"Sorry, Baby", il film di Eva Victor, e il racconto di Valentina Pigmei su «Internazionale» mostrano due versioni della stessa dinamica: uomini che si percepiscono fragili e innamorati mentre esercitano un potere decisivo sulla vita e sulla carriera di una donna.
Una giovane brillante scrive una brillante tesi di dottorato. Il suo brillante professore la trova “straordinaria”. La invita a casa sua e la stupra. La trama di Sorry, Baby è un distillato di tanti editoriali e libri che abbiamo letto da quando la quarta ondata femminista ne ha, appunto, inondato il mondo per cercare di cambiare una volta per tutte la percezione diffusa che certe cose, per chi le subisce, siano una vergogna da mantenere nel privato.
Chi ha scritto, diretto e interpretato da protagonista Sorry, Baby – Eva Victor – ha deciso di non fare dell’uomo un vero personaggio della storia. Né come cattivo/antieroe, né come uomo che vuole redimersi. È la storia di Agnes, un’accademica. Non solo: l’unica modalità in cui conosciamo il giovane professore – brillante e affascinante e autore di un romanzo che è piaciuto alla giovane brillante – è la forma più apparentemente gentile di love bombing mai vista in accademia. Il professore è un tenero scrittore che fino a un certo punto sembra avere la mera colpa di preferire una studentessa sul resto.
Lo conosciamo in tre scene. In realtà addirittura solo due, perché nella terza la regista non si avvicina, non ci fa entrare dove si svolge la violenza, lo vediamo solamente affacciato sulla porta di casa.
Prima scena col prof: un incontro con i cinque studenti di cui segue le tesi. Lui prende in giro lo studente performativo e quella pigra. Ha una prossemica simpatica, si tiene le mani con la testa, ha una bella voce. Forse è un po’ brusco con una terza studentessa. Con Agnes invece è trasognato, e i due si guardano con complicità.
A lei dice, davanti agli altri, che non vede l’ora di leggere la sua tesi.
A casa, l’amica di Agnes sostiene che il prof vuole portarla a letto. Agnes risponde che lei non ha voglia. Dovresti andarci. Non voglio. E allora non farlo – ma secondo me lui vuole.
Davvero?, be’, che schifo. Secondo te è per questo che mi dice che sono brava?
Agnes ci rimarrebbe male se lui glielo chiedesse. E poi, siccome la complicità col prof è evidente, conclude: Gli risponderei no, ma grazie…
Sto analizzando le scene nel dettaglio perché provo rabbia per il fatto che questa battaglia, nella sfera pubblica, è spesso fatta di riassunti frettolosi e posizioni reattive. Il diavolo sta nei dettagli e il racconto della loro complicità – e cosa dice del prof questa complicità – è importante.
Seconda e ultima scena in cui compare il prof: un colloquio in università. Lui e Agnes, soli in quello studio, stanno flirtando da intellettuali, ossia parlano di letteratura in un certo modo intimo. Lei – che per certi versi parla con lui con sensuale sprezzatura, come per misurare la propria raggiunta maturità intellettuale – gli chiede se sta scrivendo qualcosa di nuovo. Lui ritroso distoglie lo sguardo, si copre la faccia, si preme le palpebre con pollice e indice. No… no, no, not really.
Lei lo guarda con quell’aria infatuata e comprensiva: Wow. Ora devi raccontarmi tutto.
Continua lo scambio tenero. Lui confessa che sta scrivendo un libro orribile. Scherzano. Lei dichiara che il primo romanzo di lui è stato così importante che ci pensa sempre, anche quando mangia il gelato. Lui è timidamente gratificato. Sembra che lei sia in quella situazione di trasporto, attrazione e fusione letteraria per la prima volta, e che lui sia sensibile al fascino di questa cosa, ma che sia una situazione che conosce: uno spartito, direbbe Proust, che lui sa già suonare. E che gli piace ogni volta moltissimo. La differenza tra loro è che lui per lei è una soglia.
Parlano della tesi di Agnes. Lui dice che l’ha letta in un attimo, non riusciva a smettere. La tesi è straordinaria. Dalla faccia di Agnes so cosa prova in quel momento, ci sono passato: chi è a guardia della soglia può darti una benedizione che suona oggettiva e divina. Io ricordo tutte le persone che mi hanno dato quella benedizione. Però a me nessuno ha fatto il resto. E comunque, nessuno mi ha mai detto che ero bravo con lo sguardo trasognato e sensuale.
Al colloquio successivo, lei trova l’ufficio vuoto. Lui le scrive di deviare verso casa. Sulla porta, le chiede se non le dispiace. Lei dà un frettoloso consenso, diciamo così, ed entra in casa di lui.
