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Roberto Paura

Trump ha un problema con il Vaticano (ed è reciproco)

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Il duro attacco del presidente degli USA nei confronti di Leone XIV si inscrive all’interno di un complesso rapporto diplomatico tra l’amministrazione Trump e il Vaticano. Da Bergoglio a oggi, questo scontro è destinato a essere decisivo – e non solo per il futuro dei cattolici statunitensi.

L’ultimo precedente, in ordine di tempo, risale al 1937. Mit brennender Sorge, “con viva preoccupazione”, è il titolo dell’enciclica – eccezionalmente scritta in tedesco – che Pio XI firma rivolgendosi ai vescovi della Germania. “Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua”, afferma l’enciclica, che condanna duramente il nazionalsocialismo e le continue violazioni, da parte di Hitler, del concordato firmato nel 1933. La reazione non si fa attendere: il cancelliere tedesco replica che il Reich non ammette che la sua autorità “sia messa sotto attacco da qualsiasi altra autorità, e questo vale anche per le Chiese”. Nello stesso mese, un migliaio di esponenti del clero viene imprigionato; una parte sarà in seguito internata nel campo di concentramento di Dachau. 

È da allora che non si vedeva uno scontro così violento tra il leader di una superpotenza e la Chiesa di Roma. E anche allora, bisogna ricordare, Hitler non pronunciò pubblicamente attacchi diretti al papa. Il post di Trump dello scorso 13 aprile è invece un attacco diretto che non ha paragoni nella storia recente: “Papa Leone è DEBOLE sul crimine, e terribile sulla politica estera”, “Non voglio un Papa che critica il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente quello per cui sono stato eletto”, “Se non fossi alla Casa Bianca Leone non sarebbe in Vaticano”. Quest’ultimo punto è particolarmente sensibile. Trump ventila un’ingerenza diretta nell’elezione di Leone XIV, sostenendo che i cardinali lo abbiano scelto perché la loro priorità era quella di negoziare con il presidente degli Stati Uniti. E anche questa è una dichiarazione che non ha precedenti storici recenti: il cardinale Müller, l’ex prefetto per la dottrina della fede fortemente (noto critico nei confronti di Francesco), è dovuto andare a scomodare i precedenti di Napoleone e dell’imperatore Costantino per trovare paragoni con l’attualità: Napoleone, nel 1809, giunse a deportare il papa a Parigi, qualcosa di non molto diverso da quanto sembra che Washington abbia minacciato di fare con Leone, stando alle recenti ricostruzioni giornalistiche. 

Ma si sbaglierebbe a considerare quel post come un fulmine a ciel sereno. Di nubi nel rapporto tra Stati Uniti e Santa Sede se ne sono accumulate parecchie negli ultimi dieci anni, da quando iniziarono le frizioni tra Donald Trump e il Vaticano. Il primo episodio risale al febbraio 2016: papa Francesco era in visita in Messico e a Ciudad Juárez aveva preso le difese dei migranti messicani e sudamericani che tentavano di entrare negli Stati Uniti. Trump, all’epoca impegnato nelle primarie che lo avrebbero a sorpresa incoronato candidato dei repubblicani, aveva reagito con rabbia in un’intervista a Fox News: “Penso che il Papa sia una persona molto politicizzata e credo che non comprenda i problemi del nostro Paese”. Sull’aereo di ritorno, rispondendo ai giornalisti, Francesco non le aveva mandate a dire: “Una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana… Soltanto dico: se dice queste cose, quest’uomo non è cristiano. Bisogna vedere se lui ha detto queste cose. E per questo do il beneficio del dubbio”. Sono note le foto quasi caricaturali del loro primo incontro pubblico a Roma, il papa che non nasconde il volto scuro mentre il presidente sorride spavaldo. Nel settembre 2019, in volo per il Mozambico, Francesco arriverà a dire: “Per me è un onore che mi attacchino gli americani”. Ferocemente anti-yankee, Jorge Bergoglio aveva condotto in Vaticano la stessa battaglia combattuta da primate d’Argentina contro l’imperialismo a stelle e strisce. Faranno discutere le sue osservazioni di natura geopolitica sulla guerra in Ucraina come conseguenza dell’eccessivo espansionismo della NATO. Sette anni dopo è, per un’ironia della storia, proprio un papa yankee a trovarsi nella stessa situazione del suo predecessore, mentre è in viaggio per l’Algeria: “Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare apertamente il messaggio del Vangelo”, è stata la prima risposta a caldo di Leone all’attacco scomposto del presidente degli Stati Uniti. Ma con una differenza rispetto a Francesco: “Non siamo politici, non vogliamo occuparci di politica estera, come la chiama lui”, afferma Leone. Dieci anni prima, Francesco aveva detto esattamente il contrario, replicando alle accuse di Trump  di essere un politico: “Io sono politico, perché Aristotele definisce la persona umana come animal politicum: almeno sono persona umana!”

