Ora che Napoli piace a tutti non piace più a me - Lucy

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Gianluca Nativo

Ora che Napoli piace a tutti non piace più a me

11 Settembre 2023

Sono lontani i giorni in cui Napoli era snobbata dai turisti o, peggio, ritenuta pericolosa. La città ora è meta di chiassosi addii al nubilato, tifosi di calcio improvvisati, fotografi dal gusto esotico che indugiano sui panni stesi. Siamo sicuri, però, che questo sia un miglioramento per i napoletani?

Capita sempre più spesso di incappare in comitive chiassose che ruzzolano da un vagone all’altro del Frecciarossa. Sono gruppi di sole donne che indossano accessori corredati da simboli fallici, tutù di tulle e bacchette magiche, o di soli uomini con collane hawaiane, crodini e aperol alla mano che rovesciano alla prima curva stretta.

Sorridono compiaciuti ai viaggiatori curiosi che alzano lo sguardo verso di loro, cercando di capire cosa succede. No, non vanno al Comicon, ma al secondo “auguri alla sposa” e “viva lo sposo” tutto torna. Il peggio arriva quando si inizia a offrire da bere a bordo; qualcuno, già ubriaco, azzarda della musica dal telefono. Il treno più pazzo del mondo ha destinazione Napoli.

L’aria di una festa che sta per arrivare la si percepisce appena scesi dal treno, al primo caffè da prendere nella nuova food hall della stazione. Dopo anni di render poco realistici la piazza ha acquistato un nuovo volto.

Chi abitava a Napoli dieci, quindici anni fa, ancora fa fatica di fronte a tanta efficienza: parcheggi sotterranei, galleria commerciale – sono anche spariti gli orrendi lumaconi colorati di plastica abbarbicati alle scale mobili – e adesso la food hall, un avamposto aeroportuale con corner e banconi prestigiosi: si va da Iginio Massari al McDonald’s. In un angolo del locale, sotto il lucernario progettato da Nervi, un pianoforte è al servizio dei turisti dall’orecchio assoluto pronti a imbroccare le note di O sole mio accompagnate dalla voce di una soprano asiatica di passaggio. I clochard su Corso Novara, il semaforo omicida all’uscita della stazione, la mendicante iettatrice che ti augura solo figli maschi, non si vedono più. 

Le vestali della sposa o i compagni dello sposo, intanto, sono già diretti al centro storico, dopo aver fotografato il cono di luce della stazione metropolitana di Toledo. Una volta disfatti i bagagli, riposato sui letti con la cassapanca del b&b in centro – vecchie case delle nonne messe a frutto dai nipoti che nel frattempo si sono trasferiti nella luccicante Pozzuoli o a Milano – iniziano il tour del food, meglio se porn.

File infinite per accaparrarsi la pizza fritta, a portafogli, la frittatina di pasta, la montanara alla genovese, i più contemporanei si allungheranno alla Pignasecca per una marenna, un panino farcito dal tiktoker del momento Donato di Caprio. Con mollica o senza? Con lo stomaco pieno si prosegue su via Roma, caffè e sfogliatella, nell’impero di Casa Infante, l’asso pigliatutto dei turisti di passaggio. Lì dove è stata creata la Nuvola, il bignè ripieno di ricotta nato per contrastare il successo del Fiocco di Neve di Poppella assurto, non si sa come, a dolce della tradizione, a pari posto con la sfogliatella e i babà.

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Si arriva poi ebbri di cibo a piazza Plebiscito, pronti per abbeverarsi con una limonata a cosce aperte. Di sera ci si trascina ubriachi a bere cocktail annacquati nei baretti improvvisati sui quartieri spagnoli e, a notte fonda, nelle stanze del b&b si riceve all’insaputa della sposa lo spogliarellista, quasi sempre un personal trainer dell’hinterland.

Il giorno dopo non si può rinunciare al mare. Ma Marechiaro e Posillipo sono difficili da raggiungere, gli scogli impervi, si preferiscono allora lidi turistici, sul litorale basso e sabbioso di Miseno, dove aree lounge offrono lettini a baldacchino per smaltire la sbronza del giorno prima. Finita la festa, si ritorna in stazione.

Alla vista dei vicoli illuminati a notte fonda, nel delirio dei festeggiamenti che si spingono fino a Forcella, nel miscuglio di accenti nordici che riecheggia addirittura sui lidi di Varcaturo, non si può che essere felici.

