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Tommaso Giartosio

Perdersi nelle selve di alberi genealogici

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Strumenti appassionanti e fondamentali per districarci in alcuni dei migliori romanzi, ci danno l'illusione che la realtà possa ricondursi a uno schema esatto in cui tutto torna quando, invece, tutto sembra biforcarsi.

Da decenni, quando leggo un romanzo, disegno nei risguardi o nel frontespizio uno schema dei rapporti di parentela. Un bell’albero genealogico, chiaro e completo. Inizio a tracciarlo quando ho letto qualche decina di pagine e mi sono fatto un’idea dei personaggi principali e delle linee di sviluppo della trama, così da poter distribuire i nomi sul foglio nel modo più efficace: un solo nucleo compatto (Gli indifferenti), oppure due nuclei collegati (Casa Howard), o ancora molti nuclei che s’intrecciano (I Malavoglia). Lo so, questo è il residuo di una formazione universitaria sotto lo sguardo severo dello strutturalismo. Ma mi serve a farmi (letteralmente) un quadro dell’opera, una sua carta d’identità, soprattutto se dovrò parlarne o scriverne. 

Rivendico comunque per questa pratica un carattere non meccanico, una sua misurata intelligenza. Non è solo un diario di lettura ma anche un modo per anticipare il non letto, perché devo fare attenzione a lasciare spazio libero per le future propaggini: gli incontri, i matrimoni, i figli. Tento di prevederli. Faccio ipotesi, interpreto indizi. Ma può accadere che l’eterno scapolo, a sorpresa, sforni con tre mogli diverse sei o sette bambini, che finiscono tutti accalcati in un angolo come giocando a sardina (e lì, una volta cresciuti, potrebbero avere la mala idea di prolificare); mentre la figlia bellissima e passionale rimane a accudire gli anziani genitori nella vasta distesa bianca del resto della pagina. Per non dire del caso in cui, a un parente rannicchiato all’estrema sinistra del foglio, salta il grillo di fidanzarsi con una parente rintanata all’estrema destra! Ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, vogliono maritarsi, e non pensano ad altro. Capita di dover prendere decisioni drammatiche: invadere la pagina accanto; aggiungere riquadri e frecce; ruotare il libro di novanta gradi. 

Quando i personaggi sono tre o quattro, o due, o uno soltanto, non disegno lo schema. Però sento un filo di pena per questa comunità minimale: anche se il libro è un capolavoro come Le affinità elettive o La metamorfosi, e il suo equilibrio è perfetto così. Se poi la trama si rivela tragica, mi sembra che dipenda anche da questa decrescita infelice. 

Il fatto è che conosco e patisco, come tanti, la claustrofobia domestica. Mi è sempre rimasta impressa la frase con cui Primo Levi descrive un suo personaggio particolarmente conformista: “si barrica nei week-end come i pionieri nei fortini”. Ci vedo un rappresentante tipico della famiglia nucleare media, quella delle pubblicità: due adulti due bambini, due maschi due femmine; e due giorni, che sigillano e soffocano la settimana tra quattro muri. (Anche se ormai i bambini, in Italia, sono 1,18 per donna.) La base biologica diventa metafora e fondamento di una chiusura psicologica e sociale. A proposito: “famiglia” deriva da una radice indoeuropea che significa “fondamento”.

Le famiglie dovrebbero avere invece dei tunnel che bucano le fondamenta, dei criptoportici, dei pozzi artesiani, e poi altane, rampe, passerelle, ballatoi. Dovrebbero somigliare all’idea di famiglia di Wittgenstein: “una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda” e che naturalmente aprono ad altre affinità con altri nuclei, in una corale proliferazione corallina. E non importa se a volte capita, che so io, un adulterio. Crea risentimento, è vero, ma può anche dar luogo (ne sono stato testimone) a alleanze inattese. Negli stemmi dei filologi, che sono gli alberi genealogici dei testi letterari, le famiglie di manoscritti sono contraddistinte e isolate da “errori separativi”, ma si formano e saldano attorno a “errori congiuntivi”. Questi ultimi errori, dovremmo imparare a riconoscerli.

Le scappatelle capitano anche nei romanzi. A volte infatti succede che, dopo qualche capitolo, X scopra di essere figlia non di Y ma di Z. Che fare allora con lo schema delle parentele? Correggerlo con la gomma, rischiando però di svelare la trama al prossimo lettore, e soprattutto di rappresentare come un dato acquisito quello che in realtà è parte di un processo – visto che X nella prima metà del libro si pensava e agiva come amica, e non figlia, di Z? I legami non biologici e non ufficiali hanno un ruolo decisivo nelle nostre vite. È un errore metterli in secondo piano o addirittura tacerli. Che senso ha inserire nell’albero zie e cugini privi di spessore, e ignorare gli amici del cuore, gli amanti? …E così va a finire che nell’ordine algido dello schema io introduco, come nei genogrammi usati dagli psicologi, linee tratteggiate, simboli, apici, cercando di suggerire tutta la complessità delle relazioni umane.

