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Fabio Stassi

Franz Kafka, scrittore cinese

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Secondo Elias Canetti, che lo sostiene in "L’altro processo", Kafka è l’unico scrittore occidentale davvero “cinese”. Una tesi che nasce dalla lettura delle sue lettere, dal rapporto con il taoismo e dall’immaginario dei suoi racconti.

“I ricchi vanno a Davos e i poveri a Kierling”, così si diceva cento anni fa, in Europa. Il sanatorio di Kierling (Klosterneuburg) è quello in cui muore anche Franz Kafka, il 3 giugno del 1924, verso mezzogiorno. Un mese dopo, avrebbe compiuto 41 anni.

La mattina ha avuto una forte crisi respiratoria. La tubercolosi polmonare gli ha compromesso la laringe. Impossibilitato a muovere la bocca, non parla più, a parte qualche parola appena. Mangia a fatica. Per esprimersi scrive dei bigliettini. Con lui ci sono Dora Dymant, la compagna dell’ultimo periodo della sua vita, e un medico suo amico, Robert Klopstock. La settimana successiva, verrà trasportato e sepolto nel cimitero ebraico della città dov’era nato, Praga. Kafka è dunque uno scrittore boemo, di origine ebraica e di lingua tedesca. Ma un altro scrittore, anche lui di origine ebraica, nato in Bulgaria, e che come Kafka aveva scelto di scrivere in tedesco, Elias Canetti, sostiene una tesi curiosa e a prima vista eccentrica.

“È comunque un fatto che per molti suoi racconti Kafka appartiene alla letteratura cinese. A partire dal diciottesimo secolo, la letteratura europea ha spesso trattato temi cinesi. Ma l’unico scrittore occidentale che sia cinese per natura è Kafka”.

Canetti lo afferma in uno dei libri più belli, acuti e intelligenti che siano stati dedicati a Kafka. Si intitola L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, recentemente ripubblicato da Adelphi. È un libro su un altro libro, o meglio è un libro su un epistolario: le lettere che Kafka scrisse e indirizzò a Felice Bauer, durante il loro tormentato fidanzamento. La destinataria le conservò per tutta la vita e qualche anno prima di morire le consegnò a una casa editrice all’epoca ebraico-tedesca. Furono raccolte in un volume di oltre settecento pagine, ma pubblicate per la prima volta soltanto nel 1967.

“Ho letto queste lettere con una commozione che nessuna opera letteraria aveva da anni saputo suscitare in me” scrive Canetti, e sull’onda di questa commozione analizza ogni piega delle lettere. Sin dall’inizio la sua non è soltanto un’analisi su Kafka o sui suoi libri, ma qualcosa di più esteso e profondo. Attraverso quale ragionamento, però, era giunto a definire Kafka uno scrittore cinese? 

Canetti conosceva bene la cultura di quel Paese. L’unico romanzo che scrisse, Auto da fè, ha come protagonista un sinologo di fama mondiale, Peter Klein. Il romanzo era uscito nel 1935, più di dieci anni dopo la morte di Kafka, mentre l’Europa si avviava a passi veloci verso la tragedia, e terminava con i roghi nazisti dei libri, un’analogia forse involontaria con le ultime volontà di Kafka dettate al suo amico Max Brod, di bruciare gran parte dei suoi manoscritti. Ma proviamo a ripercorrere il discorso di Canetti. Il suo sguardo è implacabile, e larghissimo, e ci rivela sia l’uomo Kafka che lo scrittore. Il carattere, la poetica, le paure.

“C’è in queste lettere una quantità inimmaginabile di cose intime”.

Scopriamo che Kafka dorme con la finestra aperta, anche d’inverno, che aborrisce il fumo. Che fa regolari esercizi di ginnastica. Per lunghi periodi è vegetariano. Si nega caffè, tè, alcool: è un uomo “perennemente esitante”. Riguardo allo stile, dichiara di preferire una scrittura concisa e chiara, che abbia fiato e pulizia. il libro di Flaubert che “ama con maggior passione” è l’Educazione sentimentale. Ha un’avversione per le “grandi” parole, le parole solenni, roboanti.

“Perciò la leggibilità di Kafka non verrà mai meno; mai potrà nuocergli il continuo processo di svuotamento e nuovo significato delle parole sul quale quasi ogni letteratura invecchia”.

