Al cinema e nelle pubblicità, l’uomo è stato per decenni tossico, maschilista, predatorio. Ma i sex symbol di oggi sono diversi.
A distanza di 36 anni dalla prima volta, Jennifer Grey tornerà a interpretare Frances “Baby” Houseman nel sequel di Dirty Dancing. Non sarebbe poi una notizia, vista la quantità di sequel, remake, reboot che vengono prodotti oggi a Hollywood. Ma, inevitabilmente, in questo caso il pensiero va all’altro protagonista di quel film, il compianto Patrick Swayze, morto a soli 57 anni nel 2009. Difficile pensare di sostituirlo – pare che a farlo sarà però Connor Storrie, star della serie tv queer Heated Rivalry. Swayze in quel film è stato un sex symbol quasi inarrivabile per le donne della mia generazione: impossibile dimenticare le movenze sensuali dell’insegnante di danza Johnny Castle, lo strafico di umili origini che fa innamorare la ragazzina di buona famiglia che si spende per i diritti civili. Scritto da una donna (Eleanor Bergstein) e diretto da un regista omosessuale (Emile Ardolino), Dirty Dancing ha avuto un impatto immenso sull’immaginario erotico della mia generazione, e anche su quelle a venire.
La scrittrice Carolina Capria sostiene che il film abbia un’estetica fortemente femminile e queer. Il personaggio di Swayze (che tra l’altro è stato uno dei primi attori di Hollywood a interpretare una donna trans) secondo Capria fa innamorare generazioni di ragazze perché è un uomo che non nasconde le sue debolezze. Sembra vedere davvero la ragazza che ha davanti – e vi assicuro che in quegli anni non era una cosa tanto comune al cinema o in tv quando il male gaze (come teorizzato da Laura Mulvey una quindicina di anni prima) imperava nel cinema, e non solo.
Nel 1987, l’anno di uscita di Dirty Dancing, era facile, guardando la tv, incappare nello spot del dopobarba Denim Musk: una mano di donna, con lunghe unghie laccate di rosso, accarezza lasciva un ampio torace maschile stretto in una camicia di denim grigia; partendo dalla spalla dell’uomo, la mano femminile scende, lentamente, facendosi strada tra i bottoni nel tentativo di insinuarsi al suo interno. Perentoria, la mano dell’uomo glielo impedisce. Una voce fuori campo, assertiva e profonda, dopo aver connotato il prodotto – e quindi l’uomo che ne fa uso – con vari aggettivi, dice: “Denim Musk: per l’uomo che non deve chiedere mai”. La frase non è solo il motto con cui è cresciuta una generazione, ma il manifesto dell’uomo di quegli anni: un uomo che non solo non deve chiedere mai il permesso a nessuno, ma che è talmente irresistibile e sicuro di sé che gli tocca anche scacciare le donne come fossero mosche. Se quello spot uscisse oggi, una ragazzina dell’età che avevo io ai tempi, dopo averlo visto probabilmente commenterebbe: cringe.
L’anno precedente due dei film più di successo furono Top Gun e Nove settimane e mezzo. Nel 1987 fu la volta di Attrazione fatale con Michael Douglas, che pochi anni dopo sarà il protagonista di uno dei thriller erotici più famosi della storia, Basic Instinct (1992). Tutti personaggi che, con sfumature diverse, incarnano un’idea di uomo simile a quella dello spot. Ormai il danno era fatto: il macho che non deve chiedere mai era stato sdoganato. Qualche anno prima, nel 1982, era uscito Ufficiale e gentiluomo, nel quale Richard Gere interpreta un cinico aspirante pilota della Marina. Il film consolidò, dopo il successo di American Gigolò di Paul Schrader un paio di anni prima, lo status di Gere come sex symbol: la scena finale con l’attore in uniforme bianca a cavallo della sua Triumph ha fatto sognare tutte le donne della generazione precedente alla mia.
Ora, prendiamo alcuni spot pubblicitari recenti: Calvin Klein con Jeremy Allen White (che assomiglia alle pubblicità di intimo femminile, dove l’uomo è semplicemente messo lì per compiacere lo sguardo della spettatrice); l’intimo Skims con il musicista Usher (in pratica: un uomo che parla del rapporto intimo tra lui e il suo pubblico e dice che lui si sente bene con addosso queste mutande); poi c’è Dior Sauvage con Robert Pattinson, uno spot molto tradizionale con un lui che conquista una splendida ragazza sulle note di I Am Your Man di Leonard Cohen (prima di lui era Johnny Depp nella savana circondato da felini selvaggi). Si differenzia un po’ da tutti lo spot di Blue de Chanel con Timothée Chalamet. Girato da Martin Scorsese racconta la frenesia della vita di una giovane star a New York tra set, interviste e fan. Dietro l’immagine del divo di successo emerge però un lato malinconico e vulnerabile: il protagonista appare alla ricerca di sé stesso, più che semplicemente sicuro e dominante.
