Le presentazioni hanno dei costi per chi le organizza che non vengono spesso ripagati dalle vendite del libro, possono essere molto faticose per gli autori, è lavoro quasi sempre gratuito per chi gli autori li presenta e la loro riuscita è affidata alla buona volontà dei librai. Ma esistono alternative? Si possono immaginare nuove forme di ritrovo, dibattito e comunità attorno ai libri? Questo reportage prova a rispondere a queste e altre domande.
Ogni settimana in Italia si tengono decine di presentazioni di libri. Le presentazioni aiutano l’autore, soprattutto se è giovane o esordiente, a farsi conoscere e il libro a farsi vendere; possono diventare momenti di socialità, di scambio e di confronto. Quindi una presentazione ha sì obiettivi di marketing e di posizionamento, ma è anche un’occasione per stare assieme e parlare di libri. Non sempre queste cose sono compatibili tra loro o riescono bene.
Un libro, del resto, non arriva mai al pubblico da solo, ma attraverso un sistema di mediazioni: editori, librai, critici, festival, premi, biblioteche, giornali, social network. È quello che Bourdieu chiama “campo letterario”: uno spazio in cui il valore delle opere non dipende solo dalle vendite, ma anche dal riconoscimento prodotto da chi le pubblica, le seleziona, le discute e legittima.
Lo sviluppo dei media e del marketing ha reso questa esposizione più forte. Lo scrittore non scrive un libro e basta, ma deve parlarne, leggerne dei brani, relazionarsi con i lettori, rispondere alle loro domande. Chi scrive un romanzo oggi è incoraggiato ad avere una presenza pubblica, a utilizzare i social, a mostrare talvolta persino la verve di un intrattenitore. Soprattutto, è bene che sia facilmente incasellabile all’interno del panorama letterario. Sempre più spesso un romanzo sembra aver bisogno di un’etichetta che lo identifichi su base tematica: un romanzo sul lavoro, sull’amicizia, sulla guerra, sugli expat, sulla crisi climatica, sul fascismo. E di conseguenza l’autore del libro deve porsi come un esperto su quel singolo tema e, su quel singolo tema, pronunciarsi quando interpellato.
A volte, però, questo può essere perfino controproducente, e rischia di andare in direzione contraria rispetto a quello che il romanzo dovrebbe fare. La narrativa dovrebbe tenere insieme ambiguità, omissioni, ritmo, scarti e un milione di altre cose che non si possono ridurre a un singolo argomento riconoscibile, né a una esposizione che chiarisca le ambiguità. Le presentazioni migliori sono paradossalmente quelle in cui il discorso riesce a portare l’autore in un luogo imprevisto. Questo può accadere però solo se l’incontro non è pensato come una parafrasi dal vivo della quarta di copertina, e, va da sé, neppure come un’incombenza da assolvere.
Un autore di solito oggi presenta il suo libro dal vivo dopo aver già rilasciato interviste video e/o podcast, sui social o comunque online. Il pubblico può quindi averlo già visto e ascoltato altrove e questo fattore influisce spesso sulle aspettative di chi partecipa agli incontri. La presentazione dunque deve offrire qualcosa che online non si trova: la possibilità di fare domande guardando in faccia l’autore e di ascoltare un testo letto ad alta voce, ad esempio. Soprattutto, il fatto di stare insieme ad altre persone. Tutto questo è sufficiente a coinvolgere davvero il pubblico?
Una presentazione viene quasi sempre considerata come parte di un processo naturale nella promozione di un libro. Prima dell’uscita e nei primi giorni in cui il libro è acquistabile, c’è l’esigenza di spingere il pacchetto “titolo-libro-tour” (e autore, ovviamente). Spesso tutto si riduce a qualche post su Instagram con una lista di tappe e date. Queste tappe in giro per l’Italia sono spesso un lavoro faticoso per l’autore, a volte deludente e non sempre utile agli obiettivi. Soprattutto se la casa editrice non è d’aiuto. Quasi mai i risultati sono proporzionati alla fatica. Ci sono serate vive, partecipate, eccitanti, nelle quali si crea un dialogo con il pubblico e, come lieto fine, lunghi applausi, ovazioni addirittura, e molto tempo passato a firmare le copie del libro. Ce ne sono poi di disastrose e ce ne sono molte altre che stanno in piedi per inerzia. Nella peggiore delle ipotesi, l’autore sciorina stancamente risposte già date mille volte, il moderatore fa il possibile, il pubblico ascolta tramortito, la libreria spera invano che qualcuno compri una copia.
