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Mariangela Paone

Pedro Sánchez è l’ultimo leader della sinistra europea

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Mentre con il suo “no alla guerra” guadagna visibilità internazionale tra chi teme l’escalation, in Spagna i sondaggi restano sfavorevoli. Ma la parabola politica di Pedro Sánchez è costellata di sfide impossibili e continui colpi di scena. E ora il premier spagnolo sembra uno dei pochi argini al trumpismo globale.

Quando Pedro Sánchez decise nel 2014 di presentarsi alle primarie per la guida del PSOE, il Partito Socialista Operaio Spagnolo, una formazione ultracenteneria che aveva fatto la storia del Paese, era praticamente uno sconosciuto in Spagna e in pochi credevano che ce l’avrebbe fatta. Aveva 42 anni, era stato consigliere comunale a Madrid e per due volte era diventato deputato come seconda scelta, dopo la rinuncia di altri. Sapeva che l’appellativo “el guapo” era usato per dire che aveva una bella faccia e poco più. Ma Sánchez non si perse d’animo. Salì su un Peugeot 407 e girò il paese, dormendo in casa dei militanti di base. E quelle primarie le vinse, passando dalla quarta alla prima fila della politica nazionale, fino ad arrivare ai primi banchi di quella internazionale. “Ho imparato a sforzarmi fino a quando l’arbitro fischia il finale di partita”, scriveva all’epoca nella sua biografia, ricordando gli anni giovanili da giocatore di basket con il club degli Estudiantes. 

Nei dodici anni passati da allora, gli ultimi otto alla guida del governo, il leader socialdemocratico è stato dato politicamente morto infinite volte. Il pronostico si è sempre rivelato sbagliato. Le elezioni in Spagna dovrebbero essere fra un anno, i sondaggi dicono che se si votasse oggi vincerebbero i conservatori del PP, costretti ad allearsi con l’estrema destra di Vox, ormai terzo partito, e che per i socialisti sarebbe una missione impossibile tornare al potere. Eppure Sánchez ripete che se c’è una cosa che è sicuro di voler fare è ripresentarsi come candidato premier. Nel frattempo, con la maggioranza traballante che ha da sempre, continua a governare e coltiva la politica internazionale sfidando quel vecchio e cinico adagio — “antes Soria que Siria”, prima una provincia interna che un paese straniero —  usato da sempre in Spagna per dire che quello che succede dentro è sempre più importante di quello ciò che accade fuori, che la scena internazionale conta sempre meno di quella nazionale. 

E così, mentre dentro si discute delle elezioni in Castilla y Léon, la terza tornata di un lungo calendario di elezioni regionali dove finora il PSOE ha inanellato sconfitte, il presidente sfodera in campagna quel “no alla guerra” che lo ha riportato sotto i riflettori della stampa di mezzo mondo, nuova icona pop-antifascista contro l’autoritarismo senza regole dell’era Trump. “Quel ‘no’ alla guerra è un ‘sì’ alla pace e un ‘sì’ alle nostre imprese, ai lavoratori, ai lavoratori autonomi e alle nostre campagne. La guerra aumenterà il costo della vita; Feijóo [il leader del PP, Alberto Nuñez] non pagherà il gas e il riscaldamento delle case a Soria, e Abascal [il segretario generale di VOX, Santiago] non pagherà il carburante per i trattori a León”, ha detto il premier in un comizio proprio a Soria, capitale di una provincia interna e spopolata di una regione dove sempre ha governato la destra. Pronunciato da chiunque altro, questo discorso sembrerebbe un azzardo velleitario. Eppure… 

Eppure velleitario poteva sembrare anche decidere, dopo l’attacco iniziato da Stati Uniti e Israele all’Iran, di dichiarare immediatamente, mentre tutti gli altri leader europei balbettavano o tacevano, che il governo spagnolo rifiutava l’azione militare unilaterale. Velleitario poteva sembrare anche che, mentre il PP lo accusava di star isolando il Paese, lui decidesse di rilanciare, all’indomani delle minacce di Trump di un embargo economico contro gli iberici ribelli, con un discorso istituzionale di poco più di 10 minuti che, da quando è stato pronunciato, lo scorso 4 marzo, è diventato la nuova bandiera della resistenza europea all’auge del trumpismo internazionale e dell’estrema destra globale. 

