Racconto

San Lorenzo

Un racconto di consigli di scrittura, ricordi ridestati, corpi impenetrabili, mani che si sfiorano, occhi che si bagnano.

Introduzione di Emanuele Giammarco

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Per scrivere un buon racconto dovete partire da un corpo. Non da un’idea, né da un titolo, proprio da un corpo. Anzi no, fate in modo che la vostra idea si incarni in un corpo, con ossa, muscoli e capelli. Accertatevi che non resti un fantasma. Ce l’avete? Bene, ora pensate a come questo corpo si muove nello spazio. Se siete in difficoltà fatelo sedere, magari davanti a un tavolo con una bottiglia. Chiedetevi: perché la sta impugnando? Così vi potrete concentrare su una specifica parte di questo corpo, ad esempio le mani che afferrano la bottiglia e sollevano il bicchiere. Provate a ricostruire le motivazioni che hanno portato queste mani a compiere determinati gesti. E poi potreste cominciare a rispondere a una serie di domande: per quale motivo la bottiglia contiene del vino e non del liquore? Ha senso che questo corpo beva whisky, se ambientate il racconto a Vicenza? O del limoncello, se il protagonista siede in un night club di New York? Trovate le risposte a queste domande e troverete anche la storia. Partire dalle azioni è un buon metodo per dare movimento alla scrittura, ma potete anche partire dall’identità, chiedervi chi sia questo corpo seduto che stringe una bottiglia. Uomo o donna, ad esempio. Poniamo il caso che sia un uomo e diamogli un nome. Possiamo chiamarlo, non lo so… Lorenzo? Vi piace Lorenzo? Ottimo. Cerchiamo di capire chi sia Lorenzo, l’uomo seduto che impugna una bottiglia e solleva un bicchiere. Scegliete un’immagine forte, poetica. Immaginate Lorenzo che attraversa la piazza principale del paese in bicicletta, in una scia gialla e azzurra, come una stella cadente. Osservatelo mentre taglia in due l’aria con la lingua in fuori e raccoglie le gocce di pioggia e di nebbia, salutandovi con una mano grande e scura (ricordatevi di queste mani). Oppure, pensatelo come un corpo con un gran talento per la dissoluzione. Lorenzo è bravissimo a diventare acqua, a sparire senza lasciare traccia e a rispondere ai vostri messaggi dopo interminabili ore di attesa, per poi spuntare alle vostre spalle a sorpresa, passare a prendervi alla stazione o all’aeroporto senza che vi foste messi d’accordo, coprendovi gli occhi con le mani, le stesse mani scure di prima, e voi capireste subito che è lui, perché le dita gli profumerebbero di sapone di Marsiglia e trementina. Potreste scrivere che con le labbra passava i contorni delle vostre costole nude e diceva: la tua pelle è dolce e salata insieme. Sollevava d’un colpo gli occhi vispi da bambino, che sul vostro ombelico sembravano nocciole tostate, poi ci passava la lingua, in quel buco al centro della pancia e diceva che da lì avrebbe succhiato tutto: la vostra vita, il tempo e i ricordi. Vi stupirete di quanto, una volta terminato il racconto, questa vostra anticipazione si avvererà, come una profezia. Oppure potete descrivere il modo in cui vi baciava le creste iliache, velocissimo e con rapidi schiocchi, allora diventava tutto un solletico e voi gli dicevate di smettere (senza volerlo davvero) e mentre provavate a scappare lui vi afferrava i polsi, e i segni delle sue dita diventavano bracciali di porpora chiara. Come in un gioco esplorativo e selvaggio, una lotta con i compagni di scuola: vorrei sentirti dentro, gli dicevate, e lui rispondeva guarda la mia mano. Indugiate sulla mano grande e buia che si muove lenta e poi veloce, stringe forte e infine allenta: il gioco era fissarla insieme, mentre arrivava al culmine del piacere. Potreste anche raccontare di come una volta, per barare, avete distolto lo sguardo dalla sua mano e avete cominciato a osservare il suo volto. I suoi occhi non guardavano voi, seguivano le dita, ingordi e incantati, come se stessero imparando qualcosa. Quanti anni ha davvero Lorenzo? Lasciate che il dubbio si insinui e poi si dissolva. La prossima volta vi guarderà. Fermatevi, prima di continuare a scrivere, e domandate alla storia: chi sareste, voi, per quest’uomo? Una donna, senz’altro, una donna importante, una donna che non piacerebbe molto a sua madre: vi giudicherebbe inadatta a suo figlio, che indubbiamente è divertente, è quello estroso della famiglia, ma sempre di buona famiglia rimane e non gli converrebbe giurare amore eterno a una barista del centro, conosciuta bevendo Cynar e fumando Lucky Strike. Sareste