Ma alla fine mi sento a disagio. È vero: sono giunto a riconoscere che una famiglia è la sua storia, dunque è per definizione mobile, erratica, scontornata. Però ci sono arrivato a partire da uno schema di rette ortogonali, un contorno ben preciso, una forma idealtipica. Si vede che per me avere un quadro (un quadrato, quattro muri!) della famiglia resta importante.

Qualche tempo dopo queste riflessioni sono arrivato alla famiglia dalla direzione opposta, per così dire. Mi è venuta voglia di saperne di più su certi individui smodatamente prolifici. La rete mi ha accontentato: e sono partito per un altro viaggio nel regno di Genealogia.

In quel momento aveva larga circolazione l’esito di una ricerca scientifica secondo cui l’8% degli abitanti dell’intera Asia, che non sono pochi, discenderebbe da Gengis Khan. Il monarca mongolo avrebbe avuto tra 1000 e 3000 figli, battendo così Mulay Ismāʿīl, re del Marocco dal 1672 al 1727 (1171 figli). E schiacciando di larga misura – in ordine di classifica – il faraone Ramesse II, il sultano ottomano Murad III, l’imperatore maurya Bindusara, Roboamo re di Giuda, Giovanni di Kleve detto il Procreatore, e il mormone Brigham Young, che pur essendo buon ultimo si attestava su 56 pargoli. Ho ricordato la promessa biblica: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni.” Questa sì era gente per cui la discendenza genetica contava, contava eccome.

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Ma occorre, mi sono detto, mettere le cose in prospettiva. In altre epoche si poteva disporre dei figli come di un’arnia o un canile. Ri-prodursi era letteralmente produrre altri sé stessi, su cui contare come su sé stessi: per il lavoro, per la guerra, per nuove catene riproduttive. Un’ossessione non solo maschile, però profondamente maschile, legata alla possibilità di pensare i figli come meri numeri, astraendo dal loro corpo, dal loro sangue, dalla possibilità che quel sangue sia versato e quel corpo muoia – o vedendo in questa eventualità un esito eroico. C’era un nesso diretto tra il rimpinguamento del proprio clan e l’eliminazione degli altri. Gengis Khan è ritenuto responsabile dei più grandi genocidi (al plurale) della storia umana: le stime più alte arrivano a 60 milioni di vittime. Murad III, appena salito al trono, fece strangolare i suoi cinque fratelli minori, bambini sotto i quattro anni (lui ne aveva ventotto). E la brama procreativa non veniva certo stigmatizzata: Giovanni di Kleve, nonostante i suoi 63 figli illegittimi, ricevette dal papa la Rosa d’Oro per le sue virtù. Per non parlare, in tempi più recenti, della tassa sul celibato strombazzata dal regime fascista.

Ancora ai nostri giorni c’è stato il caso di Jonathan Jacob Meijer, un giovane olandese che mediante la PMA ha generato, con qualche stratagemma truffaldino, parecchie centinaia di bimbi. Tutto senza farsi pagare, tutto senza sterminare popoli, tutto nella certezza di compiere un gesto di straordinaria generosità – stesso etimo di “generare”. Ma io ci ho visto ugualmente l’ombra del tirannello fornito di harem che si bea della sua vasta progenie.

Più precisamente, leggendo di tutti questi casi a poco a poco mi si è formata nella mente un’immagine allucinatoria. Una cupola giallo sporco, che potrebbe essere un grande covone o la capanna centrale di un’assemblea di villaggio. Torno torno alla sua base, decine di mogli sedute per terra a allattare poppanti. E sul vertice un piccolo disco di legno scuro, come la coffa di un veliero: sul quale sta accoccolato un vecchietto raggrinzito e gobbo, avvolto in un ampio mantello color panna. Ha un sorrisino malizioso e la lingua che gli spunta tra le labbra carezzando i canini. Intanto, oltre i campi, lontano, salgono tante spire di fumo.

Ora, la soddisfazione del vecchietto non è solo foia di sesso e potere. Gioisce del proprio ruolo, delle responsabilità che gli fanno capo. Il covone dopo tutto sfama l’intero clan; la capanna lo protegge. Non è inquietante l’identità formale tra la cupola mafiosa e la struttura architettonica che corona una chiesa o anche un parlamento? Ma esiste anche la struttura opposta, a cupola rovesciata… E qui all’improvviso mi è tornato in mente che da ragazzo mi ero disegnato un albero genealogico egoriferito.

Il punto di partenza era, suppongo, quel gioco che si fa con i bambini: chi sono i tuoi nonni? Avevo scritto i nomi dei nonni. Poi avevo provato a proseguire. Il mio albero non partiva da un antico capostipite per tracciarne l’intera discendenza. Procedeva al contrario. Si sdoppiava di generazione in generazione. Si ramificava affondando sempre più nella corrente torbida del passato. Era un modo per procurarmi un illusorio prestigio sfruttando un cumulo di cadaveri che cresceva in progressione geometrica. Due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, sedici, trentadue: fino a raggiungere (potenzialmente) cifre da ecatombe mongola, e più riuscivo a nominarne più dimostravo di possedere quel capitale sociale che si manifesta nella memoria storica: mentre al posto del vegliardo lascivo c’era un ragazzino che teneva in equilibrio sulle braccia striminzite una piramide umana di telamoni e cariatidi, un castello stregato di carte, re e regine e jack, rigidi e piatti e duri, che non potevano non crollargli tutti addosso…

Come Alice, mi sono svegliato. 