Sul piano personale, Kafka ripete a sé stesso che “non dovrebbe mai esporsi al rischio di essere padre” – forse per non somigliare al suo, di padre, che per lui era “la misura di tutte le cose” – e il matrimonio lo vede come un dominio da cui potrà sfuggire soltanto trasformandosi in una cosa piccola.

“Vuole diventare più piccolo, più silenzioso, più leggero e finalmente sparire”.

È invidioso dei bambini, della loro statura, ma i bambini non vogliono sparire, com’è il suo caso. Precisa Canetti:

“In una annotazione che potrebbe provenire da un testo taoista, Kafka ha riassunto di proprio pugno che cosa significa per lui essere ‘piccoli’ ‘Due possibilità: farsi infinitamente piccolo, oppure esserlo. La seconda cosa è perfezione e quindi inattività, la prima, inizio e quindi azione’”.

Effettivamente, è una riflessione che rimanda ai concetti taoisti: la perfezione è non agire. Che Kafka si fosse occupato, e per lungo tempo, del taoismo lo conferma anche Gustav Janouch nei suoi Colloqui:

“Ho studiato il taoismo in modo abbastanza approfondito e a lungo, per quanto possibile anche nella traduzione. Possiedo quasi tutti i volumi riguardanti la questione nella traduzione tedesca che Diederichs ha pubblicato a Jena”.

I titoli dei libri nella traduzione tedesca a cui fa riferimento Kafka sono alcuni testi canonici del Taoismo: Il vero libro della terra fiorita del sud di Zuang Zi; Il libro del significato e della vita del vecchio di Lao Tzu. Possiede anche i Dialoghi di Confucio. Sempre a Janouch, confida di provare per la dottrina taoista una sincera fascinazione. Al contrario, la filosofia religiosa indiana lo attrae e al tempo stesso lo respinge:

“Tutti questi yogi e stregoni controllano la vita imprigionata dalla natura non attraverso un fervente amore per la libertà, ma attraverso un odio gelido e inespresso per la vita. La fonte delle pratiche religiose indiane è un profondo pessimismo”.

Con mia grande sorpresa, nella Biblioteca di Studi Orientali in cui lavoro, all’interno di una biblioteca d’autore che ci è stata donata e che apparteneva a uno dei grandi sinologi e studiosi d’Oriente italiani del secolo scorso, il Fondo Bertuccioli, ho trovato uno degli ultimi libri letti da Kafka: Das Wahre buch vom Südlichen Blütenland di Dschuang Dzi, e proprio nell’edizione di Dieterichs pubblicata a Jena nel 1923, l’anno prima della sua morte (l’editore Diederichs conosceva Max Brod, e all’epoca pubblicava diversi classici del pensiero). È un libro con una bella e antica illustrazione cinese a fianco del frontespizio, e una cornice ricamata intorno.

Un’altra prova ancora della frequentazione di Kafka con la letteratura cinese ci viene da una delle lettere a Milena:

“(Settembre 1920) Come mai, Milena, non provi ancora paura o ribrezzo di me? Sto leggendo un libro cinese di fantasmi, perciò mi è venuto questo pensiero: vi si tratta solo della morte”.

Probabilmente sta parlando delle Storie di fantasmi cinesi e d’amore tradotte da Martin Buber, un libro che raccoglieva 16 racconti d’amore tra umani e demoni del poeta P’u Sung-Ling, I racconti fantastici dello studio di Liao

“Il libro viene però citato da Kafka con parole di lode, e egli appare molto seccato – è il momento della sua gelosia verso altri scrittori – quando viene a sapere che Felice lo aveva già acquistato di propria iniziativa”.

A sostegno della sua tesi che Kafka sia l’unico scrittore cinese che abbia mai avuto l’Occidente, Canetti riporta anche il parere del migliore esperto in circolazione nell’unica nota presente nel suo libro:

“In favore di quest’opinione vorrei qui notare che essa è condivisa dal maggiore specialista di letteratura orientale, Arthur Waley, con il quale ho potuto discuterla esaurientemente nel corso di varie conversazioni. Kafka era, certamente per questa ragione, l’unico prosatore tedesco che Waley leggesse con passione. Kafka gli era familiare come Po Chu-I e il romanzo buddista sulle scimmie, da lui stesso tradotti. In quelle conversazioni parlavamo spesso del taoismo ‘naturale’ di Kafka ma anche, per non lasciare in disparte alcun aspetto della Cina, della particolare colorazione del suo ritualismo. Waley ne vedeva un esempio perfetto nel Rifiuto e nella Costruzione della muraglia cinese; citammo però in questo contesto anche altri racconti”.