È da quei giorni a Ciudad Juárez che si deve partire per capire dove nasca la frattura tra il mondo MAGA e il Vaticano. È allora che inizia quel riorientamento della Chiesa cattolica americana verso i temi dell’agenda bergogliana, come si è accorto di recente il vaticanista dell’«Atlantic» Francis X. Rocca, notando come l’attenzione del clero americano sia andata spostandosi dall’aborto all’immigrazione. Uno scontro che riguarda principalmente la politica interna – la gestione delle politiche di remigrazione – ma si estende rapidamente su scala internazionale, toccando il fronte cinese ma anche il più generale progetto di nuovo ordine mondiale dell’America trumpiana, esemplificato dal delirante discorso tenuto da Peter Thiel a Roma sull’Anticristo tecnologico e sulla necessità di bloccare i tentativi del Vaticano di rallentare la corsa all’intelligenza artificiale generale, santo Graal della Silicon Valley (ed è noto che la prima enciclica di Leone, provvisoriamente intitolata Magnifica Humanitas, riguardi tra le altre cose l’IA e lo strapotere dei giganti tecnologici).

Genesi di un complotto

Quando replicò di essere onorato degli attacchi degli americani, Francesco si riferiva alle ricostruzioni di un libro in uscita in quei giorni, Lo scisma americano. Come l’America vuole cambiare papa, scritto da Nicolas Senèze, vaticanista del quotidiano francese «La Croix». Titolo profetico che prende le mosse da una vicenda oscura: il 26 agosto 2018 l’ex nunzio apostolico a Washington, Carlo Mario Viganò, fa pubblicare su diverse testate e blog della galassia cattolica conservatrice un dossier in cui presenta presunte prove che dimostrerebbero come papa Francesco fosse a conoscenza degli abusi sessuali commessi dal cardinale Theodore McCarrick, già arcivescovo di Newark e poi a Washington, che di lì a poco si dimetterà e l’anno successivo verrà privato del titolo cardinalizio. Ma a Viganò non basta: a dimettersi, dice, deve essere anche papa Francesco. Da quando, due anni prima, il pontefice lo ha costretto alle dimissioni, Viganò non si dà pace. Da potente ambasciatore del Vaticano a Washington, orchestrava le carriere di buona parte dell’episcopato statunitense. A lui si devono le nomine, ratificate da Benedetto XVI, di Charles Chaput ad arcivescovo di Filadelfia e di Salvatore Cordileone ad arcivescovo di San Francisco, due nomi che in quegli anni si pongono sul fronte più avanzato della battaglia dei cattolici tradizionalisti contro l’amministrazione Obama, rea di perseguire una presunta gender agenda. Francesco lo ha licenziato quando ha scoperto che la donna che Viganò gli ha presentato durante un viaggio negli Stati Uniti, Kim Davis, è un’icona degli ambienti conservatori evangelici, che si è rifiutata di registrare all’anagrafe del Kentucky, dove lavora, i matrimoni omosessuali ed è stata per questo anche condannata a cinque giorni di detenzione. Come è spesso tipico dei laici che sono però ultraconservatori in materia di religione, Davis ha alle spalle tre divorzi e quattro matrimoni.