Sono molti gli incontri nei quali le copie vendute sono poche o pochissime. A volte anche zero. Qualche settimana fa Daniela Brogi ha riaperto la discussione con un post su Facebook, nel quale parla della diffusa abitudine di partecipare a una presentazione in libreria e andarsene senza aver acquistato una copia del libro presentato o di altri libri. Naturalmente è legittimo partecipare a un incontro e non acquistare nulla. Il discorso di Brogi però si concentra sulle condizioni (e gli sforzi, e le competenze e il tempo. In una parola: sul lavoro) che rendono possibile quell’ora di conversazione: lo spazio messo a disposizione perché essa avvenga; le copie del libro ordinate dalla libreria; la locandina e comunicazione dell’evento; il tempo speso dai dipendenti della libreria (o dal libraio/a nel caso di piccola libreria) per allestire il tutto, magari anche oltre l’orario di lavoro; il tempo dell’autore e quello di chi modera.
“Registro un cambiamento delle abitudini culturali, che va in direzione di una spettacolarizzazione progressiva che ha reso il libro qualcosa che esiste solo grazie a quello che la casa editrice o gli autori fanno accadere attorno al libro stesso, riducendolo quindi a oggetto superfluo o secondario. Questo incide molto sulle piccole librerie indipendenti, che resistono a questa spettacolarizzazione, che pagano un affitto, le bollette e hanno poche risorse. A volte entriamo al bar e ci premuriamo di consumare qualcosa per andare in bagno, mentre ci sentiamo a nostro agio a partecipare a un incontro in una libreria senza acquistare nulla”, mi dice Brogi in una conversazione a seguito di quel post.
Ovviamente, una presentazione, anche quando è gratuita, non è priva di costi. Per gli editori, soprattutto piccoli e medi, una presentazione può essere un investimento necessario e insieme poco conveniente; per i librai è lavoro (che non sempre viene riconosciuto); per gli autori è un’attività molto gratificante e certo funzionale ai propri obiettivi, ma che nel caso di lunghi tour fa spendere molte energie e che presenta anche qui dei costi.
Quando la chiamo per chiederle un parere, Silvia Costantino, cofondatrice di effequ, che lavora anche con Staffette, una rete di professioniste e professionisti dell’editoria, sintetizza bene gli aspetti contradditori, anche per chi le fa, delle presentazioni. “Organizzare una presentazione è una delle cose più importanti per la vita di un libro ma anche una delle più rischiose e dispendiose”, dice. “È vero che le presentazioni sono eventi promozionali e quindi di marketing, ma nella maggior parte dei casi non portano a chissà quali guadagni reali. Il numero di partecipanti conta fino a un certo punto, abbiamo organizzato incontri con duecento persone al termine dei quali però abbiamo venduto cinque copie”. Tuttavia, le presentazioni, prosegue Costantino, “non servono soltanto a rafforzare le vendite del libro, servono anche a portare in giro una proposta culturale dell’editore”.
Questa distinzione aiuta a capire perché sia così difficile cogliere il senso di una presentazione. Sempre secondo Bourdieu, nel campo letterario convivono due logiche diverse. Una guarda al riconoscimento di lungo periodo, alla reputazione, alla legittimità culturale. L’altra guarda alla domanda immediata, alla diffusione e alle vendite. Una presentazione si situa nel punto in cui queste due logiche si incontrano: deve fare esistere un libro come oggetto culturale, che posiziona casa editrice e libreria e, insieme, farlo funzionare come prodotto vendibile.
