E da riscoprire.
Ci sono, oggi, in Italia, poeti e poetesse di valore che, giustamente, sono riconosciuti come tali. Ma c’è anche un clandestino a bordo nella poesia italiana di questi anni, c’è un poeta dissonante che non è stato ancora veramente intercettato e accolto dal grosso del mondo che ruota attorno alla poesia e alle sue residuali diramazioni di potere e influenza mediatica, che non viene mai inserito negli elenchi dei migliori poeti di questi anni, che non trova posto nel canone, che è come se non esistesse, anche se tre dei suoi libri sono stati pubblicati da una delle più note collane di poesia (la Bianca di Einaudi), anche se ha vinto il Premio Pascoli, anche se numerosi poeti, soprattutto giovani, lo hanno intercettato ed eletto a loro campione. La sua presenza è ancora sotterranea, carsica, clandestina.
Quello di Ivano Ferrari è uno strano destino. Poeta fuori dai giri e dai giochi, autodidatta, con un passato da lattoniere (un dito tranciato ne è lo stigma), ha lavorato per anni nel mattatoio cittadino, e poi si è via via forgiato, attraverso un’ininterrotta passione poetica e un intransigente lavoro di studio e distillazione, una poesia tutta sua e spiazzante, laconica e intensa, sarcastica, pietosa, teppistica e raffinata, una sua particolare e inconfondibile voce.
Il caso ha voluto che, negli anni Sessanta, noi due ci incontrassimo e riconoscessimo nella nostra piccola città, nel calderone di quegli anni, e che poi questa immediata amicizia, dopo le nostre deliranti illusioni politiche e la successiva leopardiana strage delle illusioni, si rinnovasse ricollocandosi su un altro piano e su altre più irreparabili ed estreme illusioni: quelle artistiche, della poesia, della letteratura. E allora, per molti anni, io e lui abbiamo continuato a scriverci, a incontrarci (perché nel frattempo, con un salto nel vuoto, io me ne ero andato ad abitare a Milano, in un monolocale al tredicesimo piano di una torre nelle estreme periferie della città).
Ci incontravamo però una volta al mese, quando andavo a Mantova a trovare mia mamma, come due carbonari, ci leggevamo a vicenda scambiandoci i nostri manoscritti ancora inediti, ci disperavamo, ci incoraggiavamo, ci montavamo la testa, fantasticavamo. Prima ancora ci era capitato di andare a fare le vacanze insieme, in campeggi e simili, e di vivere avventure al limite dell’incoscienza. Una volta eravamo andati insieme addirittura a Parigi, galvanizzati dalla rivolta del Maggio 68, due provinciali che si aggiravano senza capire niente in una metropoli in piena rivolta, come succede a Fabrizio del Dongo a Waterloo, all’inizio della Certosa di Parma.
Ho raccontato più diffusamente tutto questo nella prefazione al suo ultimo libro postumo (Transitori e risorti, Crocetti 2026) che, a quattro anni dalla sua morte, ho ricavato dalla grande mole di manoscritti che l’amico, con “uno scherzo da prete”, mi ha lasciato, e con il quale vorrei contribuire alla sua rimessa al mondo e alla sua resurrezione. Un libro inclassificabile, che raccoglie un gran numero di inediti: poesie, prose, lettere, inconcepibili atti unici teatrali, poesie visive, disegni, poesie bruciate, una piccola scelta di fotomontaggi, pratica cara all’autore, dove si riversa tutto il suo sarcasmo: il suo furore come pure la sua dolcezza. Un modo per entrare direttamente nella sua officina artistica e nel suo ininterrotto e inarreso fronteggiare e sperimentare.
Ho parlato già diverse volte di Ivano Ferrari, ho scritto le quarte di copertina di alcuni dei suoi libri pubblicati in vita e ho scritto di lui anche in altre e diverse occasioni. Anche in Lettere a nessuno, il libro segreto che scrivevo nei lunghi anni in cui ero uno scrittore sotterraneo, ho parlato di lui. Sono andato a cercare questo libro nella mia libreria. Siccome è ormai da tempo introvabile se non nel mercato dell’usato, trascrivo qui alcuni brani di una mia riflessione sul più celebre dei libri di Ivano Ferrari (Macello), ma che vale anche per la sua poesia più in generale:
“Prima cosa: questa raccolta di poesie è stata scritta quasi trent’anni fa (adesso gli anni sono cinquanta). Già questo è un dato sorprendente. A volte, di fronte a libri di narrativa e di poesia, qualcuno si domanda se avranno ancora qualcosa da dire da qui a dieci, venti, trent’anni, se supereranno la prova del tempo. Bene, questa raccolta viene alla luce dopo averla già superata. Ci arriva anzi – se possibile – ancora più forte, più necessaria e bruciante di quando è stata scritta.
La voce carnale, inelegante, sincopata, spiazzante che la attraversa mi pare abbia pochi confronti nella poesia italiana di questi anni. Non solo perché, in questo caso, il poeta è anche testimone diretto di un’esperienza estrema, ma anche per la miscela personale di sobrietà ed estremismo, condivisione, demenzialità, sarcasmo, pietà, scatti danteschi attraverso cui vengono messi in scena la sconfinata sofferenza degli animali e i gesti allucinati di una specie fissata nell’atto di massacrarne altre e di fare piazza pulita del mondo, e perciò destinata – nel vortice di una consequenzialità ebete e senza ritorno – a fare anch’essa la stessa fine. Cosa c’è di più tragicamente attuale oggi?