Annalisa Camilli e Giulia Caminito stanno curando una campagna di nome “Unite”, invitando scrittrici e giornaliste a scrivere pezzi su ogni giornale e rivista, per “denunciare la violenza di genere e nominarla”. Per “Unite”, è uscito da poco, su «Internazionale», un pezzo di Valentina Pigmei, giornalista culturale ed ex editor, che racconta una storia molto simile, che le è capitata all’inizio della carriera. Nella sua non c’è lo stesso tipo di violenza palese, incontrovertibile, misurata in vestiti strappati e analisi mediche che troviamo in Sorry, Baby, eppure racconta lo stesso tipo di uomo.
Prima dei trent’anni, Pigmei faceva parte del giro di entusiasmanti giovani editor dell’editoria indipendente romana. La conobbi in quel ruolo, ero poco più piccolo di lei, appena arrivato nella scena letteraria. Gli altri editor, a differenza di lei, hanno continuato il mestiere per decenni: Vincenzo Ostuni, Martina Testa, Nicola Lagioia e via dicendo.
L’esperienza di Pigmei è stata invece contrassegnata da un’imposizione di intimità e complicità da parte dell’editore, da un annullamento delle distanze. Quando la chiama al telefono per informarla che ha ottenuto il lavoro, ha un tono “lascivo, inopportunamente confidenziale”. All’inizio “mi ascoltava imbambolato come fossi la madonna”. È una versione meno affascinante, ma è proprio lo stesso comportamento del professore di Agnes.
L’editore sceglie Valentina Pigmei per farsi accompagnare alla fiera del libro di Francoforte: “…mi saltò addosso nel sottoscala dell’appartamento che avevamo preso in affitto”. Lui si scusa: “Perdonami ho bevuto troppo, non so cosa mi ha preso”.
Queste situazioni pongono le donne di fronte a un problema che è molto concreto: non riuscire a capire se si è brave nel lavoro o se si sta facendo carriera per altre ragioni.
A volte sento liquidare questo problema delle donne così: la sicurezza te la devi dare da sola. Dici no e tiri dritto. Non devi sentirti vittima. Secondo me, invece, quella sicurezza viene dall’identità sociale, e non si può essere troppo sicuri o sicure prima che sia formata: non si può pretendere da chi subisce quel comportamento una solidità ancora da conquistare.
Il culmine della storia che racconta Pigmei arriva dopo alcuni anni, con un pranzo a cui lei finalmente accetta di partecipare: come può continuare a comprare libri senza discuterne con l’editor?
A pranzo lui “sembrava timido, gentile, voleva parlare dei libri che avremmo comprato”. Un’altra volta vanno al cinema, lui le regala un libro di poesie. Lei ci perde il sonno. “Mi sentivo in colpa, sporca”.
Ripetuti inviti a cena, alla fine cede, ci va, lui prova a baciarla, lei scappa. Lui più avanti si dichiara innamorato – non può farci nulla. Una volta passato “l’innamoramento”, la tratta con sprezzo e indifferenza, fino a farle dubitare delle proprie capacità.
Io non sapevo come mai Valentina Pigmei avesse smesso di fare l’editor. Ora lo so. “Dal giorno delle mie dimissioni non ho mai più svolto un lavoro di redazione o di ufficio”.
La storia di Valentina Pigmei ha un aspetto che la rende ancora più interessante di quella di Agnes: non ci troviamo la violenza incontrovertibile, quella misurata in vestiti strappati e analisi mediche. Nonostante ciò, l’effetto del comportamento dell’editore è pari a quello della violenza fisica del professore: la vergogna, la difficoltà a proseguire nel proprio cammino. E le storie sono uguali anche se una presenta una situazione di complicità e l’altra no: in entrambi i casi, le giovani donne non vogliono che l’uomo faccia un passo. Sorry, Baby racconta molto bene l’esigenza di Agnes, nonostante la complicità, di preferire in quelle circostanza, come dire, il piano lavorativo a quello romantico.
I due uomini sono lo stesso uomo: un uomo che si considera, semplicemente, un ragazzo infatuato, un’anima sensibile, poetica. Il professore parla con timidezza del proprio nuovo romanzo, l’editore regala libri di poesia, ascolta le idee della giovane, stravede per lei. Entrambi, ciascuno a modo suo, rovinano la vita a una donna su cui hanno un potere.
