La morte costringe i vivi a confrontarsi con l’inadeguatezza delle parole davanti a una perdita. Home Burial di Robert Frost mette in scena due lutti che non coincidono, soprattutto sul piano verbale, rivelando la distanza che può aprirsi tra chi un tempo parlava la stessa lingua.
Al funerale di mio padre ho scelto l’intransigenza: andarsene non è morire. Ho citato uno degli scrittori che mi ha insegnato questo rigore, Alberto Savinio, e il suo risarcimento etimologico nel definire l’agonia come “lotta per il passaggio” – la battaglia di doversi comprimere in un “pertugio molto stretto” e passare così dalla vita alla morte. Ho aggiunto che era (è) molto importante per me assumersi la responsabilità delle parole usate, anche quando sono brutali. Dopodiché, ho continuato a parlare come se niente fosse: a messa finita ho salutato, ringraziato, proposto un aperitivo.
Nei mesi successivi ho scoperto che proprio con le parole avrei misurato il contraccolpo del lutto. La paura del giorno in cui la voce di mio padre smetterà di risuonarmi nella scatola cranica; l’esercizio a evocarla che mi impongo. Le vicinanze improbabili che ho costruito a partire dalla semplice condivisione di un’assenza e la strategia silenziosa che ho preferito adottare in seguito. Realizzare che mio padre non leggerà più le mie storie, non poter ricambiare per la me bambina sotto le coperte – “L’uomo il cui nome è pronunciato resta in vita”. E, soprattutto, la piega grottesca che ha preso la mia intransigenza lessicale.
Dopo la morte di mio padre, ho iniziato a dire cose stupide. Ho aperto bocca per battute raggelanti (un pomeriggio al parco con un’amica, guardare la data di scadenza su un pacco di patatine e dire: Sarebbero scadute il giorno del suo compleanno. Beh, non ci arriveranno nemmeno loro) e ho dato voce a una insensata e imbarazzante vendicatività domestica (Ora possiamo cambiare le finestre del bagno, Ora mamma ti prendiamo finalmente un cane). Come se potessi accettare la quotidianità della morte attraverso la sua manipolazione verbale, meglio se cinica. Mi sono aggusciata intorno al lutto come gli strati degli alberi. Forse perché le parole sono il solo modo di articolare il mondo che conosco, e articolandolo di realizzarlo – se mio padre è morto davvero, dico che mio padre è morto; se dico che mio padre è morto, mio padre è morto davvero (e se lo scrivo?). O forse avevo intuito che per evitare che il dolore dello strappo diventasse l’unico dolore esistente dovevo concedere alla mia vita di essere la vita di sempre: dovevo avere a che fare con le parole. Anche stupide, anche spietate.
Ho costretto chi mi circondava (parenti inclusi) ad affrontare un nuovo imbarazzo, quello di trovarsi davanti alla consapevolezza che la morte è un fatto e che come tutti i fatti è verbalizzabile, e ho finto di abbatterlo dedicandomi a osservazioni più innocue, condivisibili, cibo meteo lavoro. Nessuna risposta richiesta. Il lutto ha trasformato ogni conversazione nello scambio di nomi dopo una stretta di mano: le orecchie spente subito dopo aver chiuso la bocca.
Neppure parlare con i libri mi è interessato. Joan Didion, Litt Woon Long, Marisa Bulgheroni: intercettate anni fa, già deposte. Finché, riflettendo sulle cose che si dicono non sopra ma dentro al lutto, una mattina mi è tornata in mente una poesia. È una poesia a cui sono molto legata e sulla quale ragiono abbastanza spesso, ma quella mattina era la prima volta che ci ragionavo da quando era morto mio padre e mi sembrava di poterla capire un po’ meglio. Ci ho ripensato in tutti questi mesi, come si pensa alle cose importanti, cioè facendomi inglobare dal pensiero, più che veicolandolo.