Il dossier Viganò farà parlare di sé per qualche settimana, per poi essere dimenticato. Ma per Senèze si tratta solo della punta di un iceberg: le mosse dell’ex nunzio apostolico farebbero parte di una vasta e articolata manovra per mettere fine al pontificato di Francesco e instaurare, al suo posto, un papa allineato con l’agenda politica che oggi siamo abituati a definire MAGA, e che fa capo a Donald Trump. “Dalla seconda metà degli anni Duemila un gruppo di laici ricchi e influenti hanno preso il potere in seno alla Chiesa americana inondandola di generose donazioni”, spiega Senèze. È il risultato del terremoto prodotto dallo scandalo pedofilia che ha colpito la Chiesa mondiale negli anni di Benedetto XVI, costringendo molti alti prelati a uscire di scena e porre la gestione delle parrocchie e delle fondazioni religiose nelle mani dei laici. La compenetrazione con la politica è inevitabile, così come la tentazione di inserirsi nella politica vaticana. Agli inizi del 2017 il cancelliere dell’Ordine di Malta, il barone Albrecht von Boeselager, è costretto alle dimissioni per l’accusa di aver fatto distribuire decine di migliaia di preservativi nel corso di un programma assistenziale in Myanmar. A far  uscire la notizia è il Lepanto Institute for the Restoration of All Things in Christ, istituzione ultraconservatrice che denuncia l’esistenza di una lobby gay nella Chiesa, e che vede tra i suoi leader il presidente del Partito repubblicano in Virginia e il direttore della Common Good Alliance, organizzazione cattolica che ha fatto campagna a favore di Trump nel 2016. 

Dietro quelle manovre si nasconde il cardinale protettore dell’Ordine di Malta, Raymond Burke, alfiere del conservatorismo, che nel 2019 fonda alla Certosa di Trisulti, nel frusinate, una sede dell’istituto da lui presieduto, Dignitatis Humanae, con la collaborazione e i fondi di Steve Bannon, il frontman del trumpismo durante il primo mandato presidenziale del tycoon. Trisulti diventa ben presto una centrale dell’opposizione americana al pontificato di Francesco, finché la fine della prima amministrazione Trump e dei relativi fondi a supporto porta all’espulsione dell’istituto dalla Certosa per morosità degli affitti. Oggi sappiamo dagli Epstein Files che quella di rimuovere Francesco dal soglio pontificio era più che una fissa per Bannon. “Faremo cadere il papa”, scrive Bannon a Epstein in una mail del giugno 2019. Obiettivo è ricevere dal miliardario fondi per produrre un film dal libro In the Closet of Vatican, tradotto in italiano col titolo Sodoma (2019), pubblicato dallo storico e giornalista francese Frédéric Martel e incentrato sull’omosessualità della Chiesa. 

Ma non è solo la questione morale a dividere le due sponde dell’Atlantico. Non sfugge agli osservatori che il cardinale McCarrick uscito distrutto dallo scandalo pedofilia sia stato più volte in Cina, probabilmente su mandato informale del papa. Il 22 settembre 2018 il Vaticano e Pechino firmano uno storico accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi cattolici in Cina, che mette fine a cinquant’anni di nomine episcopali illegittime da parte del governo comunista, mai riconosciute da Roma. Quando, due anni dopo, l’accordo è prossimo al rinnovo, al Vaticano piomba Mike Pompeo, segretario di Stato di Trump, per bloccarlo. Se il papa lo rinnova, spiega, perderà completamente la sua autorità morale. È una minaccia scomposta a cui il Vaticano reagisce con gelo: Francesco si rifiuterà di riceverlo e l’accordo verrà rinnovato non per due, ma per quattro anni (nel 2024 è stato nuovamente rinnovato). “Brucerà all’inferno solo per questo”, prometterà Bannon