La narrazione è cambiata. Non è vero che una volta messo piede nei quartieri spagnoli si viene sgozzati, è lontano il tempo in cui il turista ingenuo con la reflex al collo se la vedeva strappare via trascinato a forza lungo i Tribunali, niente borseggiatrici qui, nessuno si azzarda a gridare pickpockets! tra la folla. Quanto deve essere emozionante per un adolescente dei Colli Aminei vedersi rappresentato in serie tv che vanno in onda su piattaforme globali? Cosa deve pensare un ragazzino di Scampia alla comparsa di gruppetti di turisti paganti tra le macerie delle Vele? Che c’è di male se nella propria città è festa tutti i giorni? Niente.

Lo sfessato millennial che invece è cresciuto nella città senza ztl e Liberato un po’ ne soffre. Il cambiamento è sempre difficile da digerire. Proprio ora che ci si è abituati ai ritmi del nord o di qualche altra città inospitale europea, Napoli diventa centro dell’attenzione culturale, mediatica, turistica. Si torna a Napoli un po’ diffidenti, col sorriso beffardo di fronte a una nuova pizzeria gourmet, al centro culturale dei quartieri spagnoli, ma quanto è kitsch il nuovo baretto del San Carlo? 

“File infinite per accaparrarsi la pizza fritta, a portafogli, la frittatina di pasta, la montanara alla genovese, i più contemporanei si allungheranno alla Pignasecca per una marenna, un panino farcito dal tiktoker del momento”.

Ci si mette anche la squadra di calcio a istituzionalizzare il miracolo napoletano, vincendo lo scudetto dopo trentatré anni. Tra i palazzi fasciati dai nastri bianco azzurri che sbatacchiano al vento si viene allora a sapere che nelle giornate in cui era in ballo la vittoria in molti, anche non tifosi e non napoletani, (insomma, gente comune) avevano comprato il biglietto della partita definitiva per assistere alla festa, al miracolo, sperando forse nell’apocalisse.

E qui, per quanto si voglia essere aperti al cambiamento, felici di non sentirsi più dire “bella Napoli ma non ci vivrei mai”, chiudendo pure un occhio di fronte ai finti panni stesi lungo via Roma, non si può non trattenere la bile per il fastidio. C’è poco da fare, i napoletani sono e saranno sempre vittima della narrazione che altri hanno costruito su di loro.

Ancora oggi, a cena con persone istruite e settentrionali, se mi lascio sfuggire un dittongo troppo marcato o una gestualità eccessiva, si allargano sorrisi estasiati, felici di vedermi cascare in qualche cliché che mette loro al sicuro. Eccolo qua il napoletano che ci farà sorridere a vita mentre noi ce ne stiamo nella regione col Pil da primo mondo. Eppure, salvo per la cadenza dialettale, mi è stato fatto notare più volte di non possedere minimamente la gioia, l’entusiasmo, l’amore carnale che solo i napoletani sanno avere. E tu, dov’eri quando ha vinto lo scudetto? A casa. Nuova mancanza sbloccata: non essere abbastanza napoletano. 

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Una sera a Milano, la città in cui vivo adesso, sono stato intruppato a un opening di spazio Maiocchi. La mostra era dedicata a un libro di un fotografo inglese, Brett Lloyd. Negli spazi luminosi erano esposte foto di ragazzi seminudi in posa sugli scogli di Marechiaro, bellissimi ritratti col Vesuvio sullo sfondo.

Il brusio dell’evento, la musica che gracchiava dalle casse, art director, designer, studenti di moda, artisti semisconosciuti, micro influencer, tutti in coda per acquistare una copia del libro: un bellissimo manufatto, un librone da esposizione, la copia firmata dall’autore al modico prezzo di quattrocento euro. Il titolo del libro: Napoli, Napoli, Napoli. Ripetuto tre volte perché per l’intensità della città, dice l’autore – che ha scoperto Napoli perché ci è rimasto bloccato mentre aspettava la coincidenza per la costiera amalfitana- una sola non bastava. 

Cos’altro dovrei aggiungere?

Se di colpo si è deciso che Napoli è il posto migliore dove festeggiare l’addio al nubilato, se qualcuno sceglie di sottrarre un biglietto per la partita decisiva a un tifoso del Napoli per il solo gusto di partecipare all’entusiasmo della città eccezionale che però non è la sua, se un fotografo inglese ci si trasferisce sei mesi all’anno per fotografare gli scugnizzi sugli scogli, tocca parlare di appropriazione culturale? Quando la collega di Bergamo ti assicura che adesso i motorini a Napoli hanno solo il brutto vizio di risalire sui marciapiedi ma: “non scippano mica!” viene da chiedersi se non si è già nel multiverso.  

“C’è poco da fare, i napoletani sono e saranno sempre vittima della narrazione che altri hanno costruito su di loro”.

