Comunisti con il rolex, radical chic, figli di papà di sinistra. Da anni la figura del comunista ricco che finge di non esserlo ci ossessiona. Ma quando è nata e come fare a superarla?
Un giorno, durante l’adolescenza, o l’inizio dell’età adulta, una persona scopre di credere nel comunismo. O forse non proprio nel comunismo, ma nel principio da cui viene anche il comunismo: l’universalismo. Leggendo un libro, o partecipando a delle manifestazioni, o a delle attività sociali, si lascia contagiare dall’idea che nel corpo umano sia contenuta una verità: siamo tutte e tutti bisognosi, e l’unico modo giusto di rispondere ai bisogni è immaginare che non ci sia persona inferiore a un’altra.
Per quanto riguarda il nord del Mediterraneo, questo squarcio luminoso – matematico, astratto, solare, cosmico – nella marcescente realtà materiale noi l’abbiamo ricevuto da Socrate, poi da Gesù di Nazaret, poi da San Francesco d’Assisi, poi dall’Illuminismo, poi da Marx. Ogni volta che l’intuizione e il pensiero universalisti si affacciano nella vita di un minuscolo cervello umano, il cranio sembra aprirsi come un melograno maturo e regalare alla vita un profumo completamente diverso.
Quando succede a una persona povera, la sua idea di sé evolve in maniera armonica. Quei bisogni e quegli aneliti che sentiva accedono a un nuovo stadio, dove si affaccia la possibilità di lavorare insieme agli altri per la libertà e la giustizia.
Vivo da tredici anni in un minuscolo quartiere che in piazza ha la sede del suo comitato. Il comitato è informale, si occupa di dare una risposta compatta alle questioni pratiche e politiche che emergono nella zona. Il mio vicino di casa, un bandito scomparso l’anno scorso che mi offriva verdure ripassate quando passavo davanti al suo terrazzo-cortile all’ora di pranzo, li chiamava “il partito”. Il comitato è comunista. Quando ha indetto una raccolta per comprare il lotto di terra della piazzetta in modo da evitare che se lo prendessero i proprietari del ristorante dirimpetto, riducendo la piazza a una macchina da soldi privati, ho visto come è lineare il rapporto con i soldi di chi non li ha o ne ha pochi.
Chi non è povero ma ha comunque sposato l’idea universalista ha un rapporto più complicato col denaro. Chi ne ha ma crede nell’uguaglianza sente l’urgenza di non essere visto come ricco o benestante. Le scelte sono sempre solo due: o ce ne liberiamo, o fingiamo di non averlo.
C’è un versetto del vangelo su cui ho riflettuto sempre, fin da quando l’ho scoperto a catechismo. Prima ho bisogno di dire come capii davvero che esisteva la povertà e che io non ero povero: le suore qualche volta invitavano delle persone che avevano smesso di bucarsi; questi ragazzi con le rughe, sempre magri e preoccupati, umili, ci spiegavano che finire come loro era un rischio da non sottovalutare nemmeno per noi, che stavamo bene, che avevamo tutto. L’eroina mi faceva paura, ma la cosa che più mi colpiva di queste persone era un’altra: io non avevo mai conosciuto persone povere che non fossero filippine o polacche, nel quartiere fascista e perbenista in cui crescevo. Ma da noi quelle persone “di servizio” non risultavano “povere”, ma solo “straniere”. Erano persone con esigenze a noi incomprensibili – per esempio avevano lasciato i figli “nel loro paese”: una soluzione assolutamente fuori dal mondo, aliena. Al catechismo vidi per la prima volta delle persone italiane – quindi, nella logica del mio quartiere, umane – che parlavano quella lingua diversa, più insicura, maldestra. La droga non era il problema. Chi li avrebbe curati dalla povertà?
Il versetto cui accennavo è in Matteo 19:16-30. Un tizio per strada chiede a Gesù cosa deve fare “di buono per ottenere la vita eterna”. Gesù gli risponde di osservare i comandamenti. Ma il tizio è un giovane ricco – anche se lo scopriamo più avanti, lo anticipo qua perché il ragazzo ha un modo da ricco di formulare le domande, un modo che oggi definiamo con la parola inglese “entitled”. Infatti, alla risposta banale di Gesù, il ragazzo domanda petulante: quali comandamenti? E Gesù gli fa l’elenco. Il giovane, in quanto ricco, è abituato a essere molto esigente con tutti, quindi insiste: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?”
A quel ricco che si sente molto buono, Gesù dà la risposta che lo mette spalle al muro: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.
È la stessa cosa che verrà proposta, nei termini della rinuncia a un rapporto integrato e pacifico con la società, e di un attaccamento meno morboso alle sostanze, anche ai giovani comunisti ricchi di varie generazioni, così come, in tanti modi, a chi sceglie di lavorare nella cooperazione, o a chi si sente bene solo in mezzo agli anarchici, o lottando contro la realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità. In generale, è la proposta contenuta in ogni forma di visione universalista e egualitaria della vita. Per lo meno “se vuoi essere perfetto”.
Il versetto che mi perseguita non è la risposta di Gesù (il 21), ma cosa dice il narratore – Matteo – nel 22:
“Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze”.
È una chiusa cosmica che si digerisce molto lentamente. Vuole dire che il nostro bisogno di sopravvivenza ha un rapporto malato con la ricchezza: più abbiamo ricchezza più ci pare rischioso liberarcene. La ricchezza aumenta la nostra insicurezza, la nostra paura.
