A cinquant’anni dall’esordio, l’autore di "Sportswriter" e Il giorno dell’Indipendenza torna in libreria con il saggio "Con parole semplici", in cui parla del suo rapporto con la narrativa e del legame fra letteratura e politica. Lo abbiamo intervistato, e ci ha raccontato perché ogni nuovo libro è “un inizio radicale” e la scrittura l’unico mezzo per celebrare la vita dentro tutte le sue contraddizioni.
Il grande scrittore americano Richard Ford, premio Pulitzer nel 1996 e autore di titoli come Sportswriter e Il giorno dell’indipendenza, racconta in un diario di scrittura la nascita dei suoi primi quattro romanzi.
Con parole semplici (Feltrinelli) è un viaggio a ritroso nel Mississippi della sua giovinezza, nell’America rurale del Wyoming e nel New Jersey; ma è anche un viaggio tra le amate pagine amate di William Faulkner, Eudora Welty, Virginia Woolf, Stendhal, Walter Benjamin, Umberto Eco…
Quando uno scrittore sottopone al proprio sguardo critico il suo stesso lavoro, ci consegna il prezioso diario del suo ragionare: quella continua traduzione dell’esperienza personale in materia di scrittura. Con l’onestà e la chiarezza che lo caratterizzano, fuori dagli intellettualismi e sempre alla ricerca di un rapporto autentico con chi lo legge (e intervista), Richard Ford ci mostra soprattutto come scrivere un romanzo possa essere un modo di catturare la natura poliforme dell’esperienza umana (in un romanzo l’incommensurabilità della vita è resa commensurabile, diceva Benjamin). Ma anche come questo sopravanzi sempre le intenzioni di chi scrive: nel suo caso, uno scrittore appassionato della natura umana che a distanza di decenni coglie la dimensione politica del suo scrivere. “La descrizione è un atto politico,” diceva lo scrittore Richard Wright, “in quanto ridescrivere il mondo è il primo passo per cambiarlo”. Se intendiamo la politica in senso aristotelico, cioè quel tendere al bene tipico della polis che si riflette nella vita privata di ciascuno di noi, possiamo dire che tutti i libri di Ford sono politici. “Proprio perché” come dice lui “si occupano di cosa vuol dire essere degli esseri umani, senza occuparsi mai di ideologia e ruoli di potere.”
Avrei dovuto e voluto incontrarlo di persona, ma c’era lo sciopero dei treni e l’ho intervistato on line. L’inquadratura era talmente grandangolare che lo vedevo minuscolo. E lui ci scherzava, “sono sempre stato un piccolo uomo”. Sentivo solo la sua voce, divertita, scarna, oracolare. Un Clint Eastwood della letteratura con le sue risposte senza esitazioni.
Quando ho chiuso Con parole semplici ho avuto la sensazione di aver letto qualcosa di intimo. Marguerite Duras alla fine della sua carriera di autrice pubblicò Écrire, che è un diario di scrittura, ma molto di più. Suona come la trascrizione di un discorso segreto tra lei e il suo scrivere il mondo. Un modo per registrare la postura da cui come autrice guardava la realtà, a due livelli: quello consapevole e quello inconsapevole. Scrivere è una sorta di facoltà che possediamo al di là della nostra persona e della nostra intenzionalità. Mi sembra che questo possa valere anche per quello che racconta lei in questo saggio. Perché a un certo punto i grandi scrittori sentono la necessità di scrivere del loro scrivere?
