Nel 1937 l’aviazione tedesca e italiana bombardò deliberatamente alcuni centri abitati dei Paesi Baschi. A Guernica e Durango presero forma la guerra moderna e la pratica di colpire le città, un modello di distruzione che ancora oggi risuona nei conflitti contemporanei.
Polvere sul viso e sul cappello
Fabrizio De André , Avventura a Durango
Guernika
Guernica, primo gennaio 2026. Ci arrivo per caso, per via di un viaggio imprevisto. Cercavo un’isola dove fuggire dall’anno vecchio e avevo finito per scegliere i Paesi Baschi, che a modo loro un’isola lo sono, come tutte le terre che ospitano una minoranza linguistica. Qui si parla l’euskera, l’idioma più misterioso d’Europa, una lingua preistorica che non ha parentela con nessun’altra. Nessuno sa da dove venga, con quelle k finali e consonanti spigolose quanto i volti delle persone che incontro. In realtà era tanto tempo che volevo venire fino a qui, per andare a vedere con i miei occhi il luogo del primo bombardamento aereo sui civili della storia umana. Da Bilbao, Guernica (Gernika in basco) è soltanto a un’ora di strada. Alla stazione ferroviaria i treni sono ridotti per via dei giorni di festa. Affitto allora una macchina – ne hanno soltanto con il cambio automatico – e prendo l’autopista.
Quando raggiungo Guernica, la città è deserta, quasi spettrale. C’è nell’aria quella mestizia del giorno che segue la festa, la stessa malinconia di certe umide domeniche invernali. Il cielo è chiuso, spento. Piove a sprazzi. Sembra lo scenario perfetto per amplificare l’impatto di questa desolazione. Memoria y olvido, dicono gli spagnoli. Memoria e oblio. Era il 26 aprile del 1937 quando all’orizzonte apparvero i primi aerei della Legione Condor e dell’Aviazione Legionaria Italiana. A las cuatro y media de la tarde di un lunedì di mercato. Le piazze affollate di contadini e di animali. Sui banchi, già svuotati dalla guerra civile, qualche tocco di formaggio, tavole di baccalà sotto sale, alcune cassette di acciughe – l’oro del Cantabrico –, scatole di fagioli neri. Non mancavano il txacoli, il vino che si beve da queste parti, né le casse di sidro. Le donne erano vestite di nero con i fazzoletti bianchi e i grembiuli, le ceste di vimini sulla testa; gli uomini, con il basco nero calato per storto sulla fronte, i pantaloni di velluto scuro, le scarpe di corda. Come sempre, nei mercati popolari, le voci del commercio dovevano essere alte, e in euskera. Risa, litigi, contrattazioni su cavalli da tiro e buoi pirenaici. Sul pollame, i conigli, le pernici. Questo villaggio di campagna all’epoca contava poco più di settemila abitanti ma era traboccante di soldati feriti e di profughi. Intere famiglie in rotta da altri paesi per l’offensiva del Norte di Franco. Le strade intasate di carri e masserizie. Nessuno si aspettava la tempesta di fuoco che si sarebbe scatenata da lì a qualche minuto. Guernica è nel cuore della Biscaglia, l’oceano ancora non si vede, ma è nell’aria, a pochi chilometri oltre le colline. La zona era considerata sicura, senza importanza strategica. Una retrovia della guerra.
Attraverso la città come si attraversa un paese fantasma. Camminare per queste strade è come passeggiare in un sacrario. Nelle piazze vuote vedo le chiese e i palazzi che le riempivano, il tracciato dei vicoli, il gioco delle ombre, e poi i calcinacci, le finestre scheletrite, i cumuli di polvere, cenere e pietrisco. Come se ancora il paese non avesse finito di bruciare. Supero una piccola fontana sopravvissuta alla devastazione: sembra una croce di confine al centro di uno spazio vuoto.