una donna a cui Lorenzo potrebbe chiedere di andare a vivere insieme, in un giorno di ottobre, mentre mangiate una pizza in cartone sul muretto davanti al Duomo. Ve lo chiederebbe con la misurata casualità nella voce di chi non aspettava altro da mesi, accampando motivazioni pratiche come la divisione delle spese o l’aumento del costo del gas. Voi gli direste di sì, senza ingoiare la mozzarella, e vi bacereste, scambiandovi le croste delle pizze con la lingua, lui soffierebbe per farvi uno scherzo e ci sarebbero briciole ovunque: sulla faccia, sui capelli, sui vostri occhi, ma voi non riuscireste ad arrabbiarvi, solo a ridere, perché quello per voi sarebbe un momento felice. E poi i dialoghi, dovete immaginare i dialoghi: che parole userebbe Lorenzo? Parole del tipo ti amo non riuscirebbe a usarle, proverebbe ad agirle, perché sarebbe uno che parla solo di ciò che conosce e l’amore, vi direbbe, non si riesce a farlo parlare, come la morte: ma che ci interessa a noi della morte, quando moriamo non ce ne accorgiamo, la morte non si vive, Sofì! Guarda i colori, senti la musica, il mio amore suona come la samba. Ti porterò in Portogallo a mangiare sardine e bere porto fino al mattino, balleremo in strada con i cappotti aperti e ti stringerò le mani, le tue mani piccole e screpolate, piene di pellicine, non dovresti mangiarti le unghie, Sofia. Chiedetevi anche che lavoro farebbe. Il pittore, magari, il falegname, all’occorrenza, perché passerebbe ore a toccare la materia e le superfici. Troverebbe un nome per le venature e gli spigoli, tutto diventerebbe compatto, poroso, ruvido, striato, degli oggetti sì che si può parlare, vi direbbe, perché posso toccarli, l’amore non si tocca, se vuoi posso costruire un vaso per i tuoi ranuncoli o piantare la lavanda in giardino, ma dirti ti amo proprio non posso. Accarezzerebbe i gatti e le tele bianche prima di dipingerle, e la vostra pelle nuda prima di morderla, scovando tutte le cicatrici e i punti neri nascosti, i segni marcati dei reggiseni e degli elastici dei pantaloni. Fanno male?, vi chiederebbe. Quanto basta, risponderete voi, e lui continuerà a domandare con curiosità sincera. Passerà le dita sul nylon delle vostre calze e sul velluto delle vostre gonne, con sorriso infantile: dirà che siete fatte di materia multiforme. Che belli i tuoi colori e i tuoi profumi, Sofia. Andrete a ballare con gli occhi truccati, le sue palpebre vibrerebbero come pappagalli tra le foglie, e non vedrebbe l’ora di brillare ancora e ancora nella notte, nonostante la vostra stanchezza, è solo un gioco vero?, gli domanderete e lui risponderà: esco anche questa sera. Date forma alle domande, scegliete parole tonde come punti interrogativi, scovate i dettagli più sconvolgenti. Potreste parlare di quando usciva in bici con il casco ammaccato, i pantaloni macchiati e gli occhiali da sole, forse muoio amore mio, con un bacio volante soffiato dal palmo. Tornava sudato, si spogliava e vi abbracciava, diceva dai sudiamo insieme, mentre voi provavate a divincolarvi come anguille, con un riso disperato, dai Sofia poi ci laviamo (chissà se vi va davvero di giocare). Facevate l’amore per terra contro il pavimento freddo e lucido, così lucido che lui ci si specchiava ed era come essere in tre: voi due e il mistero del suo riflesso che impugna il piacere e lo sparge ovunque, come colore sulla tela, nell’impacciato tentativo di dipingere sé stesso. Provate a immaginare, come sarebbe il sudore di Lorenzo? Acido, tiepido, umido, muschiato? Salato, direste, ma il sudore è sempre più che salato, state prendendo appunti? Esplorate gli aggettivi. Soffermatevi sugli odori: il profumo di dopobarba da adolescente, di detersivo in offerta al supermercato, perché Lorenzo laverebbe tutti i capi in lavatrice a quaranta gradi con l’acchiappacolore. Pensate alle azioni piccole, tornate sulle mani. Al modo in cui sbucciava le carote senza guardare e toccava gli oggetti per trasformarli: le scatole in mensole, le matite in fermagli. Chiedeva di spazzolarvi i capelli e di intrecciarli con nastri colorati. Seguite le dita che impugnano le forbici e tagliano le foglie dei peperoncini. Potreste dire che in inverno impollinava i fiori con un pennellino da trucco, perché le api sono tutte morte, e lui ogni tanto ci tornava, su quelle piantine, con le dita intrecciate dietro la schiena come i vecchi nei cantieri, la luce obliqua sulla sua figura scura, e le guardava neanche fossero pulcini nei pollai. Adesso non ho tempo per guardarti. 