I grandi gruppi hanno ovviamente più risorse, uffici stampa, social media manager e uffici eventi dedicati, al contrario dei piccoli editori, dove spesso una sola persona ricopre tutti questi ruoli assieme. Hanno anche molti più titoli da seguire, più uscite da accompagnare, più eventi da coordinare. Il rischio è che molte presentazioni finiscano dentro un automatismo che non valorizza davvero la singola opera e non si rivolga con precisione al suo pubblico potenziale.
Per le librerie, una presentazione non serve solo a vendere qualche copia in più, ma è uno dei modi per costruire fiducia e partecipazione. Giorgio Gizzi, responsabile della libreria Arcadia a Rovereto, dice che “le presentazioni servono tantissimo per fare comunità”. Le librerie che oggi resistono meglio, secondo Gizzi, sono quelle che riescono non solo ad aggregare una comunità già esistente, ma a crearne una nuova, fatta di lettori che si riconoscono nell’identità e nella proposta della libreria e di chi ci lavora.
Per Gizzi, il successo di una presentazione non si può determinare solo dal numero di persone presenti o dalla copie vendute. “Una presentazione è riuscita se fa vivere quel libro anche nelle settimane successive”, dice, “perché può far nascere un legame tra il libraio e il libro”. È un effetto meno immediato dell’efficacia di una presentazione, che riguarda il modo in cui un libro entra nella vita ordinaria di una libreria, viene consigliato e venduto anche a distanza dalla data dell’incontro con l’autore.
Va bene la funzione comunitaria, ma questo non significa che una libreria, soprattutto se piccola e indipendente, possa organizzare eventi tutti i giorni. Cecilia Arcidiacono, della libreria Tamu di Napoli, in proposito, racconta la fatica di stare dietro alle decine di richieste settimanali. “La libreria è aperta dal 2018 e abbiamo iniziato facendo molte presentazioni perché avevamo bisogno di farci conoscere”, dice. “Da qualche anno le stiamo riducendo, focalizzandoci solo sulle pubblicazioni che dal nostro punto di vista contribuiscono a creare una discussione davvero interessante per il pubblico di lettori che si è creato attorno alla libreria”. La ragione è semplice: i libri che escono sono troppi, le richieste di presentazioni sono continue, il ritmo del mercato editoriale è difficile da sostenere. Per una libreria indipendente scegliere di fare meno incontri significa sottrarsi a questi meccanismi e definire un’area di interesse, proteggere il proprio pubblico, evitare che la presentazione diventi un gesto inerziale.
Un caso diverso è quello di Piena, libreria italiana a Lisbona. Sara Cappai la definisce “un’eccezione”, perché si rivolge a una comunità molto precisa: italiani che vivono all’estero, o persone interessate alla lingua e alla cultura italiane. Piena organizza almeno due eventi a settimana e non sempre sono presentazioni, ma anche bookclub, club di disegno, tandem italiano-portoghese, dj set, aperitivi. Cappai dice che questa varietà è diventata possibile dopo il trasferimento in una sede più grande, con un’area bar. “Bisogna dirlo con chiarezza, ormai non è sostenibile essere solo una libreria”. Non è un caso, insomma, se le poche librerie che aprono sono spesso bistrot che vendono anche libri.
C’è poi la figura del moderatore, un ruolo sottovalutato, più difficile da svolgere di quanto sembri. Chi modera deve accendere il pubblico senza rubare spazio, raccontare il libro senza fare spoiler, fare domande che non siano ovvie. Deve evitare la celebrazione del libro o dell’autore, contenere le iperboli, non usare quello spazio come pretesto per mettersi in mostra. Deve capire quando e come stimolare l’autore su un aspetto specifico e quando cambiare argomento, quando ravvivare il pubblico e quando dargli spazio per intervenire con domande. Se legge un brano del libro, deve saperlo fare bene. Deve insomma mettersi a servizio.