In pochi secondi furono scaricati tra le 31 e le 41 tonnellate di esplosivi. Prima le bombe dirompenti, con il compito di abbattere i tetti e distruggere le condutture dell’acqua. Poi quelle incendiarie al magnesio. Infine, i mitragliamenti a bassa quota. Tutto il paese prese fuoco. Quasi l’85% delle abitazioni venne raso al suolo. C’è chi morì stringendo un cespo d’insalata o un sacchetto di frutta; altri finirono sepolti vivi nelle cantine. Morirono anche gli animali (come a Portella della Ginestra, quasi dieci anni dopo).
Goebbels all’inizio negò il coinvolgimento della Germania, mentre i generali italiani se ne inorgoglirono. Radio Sevilla diede la colpa ai comunisti e ai socialisti in ritirata che incendiavano le chiese e uccidevano preti e suore. Ma la notizia fece il giro del mondo. La propaganda nazista e fascista provò allora a dire che l’obiettivo erano il Ponte di Renteria e la Fabbrica d’Armi, anche se erano bersagli insignificanti, dal punto di vista militare, bersagli che non furono nemmeno colpiti. Rimase intatta anche la quercia di Guernica, l’albero simbolo della libertà basca. Non restò che tirare in ballo il vento. Dissero che aveva deviato le traiettorie, come se una corrente d’aria potesse spostare la caduta verticale di ordigni di cento chili.
Ad ogni modo quel giorno non c’era vento, come non ce n’è oggi.
Memoria y olvido
Quale fu allora il vero motivo di quel bombardamento? Non è soltanto una domanda storica. Chiedersi come sono andate realmente le cose è un interrogativo anche letterario. Il giudizio degli studiosi è glaciale: Guernica fu un laboratorio. Un cinico esperimento per collaudare gli effetti sulla popolazione di un bombardamento a tappeto e di massa e misurare la precisione letale di un attacco di quella portata.
Ma il compito della letteratura è continuare a cercare una risposta ancora più vasta tra le macerie. A distanza di un secolo, con le immagini di Gaza negli occhi che i telegiornali spagnoli proiettano ogni giorno – le ho viste anche stamattina, in albergo, durante la colazione – provo ad avanzare l’ipotesi che a Guernica si volesse rompere un tabù. E quando un tabù si rompe, non si torna più indietro. Questo andò letteralmente in frantumi insieme alle bombe incendiarie. Memoria y olvido.
Guernica fu la prima applicazione della strategia della distruzione totale. Siamo alle prove generali della Seconda guerra mondiale. Bisogna testare su piccola scala quello che sarà replicato su scala più ampia negli anni successivi. Da qui in poi, l’elenco delle città bombardate con vittime civili si farà lunghissimo: Amburgo, Coventry, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki, Pyongyang, Hanoi e Haiphong, Groznyj, Aleppo, fino a Zaporižžja e alla striscia di Gaza. Crimini di guerra. Nessuno avrebbe più avuto da quel momento le mani pulite. La guerra era entrata in una fase nuova, e con lei tutta l’umanità.
Picasso lo capì per primo. L’onda d’urto lo raggiunse fino a Parigi. Cambiò subito il suo progetto per il padiglione spagnolo all’Esposizione Universale 1937 che si sarebbe tenuta nei giardini della Torre Eiffel alla fine di maggio e si mise al lavoro. Terminò il quadro in un mese. Prese a modello il medievale Trionfo della morte conservato a Palermo e le incisioni di Goya sui disastri della guerra. Eliminò il colore. Gli diede il ritmo di una cronaca fotografica in bianco e nero. Vi ritrasse un toro, un cavallo urlante, la Pietà ribaltata di una madre con un bambino morto, un soldato smembrato, una donna con una lampada (l’ultima candela?, l’ultima luce della ragione?).
“Quando raggiungo Guernica, la città è deserta, quasi spettrale. C’è nell’aria quella mestizia del giorno che segue la festa, la stessa malinconia di certe umide domeniche invernali. Il cielo è chiuso, spento. Piove a sprazzi”.
Oggi, in cima al paese – ci si sale con un tappeto mobile o dalle scale della Escuelas publicas – c’è una sua riproduzione su un murale in ceramica. A osservarlo nel luogo che lo ispirò, l’opera mi appare come una sorta di grande pala d’altare, un retablo contemporaneo e cubista dove Picasso incise la storia sacra del martirio di un popolo ma per celebrarne la memoria e la disperazione e non più la fede. Anche questo quadro è organizzato come un trittico. Gli animali, i contadini e i profughi si sono sostituiti ai santi, il grigio cenere all’oro barocco, e su tutto, al posto della luce, è scesa la monocromia del lutto.