Il rifiuto è uno dei primi, brevi, racconti di Kafka, del 1906, e ha la forma di un piccolo apologo.

“Quando incontro una bella ragazza e le chiedo: ‘Sii buona, vieni con me’, e lei passa oltre, in silenzio, intende dire: ‘Tu non sei un duca dal nome altisonante, non sei un americano massiccio dalla corporatura d’un pellerossa […] Per quale motivo, dunque, una bella ragazza come me dovrebbe venire con te?’. ‘Tu dimentichi che non viaggi in automobile, […] né vedo i signori del tuo seguito in livrea, […] indossi un vestito di taffetà tutto pieghettato che a noi tutti tanto piaceva l’autunno scorso, eppure ogni tanto sorridi, con questa minaccia di morte impressa sul tuo corpo’. ‘Sì, abbiamo ragione tutti e due e, per non rendercene conto in maniera irrefutabile, sarà meglio vero, che andiamo a casa ciascuno per conto proprio'”.

Durante la costruzione della muraglia cinese, invece, uscì postumo. È un racconto che sembra anticipare Borges. Vi si ragiona del senso della muraglia cinese, e della tecnica con cui viene eretta (il sistema delle costruzioni parziali). Un’opera di difesa ma indifendibile, perché in continuo pericolo, e probabilmente impossibile da completare. Può la Cina infinita essere cinta da un muro? O si tratta invece di stendere le fondamenta per una nuova Torre di Babele, questa volta incrollabile? Ma appunto di Cina si parla, e qui, per la prima volta, almeno nella finzione, Kafka veste i panni di un cinese.

“Io sono un oriundo della Cina sudorientale. Nessun popolo settentrionale ci può minacciare (Ich stamme aus dem südöstlichen China. Kein Nordvolk kann uns dort bedrohen)”.

Allo stesso immaginario della muraglia cinese potremmo accostare sia La tana, con il suo labirintico intreccio sotterraneo, sia un altro racconto, tra i più conosciuti, Un messaggio dell’imperatore. Kafka non ci dice attraverso quale impero viaggerà il messaggio dell’imperatore dal suo letto di morte sino alla più lontana delle lontananze dal sole imperiale, ma si capisce che è una regione sconfinata ed è presumibile che stia parlando dell’imperatore della Cina

“L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Il messaggero cerca affannosamente di farsi strada, ma non ci riesce…

“C’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo, e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.

Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”.

La geografia che sogna Kafka, la sera, è una geografia cinese, o almeno quella di una brulicante e illimitata città dell’Asia. Un altro libro orientale di Kafka potrebbe essere considerato anche la raccolta postuma dei suoi aforismi, gli Aforismi di Zürau.

“Da un certo punto in poi non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere”.

Ma torniamo al taoismo “naturale” di Kafka, come lo definisce anche Waley. Sfogliando altri testi del Taoismo come Il Libro della Via e della Virtù [o Chuang-tzu] si ritrovano effettivamente diversi punti di contatto sia con l’indole di Kafka che con la sua opera: la radicale laconicità dei testi, cioè il valore di quello che non c’è, del Vuoto, come dicono i taoisti, e aggiungerei del segreto, l’avere tenuto, anche dal punto di vista letterario, una condotta mai in vista di un fine; il non avere di conseguenza mai aspirato alla Fama, né inseguito il proprio interesse, o cercato il successo, le lusinghe, gli adulatori; il rifiuto del potere e dell’amore e delle passioni, l’attenersi al debole e al vile, l’elogio del piccolo, la vicinanza agli animali, l’essere risoluto ma senza violenza o prevaricazione, la rinuncia all’io, e infine anche l’essere stato così luminoso – una delle grandi stelle polari del firmamento letterario novecentesco – senza però avere mai cercato di brillare. Soprattutto Kafka vuole diminuire, ridursi, diventare piccolo, più piccolo dei bambini, simile a un animaletto innocuo, e sparire. Scriverà:

“Gli animali piuttosto piccoli si possono osservare esattamente solo quando si tengono all’altezza degli occhi, quando invece ci si china verso di loro e si guardano per terra se ne ricava un’idea errata e incompleta”.