Presentare un libro richiede, a chi accompagna l’autore, ore di lavoro. Quasi sempre queste ore di lavoro non vengono retribuite. Se una presentazione richiede tempo e competenze, significa che è lavoro, quindi qualcuno deve sostenerne il costo. Questo costo viene di solito distribuito in modo irregolare. L’editore può pagare il viaggio e il pernottamento dell’autore, anche se non è così scontato che accada. La libreria mette a disposizione lo spazio, il personale, la promozione e l’accoglienza. Il moderatore partecipa quasi sempre gratis. Questo porta a una domanda ricorrente: le presentazioni dovrebbero essere a pagamento per chi vi partecipa?
Ornella Tarantola, che per anni ha gestito l’Italian Bookshop a Londra, dice che in Inghilterra molte presentazioni sono a pagamento. “Io non l’ho mai fatto e sulla mia tomba vorrò l’hashtag #tuttogratis”, dice. Poi aggiunge che forse, se avesse fatto pagare l’ingresso, la libreria avrebbe resistito qualche anno in più. Le persone si erano abituate a entrare in libreria, bere, stare insieme, non necessariamente comprare. “Però questo faceva anche parte del mio modo di intendere la libreria, mi piaceva così, che fosse molto conviviale”.
Maddalena Vatti, book scout per KF Literary Scouting, che ha sede a Londra e New York, racconta che in molte librerie indipendenti delle due città il pubblico in effetti paga per assistere alle presentazioni. A volte nel prezzo è incluso un bicchiere di vino o una birra, altre volte una copia del libro. “Rimango sempre piacevolmente sorpresa dal fatto che molti di questi eventi vanno sold out”, dice. “Esiste chiaramente un pubblico molto affezionato che segue il programma di queste librerie”.
La fiducia qui fa la differenza. Una persona è disposta a pagare per una presentazione se riconosce il valore e la proposta culturale di chi la organizza. Questo modello non è automaticamente trasferibile in Italia. E ciò dipende dal reddito, dalle abitudini culturali, dal rapporto con le librerie, dal modo in cui le città funzionano, insomma. Pagare un biglietto per una conversazione che in teoria serve a vendere un libro può sembrare una forzatura, soprattutto in contesti dove la presentazione resta ormai uno dei pochi eventi culturali facilmente accessibili, ma esistono delle eccezioni. Alcune librerie hanno iniziato a sperimentare formule intermedie.
Arcadia, per esempio, chiede una prenotazione e un contributo di 3 euro all’ingresso, che viene scalato dal prezzo del libro se la persona decide di acquistarlo. Gizzi racconta che questa idea gli è venuta durante la pandemia, quando gli ingressi erano contingentati e diventava necessario dare priorità a chi era davvero interessato all’incontro, poi si è rivelata proficua ed ha continuato ad adottarla. “Ci sembrava anche un modo per riconoscere valore al nostro lavoro”, dice. Secondo lui questa cosa ha prodotto due effetti: ha reso più motivati i librai, chiamati a garantire un incontro qualitativamente più elevato e curato nei minimi dettagli, e ha aumentato la probabilità che chi partecipa compri davvero il libro. È una soluzione semplice, perché non trasforma del tutto la presentazione in uno spettacolo a pagamento, e nello stesso tempo ricorda che quello spazio ha valore, non solo simbolico. Il rischio è che alcune persone restino fuori, o che una soglia economica anche minima allontani le persone da una pratica che per molti anni è stata percepita come aperta e accessibile. Quella di Arcadia sembra un’eccezione dovuta, non soltanto dal lavoro di curatela svolto in questi anni dai librai, ma anche da condizioni favorevoli e non sempre replicabili altrove.
Anche Piena, a Lisbona, ha sperimentato formule ibride. Cappai racconta che in alcuni casi hanno usato l’accesso anticipato al firmacopie per chi acquistava una copia del libro prima dell’incontro, insieme a un momento informale con l’autore. “Ci è capitato di vendere anche cinquanta copie prima ancora dell’incontro”, dice. Non si tratta di un vero biglietto, ma è un modo per legare l’evento alla vendita del libro senza chiudere del tutto l’accesso al resto del pubblico.