La tempistica giustifica più di un sospetto: il dossier Viganò contro McCarrick esce meno di un mese prima della firma dell’accordo con Pechino. All’indomani della pubblicazione del dossier, diversi vescovi americani prendono le difese di Viganò contro Francesco. “Gli interrogativi posti meritano risposte conclusive e fondate su prove”, dichiarerà il presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, il cardinale Daniel DiNardo. Alla fine di settembre, un mese dopo l’esplosione della bomba Viganò, nel corso di un cocktail party alla Catholic University of America viene lanciata la proposta di un “Gruppo per un migliore governo della Chiesa”. È allora che il complotto entra nel vivo. L’obiettivo, annuncia il 1° ottobre il National Catholic Reporter, è pubblicare un rapporto su tutti i cardinali che entreranno nel prossimo conclave, per orientare al meglio l’azione di lobbying del gruppo. L’attività di dossieraggio prende il nome di “Red Hat Report”, il rapporto del cappello rosso, riferimento allo zucchetto dei cardinali. Ogni papabile viene schedato da una commissione di sei membri; la fonte principale d’informazione è il dossier Viganò, le cui rivelazioni servono anche a modificare le voci Wikipedia dei principali cardinali. Che l’azione di lobby e propaganda abbia colto nel segno lo rivela Gregory A. Smith, demografo delle religioni al Pew Research Center, secondo cui proprio dal 2018 sarebbe iniziato a crearsi un divario tra i cattolici americani intorno alla figura di papa Francesco: se nei primi cinque anni del pontificato i giudizi erano stati generalmente favorevoli, da quell’anno inizia a emergere l’ostilità dei cattolici repubblicani.

Jus exclusivae

Agli inizi di maggio dello scorso anno il «New York Times» riporta la notizia di una cena a Palazzo Brancaccio a Roma, tenutasi nel bel mezzo dei giorni di lutto ufficiale per la morte di papa Francesco, alla quale prendono parte un centinaio di esponenti politici, membri dell’aristocrazia nera e l’ambasciatore in pectore di Trump in Vaticano, Brian Burch, che è anche uno dei membri fondatori della Louis IX Foundation, l’ente che ha organizzato la serata: una fondazione cattolica conservatrice il cui nome fa riferimento a Luigi il Santo, promotore dell’ottava e ultima crociata in Terrasanta, dove troverà la morte. Obiettivo è raccogliere fondi per le istituzioni cattoliche negli Stati Uniti, ma anche orientare il conclave imminente. Molti esponenti americani incontrano i cardinali giunti a Roma; il nome che gira è quello dell’ungherese Péter Erdő, che in effetti verrà proposto come portabandiera del fronte conservatore già dal primo scrutinio, secondo quanto ricostruito nel libro Le dernier conclave dai vaticanisti Gerard O’Connell e Elisabetta Piqué: Erdő, infatti, sarebbe stato inizialmente il cardinale più votato, mentre gli altri voti si sarebbero dispersi tra numerosi cardinali, finché già nel secondo scrutinio sarebbe stata calata la “carta coperta”, Robert Prevost, giunto primo davanti a Erdő e Parolin. Segno di un fronte giusto al conclave preparato e compatto, anche se numericamente inferiore. 

Dai tempi della costituzione apostolica Commissum nobis, datata 20 gennaio 1904, il Vaticano ha regolamentato la totale esclusione di ogni ingerenza esterna nelle nomine del conclave. Pio X, che aveva promulgato il documento, doveva in effetti la sua elezione all’inedito veto posto dall’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, contro il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, entrato “da papa” in conclave per il suo ruolo di Segretario di Stato di Leone XIII, ma sgradito alla corte austriaca perché filo-francese. Fu l’ultima volta che un sovrano cattolico poté esercitare lo jus exclusivae, il diritto di veto contro un papabile. Da allora anche l’interesse del potere temporale nei confronti dell’elezione del papa è andato scemando. Alla vigilia del conclave che eleggerà Leone XIV, l’idea di un pontefice americano è presa in considerazione, ma tendenzialmente esclusa. L’implicita esistenza di un “veto” su un papa americano è simile a quello che prevede che il segretario generale della NATO o il direttore del Fondo monetario internazionale non abbiano la cittadinanza statunitense: un modo per equilibrare lo strapotere globale di Washington. “Non si poteva avere un ‘papa superpotente’, o almeno così si pensava, perché troppe persone in tutto il mondo si sarebbero chieste se le decisioni papali venissero davvero prese in Vaticano o presso la sede della CIA a Langley”, ha riassunto il vaticanista di Crux John L. Allen jr. Non a caso Prevost, per la sua lunga carriera peruviana, era stato definito dai media prima del conclave come “il meno americano degli americani”. 