Lo spot, che resta un unicum, segna finalmente un piccolo cambiamento nella rappresentazione di un maschio contemporaneo che unisce fascino, fragilità e introspezione.
In generale sono d’accordo con il make up artist Diego Dalla Palma, classe 1950, quando dice che “è dai tempi dell’uomo che non deve chiedere mai che viene proposto, per pubblicizzare fragranze maschili, un uomo carico di una mascolinità rapace. Quello che mi stupisce – continua in un video pubblicato sul proprio profilo Facebook – è che l’uomo pensante, l’uomo sensibile, l’uomo che deve chiedere sempre, non venga mai considerato in pubblicità”. Nello spot del nuovo profumo di Hugo Boss si vedono tre testimonial, l’attore Bradley Cooper, il cantante Maluma e il calciatore Vinícius Júnior: i tre eccellono nei loro rispettivi campi, e sono come tifosi l’uno dell’altro. Il tentativo è quello di sottolineare una fratellanza, un riconoscersi fra pari. “Boss Recognizes Boss”, recita lo slogan. Nello spot si vede un uomo che piange, ed è evidente il tentativo di raccontare una storia diversa, anche se questi concept sull’inclusività sono sempre vagamente forzati. Una cosa è certa: nel 1985 non sarebbe stato possibile fare questo spot.
Nell’estate del 1987 quello che desideravo di più al mondo era andare al cinema con mia cugina a vedere Nove settimane e mezzo, con il famoso spogliarello di Kim Basinger davanti a Mickey Rourke, ma purtroppo il film di Adrian Lyne era vietato ai minori di 14 anni e io li avrei compiuti di lì a poco: a nulla servì provare a corrompere i miei genitori. Ancora mi chiedo per quale ragione fui così obbediente, invece di andarci di nascosto. Avrei visto il film solo moltissimi anni dopo, ormai adulta.
Il problema del film, al di là delle polemiche sull’erotismo spinto che veicola, è che tenta di rendere esteticamente accettabile – e addirittura sexy – il controllo maschile. Di fatto il personaggio interpretato da Mickey Rourke, giovane, bellissimo, elegante broker di Wall Street, seduce e sottomette psicologicamente la nervosa e sensualissima gallerista Kim Basinger. In una scena, poi tagliata perché considerata troppo estrema, il personaggio di Rourke avrebbe offerto delle pillole di zucchero alla donna facendole credere fossero mortali. In un’altra scena – curiosamente non tagliata! – l’attore costringe la donna ad avere un rapporto sessuale, lei si ribella, lui non sente ragioni, di fatto la stupra. Elizabeth/Kim Basinger non esprime mai il suo consenso all’uomo. Quanto a Rourke, che non è mai più stato così bello come in questa pellicola, non ha mai un’esitazione, un turbamento, un dubbio. Sa quello che vuole, fa dei sorrisetti sardonici, è un personaggio totalmente irreale. Non conosciamo la sua storia, i suoi traumi, non si capisce perché è così sadico. Un personaggio che oggi non esisterebbe in nessun film o serie tv. E per fortuna.
Sicuri di sé fino all’arroganza, convinti di avere diritto al desiderio femminile, impermeabili al rifiuto, i personaggi che in quegli anni interpretano Cruise, Douglas, Rourke etc. sono uomini etero che corteggiano senza chiedere (mai), che conquistano senza mettersi in discussione. Questi sono i maschi con cui siamo cresciute. Oggi potremmo ancora accettare sullo schermo maschi così? Uomini che guidano la moto senza casco, puntano cifre folli al casinò, si proclamano i migliori (“I am the best”, ripete Tom Cruise per tutta la durata interminabile di Top Gun), ma soprattutto fanno sesso come fosse una prova di forza e che, anche quando vengono lasciati, continuano a inseguire e tormentare la donna, convinti che prima o poi tornerà da loro, come se lei gli appartenesse.
Questi modelli hanno dominato gli anni Ottanta e Novanta, plasmando immaginari, desideri e aspettative ma, rivedendoli oggi, fanno sorridere, provocano imbarazzo. Se si escludono le pubblicità dei profumi maschili – che rimangono evidentemente il vero baluardo del maschilismo contemporaneo – al cinema e in tv siamo invece abituati a uomini più fragili, più ironici, a volte insicuri, (troppo) spesso in crisi. Maschi un po’ più sfumati, capaci di contraddizioni, più realistici insomma.