Se vivessimo in un mondo diverso, gran parte di quello che ha detto Sánchez dovrebbe essere ovvio: l’attacco è una violazione del diritto internazionale, la posizione del governo è coerente con quella espressa per l’Ucraina e per Gaza, il rischio di ripetere gli errori dell’Iraq è altissimo. Eppure per modi, tempi e  toni scelti sembra quasi un discorso rivoluzionario, capace di raccogliere quasi 10 milioni di riproduzioni solo su Tik Tok, la rete sociale su cui l’ultradestra ha puntato per conquistare il voto dei più giovani. 

“Alcuni ci accuseranno di essere ingenui, ma ingenuo è pensare che la violenza sia la soluzione. Ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine. O pensare che praticare una sottomissione cieca e servile sia una forma di leadership”. Sono posizioni coerenti con quelle espresse nell’autobiografia  Manual de Resistencia, pubblicata sette anni fa. 

Quando il libro uscì, Sánchez era premier da appena otto mesi e lo era diventato dopo aver vinto, caso unico dopo la fine della dittatura franchista, una mozione di sfiducia contro il governo guidato dal PP di Mariano Rajoy. Una sentenza definitiva aveva condannato il Partido Popular come partecipe a titolo lucrativo di una delle più grandi trame di corruzione della storia moderna del Paese. Sánchez, che in quel momento era quarto nei sondaggi, decise di lanciare la mozione di sfiducia che in Spagna obbliga chi la propone a presentarsi come successore alla guida del Governo. 

Ma per capire la straordinarietà di quella decisione e spiegare il rapporto tra Sánchez e la gestione del potere occorre fare un ulteriore passo indietro. Al momento del voto di quella mozione, il leader del PSOE non era nemmeno deputato. Due anni prima aveva lasciato il suo seggio dopo che un colpo di mano interno, di fronte al suo rifiuto di permettere l’investitura di Rajoy con l’astensione dei deputati del PSOE, lo aveva estromesso dalla guida del partito. Era ottobre del 2016 e molti erano pronti a scrivere il necrologio politico dell’ormai ex segretario generale. In strada, nella calle Ferraz, la sede centrale del PSOE nel centro di Madrid, quel giorno c’erano militanti che piangevano per strada e una sensazione di fine d’epoca. Lo stesso Sánchez annunciò poco dopo con la voce rotta la sua rinuncia al seggio di deputato per non rompere la disciplina di voto del suo partito. 

Dopo aver di nuovo girato il Paese a bordo di un Peugeot 407, dopo aver dormito di nuovo in casa dei militanti di base, si ripresentò e rivinse le primarie del PSOE. Nel giro di poco più di un anno recuperò le redini del partito e arrivò alla Moncloa con la mozione di sfiducia. In Manual de Resistencia racconta tutto questo. E già l’idea di scrivere un libro di memorie pochi mesi dopo esser riuscito a diventare presidente, in modo imprevisto e rocambolesco, dà la misura della personalità del politico spagnolo, tifoso dell’Atlético de Madrid e fan del motto del suo allenatore, Diego El Cholo Simeone: “partido a partido”, giocare una partita alla volta. 

“Non è comune che i leader europei pubblichino le proprie memorie dopo aver assunto la carica di Primo Ministro. Eppure, queste memorie si concludono proprio quando sono stato eletto Primo Ministro. Come tanti aspetti della mia esperienza politica, anche questo è non convenzionale. Chiunque abbia seguito da vicino la politica spagnola negli ultimi cinque anni sa che stiamo vivendo un periodo di straordinari cambiamenti e, pertanto, nulla è più naturale che accettare che pratiche ed eventi cesseranno di essere come un tempo”, scriveva Sánchez nel prologo al libro. Non sono tempi da business as usual, dunque. E nel fondo è lo stesso criterio che ha usato quando il 4 marzo ha deciso di ergersi a “nemesi europea di Trump”, come l’ha definito il «Financial Times». 

Non è stata però la prima volta che Sánchez ha detto no a Donald Trump da quando il multimiliardario è tornato alla Casa Bianca. Lo aveva già fatto al vertice Nato a giugno dello scorso anno, quando, unico tra gli alleati, si era rifiutato – perché “contrario al modello di welfare spagnolo” – di sottoscrivere un aumento delle spese militari fino al 5 per cento del Pil, imposto a base di minacce dal presidente statunitense, ottenendo di fatto un’esenzione per Madrid. Lo aveva fatto indirettamente anche quando, mentre arrivavano da Minneapolis le immagini degli abusi dell’ICE, il braccio armato della politica migratoria di Trump, il governo spagnolo annunciava la più grande regolarizzazione di migranti degli ultimi vent’anni, che permetterà a oltre mezzo milione di persone di avere documenti in regola. 