Probabilmente perché qualcuno gli ha chiesto di farlo! Sì, ho preso l’impegno di riflettere sulla mia scrittura, mi hanno incoraggiato a farlo. Eppure, nonostante decenni di carriera letteraria, pensavo di non essere capace di sviluppare questo saggio. Dico sul serio. Mi sono seduto e ho iniziato a scavare nei miei pensieri e nel mio cuore. Riflettere sulla scrittura in fondo non sarebbe stato così strano, d’altronde è quello che ho fatto e che faccio tutto il tempo: sono un narratore, lo sono da cinquant’anni e scrivere della mia scrittura ho pensato che potesse essere utile per incoraggiare un giovane scrittore, qualcuno che affronta le prime pagine della sua vita. Migliorare è sempre possibile, di libro in libro. Mi piace l’idea che un giovane scrittore leggendomi pensi che quanto si appresta a fare è possibile. E, poi, ho scritto Con parole semplici anche per parlare delle letture che sono state importanti per la mia vita. Quando ho iniziato a scrivere non ho mai pensato a me stesso come a un intellettuale né che la scrittura fosse un esercizio intellettuale, ho solo iniziato a raccontare una storia, e le uniche storie che potevo offrire erano quelle della realtà di tutti i giorni. Successivamente, leggendo i libri di critici e filosofi ho iniziato a pensare che il romanzo potesse trasformarsi in un contatto intellettuale con il mondo. Umberto Eco diceva che intellettuale è chiunque produca in modo creativo nuove conoscenze, e molte nuove conoscenze possono vivere dentro un romanzo. Ho imparato molto da quello che ho letto, ma non a diventare uno scrittore migliore, che è sempre stata la mia ambizione. Tuttavia, ho potuto capire questi filosofi e questi pensatori proprio perché ero immerso in quella cosa complessa e totalizzante che è scrivere una storia.
In Sportswriter, il protagonista Frank Bascombe legge alla sua ex moglie una poesia. I due si trovano davanti alla tomba del loro figlio morto in giovane età, e Frank legge una Meditazione di Theodore Roethke, ma lei gli dice subito che non le piace. Non le piace perché non ci crede, non crede a quella poesia dove si insiste sulla possibilità che ogni cosa del mondo ci possa fare felici. Che cosa vuol dire credere nella letteratura?
A un primo livello, per me, è prendersi la responsabilità dell’uso della lingua: essere in grado di dare ragione delle proprie scelte stilistiche. Dietro quello che vediamo del mondo, dietro tutto quello che possiamo cogliere in superficie c’è sempre un valore più profondo. Dietro ogni comportamento, ogni atteggiamento c’è un’esperienza più intensa. La letteratura è la lingua che consente di vivere l’esperienza della vita in modo più vivido, di riflettere con tridimensionalità su quanto ci succede, di rendere quello che accade più utile alla nostra esistenza. Credere nella letteratura è creare una voce, e ovviamente una voce comprende anche il silenzio. Ovvero quello che c’è tra un suono e un altro, che non è mai un silenzio muto, ma rappresenta tutto quello che l’autore sceglie di non dire.
C’è anche altro, ma per me credere nella letteratura è soprattutto questo.
In Con parole semplici lei ripercorre la nascita dei suoi primi quattro libri cercando di rintracciare una dimensione politica alla quale, mentre li scriveva, non sembrava essere interessato. Invece queste storie sono state lette da molti come politiche, nonostante tutto.
I grandi scrittori ricreano il mosaico della realtà e lo fanno con tale forza da sospendere talvolta la nostra distanza critica. Lei parla di Faulkner, autore immenso che assorbe il lettore mettendolo davanti alle grandi contraddizioni umane, tanto da farci dimenticare che tra i suoi temi centrali c’è la schiavitù e l’odio razziale negli Stati Uniti del Sud. Può esserci letteratura politica senza capacità di cogliere l’imprevedibilità della vita?
Per me non c’è contraddizione tra dimensione politica e dimensione umana. Come diceva Aristotele, la dimensione politica inizia là dove le persone sono influenzate dai comportamenti, dalle credenze, dai ragionamenti le une delle altre. Ognuno di noi lo sperimenta nella vita di tutti i giorni. Lo vediamo in casa, a scuola, sul posto di lavoro. E ovviamente se trascendiamo dalla dimensione privata e allarghiamo lo sguardo è quello che succede in ogni governo, nella sfera politica propriamente detta. Scrivere della condizione umana come ho cercato di fare nei miei libri, è quindi politico. Quando diciamo “politico” riguardo a una storia non bisogna intenderlo come la rappresentazione di una leadership, di una fazione politica, di uno schieramento militare, ma, almeno per me, a un livello più basilare come la rappresentazione delle dinamiche per le quali siamo influenzati incessantemente dai nostri simili in ogni momento della nostra esistenza, tanto da cambiarla e trasformarla.
In questo saggio lei racconta che all’inizio della sua carriera non sapeva come scrivere un romanzo, ma di romanzi ne aveva letti molti. Il suo era un territorio di grandi scrittori: Richard Wright, Flannery O’Connor, William Faulkner e tanti altri. Scrive: “il permesso di inventarsi come autore era già stato concesso”. Non si sentiva intimidito da quei maestri?