Ecco, ora che avete un corpo, delle mani che si muovono e salutano e avete anche un nome e un mestiere, deve succedere qualcosa. Tutto questo non è la storia, questo è quello che voi credevate fosse la storia, perché vi sembrava funzionare, giusto? C’è Lorenzo e c’è Sofia, c’è una casa e le assi di legno in garage, i colori e i solventi, i peperoncini per farci marmellata o coroncine da regalare agli amici. Cosa potrebbe succedere? Anche niente, se preferite, ma quel niente sarebbe comunque qualcosa, perché diventerebbe niente e non lo sarebbe davvero, sarebbe piuttosto vuoto. Capite cosa intendo? Potreste notare, per la prima volta, quelle mani sottrarsi al tocco, come se la vostra pelle fosse di lava incandescente. Vado a letto che sono stanco. Potreste vederle danzare senza sosta sullo schermo del telefono e alla vostra domanda cosa fai? Sentireste solo niente ed ecco che in quel preciso istante accadrebbe, il niente, e la storia cambierebbe, diventerebbe quella la vera storia. La storia di come vi siete lentamente dimenticati delle carezze, dei baci sulle creste iliache, e di come le mani siano diventati occhi. Vi fissava, a un certo punto, senza toccarvi: mentre vi truccavate allo specchio, mentre indossavate i vestiti, cosa vuoi fare?, chiedevate voi con malizia, custodendo la speranza, mista a disperazione, di sentire di nuovo quelle mani. Ma lui si limitava a rispondere niente e vi dava un bacio sulla fronte. Stasera esco, non mi aspettare sveglia, sarò l’angelo custode dei tuoi sogni dorati. Parlate di quando avete trovato il tubetto di mascara chiuso male, rinsecchito in piccoli grumi. Raccontate di quando avete invitato il vostro nuovo collega a cena e avete visto una nuova luce attraversargli il sorriso: ti faccio un massaggio io, se ti fa male il collo, sono bravo con le mani. Entrate in questo niente e cominciate a scrivere la storia di come, una sera, Lorenzo si è seduto a un tavolo con una bottiglia di vino – non potrebbe essere whisky, né limoncello, ricordatevelo – e martoriando un fazzoletto zuppo di lacrime e resti di cibo abbia detto non sei tu, amore mio, è il tuo corpo. E la storia diventerebbe la storia di Lorenzo che se ne va, che sparisce e si dissolve, di nuovo come stella cadente. Sarebbe la storia dei mobili lasciati a metà, dei barattoli di vernice secca, forse è meglio se non ci sentiamo più per un po’. Ma il vero colpo di scena sarebbe un altro, una frase detta prima di darvi un bacio dietro l’orecchio: ti amo troppo Sofì, per questo devo andare. Voi allora ricordereste che l’amore non si può dire, e quindi che significa? La storia si trasformerebbe in paradosso e il colpo di scena in ossessione: per scrivere un buon racconto potreste scavarla, potreste diventare la vostra ossessione. Chiedere agli amici se hanno notizie di Lorenzo, perché lui è sparito, si è sciolto, le sue mani saranno diventate rigide e tonde come muffole. C’è chi direbbe che vive in un ecovillaggio vicino Bologna e costruisce capanne di fango e foglie di mais e voi lo immaginereste ad annodare i tronchi con iuta e cotone; anzi no, si è trasferito in Islanda, affumica aringhe e vende baccalà essiccato. C’è chi giura di averlo visto in strada a Parigi, con i suoi quadri, mentre fumava marijuana e aveva gli occhi assenti. Sua madre vi direbbe che nascondete qualcosa, eravate così innamorati, è impossibile che non ti abbia detto niente. Cosa hai fatto a mio figlio? Passereste giorni interi a fissarvi allo specchio, perché non siete voi, è il vostro corpo, e proverete a cambiare colore di capelli, a mangiare solo spinaci e poi solo biscotti, a guardare le trame delle smagliature, annusarvi le ascelle, passare il rasoio fino a togliere anche i peli incarniti. La storia che state scrivendo diventerebbe la storia del vostro corpo che si dimentica e che si osserva, che ora senza Lorenzo si può dire, perché ha perso l’incantesimo. Può diventare un sacco di parole dette da altri. 