L’ultima grande regolarizzazione l’aveva approvata un altro socialista, José Luis Rodríguez Zapatero, nel 2005. Era il secondo anno di quella prima legislatura di “ZP”, in cui la Spagna fece un salto enorme in tema di diritti civili: la legge sul matrimonio omosessuale, la legge sull’uguaglianza per garantire una presenza paritaria delle donne nel lavoro e nella vita pubblica, la legge per la memoria storica… Furono gli anni più prosperi del decennio d’oro spagnolo, iniziato con il boom economico sotto il governo del PP e che portò a un aumento dell’immigrazione nel Paese: la Spagna diventò anche  una meta prediletta per migliaia di italiani, giovani e non, in un flusso che da allora, nonostante gli anni duri della Grande Recessione, non si è più fermato. Nell’entusiasmo pro-Sánchez che attraversa oggi una parte della sinistra e del campo progressista italiano è difficile non rivedere le stesse dinamiche di quella prima ondata, quando l’erba del vicino spagnolo sembrava più verde di tutte le altre. Vent’anni dopo, quella parte del mondo politico guarda di nuovo sospirando a un leader spagnolo. 

Un leader alla guida di un governo che ha adottato – come quello di Zapatero, e anche sulla spinta delle forze a sinistra del PSOE, Podemos prima e Sumar poi – un’agenda sociale forte; ha aumentato dal 2018 il salario minimo del 60 per cento; ha dato attuazione alla legge di memoria storica, facendo quello che nessuno si era permesso di fare, esumando il cadavere del dittatore Franco dal Valle de los Caídos; è sceso a patti con gli indipendentisti catalani, per averne i voti ma di fatto disinnescando la crisi territoriale catalana…

Un leader che sa anche che oggi, secondo i sondaggi, perderebbe le elezioni. E che sa che non basteranno le copertine e la popolarità internazionale a spegnere i malumori nel suo partito. Ad aprile inizia il processo di uno dei casi di corruzione in cui sono imputati gli ultimi due ex segretari generali del PSOE nominati da Sánchez, di cui erano stretti collaboratori. A maggio sarà suo fratello a sedere sul banco degli imputati per traffico di influenze, lo stesso reato per cui da ormai due anni e senza risultati è indagata anche la moglie di Sánchez, su cui un giudice istruttore continua a investigare nonostante la procura chieda di archiviare. 

Il giorno di due anni fa in cui si seppe dell’apertura di questa indagine, fu un’altra di quelle occasioni in cui Sánchez si impose sulla scena. Lo fece in un modo totalmente imprevedibile: pubblicò una lettera alla cittadinanza in cui, citando Umberto Eco e la macchina del fango, annunciava che si prendeva una pausa di riflessione per capire “se valesse ancora la pena”, lasciando un’altra memorabile: “Molte volte ci si dimentica che dietro ai politici ci sono persone. E io, e non mi vergogno a dirlo, sono un uomo profondamente innamorato di mia moglie che assiste con impotenza al fango che spargono su di lei, un giorno sì e l’altro pure”. Cinque giorni dopo sciolse la riserva: rimaneva alla guida del governo per “dimostrare al mondo come si difende una democrazia”.

Oggi Sánchez rispolvera il “no a la guerra” che nel 2003 unì la sinistra spagnola dopo l’invasione degli Stati Uniti in Iraq, in quello che fu l’inizio della fine del dominio del PP (che perse poi il governo dopo gli attentati jihadisti dell’11 marzo 2024 a Madrid). Il premier spagnolo sa che su quel “no alla guerra” può ricompattare fronti, che gran parte della popolazione è contro l’intervento degli Stati Uniti e Israele in Iran e che l’adagio “antes Soria que Siria” è stato superato dai tempi. È presto per dire se riuscirà a spuntarla, ma l’obiettivo, mentre l’estrema destra sfiora il 20 per cento e una parte del paese gli è profondamente contro, è quello di sempre: la “remontada”.

Mariangela Paone

Mariangela Paone è una reporter internazionale. Ha sviluppato gran parte della sua carriera in Spagna, dove ha lavorato per il quotidiano  «El País», della cui Scuola di giornalismo è stata docente. Ha collaborato con varie testate internazionali. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia per Add Editore è Sospesa.
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