Oggi negli Stati Uniti basta poco per essere uccisi pretestuosamente dalle forze di polizia, come è successo a Minneapolis a Renee Nicole Good. Ma la militarizzazione progressiva del quotidiano e l’impunità con cui la violenza istituzionale viene perpetrata deve allarmarci tutti e portarci a reagire.
Il 7 gennaio 2026 l’ICE, ossia lo United States Immigration and Customs Enforcement ha sparato e ucciso Renee Nicole Good, una 37enne americana, madre di tre figli, a bordo della sua auto.
Il poliziotto che ha sparato ha dichiarato di aver agito per legittima difesa perché, secondo la loro ricostruzione dei fatti, la donna avrebbe cercato di investirli. La CNN ha raccolto dei video girati sul luogo del fatto, che offrono una ricostruzione più precisa della dinamica dell’incidente, evidenziando anche le posizioni dei tre agenti e le mosse dell’auto, che rivelano uno scenario molto differente rispetto alle ricostruzioni dell’ICE. Un’ulteriore analisi la propone il «New York Times». Grazie a video che immortalano l’accaduto da diverse angolazioni, vediamo l’agente responsabile della morte di Good camminare attorno all’auto, riprendere la scena con lo smartphone e poi scomparire dall’inquadratura. Nelle immagini, altri agenti arrivano e ordinano alla conducente di uscire dal veicolo. Uno di loro afferra la maniglia della portiera e allunga il braccio all’interno. Il SUV fa retromarcia, poi svolta a destra, apparentemente nel tentativo di allontanarsi. Nello stesso momento, l’agente che stava filmando si sposta verso sinistra rispetto al veicolo ed estrae l’arma. Apre il fuoco contro l’automobilista e continua a sparare mentre l’auto gli passa accanto. Nell’istante in cui l’agente spara, si trova qui, alla sinistra del SUV, e le ruote del veicolo sono orientate verso destra, cioè in direzione contraria rispetto all’agente. Questo sembra entrare in conflitto con le affermazioni secondo cui il SUV stesse speronando o stesse per speronare l’agente. Gli agenti federali presenti non sembrano affrettarsi a prestare cure mediche d’emergenza, anzi. Alla fine, l’agente che ha sparato all’automobilista si avvicina al veicolo. Pochi secondi dopo, si gira e dice ai colleghi di chiamare il 911. Gli agenti bloccano diversi passanti che tentano di prestare soccorso, compreso uno che si identifica come medico. I soccorsi arriveranno dopo 15 minuti, troppo tardi.
Dalle prime dichiarazioni, pare che la donna non fosse per nulla minacciosa o aggressiva e in nessun modo avrebbe causato l’escalation ritenuta determinante per gli spari. Non a caso la senatrice Tina Smith ha detto che Renee Nicole Good era la moglie di un leader del movimento a difesa dei migranti, e la deputata democratica Ilhan Omar l’ha invece descritta come “un’osservatrice legale” delle operazioni dell’ICE.
Il suo presunto – l’ex marito ha dichiarato di non averla mai vista partecipare a una manifestazione, descrivendola come una cristiana devota – attivismo rispetto alle operazioni di polizia diventa, nelle parole dei senatori repubblicani, la ragione della reazione spropositata della polizia. Le indagini sono ancora in corso, ma a Minneapolis (e nel resto del paese) stanno montando le proteste nei confronti della spregiudicatezza e dell’abuso della forza dell’ICE.
Nel febbraio 2025 Trump aveva annunciato l’intenzione di invocare la Alien Enemies Act del 1798 per facilitare la rimozione di immigrati sospettati di affiliazione a organizzazioni criminali, riducendo le garanzie procedurali previste dalla legge. Le operazioni di deportazione sono state significativamente potenziate, con un incremento degli arresti da parte dell’ICE per raggiungere l’obiettivo di oltre mille al giorno. La violenza ICE è nota a tutti, anche se ancora forse poco raccontata fuori dagli Stati Uniti, e ha scatenato fortissime proteste. Mamdani ha fatto del contrasto all’ICE uno dei temi principali della sua campagna elettorale a New York. Poco dopo aver vinto le elezioni, ha pubblicato questo video per informare i newyorchesi dei loro diritti e aiutarli a proteggersi di fronte agli agenti per l’immigrazione. Agenti che operano ormai comunemente con il volto coperto e senza segni visibili di identificazione, aggravando i tratti illiberali e irresponsabili di queste deportazioni di massa. La natura indefinita e generalizzata di queste pratiche è incompatibile con gli obblighi che gli Stati Uniti hanno nel garantire che gli abusi delle forze dell’ordine siano oggetto di indagine e comportino forme di accountability.
