria Antonietta in un video, girato con una Betacam, che ricalca l’estate quasi vintage dei filmati da karaoke dei primi anni Duemila, come ha ammesso la stessa Collins in un’intervista.
L’estetica coquette del babydoll indossato da Rodrigo ricorda, lo dicevamo, quella della Maria Antonietta di Sofia Coppola dei primi anni Duemila, la prima a mettere al centro della storia della sovrana quell’allure pop, fatta di fiocchi, abiti civettuoli e pettinature massimaliste: tutti elementi di quella girlhood tanto celebrata da Olivia Rodrigo. Sofia Coppola sembra essere la musa ispiratrice anche del concept visivo dell’intero album: nonostante la copertina, con Olivia Rodrigo che si dondola a testa in giù su un’altalena, ricordi un celebre scatto realizzato da Ryan McGinley per la rapper M.I.A nel 2010, il concept visivo di you seem pretty Sad for a girl so in love rimanda a The Virgin Suicides, debutto alla regia di Sofia Coppola.
Olivia Rodrigo infatti viene ritratta accanto a un albero su cui è stato intagliato un cuore che contiene al suo interno il titolo dell’album: la cantante indossa poi con un vestito rosa a fiori ed sdraiata su un prato, proprio come Kirsten Dunst in una scena del celebre film. Anche la coralità che ritroviamo nel videoclip di Stupid Song, con la cantante che si muove circondata e protetta da un gruppo di ballerine, rimanda a quella delle sorelle Lisbon.
Proprio uno degli abiti simbolo dell’estetica coquette, oltre alle calze parigine, i colletti bianchi e gli abiti con motivi floreali, ossia il babydoll, è stato oggetto di una polemica che ha riguardato la cantante 23enne, accusata di infantilizzazione e di sessualizzazione di un abito prettamente per bambine In realtà, il babydoll è un indumento cruciale dell’estetica provocatoria delle riot grrl e anche in questo caso Rodrigo dimostra dunque di essere andata a scuola di punkanni Novanta, quando quello stile era noto anche come “kinderwhore”.
Come sottolinea la giornalista Brittany Spanos su «The Cut», “l’uso del babydoll in quegli anni rappresentava una posizione provocatoria e ironica riguardo lo sfruttamento delle donne e delle ragazze, ribaltando l’idea che questo tipo di lingerie retrò e fanciullesca potesse essere oggetto di feticismo quando indossata da donne forti dai capelli arruffati e dal trucco sbavato.
Le riot grrrl lo indossavano anche le Doc Martens — che Rodrigo ha reso parte integrante del suo brand nel corso degli anni”. Sempre nell’articolo, si ribadisce significato dietro alla scelta di Rodrigo, ricollegandosi al suo passato da Disney star nell’epoca post #Metoo, che è probabilmente stato diverso da quello di Britney Spears o Miley Cyrus, le cui scelte, in fatto, di stile venivano imposte loro probabilmente con il preciso scopo di soddisfare lo sguardo maschile. Rodrigo, invece, ha tutta l’aria di essere “una donna adulta che si riferisce ai trend lanciati da altre donne adulte del presente e del passato”. Sia per quanto riguarda i look, che per quanto riguarda la sua discografia: ciò che emerge dalle interviste di Olivia Rodrigo è la tenacia con cui difende la libertà di autodeterminarsi.
Forse proprio questa testardaggine è intrisa di una paura per il controllo sulle proprie scelte artistiche che forse solo le cantanti ex Disney possono provare a un grado così profondo.
Al di là delle polemiche che riguardano sempre e soltanto le donne e le loro scelte in termini di stile, Rodrigo sembra essere decisa a confermare il suo ruolo di outsider in uno scenario pop piuttosto omologato. Se Addison Rae è più orientata verso il mainstream e la dance di Charli XCX, con un’estetica e una sonorità che, almeno nel suo album di debuto Addison, rimandano molto all’universo di Lana Del Rey, cantanti come Chappell Roan e Sabrina Carpenter seguono l’eredità delle pop star degli anni Zero e Dieci del nuovo millennio.
Quest’ultima, però, aggiunge ai beat di un sentiero pop molto percorso una scrittura intimista e diaristica, dove la propria esperienza di vita diventa universale, una volta che viene condivisa con i fan attraverso le canzoni. Una dinamica che Taylor Swift ha fatto sua prima e meglio di qualsiasi altra popstar del nuovo millennio. Rodrigo, invece, sceglie la via meno battuta,e,pur raccontando ogni disco come una nuova era della sua vita (Swift docet), sperimenta con sonorità e riferimenti musicali così definiti e distanti dalle classifiche odierne, da rendere il suo cantautorato qualcosa di più ricercato della semplice confessione in musica.
La scelta di uscire dalla comfort zone e di affidarsi alla New Wave per raccontare la fragilità dell’amore ai confini tra la post adolescenza e l’età adulta è spiazzante per un’artista del 2003, ma si rivela perfetta per oscillare tra il romanticismo fanciullesco e la ferocia di unaconsapevolezza più adulta.