E Canetti aggiunge:

“Bisogna tenere gli animali piccoli all’altezza degli occhi per poterli vedere bene: è come se sollevandoli ce li rendessimo uguali”.

Questo fatto, insiste, ci fa pensare alla tendenza di Kafka a ingigantire animali del genere, come l’insetto della Metamorfosi o la creatura simile a una talpa della Tana.

“Un interesse per animali minuti, specie insetti, che sia paragonabile a quello di Kafka, lo si trova soltanto nella vita e nella letteratura dei cinesi”.

E qui Canetti comincia a raccontarci una storia sui grilli e i cinesi:

“Degli animali preferiti dai cinesi fa assai presto parte il grillo. Nel periodo Sung era costume tenere grilli che venivano educati e pungolati per gareggiare fra di loro. […] Si racconta che al tempo in cui il regno Sung fu invaso dai mongoli, il condottiero dei cinesi stesse coricato sul ventre ad assistere al combattimento fra due grilli quando gli fu portata la notizia che il nemico aveva circondato la capitale, la quale correva ormai il più grave pericolo. egli non riuscì a separarsi dai grilli, gli premeva anzitutto conoscere il vincitore di questa battaglia: la capitale cadde e fu la fine del regno Sung”.

“Già molto prima”, continua Canetti, “nel periodo Tang, i grilli erano tenuti in gabbiette per udirli stridere”. E queste gabbiette erano state sollevate in alto, all’altezza degli occhi, così come raccomandava Kafka.

“I loro proprietari li consideravano alla pari, con essi si mettevano accosciati o sdraiati per terra quando erano impegnati in un combattimento. Quanto alle loro anime, erano quelle di celebri condottieri, e l’esito delle loro battaglie poteva apparire più importante del destino di un grande impero”.

E in gran numero, nella letteratura cinese, si incontrano storie di animali.

“[Sì], Storie nelle quali compaiono piccoli animali sono molto diffuse tra i cinesi; in particolare, numerose sono quelle in cui grilli, formiche, api accolgono fra loro un essere umano che trattano come fossero essi stessi esseri umani”.

Della trasformazione di un uomo in un animale, e della sua progressiva perdita della parola, parla anche il più famoso dei racconti di Kafka, scritto in sole otto settimane.

“Aveva scritto qualcosa che non sarebbe mai più riuscito a superare perché non esiste nulla che possa superare in validità la Metamorfosi, una delle poche grandi e perfette creazioni di questo secolo”.

Alla luce della tesi di Canetti e di Waley, si potrebbe dunque dire che La metamorfosi si avvicina di più alla sensibilità cinese che ai grandi archetipi occidentali come Apuleio o Ovidio. C’è qualcosa in comune anche nella forma, nell’originalissima restituzione in termini narrativi di un’idea, in un certo gusto per l’apologo. Viene in mente una pagina famosa di Zhuang Zi:

“Una volta Zhuang Zo sognò che era una farfalla svolazzante soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang Zi. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zi. Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhou. Tra lui e la farfalla vi era una differenza. Questo è ciò che chiamiamo la metamorfosi degli esseri”.

Sostituendo i personaggi (e La sostituzione è il vero titolo in tedesco della Metamorfosi), la storia di Gregor Samsa la si potrebbe volgere anche in questo modo:

“Una volta uno scarafaggio sognò di essere Gregor Samsa. Bruscamente al risveglio si accorse con stupore di essere uno scarafaggio. Non seppe più allora se era uno scarafaggio che sognava di essere un uomo o un uomo che sognava di essere uno scarafaggio”.

La letteratura è sempre un gioco di rovesci, gli antichi taoisti lo sapevano bene. Ma l’immensa tenacia di Kafka, per Canetti, era “lo stupefacente rovescio della sua debolezza”.

“Sono l’uomo più magro che io conosca. [..] Nel bagno sembro un orfanello]. […] l’amore ha bisogno di peso, ha a che fare con i corpi”.