Penso che è all’altare di questa cattedrale laica che volevo salire.
“Cosa credi che sia un’artista?” c’è scritto nel pannello informativo sotto al murale. “Un imbecille che ha solo occhi, se è un pittore, o orecchie se è un musicista, o una lira in ognuna delle camere del cuore, se è un poeta, o persino, se è un pugile, soltanto muscoli? Niente di tutto questo, un artista è un essere politico, costantemente consapevole delle cose lacerate, appassionate e meravigliose che succedono nel mondo”. Sono quasi le stesse parole che trent’anni dopo scriverà Elsa Morante: uno scrittore è un uomo a cui sta a cuore tutto quello che accade nel mondo, fuorché la letteratura.
Se la pittura non è fatta per decorare appartamenti, come dice a modo suo Picasso, la letteratura non serve a ornare la vita e a mascherare la realtà.
Agonia de fuego
Di ritorno al parcheggio, passo davanti ai grandi pannelli con le foto del bombardamento esposte davanti al Municipio, a Plaza de los Fueros. Alla loro verità nuda. Gli alberi anneriti nelle piazze sventrate. I lampadari delle chiese in fiamme. La desertificazione della città. Mi vengono in mente le parole del capitolo IX del Don Chisciotte: “la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire…” e Pierre Menard, il protagonista del celebre racconto di Borges, che le ricopia diligentemente. Non so se la frase di Cervantes nel XVII secolo volesse suonare come un “mero elogio retorico” della storia maestra di vita o se contenesse già, tra le righe, una consapevole dose di ambiguità e di sospetto; di certo, nel XX secolo, a Borges e al suo Menard apparì ironica e rovesciata: un’idea “meravigliosa”. “Menard, contemporaneo di William James, non vede nella storia l’indagine della realtà, ma la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che avvenne, ma ciò che noi giudichiamo che avvenne. Le clausole finali – esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire – sono sfacciatamente pragmatiche”. Le parole sono le stesse dell’originale, ma il senso è assolutamente inedito. E dal punto di vista da cui ora le leggiamo, dopo la pandemia e di fronte alle nuove guerre scatenate in questi ultimi anni, noi donne e uomini del XXI secolo quel senso non soltanto lo comprendiamo con grande chiarezza – che sia, cioè, “ciò che noi giudichiamo che avvenne”, la scrittura della storia, a creare la realtà e a inventare, a suo sostegno, la memoria – ma lo troviamo accresciuto di un accento ancora più marcatamente ironico e disincantato. Siamo ormai dalle parti di una crudele e definitiva parodia: dalla storia non si impara che l’esercizio del potere e del massacro. Ieri Lepanto, cento anni fa Guernica, oggi Gaza e domani chissà che altro.
Sto per andare via quando vedo un vecchio in piedi accanto alla scultura di un artista basco che si chiama Agonia del fuoco. Mi ero fermato, senza saperlo, nel punto esatto in cui è caduta la prima bomba. Mi avvicino. Il monumento è composto da alcune lastre di metallo e dal silenzio che le circonda. È il corrispettivo materico del quadro di Picasso: ritrae il frammento di un’esplosione, e l’incendio che scatenò. L’anatomia di un istante. Fotografa uno squarcio nella coscienza umana. Il materiale usato, leggo su internet, è un acciaio patinato che resiste alla corrosione e con il tempo assume il colore della ruggine. L’acciaio corten. Leggo anche che lo scultore ha sviluppato un’estetica del vuoto. Questo scheletro di travi metalliche è tutto ciò che restò di Guernica distrutta dal fuoco; per i baschi, l’allegoria di un’identità da sempre mutilata. In questo primo giorno di un nuovo anno, non può che assumere anche la forza di un ammonimento.