Se Mickey Rourke era da manuale di disturbo narcisistico della personalità, Michael Douglas in Basic Instinct è il protagonista di un trattato sul maschilismo anni Novanta. Nick Curran/Douglas è un poliziotto cinico e un po’ consumato. Fa spesso allusioni sessuali, battute sul potere e sul controllo, indossa senza vergogna pullover scollati a V con niente sotto (lo stesso look, a onor del vero, caratterizza Mickey Rourke in Nove settimane e mezzo: evidentemente tra gli anni Ottanta e i Novanta si pensava che lo scollo a V con torace nudo fosse altamente seduttivo). Il problema del personaggio interpretato da Michael Douglas, tuttavia, è che di bello e dannato oggi non ha più nulla: noi di quest’uomo vediamo le fragilità malamente nascoste sotto uno spesso strato di maschilismo. Più si sente fragile, più alza il tono da macho. Dunque, a distanza di 30 anni, Nick Curran usa la sua forza per nascondere la debolezza: è dominante ma poi alla fine non ha abbastanza autocontrollo (vedi le sue dipendenze passate da droghe e alcol). Anche in questo film, che sbancò al botteghino, c’è una scena di sesso violento senza consenso (leggi: stupro) ma in molti non se la ricorderanno perché la sua partner di quella scena rivoltante non è la bionda co-protagonista Sharon Stone, ma la fascinosa psicologa, l’attrice esordiente Jeanne Tripplehorn, che poi si rivela essere la cattiva della storia (cattiva e violentata: la punizione che si meritava?).
“Questi modelli hanno dominato gli anni Ottanta e Novanta, plasmando immaginari, desideri e aspettative ma, rivedendoli oggi, fanno sorridere, provocano imbarazzo”.
Jeanne Tripplehorn, oggi splendida sessantenne, l’ho rivista di recente sul piccolo schermo nella serie tv The Lowdown, ancora una volta nel ruolo della buona che poi si rivela colpevole. A proposito di sex symbol invecchiati, nella serie, diretta dal regista nativo americano Sterling Harjo (creatore di quel capolavoro del che è Reservation Dogs), il protagonista è Ethan Hawke. Ex belloccio del cinema indipendente, antieroe romantico e colto, oggi ha un corpo e un viso segnati dal tempo – ed è molto molto sexy. Qui interpreta un personaggio complesso, irritante, saputello ma tenero, un giornalista indipendente innamorato della verità. La moglie lo ha mollato, la figlia lo compatisce, i suoi colleghi lo prendono in giro. Lee Raybon interpreta un maschio in crisi, che riesce nel finale a mettere un po’ da parte il suo narcisismo e lasciare che trionfi la giustizia più che il suo ego: ci piace.
Nel frattempo, tra vecchi e nuovi sex symbol, alla prossima notte degli Oscar il 15 marzo i favoriti sono Leonardo di Caprio, cinquantenne impegnato, ex sex symbol di Titanic (1997), candidato per Una battaglia dopo l’altra e Timothée Chalamet, alla sua terza nomination (prima di lui così giovane solo Marlon Brando, a proposito di sex symbol del passato) per il ruolo da protagonista in Marty Supreme. Se vincesse quest’ultimo – l’uomo introspettivo, vulnerabile, dalla virilità non minacciosa – sarebbe un segno dei tempi. Non che sia una novità – ci sono stati prima di lui i Ryan Gosling, gli Adam Driver – ma non si può non notare lo stile misurato ed elegante di attori come Josh ‘O Connor e Pedro Pascal o quello genderless di musicisti come Harry Styles e Bad Bunny che indossano tranquillamente ballerine, mules e sabot come anche il sex symbol della Generazione Z con la tracolla di Céline. Protagonista della nuova versione di Cime tempestose firmato dalla regista Emerald Fennell (Una donna promettente) è Jacob Elordi nel ruolo di Heathcliff.
Elordi deve la sua celebrità al personaggio di Nate Jacobs della serie tv Euphoria, un tipino che è l’epitome della mascolinità tossica e controllante. Ma a differenza dei maschi dominanti degli anni Ottanta e Novanta, Nate è inquieto e violento a causa dei traumi, perché è stato esposto a una sessualità disturbante: è un giovane uomo che prova disprezzo per se stesso e per questo punisce le donne. Non che ci rassicuri, o che meriti acritico perdono per le sue azioni, ma almeno sappiamo perché.
In fondo il Nate di Euphoria non è distantissimo dal nuovo Heathcliff, per entrambi i personaggi si spinge molto sulla chiave del sadomasochismo. In molte, me compresa, ci siamo lamentate che l’Heathcliff del nuovo remake tratto dal leggendario, unico romanzo di Emily Brontë sia troppo poco “demoniaco”: talmente bello che non ci spaventa abbastanza, come faceva il personaggio letterario. Ma in fondo va bene così. La regista Emerald Fennell dichiara di avere scelto Elordi perché “assomigliava tantissimo all’illustrazione di Heathcliff nel primo libro che ho letto”. La verità è che ogni epoca ha il suo sex symbol e la scelta di Fennell è molto furba. E ha trascinato al cinema un’intera generazione di ragazzine.