Tra i cardinali che manovrano per l’elezione di Leone XIV un ruolo-chiave lo gioca Timothy Dolan, arcivescovo di New York, benvoluto da Trump, che per due volte gli ha chiesto di tenere da parte cattolica la preghiera per l’insediamento della sua amministrazione. Dolan è stato tra colui che ha contribuito a cementare il fronte statunitense intorno a una figura di compromesso che evitasse di disperdere il voto americano. Lo ha potuto fare in forza del suo ruolo di mediatore, che se da un lato non ha mai voltato le spalle a Trump né disdegnato bacchettate alle politiche di Obama, dall’altro lo ha visto sempre impegnato in prima linea in favore di immigrati e rifugiati, seguendo alla lettera le indicazioni di Francesco. Allo scadere del suo mandato, Dolan è stato sostituito lo scorso febbraio da Ronald Hicks, che Leone conosce per la comunanza di origini (Illinois) e carriera (in America latina), ma che si situa sul fronte più avanzato della linea pro-migranti. Una nomina che non poteva non dispiacere a Trump, il segnale che qualcosa nel piano di influenzare il conclave e quindi la linea politica della Santa Sede non sia andato esattamente come nei piani.

La Chiesa MAGA

“È più probabile che lo scisma provenga dalla destra”, scrisse il cardinale australiano George Pell nel documento fatto circolare alcuni anni fa tra gli ambienti cardinalizi e firmato con lo pseudonimo “Demos”, in cui criticava pesantemente il pontificato bergogliano. Non si riferiva esplicitamente agli Stati Uniti, ma certamente Pell era al corrente dell’enorme influenza giocata dagli ambienti conservatori americani nel sostenere finanziariamente la macchina del fango contro Francesco. Del resto, proprio il conservatorismo sembra essere la causa del recente revival che il cattolicesimo sta vivendo negli Stati Uniti. La conversione di J.D. Vance nel 2019 non è che la punta di un iceberg. Dopo due decenni di declino, nel 2025 si sono contate circa 160.000 conversioni tra adulti: non si tratta di aumenti dovuti all’immigrazione, ma di scelte di cittadini americani di passare da altre religioni al cattolicesimo. È il caso di Shane Schaetzel, convertitosi dall’evangelismo protestante e diventato blogger influente e autore di un libro intitolato Catholicism for Protestants. I cattolici sono oggi il 19% degli americani, ma le percentuali tra i MAGA sono leggermente più alte (21%, tra cui molti ispanici) secondo le statistiche raccolte dallo stesso Schaetzel. Tra i supporter cattolici di Trump, due terzi frequentano la messa ogni settimana, contro circa appena un quarto del totale dei cattolici americani. “Quindi, per i cattolici, tutto si riduce alla frequenza alla Messa. Se vanno a Messa ogni settimana, c’è un’alta probabilità (del 66%) che siano sostenitori di MAGA”, spiega Schaetzel. “Ciò ha senso, considerando che uno dei fratelli dello stesso Papa, Louis Prevost, proveniente da una famiglia profondamente cattolica negli Stati Uniti, è un sostenitore di MAGA. Ora, questo non deve essere frainteso come un suggerimento che il papa stesso sostenga il movimento MAGA. Il papa è al di sopra dei partiti e dei movimenti politici. Piuttosto, ciò che dimostra è che il movimento MAGA è una forte espressione politica del cattolicesimo americano, che coinvolge persino uno dei fratelli dello stesso papa”.