La poesia si chiama Home Burial e l’ha scritta Robert Frost (appartiene alla raccolta North of Boston; in italiano è compresa nell’antologia Fuoco e ghiaccio pubblicata da Adelphi nel 2022, curata da Ottavio Fatica e tradotta da Silvia Bre). È una specie di racconto in versi, un lungo dialogo tra un marito e una moglie che rimescola il blank verse nel parlato e scivola con una fluidità allitterante e una rabbia che mi hanno sempre emozionata. I due protagonisti hanno sepolto un figlio, non si sa da quanto. Lei (Amy) non si è ripresa. Forse non si riprenderà mai – la sensazione è questa, e non tanto che non si possa mai riprendere del tutto, ma nemmeno un po’. Amy rimane incastrata in un angolo delle scale interne alla casa; ogni volta che passa guarda ossessivamente fuori da una finestra. Se sta scendendo, gira il collo per guardarsi sopra le spalle e arrivare là. È la finestra che inquadra il piccolo cimitero domestico in cui si trova la tomba del bambino. Non è tanto il suo sguardo che va al cimitero, è il cimitero che le calamita lo sguardo – quanta consapevolezza può mai esserci nelle ossessioni, nelle fobie, nei mostri. Frost apre la poesia dicendo che Amy guarda fuori come si guarda a una qualche paura. Il marito ci mette un po’ di tempo a capire a cosa sia rivolta la moglie (tanto che lei pensa che non lo capirà mai, povero cieco), ma quando se ne rende conto è come se ogni cosa diventasse di vetro. Amy compresa. A quel punto lei, esposta, diventa una preda, lui un predatore anche piuttosto violento e incapace di capirla. Litigano, finché Amy non prende e se ne va di casa.
Se avessi dovuto parlare di questa poesia prima del mio personalissimo e infelice spartiacque, avrei sottolineato alcuni aspetti. Tra i quali: lei ha una visione più profonda e dolente delle cose, vacilla, i suoi passi sono dubbiosi, li fa e li disfa. È ben più umana di lui, che sembra non capire e si mette a parlare del nulla dopo aver scavato la fossa per il figlio, posa la pala ancora sporca in cucina, con la terra che cola sul pavimento, e le dice che tre mattine di nebbia e una di pioggia sono sufficienti perché anche la migliore staccionata crolli. Ma come si fa a parlare del tempo dopo una cosa così. È questo che per lei è insormontabile, forse anche più della morte del bambino: che lui abbia detto parole vuote prima di seppellirlo. E io avrei pensato che aveva ragione, insormontabile lo era anche per me, e che dunque, in sintesi, lei aveva una visione più profonda e dolente delle cose e lui era, alla fin fine, un cretino. Non a caso Frost aveva regalato un nome a Amy, e a lui no, e per quanto l’assenza nominativa possa anche nascondere intenti universalizzanti, in questo caso mi sembra più probabile che il nome proprio veicoli una lettura empatica nei confronti della donna. Per il resto: le cose quando esistono le battezzi, quando ti paralizzano non le chiami (o inventi nomi per nasconderle). Anonimo è anche il cadavere del figlio.
Avrei anche riconosciuto, però, che lui comunque ci prova. E avrei detto che a volte non è una colpa non arrivare alle cose – ma non è nemmeno un’attenuante. Che forse è un cretino, sì, ma allora non mi spiego perché buona parte delle parole che di questa poesia mi sono rimaste impresse siano dette da lui. Quando la implora di parlare, di accoglierlo nel suo dolore, se è qualcosa di umano (e quel “se” è già una fine). Quando diventa cattivo come sanno essere cattive le persone spezzate, e finalmente capisce e le dice: Dovrei ridere la risata peggiore che ho mai riso. Quando ormai furente le ordina di non andare da qualche altra parte questa volta, di restare con lui. Lui sembra avere l’ottusità famelica dei cani, lei scivola oltre la porta come un gatto.