No, non sono un tipo che si intimidisce facilmente. Ho ammirato e rispettato profondamente questi autori. Non ho mai pensato di poter dialogare allo stesso livello con questi grandi maestri, ma non ne ero intimidito. Ho sempre guardato alla scrittura letteraria intorno a me in modo totalmente ottimistico. Quando vivi nella stessa città di Eudora Welty, il fatto che ci sia stata lei prima di te, ti dà l’autorizzazione a scrivere, se lo desideri. E a provarci seriamente.
Benjamin ritiene che ogni buona storia debba contenere, in modo esplicito o implicito, qualcosa di utile, il che può essere sinonimo di qualcosa di nuovo. Cosa vuol dire per uno scrittore accettare il cambiamento, l’evoluzione da un libro all’altro? In cosa consiste?
Come racconto nel saggio, la composizione di ogni nuovo romanzo avrebbe dovuto essere il prodotto dell’assemblaggio di molte cose diverse. Erano sempre molte le cose che mi interessavano e mi sembravano importanti. Ogni volta desideravo che il mio romanzo fosse un capolavoro. In altre parole, quando scrivo un libro uso tutto il materiale a mia disposizione fino a sentirmi esausto di aver manipolato e trasformato tante informazioni da consegnare al lettore. Il container con tutto quello che desidero mettere nel romanzo alla fine è vuoto e devo iniziare a riempirne un altro fino all’orlo prima di iniziare a scrivere un’altra storia. Per molto tempo sono stato convinto che ogni libro avrebbe esaurito tutte le mie risorse e le mie capacità riducendole a zero. Per questo, ogni libro si trasformava in un inizio radicale: ogni volta ricominciavo da capo a essere uno scrittore in modo nuovo. E certamente, anche adesso, inizio a scrivere sempre con la convinzione che il nuovo romanzo sarà migliore dell’ultimo che ho scritto. Ogni volta vivo dentro questa proiezione ottimistica. Non voglio ripetere me stesso, forse è per questo che cambio contesto, che ho necessità di intraprendere sempre qualcosa di nuovo libro dopo libro, cercando di comporre ogni scena nel miglior modo possibile. Come si fa a migliorarsi di volta in volta? Il punto è esattamente questo. Non c’è una formula. È quello che ho cercato di capire scrivendo questo essay, mettendo in prospettiva quello che ho cercato di fare in passato.
Come sceglie i soggetti dei suoi libri?
I miei libri non hanno un soggetto; ogni mio romanzo ha migliaia di temi. Il mio sforzo è sempre quello di rendere la molteplicità dell’esperienza che un’unica vita contiene. Quando scrivo cerco di stratificare le pagine con tutto quello che mi sembra importante e denso di significato. In cinquant’anni ho scritto libri molto diversi tra di loro, ma nessuno ha un soggetto specifico. La narrativa deve produrre in noi lo stesso effetto della vita. Sappiamo per esperienza che l’effetto della vita è quello di essere imprevedibile, esigente, sorprendente. Vivendo ampliando spesso ciò che diciamo, pensiamo, comprendiamo. E lo stesso lo deve fare un romanzo.
Lei racconta della vita nel Mississippi quando era un ragazzo, di come la segregazione razziale fosse considerata normale, anche se nessuno ne parlava, anzi avrebbe negato qualsiasi forma di oppressione. In questi mesi tutto il mondo guarda all’America in modo diverso da come faceva in passato. Trump ha perso parte del suo consenso per colpa del caro vita e della guerra contro l’Iran. Iran che ha ancora un governo teocratico, ha ancora le riserve di uranio, domina ora lo stretto di Hormuz e ha dimostrato al mondo di poter tenere testa agli Stati Uniti rivelandosi più forte di quanto non credesse. Tutto questo è prova di un’evidente sconfitta di Trump, eppure la versione ufficiale è quella di negarlo. Di dichiararsi sempre vincente. Come si sta raccontando l’America al mondo?
Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto del “declino” dell’America di oggi. Credo che ci siano dei segni che potrebbero esseri interpretati come declino, sì. Penso, per esempio, al valore sociale e politico dell’uguaglianza. Ma io guardo alla vita dei singoli individui e non so dire che ci sia in generale un declino sociologico, politico, intellettuale. Certo, vedo come Trump agisce e mi auguro se ne vada il prima possibile, mi rendo conto che quello che fa sia sbagliato, eppure non mi sento in diritto di dire se un’intera nazione sia in declino o meno. John Keats scrisse in una lettera: “Gli assiomi della filosofia non sono assiomi finché non li sperimentiamo sulla nostra pelle”. Non mi sento capace di avere una certezza di quello che ogni americano prova oggi sulla sua pelle. Non sono bravo a parlare in generale, il mio lavoro va nella direzione opposta.
Con Sportswriter, che fin dall’uscita nell’86 ha avuto molto successo, lei ha raccontato l’America di quegli anni. Se lo scrivesse oggi sarebbe un libro completamente differente.
Sì. E no. Se scrivessi quel libro a distanza di quarant’anni sarebbe certamente diverso. Diverso io, il mio punto di vista sul mondo, e diverso il contesto. Ma questo continuo riassestamento dello sguardo è proprio della scrittura di per sé, è qualcosa di estremamente interessante che riguarda il mestiere dello scrittore. Posso scrivere per ore, poniamo il caso di martedì. Quando il mercoledì mi sveglio e torno alla scrivania, spesso succede che scrivo qualcosa di completamente diverso, come se il mio sguardo avesse subito delle variazioni in meno di ventiquattro ore. Non si può mai pianificare il modo nel quale scriverai. Mi piace che la scrittura sia influenzata dall’accidentalità, dalle aspettative cangianti, dall’umore. Non scriverai quello che avresti voluto scrivere, ma spesso scriverai qualcosa che non avevi neanche previsto. È un processo che amo.
Sartre diceva che leggere è uno dei più grandi atti di libertà che possiamo concederci. Leggendo ci immedesimiamo in altri da noi. Leggendo allarghiamo i nostri orizzonti. Ma questo può essere pericoloso. Non è un caso che i dittatori ogni volta mettano all’indice dei libri. Quanto è importante la lettura nella formazione della coscienza di un popolo?
Io posso solo parlare per me stesso. La lettura negli anni ha avuto la capacità di allargare l’idea che avevo delle possibilità umane, ha fortificato la mia umanità e il mio ottimismo. Io sono dislessico e ho sempre letto molto piano. Per questo leggo molti meno libri di quanto vorrei. Anche oggi la lettura rimane per me una sfida. Però grazie a questa lentezza, mi focalizzo su ogni parola, sul suo ritmo, la sua musica; mi sento vicino a ogni singolo segno sulla pagina. Imparare è uno dei piaceri più grandi della mia vita, e questo accade anche quando scrivo. Riprendendo quanto diceva Eco, scrivendo produco nuove conoscenze anche per me stesso, non solo per i lettori. Il mio stesso mondo si espande.
Nel 1951 Camus pubblicava L’uomo in rivolta. Per Camus era necessario essere in rivolta, difendere i valori irriducibili della natura umana contro ingiustizie e soprusi. L’uomo rivoltandosi, diceva, pone un limite alla storia. È questo il ruolo di scrittori e scrittrici?
Talvolta mi sembra che “rivolta”, “rivoluzione”, “ribelle”, siano parole cristallizzate, etichette che suonano retoriche. Albert Camus era immerso in una realtà storica specifica: lui guardava alla guerra in Algeria, si riferiva a una realtà storica peculiare, nei confronti della quale poteva scegliere se avere un ruolo di denuncia. Se parlassi io di rivolta o rivoluzione sarebbe pura retorica perché non ho un’esperienza diretta di un’atmosfera e di un periodo storico come quello vissuto da Camus. Quello di cui mi sento di parlare e raccontare sono i comportamenti umani, ed è qualcosa di cui anche il lettore ha esperienza. Posso intendere la rivolta in senso minore all’interno di questo specifico argomento, mostrando la vita, l’esperienza comune e quotidiana in modo del tutto inedito. Non c’è niente di scontato nella vita, né di permanente. Per chi scrive, gli opposti non sono necessariamente in contrasto l’uno con l’altro. Gli scrittori non hanno un ruolo oltre quello che hanno scelto; celebrano la vita in tutte le sue forme positive e negative, dentro ogni contraddizione. Gli scrittori possono solo rivoltarsi contro la morte.