Dalla contaminazione storica da cromo esavalente ai Pfas trovati nel sangue dei residenti, il polo chimico di Spinetta Marengo è al centro di un nuovo processo per disastro ambientale. Mentre azienda, Ministero e istituzioni offrono risarcimenti economici (che in molti accettano), una parte della comunità rifiuta gli accordi e chiede lo stop alle emissioni. Intanto, la giustizia sembra procedere più lentamente dell’inquinamento.
Arrivando a Spinetta Marengo in Provincia di Alessandria, non diresti mai possa trattarsi di una zona pericolosa per la salute. Si potrebbe avere qualche timore quando è investito da banchi di nebbia tanto fitti che risulta complicato anche guardarsi le scarpe, sebbene certi anziani del paese dicano che non è più fitta come una volta. Nelle giornate di sole pare una cittadina come le altre, se non fosse per i camini argentati dello stabilimento, e il rumore bianco in sottofondo del polo chimico.
A Spinetta l’industria chimica è arrivata quasi un secolo fa, per via dell’abbondanza d’acqua, che serve in gran quantità per i processi produttivi. Da allora il paese si è sviluppato insieme allo stabilimento, e viceversa. Cromo, cromati, bicromati, ma anche insetticidi, come il DDT, al centro della produzione del polo di Spinetta fino almeno agli anni 80, quando la chimica pesante e altamente inquinante fu sostituita da quella del fluoro; dedicata allo sviluppo di nuovi tipi di plastica. Il primo processo per inquinamento risale al 2008 quando la zona limitrofa dello stabilimento si scoprì essere contaminata da cromo esavalente, un cancerogeno. L’attuale proprietaria dello stabilimento, la multinazionale belga della chimica Solvay, ora Syensqo, accusò la precedente proprietaria, l’italiana Montedison, per la contaminazione. Volarono stracci. Il processo, finito nel 2019, riconobbe la contaminazione storica del luogo, e condannò entrambe per disastro ambientale.
Cinque anni più tardi si scoprì che l’acquedotto del Comune di Montecastello, un paesino a quasi 20 km dalla ex Solvay, era contaminato da una sostanza chimica prodotta esclusivamente a Spinetta. Ne nacque un secondo processo – le cui indagini si sono concluse nel 2023 – che vede tra gli imputati l’attuale proprietà, per disastro ambientale e omessa bonifica. Nel frattempo è emerso come questi composti chimici, chiamati Pfas, siano presenti in alcuni vegetali, negli animali da allevamento, nelle uova. Ultimo in ordine di tempo il biomonitoraggio sulla popolazione residente, condotto da Regione Piemonte, che ha riscontrato tracce di Pfas nel sangue in tutti i campioni analizzati.
L’ultima udienza del processo, prevista per il giugno scorso, è stata rinviata a questo marzo per via delle trattative in corso tra l’azienda e il Ministero dell’Ambiente, che dovrà decidere se costituirsi parte civile, una scelta che può influenzare l’intero processo. Durante questi mesi di stallo, l’azienda ha incaricato l’avvocato Guido Carlo Alleva, tra i difensori della famiglia Schmidheiny nel processo Eternit, di avviare una trattativa con le oltre duecento parti civili, molte delle quali hanno poi accettato un accordo economico.
Tra di loro tanti privati cittadini, ma anche associazioni ambientaliste e istituzioni, come il Comune di Montecastello, che ha accettato un’ammenda di 100 mila euro a fronte della perdita della principale fonte d’acqua cittadina. La cifra servirà a coprire l’allacciamento del Comune a un altro acquedotto, non contaminato.
“Non ho accettato perché ho la merda nel sangue” dice Federico Taverna dalla veranda di casa sua a Spinetta, mentre dirimpetto sferraglia il regionale per Torino. L’anno scorso ha partecipato al biomonitoraggio della Regione, da cui è emerso che la concentrazione di Pfas nel suo sangue è molto alta. Insieme a lui c’è Viola Cereda. Entrambi fanno parte del Comitato Stop Solvay e sono parte civile nel processo. Lo scorso novembre hanno rifiutato l’ultima offerta da parte del legale dell’azienda, poco più di settemila euro a testa.
“Cosa dovrei fare? Morire in silenzio, con settemila euro in più sul conto? In confronto ai miei nonni morti, ai parenti morti o malati, o con problemi alla tiroide e ormonali? È un contentino che l’azienda ci offre per dire adesso state zitti?”.
Ad aver accettato la proposta economica è stato invece il Comune di Alessandria, che aveva citato l’azienda per danno d’immagine. In questo caso la ex Solvay ha pagato 100 mila euro, e parte di questa somma è stata destinata alla manutenzione e alla riqualificazione dei cimiteri cittadini.
“È avvilente” sbotta Viola Cereda. “Non solo l’accordo costituisce un precedente pericoloso nel caso un giorno l’istituzione voglia imporre una bonifica, ma il Comune usa i soldi che ha ricevuto per seppellire meglio chi qui continua ad ammalarsi”. Oltre a sé, Viola rappresenta il padre, costituitosi parte civile all’inizio del processo e venuto a mancare lo scorso anno, dopo una lunga malattia.