Molte delle operazioni prendono di mira luoghi in cui le persone latinoamericane lavorano, fanno acquisti, mangiano e vivono. Gli agenti hanno sequestrato persone nei tribunali e durante appuntamenti regolarmente programmati con le autorità per l’immigrazione, nonché in luoghi di culto, scuole e altri luoghi pubblici dove la presenza di uomini armati è, in assenza di una reale minaccia, quantomeno incongrua. Molte di queste retate sono state caratterizzate dall’uso improvviso e immotivato della forza. In molte comunità di migranti è forte la paura. Negli ultimi mesi, i mezzi di informazione hanno riferito di individui che, fingendosi agenti federali, hanno rapito, aggredito sessualmente ed estorto denaro alle loro vittime, sfruttando il timore legato all’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Ciò dimostra come i confini tra criminali e forze dell’ordine possano diventare sottili quando gli stessi agenti federali non sono identificabili, ha sottolineato Human Rights Watch. Diversi stati oggi stanno correndo ai ripari per limitare la possibilità di nascondere la propria identità agli agenti delle forze dell’ordine.
Ci sono tratti di continuità e un grande elemento di novità in quanto è accaduto. Minneapolis non è una città neutra però rispetto a ingiustizie di questo tipo. Il Minnesota entrò nell’Unione nel 1858 come Stato libero. La schiavitù era formalmente proibita e, allo scoppio della Guerra Civile Americana, il Minnesota si schierò subito con l’Unione: fu il primo Stato a offrire truppe a Lincoln. Minneapolis, città giovane e in rapida crescita industriale, si allineò a questa posizione senza ambiguità. Il Minnesota ha una storia antischiavista, e forse anche per questo, la città ha sempre avuto una comunità politica attiva e accesa.
Tra gli ultimi e più noti eventi che hanno visto una larga mobilitazione, va richiamato un precedente pesante di police brutality avvenuto a pochi isolati da dove è stata uccisa Good. La morte di George Floyd è avvenuta il 25 maggio 2020 proprio a Minneapolis. Floyd, un uomo afroamericano di quarantasei anni, era stato arrestato per presunto uso di denaro falso. L’agente di polizia Derek Chauvin è rimasto inginocchiato sul suo collo per circa nove minuti, ignorando le suppliche di Floyd che diceva di non riuscire a respirare. L’incidente è stato filmato da un passante e si è rapidamente diffuso ovunque. Chauvin è stato condannato per omicidio colposo nel 2021. La morte di George Floyd ha rappresentato un punto di svolta cruciale nel dibattito sulla violenza della polizia.
Tale precedente ha guastato da tempo i rapporti tra l’amministrazione Trump e il governo federale dello stato del Minnesota. Nelle ultime settimane si sono acuite le forme di conflittualità. “Questa è la conseguenza diretta dei continui attacchi e della demonizzazione dei nostri agenti da parte di politici delle ‘città santuario’ che alimentano e incoraggiano assalti dilaganti contro le forze dell’ordine», ha dichiarato Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna.
Nelle scorse settimane il clima si era molto alterato, anche a fronte dell’intensificazione delle operazioni ICE nello Stato, portando talvolta a scontri con i residenti. Come ha riportato il «New York Times», tali operazioni hanno cambiato la scala di grandezza questa settimana, quando il governo federale ha annunciato il dispiegamento di circa 2.000 agenti nell’area di Minneapolis in quella che ha definito “la più grande operazione mai condotta”. La mobilitazione è stata giustificata per reprimere le frodi e scovare gli immigrati irregolari, all’interno della campagna politica locale in cui il governatore democratico Walz si era ricandidato per il terzo mandato (per poi ritirarsi).
Sia il sindaco di Minneapolis Frey sia Walz hanno invitato i manifestanti a rimanere pacifici, affermando di ritenere che il governo federale stesse cercando un pretesto per dispiegare l’esercito nelle strade del Minnesota. “Non abboccate”, ha detto Walz. “Non permettete loro di dispiegare truppe federali qui. Non permettete che invochino l’Insurrection Act. Non permettete che dichiarino la legge marziale”.
Anche se la ricostruzione ufficiale dovesse mutare, c’è un elemento di novità nell’omicidio di Good che è destinato a rimanere politicamente rilevante. Renee Nicole Good non sarebbe stata mai oggetto della violenza dell’ICE se non avesse protestato, o se i suoi movimenti con l’auto non fossero stati intesi come un tentativo di rallentare le operazioni di polizia. O forse lo sarebbe stata all’interno del nuovo clima politico. Fino ad oggi, nelle dinamiche del conflitto, Good era una cittadina americana, protetta – nella logica ordinaria dell’apparato – dal white privilege che tende a funzionare come schermo contro la violenza istituzionale. Nella logica di ICE, ha agito da “alleata”, o quantomeno così è stato interpretato dagli agenti il suo comportamento. Persino un intervento tenue, peaceful, come è stato descritto dai testimoni, vale oggi come dissenso e sospende le forme di immunità che erano state vigenti per i cittadini, o meglio, per i cittadini bianchi. L’alleanza per i diritti, il lottare per i diritti che non sono i tuoi ma ti riguardano in quanto parte di una comunità diventa una ragione sufficiente per essere un potenziale nemico, e quindi potenziale bersaglio, o almeno sembra questa la logica che emerge dalla dinamica dell’incidente, e dagli argomenti giustificativi necessari ad avallare la legittima difesa nelle parole dei fautori dell’ICE. La categoria dell’esclusione, negli Stati Uniti come in Italia dopo il recente DL Sicurezza, si estende sempre più non solo ai soggetti ritenuti problematici (migranti, folli, devianti, tossicodipendenti, ossia tutti i bersagli della seconda presidenza Trump) e da sempre in qualche modo sacrificabili come vittime della violenza istituzionale, ma anche a chi manifesta il proprio dissenso, o ancora, chi non supporta apertamente le linee presidenziali e il lavoro delle forze dell’ordine. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato che l’agente dell’ICE che ha sparato “ha usato il proprio potere in modo sconsiderato, con il risultato che una persona è stata uccisa”. Il sindaco ha anche criticato la presenza dell’ICE in città dicendo che quegli agenti “non sono qui per garantire la sicurezza”, che quello che stanno facendo “non serve a proteggere l’America”, che stanno anzi “seminando il caos nelle strade” e che stanno “in questo caso, letteralmente uccidendo delle persone”.