Prima che mi allontani, il vecchio mi parla in euskera. Gli faccio cenno di non capire. Ripete allora la stessa domanda in spagnolo. ¿Qué has venido a buscar? Che sei venuto a cercare? Ho l’impressione che abbia capito che sono italiano, e che gli italiani qui non siano benvoluti. Rispondo solo per educazione. Dico che cerco il confine, la frontiera che non andava superata. Ho parlato nella mia lingua, senza rendermene conto, ma sono certo che a questo vecchio con la barba lunga e il basco sulla fronte non interessa nulla di me e del motivo che mi ha spinto fino a qui. Lui scuote la testa. Si es eso lo que buscas, allora non sei ancora arrivato. Tienes que ir a Durango. La frontera que buscas está un poco más adelante.
Devi andare a Durango, ripete.
Este es el Cordero de Dios
Alla prima rotatoria, un cartello indica che da qui Durango dista ventitré chilometri. Meno di mezz’ora. Ho ancora una buona parte della giornata libera e decido di svoltare. È più un istinto che una scelta. In realtà, Durango la conosco soltanto per una canzone di De Andrè, che poi era la versione italiana di un pezzo di Bob Dylan. Ma la loro era un’altra Durango, la Durango messicana. Mi piace tuttavia come suona il suo nome, e poi le parole del vecchio mi hanno incuriosito.
La strada si snoda lungo la valle di un fiume. Il paesaggio è costellato da antiche fattorie in pietra e legno e dalla linea ondulata delle colline. Attraverso boschi di pini e querce, supero il Passo di Autzagane. Scendendo a valle, iniziano a stagliarsi le pareti di calcare del Parco naturale di Urkiola e il profilo del monte Anboto, una cresta di roccia nuda che riflette una luce minerale. Più avanti, seguono capannoni di vecchie officine e fonderie. Per secoli qui sono stati forgiati metalli per tutta la Spagna. Pure le nuvole si fanno più ferrose, e basse.
Parcheggio ai margini del quartiere vecchio, vicino all’Arco di Santa Ana, la vecchia porta barocca della città. Mi basta attraversarla per essere catapultato in un labirinto di vicoli medievali. Molte case di questa calle hanno però facciate e mattoni moderne, e in più punti si aprono piccole piazze improvvise, come a Guernica. Potrebbero essere altre cicatrici urbane. Lentamente mi incammino verso la Basilica di Andra Mari, così la chiamano in euskera. A colpirmi è il mastodontico porticato di legno sostenuto da grandi colonne di pietra. Le travi del soffitto sono di un nero assoluto che sembra assorbire tutta la luce. Il pavimento grigio ha forme circolari. Dall’alto pendono lampade bianche.
Sono di fronte al più grande esempio di architettura lignea coperta dei Paesi Baschi, quello che si dice “un luogo di soglia”. Qui ci si può riparare dalla pioggia, e la gente della zona lo ha fatto per secoli, ma sento che questo posto sia anche un’altra frontiera. Forse è questa “soglia” del dolore che il vecchio del parcheggio di Guernica voleva che vedessi. Ma perché? Faccio qualche passo, e trovo una targa commemorativa. Incastonata nel muro della basilica, una lapide ricorda i nomi delle vittime civili che morirono sotto il bombardamento del 31 marzo del 1937.
Rileggo la data. Apro il cellulare e inizio convulsamente a cercare notizie. In un momento scopro che il meridiano dell’orrore umano passò da qui un mese prima di Guernica. In una triste simmetria, mi ricordo che a operare la prima azione di guerra dall’alto, lanciando a mano delle granate su un accampamento turco, nel nord della Libia, era stato un italiano, nel 1911: il tenente Gavotti. A nulla era valso il divieto proclamato da due conferenze della pace, nel 1902 e nel 1907, di bombardare dalle mongolfiere, dai paesi aerostatici e poi dagli aerei. Ad altri italiani dovevo ora attribuire anche il primo bombardamento sui civili. Un altro sconcio ed esclusivo primato. Il Generale Mola aveva promesso di distruggere la provincia di Bilbao e tutta la Biscaglia fin dalle fondamenta se non ci fosse stata una resa immediata, e a Durango l’aviazione legionaria italiana era stata di parola.