Ho fatto il punto.

Preoccupato dalla famiglia come schema racchiuso in un foglietto. 

Spaventato dalla famiglia come stirpe, nazione, eredità. 

Ma allora a quale famiglia mi piaceva pensare, quale amavo immaginare? 

Non è possibile fare a meno di una forma: la nostra mente lavora con le forme. 

Che forma ha una famiglia, che forma potrebbe avere? 

Mi sono ricordato di Nancy, che è californiana. Non ha ancora sessant’anni, ma i suoi quattro figli l’hanno già resa più volte nonna. Alla festa di presentazione di uno dei suoi nipoti c’era una signora che fumava, in piedi, appoggiata alla porta. Era la trisnonna. Non era una centenaria: non aveva nemmeno novant’anni.

Nancy appartiene a un mondo in cui si fa i figli presto, e se ne fanno tanti, con uno stuolo di matrimoni e divorzi e nuove nozze e bambini allevati alla chi c’è c’è. Quindi sì, molto sviluppo verticale, ma anche un gran viluppo orizzontale: lei dice di avere non un albero, ma un cespuglio genealogico. E soprattutto: nel suo mondo non ci si perde dietro agli arcavoli e ai futuri rampolli, alle radici e alle nubi – non ci sarebbe neanche il tempo per farlo, perché rametti e ramoscelli e foglie e frutti sono innumerevoli e spessi e vivi. Vanno allattati, portati al cinema e dal dentista, festeggiati, baciati, scopati, mollati, riaccolti (oppure no), curati, e anche (ma solo alla fine) salutati per sempre. Quanto a me, posso conoscere i dati anagrafici di qualche remoto antenato; ma i miei nonni non li ho neppure incontrati tutti.

“Alla fine mi sento a disagio. È vero: sono giunto a riconoscere che una famiglia è la sua storia, dunque è per definizione mobile, erratica, scontornata. Però ci sono arrivato a partire da uno schema di rette ortogonali, un contorno ben preciso, una forma idealtipica”.

Quella di Nancy non è la migliore delle famiglie possibili: la giovane età delle primipare, per esempio, è un dato allarmante; tra loro il capitale, sociale e d’altro tipo, spesso latita. Però è una famiglia, o un puzzle di famiglie, benedetto nella sua proteica vitalità.

Ovviamente ne ho tracciato uno schema su uno dei miei taccuini, altrimenti mi smarrirei. Ma so che è già obsoleto, dovrei aggiornarlo. Ci sono bambini che devono nascere, altri sono già nati. Ci sono anziani forse già scomparsi. Ci sono anche sorelle, zii, cugine, mezzi parenti, inghiottiti dai vasti deserti di sabbia o cemento dell’America. Non se ne sa più nulla. Provo a immaginarli, come nelle famiglie nate dall’eterologa si gioca a disegnare il donatore panzone e baffuto o si racconta una favola sulla donatrice cavallerizza: per depotenziare e accogliere il fantasma biologico, per immaginare una famiglia oltre la famiglia, perché la casa abbia filtri e non muri.

Nell’albero inserisco anche questi parenti in potenza. A volte i nomi, con un punto interrogativo. Altre volte ne conosco soltanto il genere, e allora me la cavo con un simbolo, il cerchio con la freccia sopra o la croce sotto. Ma la verità è che li penso tutti quanti come asterischi. Piccoli astri. Piccoli soli ardenti. I linguisti usano l’asterisco per segnalare termini antichi non documentati, puramente ipotetici: bruciare viene forse dal latino *brusiare, parola che però non compare in alcun testo scritto. Altri lo utilizzano per lasciare aperta proprio la determinazione di genere: bambin* per designare un feto di cui si ignora ancora il sesso, anzian* per anziane e anziani. Le famiglie, per me, sono sfere planetarie, forme chiare e distinte – ma aureolate di asterischi, cioè di stelline, di possibilità ancora inattuate, sempre imminenti. Nella famosa incisione di Flammarion un pellegrino giunge ai confini della terra e affacciandosi oltre la membrana del firmamento vede astri, raggi, ruote, fuochi, soli. Ai limiti estremi della famiglia ci si può sporgere verso chi non c’è ancora o non c’è più o si è allontanato e affonda nella penombra di altri legami, o arriverà domani, e così scorgere le latebre di quell’infinita sfera virtuale che dà senso all’espressione “famiglia umana”.

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Tommaso Giartosio

Tommaso Giartosio è scrittore, poeta, critico letterario e conduttore radiofonico. Il suo ultimo libro è Autobiogrammatica (Minimum Fax, 2024).

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