Il biomonitoraggio ha dimostrato che il Pfas più diffuso nel sangue della popolazione residente è l’ADV, un Pfas inventato in Italia la cui produzione e utilizzo degli ultimi quarant’anni sono stati condonati. E per cui è stata prevista una deroga ad hoc nel recepimento della nuova direttiva acque europea, che impone standard più restrittivi nell’acqua potabile. Per lo stesso tipo di contaminazione lo Stato del New Jersey nel 2023 ha ottenuto in soli quattro anni una piena bonifica dello stabilimento da cui il composto era stato diffuso e un’ammenda di quasi 400 milioni di dollari.
Vale la pena ricordarlo: l’esposizione a questi composti – in alcuni casi acclaratamente cancerogeni, come il Pfoa usato nel polo chimico di Spinetta fino a 12 tonnellate l’anno per almeno trent’anni – è associata allo sviluppo di tumori, problemi di fertilità e malformazioni neurologiche in bambini. Parliamo di inquinanti che vengono definiti eterni perché permangono nel corpo per anni e nell’ambiente per secoli.
“Prima ancora di avere la proposta avevo già deciso di no” dice Viola. “Era mancato da poco mio papà e per me era, non so come dire, era proprio un dovere. Ma ad un certo punto ci dovrebbe anche essere un risarcimento per tutti quelli che hanno perso dei familiari o che si sono ammalati e che hanno dovuto farsi carico delle cure, credo fermamente in una giustizia collettiva che riconosca le conseguenze che l’inquinamento ha comportato sulle persone”.
“Che cosa mi aspetto a livello ideale? Che la bonifica avvenga, ma sia fatta attraverso l’interruzione della produzione. Onestamente sono un po’ spaventata però, molte parti civili hanno accettato, Ministero, Regione e ex Solvay stanno trattando. Se dovessero trovare un accordo il processo si sgonfierebbe. E la questione rimarrebbe silente per magari altri dieci anni. E poi? L’azienda potrebbe benissimo andarsene dove i limiti ambientali sono minimi”, così come è successo alla Miteni di Trissino. Smontata pezzo, pezzo e rimontata così com’era in India. Lasciando tutto com’è.
Riccardo Ferri ha gli occhiali da sole e la faccia bianca di chi non sa più cosa sia il sole, quando mi saluta sulla soglia di casa sua in via Genova, poco distante il polo chimico. Anche lui si è costituito parte civile, nonostante per molto tempo non si sia interessato della questione. Finché negli ultimi anni ha preso parte a tutte le analisi del sangue svolte, l’ultima quella di Regione Piemonte.
“Cosa mi hanno trovato? Ho più o meno 39 microgrammi per litro dei vecchi Pfas storici, il Pfoa e il Pfos e 26 microgrammi per litro solo di Adv. Tutte le analisi sono congruenti, e il dato è confermato per tre volte”.
“Non dovrei più essere più esposto a questi Pfas, perché ho raggiunto e superato la soglia per cui è probabile un rischio maggiore di ammalarmi di determinate malattie. Non lo dico io, lo dicono studi scientifici”. A novembre ha rifiutato l’ultima proposta di risarcimento offerta dall’azienda. Quanto? Poco più di tremila euro. “Non è una questione di poco o tanto, non mi sembra una proposta seria. Quello che voglio è lo stop alle emissioni, all’inquinamento”.
“I medici dell’ASL qua a Spinetta ci hanno detto di contattare i nostri medici di base” racconta Riccardo. “Per quelli che come me hanno nel sangue una concentrazione maggiore di 20 microgrammi/litro dei 7 Pfas storici è previsto un protocollo sanitario particolare, con degli esami aggiuntivi. Doveva partire a novembre, in autunno, non è ancora partito, come sempre stiamo aspettando”.
“Non è un disastro immediato, come una bomba che esplode, qualcosa che fa rumore o comunque ti mette in allarme” continua Riccardo con alle spalle lo stabilimento. “Qui il pericolo è a rate, è nel tempo, e forse è anche per questo che le persone si guardano intorno ed è tutto tranquillo. Pianura a perdita d’occhio”.
C’è solo un piccolo dettaglio che salta all’occhio. Una di quelle cose che non si notano immediatamente, ma che una volta viste, non si riesce più a non farci caso: due grandi colline brulle, inusuali in un territorio di pianura, svettano parallele al lato ovest dello stabilimento. Sono rifiuti tossici storici accatastati negli anni.
Sulla via del ritorno recupero una vecchia intervista del 2021 al padre di Viola Cereda. Si parlava del fatto che comprendere i danni dell’inquinamento non fosse scontato per le persone di Spinetta. Queste cose infatti non si vedono e non si sentono. Non è più come quando qui si facevano pesticidi o bicromati, che alzavano nubi marroni e puzzolenti nell’aria, corrodendo le grondaie, sciogliendo le calze di nylon. Non c’è più puzza. La gente non sa cosa facciano nel polo chimico, parli di Pfas e nessuno ha idea di cosa siano. La sensazione è che la gente non ci creda perché non la vede. “Sono in molti a dire: il mio amico c’ha lavorato tutta la vita, mai stato male, mio nonno è morto che aveva 90 anni. Poi però gli chiedi se conoscono qualcuno che si sia ammalato e parte la lista”.