L’operazione era cominciata all’alba del 31 marzo. Anche quello era un giorno di mercato, ma si trattava soprattutto del mercoledì della Settimana Santa. Alla prima messa del mattino, verso le 8:15, la Basilica era piena di fedeli, in maggioranza schierati dalla parte delle forze di Franco che si ripromettevano di riportare l’ordine e di difendere le chiese dagli assalti di quei senzadio dei rossi e degli anarchici al grido di Dios y la Patria e Viva la muerte. Qualcuno disse che la prima bomba centrò il tetto della navata maggiore proprio nel momento in cui il prete, padre Rafael Billalabeitia, stava elevando l’ostia durante il rito della Comunione.
Este es el Cordero de Dios, que quita el pecado del mundo.
Dichosos los invitados a la cena del Señor.
Ecco l’Agnello di Dio.
Il tetto gli cadde addosso e lo seppellì insieme a tutti i presenti. Chi cercò riparo nel portico fu travolto dal crollo delle travi di quercia: una trappola mortale. Tutto divenne grigio per la polvere di calcare e di calce che si sparse nell’aria. Dalle rovine della chiesa furono estratti 127 corpi, in gran parte di donne e bambini. Fu colpito duramente pure il collegio delle suore Josefinas dove morirono undici monache. Le bombe caddero anche nel cimitero, e uccisero la gente accorsa a un funerale.
Gli aviatori tornarono più volte a mitragliare la popolazione per strada e nei giorni successivi si ebbero altri attacchi minori fino alla Pasqua. Il bilancio finale contò un numero di morti superiori a trecento. Ma, come hanno scritto in molti, questo bombardamento non ebbe nessun Picasso a trasfigurarlo artisticamente. Soltanto André Malraux, che in Spagna aveva formato una squadriglia aerea volontaria a difesa del governo repubblicano, si rese conto di quanto gli attacchi aerei durante la guerra civile segnassero un punto di rottura nella storia della civiltà e li descrisse nel suo romanzo L’Espoire. Di fronte alle chiese sventrate e ai cadaveri dei civili stesi per terra, Malraux vide forse quello che vedo io ora tra questi vicoli, confrontandolo con le ultime notizie che provengono dal mondo: la morte di ogni diritto, nazionale e internazionale, e di ogni sacralità; la sproporzione meccanica e tecnologica delle nuove armi di distruzione di massa; l’affermarsi della logica oscena del più forte e delle soluzioni finali. Ma testimoniò anche quella “fraternità apocalittica” che unisce i sopravvissuti in mezzo al disastro e alla barbarie, ultimo sentimento a rivendicare la condizione umana. È la stessa fratellanza nel dolore che immagino sia nata tra i fantasmi di chi aveva cercato scampo sotto questo portico. Pare che i 46 aviatori italiani coinvolti festeggiarono il successo della loro missione il giorno dopo in un bordello di Saragozza. Le autorità fasciste li giustificarono definendoli in un rapporto ufficiale come dei “giovani focosi”.
Qualche anno fa la sindaca di Durango ha presentato una querela penale contro di loro definendo il coinvolgimento italiano nella guerra civile spagnola “un intervento militare straniero illegale” non essendoci mai stata nessuna esplicita dichiarazione di guerra. Non so come sia finita l’inchiesta aperta dalla magistratura spagnola per accertare se quel bombardamento fu considerato un crimine di guerra e un atto di lesa umanità. Nessuno di quegli aviatori ormai sarà più in vita, ma non è soltanto contro di loro che ha mosso il suo esposto la sindaca di Durango: è l’oblio stesso che ha querelato. Se soltanto ogni società potesse percepire la guerra come una profanazione, al pari dell’incesto o della pedofilia, la memoria del limite che si è superato qui per la prima volta non dovrebbe mai cadere in prescrizione.
Esco da Andra Mari con un senso di vergogna, mentre la luce metallica di questa giornata si posa su tutto: sulle pietre della Basilica, sulle mie mani, sulla storia stessa. Posiziono la leva del cambio automatico sulla modalità di partenza. Un’ora dopo sono a Bilbao.