Di Louis Prevost si è detto abbastanza. Trump lo ha pubblicamente elogiato, dopo averlo ricevuto insieme alla moglie nello Studio Ovale: i due condividono la passione per i post politicamente scorretti spesso pubblicati in orari notturni. Ma che le idee del fratello siano sideralmente distanti da quelle del papa, Trump doveva averlo capito già da tempo. All’inizio di quest’anno Brian Burch, nel prendere servizio come ambasciatore americano al Vaticano, aveva rivelato in un’intervista l’intenzione di papa Leone di venire in visita negli Stati Uniti. “Chi non vorrebbe?”, aveva commentato Burch, confidando che potesse avvenire per il 250° anniversario dell’indipendenza. Tuttavia, nelle settimane successive arriva la notizia che il papa ha ufficialmente declinato l’invito. Non solo: anziché a Washington andrà a Lampedusa, meta del primo viaggio di Bergoglio fuori dalle mura vaticane, per rilanciare la pastorale del “buon samaritano” propugnata così instancabilmente dal suo predecessore.  Per capirne il motivo, bisogna guardare ai movimenti del clero cattolico americano.

La Chiesa confessante

Dall’agosto 2024 fino ai suoi ultimi mesi di pontificato, Francesco aveva trasformato la geografia politica delle diocesi americane. Nuovi arcivescovi erano stati nominati a Boston, Galveston-Houston, Washington, Detroit e Milwaukee, sostituendo – sempre per raggiunti limiti di età dei predecessori – esponenti spesso nominati da Benedetto XVI con altri più vicini alla sua linea. È il caso dell’arcivescovo di Detroit Edward Weisenburger, nominato nel febbraio 2025 e noto per la sua linea pro-migranti, ribadita ancor prima di prendere possesso della nuova sede con un duro attacco contro la scelta dell’amministrazione Trump di smantellare USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale. Lo stesso giorno della nomina di Weisenburger, Francesco – quattro giorni prima di essere ricoverato per l’ultima volta al Gemelli – aveva pubblicato una lettera rivolta ai vescovi statunitensi per sollecitarli a prendere posizione contro i piani di deportazioni di massa predisposto dalla Casa Bianca, parlando di “un momento decisivo nella storia per riaffermare non soltanto la nostra fede in un Dio che è sempre vicino, incarnato, migrante e rifugiato, ma anche nella dignità infinita e trascendente di ogni persona umana”.

L’elezione di Leone fa illudere Trump solo per pochi mesi. Il 12 novembre, per la prima volta da dodici anni, i vescovi americano pubblicano un “messaggio speciale”, in coincidenza con il discorso di Trump sullo Stato dell’Unione (il più lungo di sempre), per affermare la loro preoccupazione sull’evoluzione delle politiche migratorie negli Stati Uniti. A marzo, mentre Minneapolis veniva sconvolta dalle violenze dell’ICE contro i presunti clandestini, l’arcivescovo della città celebra una speciale messa di solidarietà con i migranti insieme ai cardinali Robert McElroy (arcivescovo di Washington), Joseph Tobin (arcivescovo di New York) e Christophe Pierre (nunzio apostolico a Washington). Di fronte a queste critiche, la galassia MAGA risponde con una levata di scudi. Kesley Reinhardt, capo della lobby conservatrice CatholicVote, afferma che le dichiarazioni dei vescovi metteranno molti cattolici di fronte alla “scelta tra la fedeltà alla Chiesa e la semplice convinzione nell’importanza della legge”.