Resta perlopiù irrisolta la questione del pagamento di chi presenta o modera. Vincenzo Latronico l’aveva posta in un articolo uscito sul Post nel 2023, Presentare stanca. Lo scrittore partiva dalla propria esperienza in Germania, dove raccontava di essere stato pagato per presentare il suo romanzo, così come veniva pagata la persona che dialogava con lui. Il punto era l’effetto che il pagamento produceva sull’intero sistema: se gli eventi costano, se ne fanno meno; ma quando se ne fanno meno, è più probabile che vengano preparati meglio; se quello di moderatore viene considerato un lavoro, possono nascere moderatori professionali, capaci di costruirsi una reputazione e di attirare un proprio pubblico anche quando l’autore non è molto conosciuto.
Il discorso di Latronico riguardava soprattutto il Salone del Libro di Torino e più in generale festival e contesti strutturati, dove i biglietti di ingresso sono sì a pagamento, ma ci sono anche sponsor, fondi pubblici o privati e quindi indotti economici più consistenti. Portare quel modello dentro la vita ordinaria delle librerie è più complicato. Una libreria indipendente non ha le risorse di un festival. “Il libraio è un poveraccio”, dice provocatoriamente Tarantola. “Ho sempre detto che tutto quello che potevo offrire erano vino e focaccia a volontà”. Il problema, però, resta lo stesso: quando un lavoro non viene pagato, tende a diventare invisibile. E quando diventa invisibile è più facile che venga dato per scontato e, peggio ancora, che venga fatto male e quindi che non risulti interessante per nessuno.
Per questo la questione del compenso porta sempre con sé un’altra domanda. Che cosa offre davvero una presentazione? Se è solo una conversazione generica, con domande prevedibili e risposte già sentite, anche pochi euro possono sembrare troppi. Se è un incontro curato, con un taglio immediatamente comprensibile e accattivante, una buona mediazione, un pubblico coinvolto, un contesto accogliente, il contributo verrà sborsato più facilmente.
Molte presentazioni si rivolgono a persone che frequentano già le librerie, conoscono i codici dell’ambiente, seguono autori, editori, collane, festival. È un pubblico fedele e informato, in molti casi decisivo per la sopravvivenza di uno spazio, ma è anche un pubblico non così numeroso. In un paese dove si legge poco e dove molte librerie indipendenti lavorano dentro margini economici ridotti, può sembrare un tema che riguarda solo il mondo editoriale. Riflettere sulle presentazioni, però, permette di interrogarsi su questioni più ampie, relative al nostro tempo libero, alla presenza di spazi culturali nelle città, alla capacità di creare occasioni di incontro non sottomesse al mero consumo.
Chi resta tagliato fuori dal discorso non è necessariamente disinteressato ad esso, ma spesso ha meno tempo, meno possibilità economiche, minore abitudine a considerare la libreria come uno spazio in cui passare il proprio tempo libero. Molte presentazioni si tengono nei giorni feriali, tra le sei e mezza e le sette e mezza di sera, una fascia oraria che presuppone una vita abbastanza ordinata: finire di lavorare in tempo, potersi spostare, non avere altri impegni più urgenti. Partecipare a una presentazione richiede molto di più del solo interesse per i libri, o quantomeno quell’interesse deve essere in alcuni casi molto intenso.
Questo vale soprattutto per chi ha lavori frammentati, orari instabili, salari bassi, figli piccoli, vive in zone con pochi servizi e che richiedono spostamenti lunghi. A fine giornata, sedersi ad ascoltare una conversazione in libreria può essere l’ultima cosa che si vuole fare. Le presentazioni competono con la stanchezza delle persone, oltre che con altre forme di intrattenimento.
In una conversazione con Loredana Lipperini pubblicata qui su Lucy, Wu Ming 1 ha collegato bene questo discorso alla crisi della lettura. Dopo una giornata di lavoro, una serie, i social o le chat richiedono meno energia di un romanzo o di un saggio. Il punto, diceva, sta a monte: nelle “vite logoranti”, nella fatica mentale, nel fatto che molte persone i libri non riescono neanche più a permetterseli. È un ragionamento che credo si possa estendere alle presentazioni, che, oltretutto, dovrebbero essere anche un’occasione per coinvolgere nuovi lettori. La domanda è quindi: che cosa si fa davvero per attrarre questi nuovi lettori, e per farli sentire inclusi nel discorso? Le presentazioni sono anche un indicatore della qualità della vita culturale di una città. Una libreria o una biblioteca attiva in un quartiere, in una provincia, diventa uno spazio in cui si possono incontrare altre persone senza che tutto sia immediatamente tradotto in consumo.