Del resto Napoli è sempre stata città di rendita, distratta. Qui le categorie, le macchiette, hanno origini antiche e hanno sempre trovato scarse resistenze a essere destrutturate. Poco tempo fa “le Figaro” definiva Napoli città da Terzo Mondo, bloccata nei suoi cliché che sono anche il suo fascino. E lì rigurgiti filoborbonici, insurrezioni di intellettuali di spicco, su tutti Maurizio De Giovanni a cui proprio non va giù la stampa francese.

In una recente intervista alla domanda: “ambienterebbe mai un suo romanzo a Parigi?” De Giovanni risponde con garbo, vago “racconto solo le città che conosco meglio”. Ma la giornalista insiste: “e in che cosa Napoli sarebbe più bella di Parigi?” Ed ecco la replica diventata virale “Vede è semplice. Parigi, che è splendida, l’hanno fatta gli uomini; Napoli l’ha fatta Dio.” 

Qualsiasi libro che abbia provato a destrutturare il fenomeno della città più bella del mondo, ad avere uno sguardo critico, è sempre finito male. Dalla cattiveria di Ortese, nel resoconto del litigioso gruppo di intellettuali napoletani del dopoguerra, al più recente reportage di Paolo Mossetti, Appugrundrisse – di cui si è parlato forse troppo poco – che approfondisce il rinascimento della città degli ultimi anni, in particolar modo il problema della turistificazione selvaggia.

Per anni di fronte all’eccezionalità della città, alla condanna delle narrazioni invasive, su tutte i più recenti gomorrismi, si è sempre avuta fame di normalità, di borghesia. Come sono i borghesi napoletani, e soprattutto dove sono? Nel sussidiario mentale di qualsiasi napoletano medio la risposta all’introvabile ceto sociale si trova nella fallimentare rivoluzione del 1799. Come se tutti i problemi dell’attuale classe dirigente provengano da un mancato tentativo rivoluzionario di epoca napoleonica.

A me pare che la città non sia mai stata più piccolo borghese di quanto lo sia adesso. Che qualcosa stava cambiando dovevo capirlo tempo fa, quando con enorme sorpresa ho visto comparire per la prima volta mio padre a piazza San Domenico, nella movida notturna del centro storico. Mentre io nascondevo un pezzo di fumo in tasca, lui girava con il borsello a tracolla alla ricerca di una buona gelateria.

Lo stesso nuovo sindaco è un discreto professore che si fa vedere poco, che a inizio mandato tenta di eliminare i panni stesi tra i vicoli della città e poi sparisce. Niente a che fare con l’istrionico De Magistris, i suoi indimenticabili e problematici video rivolti ad Al Pacino “Ciao Al, io sono un tuo grande fan e come me molti napoletani. In qualità di sindaco di una delle città più belle del mondo ti invito a presentare qui il tuo ultimo capolavoro, Wild Salomé sono ormai un ricordo lontano. 

A essere normalizzato non è il carattere della città e dei suoi abitanti ma il ragionamento colonialista di chi vuole appropriarsi nell’arco di un weekend di una vitalità remota, un paese dei balocchi a poche fermate di treno, addirittura con l’aeroporto in città. “Bellissima Napoli, ma non ci vivrei”.

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La città ha ormai svenduto tutti i suoi misteri, e in cambio ha ricevuto poco e niente. La maggior parte dei servizi latita e l’economia segue ancora logiche di sussistenza. Con il covid la paura che tutto finisse era alta, ma tanto c’è il reddito di cittadinanza. Intanto la sagra di paese continua.

“A essere normalizzato non è il carattere della città e dei suoi abitanti ma il ragionamento colonialista di chi vuole appropriarsi nell’arco di un weekend di una vitalità remota”.

La città disneyana è sotto gli occhi di tutti, si rischia “una seconda Barcellona”. La turistificazione dei centri storici è fenomeno conosciuto, basta passeggiare su via Barberini a Roma per impazzire tra fiumane di turisti con improbabili cappelli che mangiano coni gelato dalle dimensioni epiche e fettuccine Alfredo. Sono altri i luoghi identitari della capitale. Se Napoli è destinata a diventare come Roma si dovranno recuperare allora quartieri periferici, allargarne la dimensione urbana.

Ma qui non siamo ancora pronti per la gentrificazione di Scampia. Anche se i primi turisti giapponesi sono già stati avvistati in posa sotto i murales di Jorit.

Gianluca Nativo

Gianluca Nativo è insegnante e scrittore. Il suo ultimo libro si intitola “Polveri sottili” (Mondadori, 2023).

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