Così Kafka scrive a Felice. Ed è anche per questa coscienza di essere irrimediabilmente magro che si consacra soltanto alla scrittura: le sue lettere sono un documento straziante dell’impossibilità di conciliare la letteratura con la vita, e soprattutto con l’amore.

“Allorché nel mio organismo fu chiaro che lo scrivere è il lato più fertile della mia natura, ogni cosa vi si concentrò lasciando deserte tutte le facoltà intese alle gioie del sesso, del mangiare, del bere, della riflessione filosofica e soprattutto della musica. Io dimagrii in tutte queste direzioni. Ed era necessario, perché nel loro complesso le mie forze erano così esigue che soltanto raccolte potevano passabilmente servire allo scopo di scrivere…”

Soltanto la solitudine della scrittura lo rende felice.

“…quando si scrive non si può mai essere abbastanza soli, quando si scrive non si può mai avere abbastanza silenzio intorno, la notte è ancora troppo poco notte. […] Ho già pensato più volte che il mio migliore tenore di vita sarebbe quello di stare con l’occorrente per scrivere e una lampada nel locale più interno d’una cantina vasta e chiusa”.

Nel locale più interno di una cantina vasta e chiusa. Canetti commenta così questo passaggio:

“Bisogna leggere questa meravigliosa lettera per intero, mai è stato detto sullo scrivere qualcosa di più puro e di più severo. Tutte le torri d’avorio del mondo precipitano davanti a questo inquilino delle cantine, e la bistrattata, svuotata parola “solitudine” dello scrittore riassume improvvisamente peso e significato”.

È la sola felicità che gli è concessa. A Kafka, che nei Diari si definisce un uomo  “malcontento anche della mia contentezza” e a cui in realtà basterebbe poter considerare come un posto diverso il posto dove sta. Ma l’unico posto in cui sta bene è la stanza in cui scrive: soltanto scrivendo può avere con la stanza stessa, e quindi con il mondo, un rapporto fisico. Soltanto scrivendo sente che “sta compiendo il proprio dovere nella misura in cui questa circostanza lo consente”, “ad onta dell’insonnia e dell’ufficio”. Anzi, la burocrazia e lo “spettrale lavoro d’ufficio” lo tormentano. Per il resto, se ne sta in disparte, e in silenzio. Nei confronti degli esseri umani prova disagio e turbamento.

Ancora Canetti: 

“Questo spiegherebbe la singolarità della sua opera nella quale semplicemente manca la maggior parte di quegli affetti di cui la letteratura caoticamente e prolissamente brulica. Se si riesce a rifletterci con un certo coraggio, il nostro mondo è un mondo, così com’è diventato, nel quale predominano la paura e l’indifferenza. Poiché Kafka si è espresso senza alcuna indulgenza, egli per primo ha dato l’immagine di questo mondo”.

Ma la diffidenza verso gli altri non sarà mai quanto quella che prova per sé stesso, come scrive al padre, la diffidenza a cui proprio suo padre lo ha condotto. Kafka, non oppone resistenza, non si difende, anche se non sa di cosa è accusato, come nel Processo. Si chiede soltanto se “è ancora possibile ricevere aiuto”. La sua ostinazione è tutta nella rinuncia, nel suo offrirsi inerme all’umiliazione pubblica. Sin dall’inizio si è posto dalla parte degli umiliati, ma con una differenza, “lui continua a sottoporsi all’esperienza acuta dell’umiliazione che non sembra possa mai avere fine”. 

“So che il mio destino è di rimanere solo”.

Annota Canetti

“Il ‘centro di ogni cosa’”  “può essere solo lui stesso, un ‘centro di ogni cosa’ sempre vulnerabile. La vulnerabilità del suo corpo, della sua testa, è la reale condizione del suo scrivere. […] [Kafka] ha bisogno della propria solitudine in quanto mancanza di difesa e di protezione“.

È questo anche il motivo per cui non può sposarsi con Felice Bauer né con nessun’altra. La conseguenza, però, è un sentimento di avvilimento inaudito o irreparabile. Kafka sente in sé “la fatalità delle cose definitive”. Lo assale da sempre un senso di nullità, a riprova “della sua pochezza”. Dimagrisce anche nella voce: per via della malattia, smette di parlare, su consiglio dei medici. Scrive soltanto su piccoli foglietti, attraverso di loro risponde per iscritto alle domande. I suoi messaggi sono come cartoline postali.