È così che nasce il tropo del liderino dei movimenti con l’accento da Capalbio e i vestiti stracciati che alla fine dell’estate ha imparato a fare lo skipper; della ragazza con le vocali apertissime sparita in India dopo lo stage nell’agenzia immobiliare – no anzi di real estate – del padre.
Avete presente quella visione paranoica, pynchoniana della controcultura per cui a un certo punto, probabilmente, nelle sezioni di partito e nei gruppi attivisti c’erano più guardie infiltrate che militanti veri? Una visione simile, più comica, più ridicola, è quella che ho incontrato ogni tanto nella vita ritrovandomi a dormire su un materasso sporco ignorando chi fosse il padrone di casa: “Ah tranquillo è la casa di un ricco punkabbestia, possiamo fare come ci pare”.
Come sa chi ci ha incontrati, fare una passeggiata nel lato selvaggio della povertà non ci dà nessuna credibilità davanti a chi non è possidente perché, fintantoché ci teniamo da parte, a volte ben nascosta, la ricchezza, stiamo solo facendo esotismo della povertà e dell’attivismo altrui; siamo liberi di tirarci indietro appena la paura e il desiderio di comodità diventano soverchianti. Se riusciamo a sporcare l’accento, a volte possiamo rimanere infiltrati in questi luoghi bellissimi – esattamente come delle guardie – per anni o decenni, sempre conservando quella sensazione metallica sotto la lingua.
Esistono delle alternative? Una c’è sempre, ed è vendere quello che si possiede, darlo ai poveri e poi seguire l’idea. L’altra è stancarsi col tempo fino a riparare in una visione un po’ meno universalista, un po’ meno perfetta, come quella di centrosinistra, che permetta di non vergognarsi della vacanza costosa o della casa luminosa nella fiducia che la tassazione progressiva realizzi una versione più realistica – e forse per questo, ti dirai, più vera e sincera – delle promesse ingenue o velleitarie – ti dirai – dell’universalismo duro e puro.
Compagne, compagni, cosa dobbiamo pensare davanti a questo problema? L’autocritica è importante, la commedia pure. Nel cinema italiano si è sempre preso in giro l’intellettuale comunista ricco almeno quanto si è preso in giro il piccolo imprenditore qualunquista con una sud-stalgia per i generali greci. Bisogna stare al gioco.
Ma al dunque, qual è il punto?
C’è una figura italiana, un personaggio di questa commedia, di cui si è parlato così tanto, in passato, appunto in situazioni come La terrazza di Ettore Scola, col suo Gassman comunista mondano e depresso, che ormai lo si dà per perfettamente metabolizzato e non ci si riflette più: cosa è stato il ricco comunista nell’Italia della prima repubblica. In quell’Italia in cui Cossiga rivendicava di aver partecipato a Gladio perché c’era il rischio che il paese venisse catturato dai comunisti.
Sul tema del rapporto con i soldi, nei comunisti del Novecento che ho conosciuto, che ancora sono tra noi, ho visto un rapporto con il denaro molto più pragmatico del nostro. Un rapporto molto meno spirituale di quello che ha chi, come noi nati dagli anni Ottanta in poi e un minimo abbienti, venera il denaro sia direttamente – spendendolo ed esibendolo – sia indirettamente, vergognandosene senza riuscire a liberarsene. Forse il motivo sta proprio in quello che diceva Cossiga. Dal punto di vista morale, quei comunisti erano una classe dirigente ombra, proiettata nel futuro: una rete, una coreografia che era una iperstizione dal futuro comunista pienamente realizzato.
Un po’ li idealizzo, mi faccio la tara da solo. Forse la cosa più importante che ho imparato per osmosi da questi vecchi comunisti è che il materialismo storico è un modo di sentire, quasi una forma di meditazione. Non puoi passare la vita a vergognarti dei tuoi soldi. È una distrazione. Le paturnie sulla propria ricchezza che non si riesce ad abbandonare sono forme di attaccamento alla robba molto più forti del fascino che dà una Lamborghini al paninaro invecchiato affittando monolocali nel centro storico. Il vecchio comunista ricco sopporta la propria ricchezza irrinunciabile non degnandosi nemmeno di parlarne. In questo trascende la morale da catechismo.
A destra – e al governo – oggi abbiamo persone che sono state educate dalle opere di Julius Evola, che nel suo appartamento a Corso Vittorio insegnava ai giovani fascisti del secondo dopoguerra a sentirsi una classe di guerrieri, un’aristocrazia dell’onore e della fedeltà.
Preferisco mille volte un comunista ricco, anche uno un po’ vanitoso e depresso, magari interpretato da Vittorio Gassmann. Tutto è meglio di un ricco fascista a cui non sembra ci sia nulla di strano nell’essere così ricco – perché l’onore fa di lui un membro della casta guerriera – mentre i borgatari ex eroinomani vanno al catechismo dei suoi figli – gratis – a spiegargli che l’eroina fa male.
Naturalmente questo è solo un discorso passatista. Come gli ultimi anni d’inflazione stanno dimostrando al mio conto in banca, l’erosione del ceto medio è una cosa vera, e molti di noi che si sentivano oppressi dal problema di essere ricchi, tra poco non avranno più quel problema, e potranno unirsi ai movimenti senza più vergogna.