L’idea della polizia come presidio neutro di mantenimento della pace sociale è una costruzione ideologica che regge perché rafforza il monopolio statale della violenza e normalizza la diseguaglianza come “prezzo dell’ordine”, ma non è così, soprattutto se il potere dato dal monopolio legittimo della violenza, viene usato in modo sconsiderato: sconsiderato perché sproporzionato e sconsiderato perché discrezionale. Mark Neocleous, professore di teoria critica e critica dell’economia politica alla Brunel University, ricorda che “la polizia non nasce per combattere il crimine, bensì per fabbricare ordine”. Per Neocleous la polizia è una delle forme possibili di amministrazione di welfare, di regolazione sanitaria, di controllo migratorio, di produzione di categorie, di etichettamento. A simili conclusioni giunge anche Ben Brucato: “Race and police were created in tandem to resolve the same political-economic crises”, il concetto di “razza” e la polizia sono stati creati di pari passo per risolvere le stesse crisi politico economiche, ci dice l’autore di Race and police. The origins of our peculiar institutions. Per Brucato questa fase primitiva non è stata superata nel corso della storia perché il diritto alla violenza diffusa tra i bianchi e da essi amministrata è stato ciò che ha fatto della polizia un’istituzione peculiare, ossia un’istituzione che rafforza la continuità esistente tra la schiavitù, la successiva segregrazione, il carcere e il confine. Tale visione implica che riformare la polizia senza affrontarne la matrice razziale e capitalistica sia un’illusione. Il mito della polizia come barriera tra civiltà e caos ignora che proprio l’ordine sociale che protegge è un ordine costruito sulla violenza di espropriazione delle terre, sul disciplinamento, sulle forme di confinamento e sulle pratiche di normalizzazione. Rinnovare quel mandato iniziale ci permette, oggi, di meglio comprendere le forme di continuità della nuova amministrazione Trump e i suoi obiettivi interni ed esterni. Se dal punto di vista interno il paradigma del controllo di confine è diventato l’equazione immigrants = drugs = crime, rinnovando in una versione distopica la War on Drugs e la War on Crime reaganiane, simile dinamica si vede anche fuori dai confini statunitensi. Basti pensare all’operazione “poliziesca” (nelle sue definizioni) compiuta nei confronti di Maduro in Venezuela, o nell’urgenza coloniale di “comprare” la Groenlandia, o ancora nei tentativi di disporre di territori altri, le minacce a Cuba, alla Colombia.
Per queste ragioni quello che è accaduto a Minneapolis ci riguarda, perché nella drammaticità dell’evento smaschera le forme di continuità della violenza e le sue crescenti e illiberali possibilità di estensione. Il principio di esclusione e di separazione che portano avanti le istituzioni del controllo (il carcere, il confine, la polizia) può essere ampliato ed esteso a tutti i potenziali nemici, ossia a tutti noi. Quale strategie rimangono? Il riformismo non è una strada percorribile perché non altera la natura intrinseca di queste istituzioni, che come scrivevano già nel 1968 i coniugi Basaglia, sono per loro natura “istituzioni della violenza”. Servono perciò strategie di de-istituzionalizzazione radicale e di pratiche politiche collettive capaci di decostruire proprio la cultura della violenza che alimenta tali istituzioni.
L’abolizionismo, quindi, non deve essere interpretato come tecnologia di smantellamento, bensì come il necessario rovesciamento di un sistema di dominio. Parlare di abolizione della polizia non significa quindi immaginare un vuoto, ma aprire spazi di giustizia comunitaria e di risoluzione dei conflitti che non passino per la militarizzazione del quotidiano, in cui a una mamma di 37 anni può succedere di non poter tornare a casa dai propri figli perché si trova sulla strada sbagliata. Perché la militarizzazione del quotidiano significa che tutti possiamo essere nemici, e che è la discrezionalità di chi ha la pistola a determinarlo e sta a noi trovare forme culturali, politiche e materiali per disarmarlo.