Chi subisce lo sbarramento all’entrata da parte di un poeta sensibile e innamorato sa qual è la verità: lui non è un poeta, sta solo approfittando di essere una soglia per una donna. Non so bene come dire questa cosa. Oggi, l’uomo smascherato all’interno di una narrazione diventa un mostro; nella realtà, però, noi uomini siamo ancora i guardiani della soglia che non si accorgono degli effetti del proprio potere, e laddove ci venga fatto notare che stiamo tenendo una posizione insostenibile diciamo: Ma… non mi pare di aver fatto chissà cosa, le ho solo regalato un libro… offerto un caffè… Fatichiamo ad accettare l’idea di aver approfittato in maniera sistematica della rendita di posizione della figura autorevole che decreta se una donna può entrare o no nella vita professionale che desidera.
Questi due racconti mi aiutano a mettere nero su bianco una questione. L’uomo raccontato qui si sente fragile mentre mette nell’angolo una donna che dipende da lui. Questa fragilità, qui, due narratrici donne la mettono in mostra in un modo che ci suona assolutamente vero.
L’uomo si sente fragile, secondo me, perché è stato educato a mantenere una posizione impossibile, invivibile.
L’uomo di questi due racconti sembra destinato a innamorarsi. Lea Melandri sostiene (per esempio, nel recente Dialogo tra una femminista e un misogino) che l’uomo nella storia ha alienato da sé il sesso, confinandolo nella donna. L’uomo si vede come la ragione (e la soglia), e sente la natura-donna come estranea. Davanti a una donna, l’uomo non sente l’incontro fra simili, ma l’attrazione della natura che sembra sfuggirgli. Quest’uomo sente il sesso nella donna ma non lo sente in sé. Non si sente davvero desiderabile e vivo. Deve avere conferma di essere anche lui sesso e vita.
Come se non bastasse, l’uomo è educato a vivere in una gerarchia di cui occupa un posto che dipende dalle ricchezza che accumula. Queste donne che simboleggiano il sesso simboleggiano quindi anche una moneta – invece che, di nuovo, un simile da incontrare.
Questa combinazione crea nell’uomo l’affanno di non possedersi mai, di non sentirsi mai sicuro, né al sicuro, e di non sentirsi in comunione con i soggetti che sono oggetti del suo desiderio. L’editore può regalare poesie, ma non ha idea se piace o no. Il professore può allungare le sue mani durissime senza capire se il gesto sarà accolto con eccitazione. Se guardiamo per un attimo la sola posizione di quest’uomo, possiamo dire in un certo senso che per lui questo è un inferno. Assetato perché non sente di avere o essere niente, le sue azioni sono sgraziate e non comunicative.
Un uomo che non possa mettere le mani su una donna sottomessa da cui si sente attratto si trova nella situazione di scomparire completamente ai propri occhi, di non esistere. Perché non possiede né il sesso né la ricchezza. Ogni volta la sua identità sociale dev’essere riconfermata con la conquista.
La cosa ridicola di questa conquista è che, contrariamente all’idea lusinghiera che l’uomo “sia cacciatore”, l’uomo, appena ha un potere, diventa coltivatore. L’uomo coltiva quella ricchezza – la donna sottoposta – che gli farà sentire per un attimo di possedere un’identità. Le donne con cui fa il fragile poeta non sono in quella posizione liberamente: ne sono temporaneamente prigioniere, nel senso che spesso, così ci dicono le donne, lasciare la serra di quell’uomo per sottrarsi vuol dire abbandonare un proprio sogno o progetto.
Si potrebbe dire che questo tipo d’uomo è un rentier emotivo. Riscuote la rendita di posizione dalle persone che capitano nella sua serra. Loro garantiscano che lui possa sempre vivere situazioni eccitanti.
Mi è capitato di fare conversazioni con studentesse che seguono miei corsi di giornalismo culturale – donne tra i venticinque e i trenta come Valentina Pigmei all’epoca del suo racconto – che sono esattamente il tipo di donna che mi piace, con cui voglio parlare di libri e arte e politica. Ma è evidente che parlare col “professore”, che eventualmente può pubblicarti sulla sua rivista, è un passaggio, una soglia per cui tu che stai cercando di entrare nel mondo non vuoi pensare che l’attraversamento succeda per altri motivi che le tua qualità. Quando pubblico sulla rivista un trentenne maschio che è passato per la mia classe, lui non ha nessun dubbio sulle proprie capacità e quindi sulla propria identità professionale.
Dentro di me il poeta fragile che si infatua c’è. Dopo un po’ che quel poeta si sente tutto trasognato, un’altra parte di me comincia a sentire un forte odore di serra, di chiuso. Ho la sensazione che sia assurdo, che sia impossibile conciliare quel trasporto poetico e quella situazione. Ma prima che la seconda parte di me senta odore di serra, cosa succede? È già abbastanza per scatenare quel sentimento di vergogna di cui parlano Eva Victor e Valentina Pigmei? La distanza tra il primo e il secondo momento è il motivo per cui questo è un problema sistemico.