“Il mutismo è uno degli attributi della perfezione. […] Il cielo è muto, e fa da eco a chi è muto”.

Oppone una resistenza ostinata anche a certi cibi. E pure il suo essere taciturno è una necessaria esercitazione di caparbietà. Si rifiuta alle passioni. “Tutto e tutti si sentono afferrare alla gola”, scrive. Anche la sua memoria è caparbia.

“Egli non può, come fanno altri scrittori, giocare irresponsabilmente con i propri ricordi”.

E quando neppure la sua irriducibilità non è sufficiente, allora Kafka si esercita nella sparizione.

“Sottrae sé stesso al potere mediante la diminuzione fisica e con ciò ne partecipa in misura minore: anche questa ascesi è rivolta contro il potere”.

La storia di Kafka, in fondo, si potrebbe raccontare così, come la più feroce storia di sottrazione di uno scrittore al potere, a qualsiasi forma di potere. Canetti la riassume in una catena di frasi:

“Il potere [Kafka] lo sente, lo individua, lo nomina o gli dà risalto ovunque là dove altri lo accetterebbero con naturalezza.

Lo esprime con un coraggio e una chiarezza unici.

Egli rende il carattere animalesco del potere.

Mai è stato scritto un attacco più chiaro contro la sottomissione a ciò che è superiore [come nel Castello]. Perché qui ogni dominio diventa semplicemente dominio e come tale appare biasimevole.

La lotta contro il padre non era sostanzialmente per Kafka altro che una lotta contro un dominio. L’odio andava alla famiglia nel suo complesso”.

Come abbiamo visto, pure il suo nome diventa sempre più piccolo, si riduce a una sola lettera, K, e alla fine sparisce completamente. Sembra la messa in pratica dei detti taoisti, che praticavano il distacco dall’io, oltre che dalle passioni e dai desideri, come questo insegnamento di Zhuang Zi:

“L’uomo perfetto è senza io, l’uomo ispirato è senza opera, l’uomo santo non lascia nome”.

Ora possiamo finalmente provare a chiudere il cerchio. La più schiacciante e indiscutibile delle prove alla tesi di un Kafka cinese, Canetti la sfodera qualche pagina più avanti. È una cartolina postale che Kafka invia a Felice Bauer:

“Marienbad è inconcepibilmente bella. Già molto prima avrei dovuto seguire il mio istinto che mi dice come i più grassi siano anche i più intelligenti. Dimagrire si può dappertutto anche senza adorare le fonti, ma aggirarsi in boschi simili si può soltanto qui. Vero è che la bellezza è maggiore col silenzio e la solitudine, con la pronta accoglienza da parte di tutto ciò che è animato e inanimato; quasi senza che il tempo grigio e ventoso rechi pregiudizio. Penso che se fossi cinese e ritornassi subito a casa (ma in fondo sono cinese e ritorno a casa) dovrei ottenere per forza di ritornare qua presto. Come piacerebbe a te!”

Ma in fondo sono cinese e ritorno a casa: Kafka mette questa frase tra parentesi, staccandola dal resto: sembra davvero un’autoconfessione, quasi una dichiarazione di appartenenza anagrafica e ideale. Se Canetti cita quasi per intero questa cartolina postale è perché riassume in poco spazio “una serie di inclinazioni e tratti essenziali di Kafka”: 

“l’amore per i boschi, la disposizione al silenzio e all’assenza di gente, la questione della magrezza e il rispetto quasi superstizioso per i grassi”.

Silenzio e assenza di gente, tempo fosco, ventoso, ospitalità sia da parte di ciò che è animato che di ciò che è inanimato: tutto fa pensare al taoismo e al paesaggio cinese. Probabilmente questa cartolina è dello stesso periodo in cui Kafka stava scrivendo della muraglia cinese. Oltre all’impostura fittizia di quel racconto, “infatti qui troviamo l’unico passaggio” conclude Canetti “almeno a mia conoscenza, in cui Kafka dica di sé: ‘In fondo sono cinese…’”.

Fabio Stassi

Fabio Stassi è scrittore, bibliotecario, paroliere. Il suo ultimo libro è Bebelplatz – La notte dei libri bruciati (Sellerio, 2024).

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