Le biblioteche permettono di guardare a questa funzione da una prospettiva diversa perché non hanno lo stesso obiettivo economico delle librerie. Valentina Busso, vice reponsabile della Biblioteca Archimede di Settimo Torinese, dice che la biblioteca lavora per “attivare delle conversazioni, come si dice in biblioteconomia moderna” tra la filiera del libro e i cittadini. “La biblioteca non ha l’obiettivo di guadagnare qualcosa”, spiega. “È uno spazio dove noi bibliotecari cerchiamo di attivare delle conversazioni tra autori, illustratori, traduttori, fumettisti, editori, librerie, e i cittadini e le cittadine che fanno parte di una comunità”.
La Biblioteca Archimede è diventata negli anni un centro culturale molto frequentato della città. Anche lì, racconta Busso, le presentazioni tradizionali avevano iniziato a perdere pubblico, pure nel caso di grandi nomi. Da circa tre anni la biblioteca lavora su un formato diverso, rivolto soprattutto a persone tra i 18 e i 35 anni. Gli incontri vengono co-progettati con gruppi di lettori e lettrici, partendo da temi contemporanei che interessano quella fascia d’età. I temi emergono prima, vengono condivisi con l’autore e diventano la base dell’incontro.
L’autore butta lì una “provocazione”, i partecipanti vengono divisi in gruppi, discutono con il supporto di facilitatori e poi restituiscono quanto emerso. A quel punto l’autore riprende gli spunti, li collega al libro e al proprio percorso, e da lì si apre una discussione che coinvolge tutti. Spesso l’incontro si conclude con uno scambio di consigli: libri, film, articoli, materiali per continuare il discorso. In questo modo “incontrare un autore è sempre un’esperienza ricchissima”, dice Busso.
Il dato più interessante è che questi incontri coinvolgono di solito tra quaranta e sessanta persone tra i 18 e i 35 anni, quindi giovani. Sono numeri notevoli se confrontati con molte presentazioni tradizionali rivolte allo stesso pubblico. Dimostrano che portare i giovani in biblioteca o in libreria, cosa che molto spesso appare come una specie di miracolo, è possibile nel momento in cui c’è un’offerta valida. Ascoltare per un’ora due persone che parlano può funzionare se c’è già un solido interesse verso l’opera o verso chi l’ha prodotta, cosa non scontata. Partecipare a una conversazione costruita anche intorno alla loro presenza può funzionare meglio.
In questo modello la presentazione smette di essere soltanto l’esposizione di un libro e diventa una forma di relazione che sposta una parte dell’attenzione sul pubblico. Chi partecipa non è solo il destinatario di un messaggio, è una delle condizioni necessarie affinché l’incontro prenda forma e riesca bene. È un cambiamento piccolo, molto concreto, che risponde a uno dei limiti più evidenti del formato tradizionale delle presentazioni: il pubblico viene chiamato in causa troppo tardi, spesso solo quando l’incontro è quasi concluso.
Walter Benjamin, in un piccolo saggio del 1936 intitolato Il Narratore, distingue la narrazione orale dal romanzo moderno. La prima nasceva dallo scambio di esperienza, dalla voce, dalla memoria di chi ascolta. Il secondo era legato al libro stampato e alla solitudine di chi scrive e di chi legge. Una presentazione prova a stare in mezzo a queste due cose: restituisce voce a un oggetto pensato quasi sempre per essere letto da soli, e lo cala all’interno di un gruppo provvisorio di ascoltatori. Anche il pubblico, in questo senso, non dovrebbe essere solo una platea. Nel racconto orale, l’ascoltatore conserva ciò che riceve, lo discute, lo trasforma.