Ora, io non lo so se improvvisamente lui ha iniziato a starmi più simpatico per il semplice fatto che ho scoperto di somigliargli un pochino, ma quella mattina di qualche mese fa, quando Home Burial mi è ripiovuta in testa per la prima volta dopo la morte di mio padre, ho pensato alla poesia in una chiave diversa. È una chiave che non rende comunque lui perdonabile, ma che mi ha fatto capire un po’ meglio questi versi, o almeno mi ha fatto capire che le parole che amiamo trovano il modo di riplasmarsi intorno a noi man mano che la vita va avanti, e ci regalano modi nuovi per interpretare le parole e il mondo. Il punto non è che lui si mette a parlare della staccionata. Il punto è che farlo lo posiziona su un piano diverso rispetto a lei. Da una parte c’è Amy, che ha un nome e un dolore e un figlio, e se ne sta arroccata sulle scale; dall’altra c’è lui, senza nome, che non sa salire i gradini necessari per raggiungerla e ha solo una staccionata, una pala e un dolore che vuole provare ad arginare. È questo che lo rende imperdonabile: nel concepire il rapporto tra la vita e la morte, lui include la possibilità di ripresa della vita (meteorologica, quotidiana, semantica). Lei no. A separarli definitivamente non è una questione di quanto amino o meno il figlio e dunque di quanto ne piangano la morte, è semplicemente (ed è terrificante) che per loro la morte e la vita in quel momento hanno due significati diversi.
“Nei mesi successivi ho scoperto che proprio con le parole avrei misurato il contraccolpo del lutto. La paura del giorno in cui la voce di mio padre smetterà di risuonarmi nella scatola cranica; l’esercizio a evocarla che mi impongo”.
Che il confine più vecchio del mondo (da un lato i vivi, i morti dall’altro) possa assumere significati diversi in luoghi e culture diversi, spesso sfilacciandosi, non è inedito – c’è il Dia de los muertos messicano, ci sono le lettere ai morti degli antichi egizi, la Famadihana in Madagascar, per fare solo qualche esempio. Né è strano che il suo significato muti per persone appartenenti allo stesso luogo e alla stessa cultura, persino alla stessa famiglia. Ma che a partire dalla sola esistenza del confine, o ancor meglio dallo sconfinamento di qualcuno che ami, si possa riscrivere per chi resta il significato dei due emisferi è un’altra storia. E, più oltre, se non si trattasse di riscrivere ma di svelare? Se esistesse una scala di prossimità tra noi e l’altro-da-noi, una scala implicita su cui ci collochiamo, sovrapponendoci di rado (forse mai), e una volta resa esplicita questa scala da determinati fatti diventasse impossibile non calcolare le distanze che ci separano?
Amy sceglie di piangere per sempre. Smette di riconoscere l’uomo che (si suppone) ha amato. Perde l’uso delle parole. Non solo: si sottrae al dialogo, lo zittisce e si mette a cercare il cappello per uscire di casa. Anche questa se vogliamo è una cosa cretina: Devo andarmene di qui il più in fretta possibile, oh no, il cappello! (è un dettaglio umanissimo, sconclusionato, uno dei motivi per amare questo testo). Amy diventa epica scegliendo di parlare solo l’alfabeto muto delle lapidi. È già asserragliata nel suo disgusto ben prima che la scena descritta dalla poesia abbia inizio. Dal suo silenzio sfida il marito: Adesso me lo dici cosa vedo, non è vero che hai capito, non puoi capire proprio niente. Lui la stupisce (lo vede, è il cimitero!), ma ha un problema: parla. Non solo ha detto cose sceme poco dopo aver sepolto loro figlio, ma si ostina a voler parlare al muro che è ora sua moglie. Le chiede di aiutarlo, perché si rende conto che le parole che sceglie risultano quasi sempre un’offesa e non sa come poterle parlare di qualcosa senza ferirla. Le tende una mano. Poi si arrabbia, diventa violento, crudele. La rimprovera perché gli impedisce di parlare di suo figlio morto – è pur sempre anche suo figlio. Lei gli risponde che non può farlo perché lui non sa come parlare. Leggendo, salirei il gradino definitivo dell’incomprensione: per Amy non c’è lingua che potrebbe più avere un senso. Che strano che a farlo capire a noi lettori siano comunque lettere, punteggiatura, spazi vuoti.
Home Burial racconta una cosa che mi è sempre piaciuta molto leggere e raccontare: che esiste un momento in cui smettiamo di saperci tradurre. Che significa anche che esiste un momento in cui iniziamo a parlare una lingua diversa. Che significa anche che la lingua che parliamo nel mondo continua a evolvere insieme a noi, che le cose che leggiamo cambiano significato col tempo e che esiste un modo improbabile in cui il lutto agisce sulla lingua, o meglio, sul modo in cui attraverso la lingua ci definiamo. Forse è ingenuo dire che è una delle cose che mi ha insegnato la morte di mio padre. Comunque sia, lo è.