All’indomani dello scioccante blitz di Caracas e mentre cresce l’escalation di minacce sulla Groenlandia, il 19 gennaio scorso il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago (città natale di Prevost), insieme ai colleghi cardinali McElroy e Tobin, pubblica una dichiarazione congiunta prendendo nettamente posizione contro l’aggressiva postura internazionale assunta dall’amministrazione Trump. “Rinunciamo alla guerra come strumento al servizio di interessi nazionali miopi e affermiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come uno strumento ordinario della politica nazionale”, scrivono i tre cardinali (che rappresentano un terzo del totale dei cardinali elettori statunitensi). “Puntiamo a una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita, la libertà religiosa e la valorizzazione della dignità umana in tutto il mondo, in particolare attraverso l’assistenza economica”. All’indomani dell’inizio della guerra in Iran, Cupich commenta durissimo la diffusione di post bombastici da parte della Casa Bianca: “Una guerra reale, con morte reale e sofferenza reale, trattata come se fosse un videogioco – è disgustoso”. 

È in quei giorni che si svolge l’incontro, al Pentagono, tra il nunzio apostolico Pierre e il sottosegretario alla Guerra per la politica Elbridge Colby, di cui solo in questi giorni sono fiorite sconcertanti ricostruzioni. Benché il Vaticano stesso abbia smentito le voci secondo cui al nunzio sia stato persino evocato il precedente di Avignone, come monito al fine di allineare la Santa Sede ai diktat di Washington, il colloquio è stato descritto “franco, ma cordiale”, un modo diplomatico per dire che i toni sono stati piuttosto accessi. Il fatto che lo scorso 8 marzo Leone abbia sostituito Pierre con l’arcivescovo Gabriele Caccia, già nunzio alle Nazioni Unite a New York, con incarichi passati in Libano e nelle Filippine, è facilmente spiegabile col fatto che il nunzio uscente abbia raggiunto gli ottant’anni, ben oltre l’età in cui ai prelati è chiesto di ritirarsi (75 anni). Anche perché, nel frattempo, i toni nel clero americano si sono ulteriormente alzati. Nonostante, nel novembre scorso, i vescovi americani abbiano eletto come nuovo capo della conferenza episcopale Paul Coakley – arcivescovo di Oklahoma City, protettore della galassia cattolica conservatrice e vicino a Viganò – anche il fronte più conservatore sembra ormai condividere le posizioni del Vaticano contro le politiche anti-immigranti di Trump: segno di quanto in profondità sia penetrata la svolta impressa su questo tema da Francesco, ereditata senza remore da Leone. Tant’è vero che dal meeting in cui hanno eletto Coakley, i vescovi americani hanno scritto al papa ribadendo di voler continuare “a stare al fianco dei migranti”, e che pur “favorevoli a frontiere sicure e ben gestite e alle azioni delle forze dell’ordine in risposta ad attività criminali pericolose”, non resteranno “in silenzio in questo momento difficile, mentre vengono minati il diritto di culto e il diritto a un giusto processo”. 

Parole simili furono pronunciate dai vescovi tedeschi novant’anni fa. Mentre l’ombra dei totalitarismi si allungava sul mondo, il clero protestante della Germania nazista si divideva in due: da un lato il movimento dei Deutsche Christen, i cristiani tedeschi intenzionati a creare una religione nazionale e nazionalista, il cui Dio, similmente a quello immaginato da Trump e dal suo ministro della Guerra, fornisce protezione solo a una parte del mondo; dall’altro la Chiesa confessante, la cui dichiarazione teologica si apriva con l’affermazione che “Gesù Cristo, così come ci viene testimoniato nella Sacra Scrittura, è la sola Parola di Dio che noi dobbiamo ascoltare, cui dobbiamo affidarci in vita e in morte e cui dobbiamo obbedire”. Il suo più celebre rappresentante, Dietrich Bonhoeffer, morirà impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg. “Che cosa significhi riconciliazione e redenzione; rinascita e Spirito Santo; amore dei nemici, croce e resurrezione; vita in Cristo e sequela di Cristo – tutto questo è così difficile e lontano, che quasi non osiamo più parlarne”, scrisse mentre era in carcere, nei testi confluiti più tardi in uno dei capolavori del pensiero cristiano, Resistenza e resa. “Perciò le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini”. 

Roberto Paura

Roberto Paura è giornalista scientifico e culturale. Dirige la rivista «Futuri» ed è vicedirettore di «Quaderni d’Altri Tempi».

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