Vi bloccherete, mentre scrivete, perché tutto vi sfuggirà dalle mani. Non capirete dove state andando, userete frasi che non sono davvero vostre e, pur di ritrovare il filo, tradirete voi stessi per pigrizia. Cancellerete e butterete via innumerevoli bozze: c’è il rischio che il racconto resti incompiuto. Per qualche giorno resterete in silenzio, nella spiazzante disponibilità della pagina bianca, come una tela, e crederete di aver perso l’unica opportunità della vostra vita per scrivere. Ma potrebbe non esserlo, se vi sforzaste, se strizzaste gli occhi per vedere meglio attraverso la vetrina di un bar di Milano, durante una trasferta di lavoro – una residenza artistica di scrittura creativa. Potreste, ad esempio, avvicinarvi alla vetrina, proteggendo gli occhi dal sole con una mano e la bocca aperta. Allora forse riprendereste a scrivere, e a raccontare di quando avete intravisto due gomiti puntati su un tavolino turchese e attaccati a quei gomiti due maniche di camicia, una azzurra e una color salmone, con due orologi dal quadrante grande, troppo grande per un polso come il vostro, di donna minuta e gracile. E avvicinandovi ancora un po’, potreste descrivere il momento in cui avete visto due mani ingombranti e callose, una chiara e una scura, giocare a rincorrersi su quel tavolino, con le dita grosse dalle unghie corte, intrecciate come rami di glicine. È in quell’istante doloroso e necessario che finirete il vostro racconto, quando vi accorgerete che, in realtà, vi bastano pochi elementi: le parole usate per riconoscere una delle due mani e per vederla stretta all’altra, mano grande di uomo, e le parole che avreste voluto sentirvi dire, magicamente unite in una sola riga. Infine, pensate alle parole che non direte mai, perché vi allontanerete da quel bar. Tutto quello che resterà di voi sarà l’impronta umida del vostro indice sulla vetrina. Per finire un buon racconto dovete indicare quel corpo attraverso il vetro, ripensare al suo nome, e ricordare la storia che non avete mai avuto il coraggio di scrivere.

Sonia Lisco, I miei nervi scoperti © 2026 Sonia Lisco © Racconti edizioni, 2026. Con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.

Sonia Lisco

Sonia Lisco nasce a Bari nel 1994. Ricercatrice indipendente e consulente freelance, collabora con associazioni e conduce laboratori di filosofia rivolti alla cittadinanza. Ha co-firmato il progetto editoriale Tecniche per non imparare a ferirsi e testi di canzoni con la cantautrice Anna Carol. I miei nervi scoperti è il suo libro di esordio (Racconti edizioni, 2026).

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