La qualità di un romanzo non coincide con la capacità del suo autore di intrattenere una sala, ma considerare le presentazioni come vere e proprie esibizioni può aiutare a prenderle più sul serio. Momenti di condivisione, restituzione, socialità. Tutto ciò scarica però sull’autore un onere non banale: andare oltre ciò che ha scritto, trattarlo in modo diverso dalla parola scritta.
Nella mia modesta esperienza da autore, oppure quando mi è capitato di moderare degli incontri, ma soprattutto da semplice fruitore delle presentazioni, mi chiedo sempre se quell’incontro debba essere uno spettacolo preparato nei dettagli, se debba restituire qualcosa o offrire un servizio specifico al pubblico. Insomma, non una semplice chiacchierata informale e improvvisata, ma una proposta concreta di incontro dal vivo che l’autore porta in giro per un certo periodo in coda alla pubblicazione di un romanzo.
Oggi ci sembra naturale che uno scrittore debba parlare in pubblico dei propri libri, ma non è sempre stato così. Per trovare nella modernità un embrione delle presentazioni odierne, possiamo tornare alla seconda metà dell’Ottocento, quando Charles Dickens fece centinaia di letture pubbliche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, prima in contesti filantropici e poi, visto l’enorme successo, in veri e propri tour a pagamento. Erano eventi molto seguiti e avevano una forte componente scenica. Dickens aveva esperienza di teatro, aveva scritto drammi, partecipato a spettacoli amatoriali, diretto e recitato. Le sue letture nascevano anche da questa familiarità con il palco.
Il modello più vicino era quello del monologo teatrale, fondato sulla variazione della voce, sull’imitazione dei personaggi, sull’alternanza tra comico e patetico. Dickens fece però qualcosa di diverso: tolse quasi tutti gli elementi scenici e portò sul palco soprattutto se stesso, cioè l’autore dei libri da cui quei personaggi provenivano. Chi aveva scritto il testo tornava dentro il testo, lo interpretava, lo rendeva presente davanti ai lettori, diventava, come già accadeva sui giornali, una figura pubblica.
Uno dei modi più semplici per valorizzare questo aspetto potrebbe essere rimettere al centro il testo. Il reading, in teoria, dovrebbe servire a questo. Resta una pratica meno diffusa di quanto ci si potrebbe aspettare, ma leggere ad alta voce in pubblico è diverso dal parlare di un libro. Richiede preparazione, scelta dei brani, attenzione alla durata, ma può funzionare anche quando l’autore non ha particolare voglia di raccontarsi, perché sposta l’attenzione dalla biografia alla scrittura. Leggere in pubblico poi aiuta a cogliere meglio alcune peculiarità che sulla pagina possono andare perse: verve comica, cambi di passo, anacoluti…
“C’è poi la figura del moderatore, un ruolo sottovalutato, più difficile da svolgere di quanto sembri. Chi modera deve accendere il pubblico senza rubare spazio, raccontare il libro senza fare spoiler, fare domande non ovvie. Deve evitare la celebrazione, contenere le iperboli, non usare quello spazio come pretesto per parlare di sé”.
Lo scorso anno ho partecipato al Festival europeo del romanzo d’esordio, che si tiene da più di vent’anni a Kiel, in Germania. Autori esordienti da vari paesi europei si incontrano assieme ai rispettivi editori, discutono, costruiscono relazioni. L’evento conclusivo si svolge nella Casa della letteratura di Kiel. Gli autori salgono sul palco uno dopo l’altro e leggono un estratto del proprio romanzo nella lingua originale. Poi un traduttore o una traduttrice legge lo stesso brano in tedesco.
Il pubblico paga un biglietto e resta seduto per ore ad ascoltare autori esordienti leggere in italiano, finlandese, olandese, francese e altre lingue. Non va lì per vedere una celebrità, né per assistere a una conversazione brillante. Partecipa a un rito costruito intorno alla letteratura e alla traduzione. Non è un modello facile da importare. Mostra però che anche un formato molto essenziale può funzionare, se è pensato con precisione e se il pubblico capisce che tipo di esperienza gli viene proposta.