Ivano Ferrari è un poeta fuori parametro, fuori asse, che è arrivato molto tardi a pubblicare presso un editore visibile. Certe volte succede che uno scrittore, un poeta, si trovi ad attraversare di persona zone di orrore e che poi ne esca per raccontare quello che ha visto. E che, tramite le sue parole, riesca a farci vedere in modo indelebile ciò che avevamo sotto gli occhi ma che non volevamo vedere. È quello che succede anche qui. In una manciata di poesie brevi, stridenti, quasi tutte all’indicativo presente (tempo verbale poco frequentato e pensabile per la poesia), sparate come proiettili, piene di gesti intollerabili e strazianti accelerazioni comiche giocate al limite estremo di umano-inumano, vita-morte, si scatena il finimondo della cosiddetta vita.
“Quello di Ivano Ferrari è uno strano destino. Poeta fuori dai giri e dai giochi, autodidatta, con un passato da lattoniere (un dito tranciato ne è lo stigma), ha lavorato per anni nel mattatoio cittadino, e poi si è via via forgiato, attraverso un’ininterrotta passione poetica e un intransigente lavoro di studio e distillazione, una poesia tutta sua e spiazzante, laconica e intensa”.
Seguiva poi un lungo elenco animato dei personaggi umani e animali presenti in questa raccolta. Dopo di che concludevo: “L’intera storia umana è spogliata dei suoi orpelli e delle sue intercapedini interpretative storiche, religiose, sociali ecc. e viene posta di fronte al suo vero limite e precipizio. Con un occhio fermo e una perentorietà alla quale non si può sfuggire facendo finta di non vedere, di non sapere, al termine del Novecento, secolo attraversato da stragi, guerre Olocausto, e all’inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio e di fronte ai nuovi massacri che già ci sono e di quelli ancora più grandi che verranno all’interno delle stesse strutture ideologiche, biologiche, economiche, tecnologiche e militari bloccate. Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie.”
La poesia di Ivano Ferrari è così, anche quando entra nelle altre e variegate dimensioni della vita, non solo quella del macello e della morte animale e umana, ma anche quella della poesia, della rivoluzione, della visione, della vita, dell’oscenità e dell’amore, che sono le zone nevralgiche in cui ho diviso e strutturato questo libro. Su cui ho lavorato per mesi, leggendo la grande mole di poesie che avevo ricevuto per lascito testamentario, cercando di non ricavarne alla fine un libro postumo che fosse un santino, ma di accogliere e salvare tutto, lo sporco e il sublime, che sono la materia stessa della poesia di Ivano Ferrari, di non erigere un loculo da collocare in un lindo cimitero poetico, ma di rendere un libero omaggio all’amico morto e al poeta vivo.
Ma adesso, per finire, due aneddoti, scelti tra i molti che potrei raccontare.
Primo aneddoto:
Quando eravamo ventenni, una volta siamo andati in vacanza in Sardegna. Nella località dove ci trovavamo c’era uno scoglio lontano dalla costa, e i ragazzi del posto consideravano arrivarci a nuoto un segno di valore e quasi un’iniziazione. Una mattina mi sono messo in testa di arrivarci insieme, e allora il mio amico che, a differenza mia, non sapeva assolutamente nuotare, si è messo a imprecare contro di me e a bestemmiare in dialetto mantovano. Ma io, con l’ottusità e l’irresponsabilità della giovinezza, non ho sentito ragioni e anzi ho cominciato a rimproverarlo, anch’io in dialetto mantovano, a dargli del cacasotto ecc ecc.
È andata a finire che ci siamo buttati tutti e due in acqua. Io nuotavo davanti e il mio amico mi seguiva nuotando a cagnolino tra grandi schizzi, e intanto continuava a bestemmiare e a imprecare contro di me. Ogni tanto mi fermavo e aspettavo che mi raggiungesse, prendendomi sempre nuove e meritate dosi di insulti. Non so ancora capacitarmi di come sia potuto succedere, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare tutti e due allo scoglio, ci siamo saliti sopra in piedi e abbiamo guardato da quel punto la costa lontana.
Questa cosa mi è rimasta impressa, mi è sempre sembrata esemplare e fondativa, non solo del nostro rapporto ma anche della temerarietà del mio amico poeta. Che, partendo da una posizione di grande svantaggio, è riuscito ad arrivare come pochi altri allo scoglio della Poesia.
Secondo aneddoto:
Ho visto l’ultima volta il mio amico su una seggiola a rotelle, in un ricovero, con la barba lunga, il volto spettrale, eppure ancora capace delle sue battute fulminanti e strazianti.
Dopo che è morto, ho saputo dalla figlia Valeria che avrebbe voluto essere cremato e che parte delle sue ceneri venissero sparse a Parigi, sotto il muro dove sono stati fucilati i Comunardi (come è scritto nel suo testamento, che si trova anche in Transitori e risorti). Così, mi sono fatto dare le sue ceneri, le ho tenute per un po’ con me, sul tavolo dove scrivo, dentro un barattolo del tè.
Poi un giorno ho preso il treno, con il barattolo del tè che conteneva il mio amico, e siamo tornati insieme, dopo tanti anni, per l’ultima volta, a Parigi. Con l’aiuto del mio traduttore francese ho trovato il muro contro il quale hanno fucilato i rivoltosi della Comune di Parigi, al Père Lachaise. Di nascosto, senza farmi vedere dai guardiani del cimitero, ho disperso là le ceneri del mio amico e, siccome in quel momento si è levato un improvviso colpo di vento, le ceneri si sono sollevate a nube nell’aria, come succede nel Grande Lebowski, e allora il mio amico è entrato sotto forma di cenere nei miei polmoni e io l’ho respirato.
Così adesso Ivano, le sue ceneri assorbite poco per volta dal terreno per l’umidità e per la pioggia, è sepolto al Père Lachaise, il cimitero dei grandi. Clandestino a bordo anche là…