Un altro esempio viene da FILL, il Festival of Italian Literature in London, nato nel 2017 nel contesto successivo a Brexit. Maddalena Vatti, che ha partecipato alla sua organizzazione, racconta che l’idea era creare un rapporto tra letteratura italiana, letterature europee e pubblico anglofono, in un momento in cui nel Regno Unito si discuteva con più attenzione di narrativa in traduzione. Il festival, oltre a far conoscere autori italiani all’estero, serviva a costruire conversazioni tra lingue, pubblici e tradizioni editoriali diverse. I biglietti avevano prezzi bassi, c’erano formule a pacchetto, un bar, un bookshop, spazi dove fermarsi dopo gli incontri. La location contribuiva a creare un ambiente accogliente al punto da far restare le persone oltre il tempo previsto dal programma.
Il punto, secondo Vatti, non era solo ascoltare un autore parlare del proprio libro. “In un’epoca in cui i contenuti sono così facilmente accessibili online ciò che rende ancora queste presentazioni rilevanti e attrattive non è sentire un autore che parla del proprio libro, ma la possibilità di trovarsi in uno spazio condiviso da persone con cui si ha piacere, una volta finito l’evento, di restare a chiacchierare”.
A Londra, Vatti cita anche le Soho Reading Series, fondate da Tom Willis: serate di reading a pagamento frequentate da persone del mondo dell’arte, della musica, della moda, oltre che dal pubblico abituale degli eventi letterari. “Queste serate sono dedicate alla letteratura, ma anche – e forse soprattutto – all’incontro tra persone interessate alla letteratura”, dice.
È un esempio interessante perché indica una strada che offre molte opportunità (e qualche rischio). L’opportunità principale è che la letteratura torni a essere un’occasione desiderabile di incontro, anche per persone che non fanno parte del mondo dell’editoria. Il rischio è che il libro diventi uno sfondo, un pretesto per appartenere a un ambiente glamour. Svecchiare le presentazioni rischia di renderle più mondane, facendo leva sulla FOMO, ma questo non impedisce di renderle più precise e più accoglienti. Il rischio opposto è l’eventizzazione. Gizzi parla di una propensione a costruire incontri come forme di intrattenimento, usando nomi noti non sempre legati al libro o alla discussione. “Si spendono nomi non sempre calzanti con il libro”, dice, “ma servono a intercettare, con la notorietà, un pubblico che non è realmente interessato ai libri e non lo sarà dopo l’incontro”. In questi casi la sala può anche riempirsi, ma l’effetto sul libro, sulla libreria e sulla lettura può essere molto più debole.
Secondo Gizzi, “il festival arriva come un’astronave e poi riparte lasciando un po’ di erba bruciata”», perché “non si stabilisce nessun rapporto tra il pubblico, gli autori e i libri”. Un festival vive anche di numeri, visibilità, sponsor, presenze. Una libreria vive di libri venduti, rapporti e fiducia costruita nel tempo. Un evento pieno non è per forza un evento utile alla vita di un libro.
La discussione sulle presentazioni finisce quindi per toccare un punto sistemico. Negli ultimi anni molte funzioni di mediazione culturale sono state affidate a luoghi che non hanno prodotto un valore reale per la filiera. Mentre librerie, biblioteche, festival, associazioni, piccoli spazi indipendenti non sempre hanno le risorse per sostenerle e provano a fare quello che le istituzioni pubbliche riescono a fare con sempre più fatica: creare occasioni continuative di confronto intorno ai testi, alle idee, alle forme della cultura contemporanea.
Non esiste una soluzione unica. La questione riguarda prima di tutto la progettazione. Ogni incontro dovrebbe rispondere a una domanda semplice: perché una persona dovrebbe esserci, in quel luogo, a quell’ora? Che tipo di incontro si sta costruendo, per chi, con quali risorse, con quale idea di pubblico? E, forse più importante di tutto, cosa costruisce e cosa resta di quell’incontro?