Secondo un sondaggio condotto in 29 Paesi, molti giovani uomini (nati dopo il 1996) hanno opinioni sui ruoli di genere più tradizionali rispetto ai millennial e ai baby boomer. È una ribellione antifemminista? Una naturale conseguenza dell’ascesa delle destre? O c’entrano, come al solito, i social?
Un rapper emergente che intervistai qualche anno fa disse una frase che mi rimase impressa. Magrissimo e con un cappellino dei New York Yankees blu scuro calato in testa, mi stava facendo vedere le case popolari di una periferia milanese dove aveva abitato da bambino. Era cresciuto in una famiglia monogenitoriale e ne aveva sofferto. Il padre se ne era andato quando lui era ancora piccolo, lasciando la madre da sola con lui e i suoi fratelli. Dopo aver ripercorso quel periodo per lui doloroso, aggiunse – riferendosi alla madre – che una donna, da sola, non può tirare su un figlio maschio, perché “manca di polso”. Ero stupita che un ragazzo giovane potesse avere una posizione così antiquata, ma pensai che, forse, era il risultato della cultura rap, tradizionalmente sessista e misogina, in cui era immerso. Ora scopro che potrei essermi sbagliata: il caso di questo musicista, probabilmente, era meno isolato di quanto credessi. Secondo un sondaggio che nei giorni scorsi ha avuto una certa risonanza sui media, infatti, i maschi della cosiddetta generazione z (nati tra il 1996 e il 2012) hanno visioni più tradizionaliste dei ruoli di genere rispetto a millennial (1980-1995), generazione x (1966-79) e baby boomer (1945-65).
I risultati della ricerca
Il sondaggio, condotto da Ipsos e Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, ha usato un campione di circa 23mila persone (dai 16 ai 74 anni) in 29 Paesi, compresi Stati Uniti, India, Australia, Regno Unito e Brasile. I risultati sono sorprendenti. Un terzo dei ragazzi e degli uomini gen z intervistati è convinto che una moglie debba obbedire al marito e che sia quest’ultimo a dover avere l’ultima parola nelle decisioni importanti (contro il 13% di uomini boomer, il 18% di donne gen z e il 6% di donne boomer).
In generale, viene evidenziato che gli under 30 hanno più probabilità di avere una visione tradizionale dei ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti. E a colpire è il contrasto con i boomer che, nonostante siano nati e cresciuti in un’epoca molto meno paritaria, quando si parla di ruoli di genere, risultano più progressisti. Circa il 24% di uomini zoomer contro il 12% di boomer, ad esempio, pensa che le donne non dovrebbero sembrare troppo indipendenti o autonome. E, ancora, ben il 21% (contro il 7%) è convinto che una “vera donna” non dovrebbe mai prendere l’iniziativa a letto.
Questa visione reazionaria investe anche le aspettative sul comportamento maschile, con il 30% dei giovani uomini persuaso di non dover dire “ti voglio bene” ai propri amici (vs il 20% di boomer) e ben il 21% che prendersi cura dei bambini fa sembrare meno mascolini (vs l’8%). L’impressione è che, oltre ad avere aspettative retrograde sul comportamento delle donne, i giovani si autoimpongano regole basate su una visione molto tradizionalista del ruolo maschile.
Dal sondaggio emergono anche alcune contraddizioni. Il 41% dei maschi gen z, ad esempio , dice di essere attratto dalle donne con una carriera di successo (pur considerando, come si diceva, che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente). Secondo Kelly Beaver, chief executive di Ipsos UK e Irlanda, questa dualità di prospettive “apre un dialogo di grande importanza su come le norme di genere stiano mutando e sottolinea la complessa interazione tra modernità e tradizione, rendendo urgente un approfondimento dei fattori culturali, sociali ed economici che influenzano queste credenze”.
I ricercatori mettono in luce anche una differenza tra convinzioni personali e aspettative sociali. “È molto preoccupante vedere persistere norme di genere tradizionali e ancora più inquietante che molte persone agiscano sotto la pressione di aspettative sociali che non riflettono veramente ciò che la maggior parte di noi pensa”, commenta Heejung Chung, direttrice del Global Institute for Women’s Leadership del King’s College. In pratica, molti giovani, pur avendo opinioni più progressiste, si uniformerebbero a quanto la società si aspetterebbe da loro. “Questo divario è molto pronunciato tra gli uomini gen z, che non solo paiono sentire una forte pressione a uniformarsi con ideali rigidi di mascolinità, ma in alcuni casi sembrano aspettarsi che anche le donne ripieghino su modi di essere più tradizionali”.
Una sorpresa solo parziale
Ma i risultati di questo sondaggio sono davvero così sorprendenti? Nel 2023, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin (la studentessa 22enne perseguitata e uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta), era diventato virale e molto dibattuto il video con cui i tiktoker @theturistzz chiedevano ai loro coetanei se avessero lasciato le proprie ragazze andare in discoteca con le amiche. Certo, le risposte – tutte negative – potrebbero essere state influenzate dal modo in cui la domanda veniva posta. A essere fuorviante, infatti, è il presupposto. Perché una ragazza dovrebbe avere il permesso del proprio compagno per andare a ballare? E, ovviamente, il campione di giovani, intervistati in un centro commerciale della periferia di Roma, può non essere rappresentativo della gen z. Ma sentire risposte come “Solo se chiede il permesso e si comporta bene” faceva tanto effetto da far nascere una discussione proprio sul rapporto dei più giovani con il femminile.
Su questo tema si interrogavano anche i tanti articoli comparsi, dopo l’uscita della serie Adolescence (2025), sugli incel (da involuntary celibate, ‘celibi involontari’), gli uomini e ragazzi convinti che, nella nostra società, sarebbero le donne a detenere il potere (avendo la possibilità di scegliere, per rapporti sessuali e sentimentali, solo uomini con un certo status e livello di bellezza). La diffusione online di questi gruppi, composti prevalentemente da maschi eterosessuali, ha sicuramente contribuito a diffondere un pensiero estremista e misogino. Così come la popolarità dei cosiddetti “podcast bros”, in cui si parla di sport e muscoli, ha veicolato modelli di mascolinità (e femminilità) molto stereotipati e una concezione umiliante delle donne.
Più in generale, starebbe diventando sempre più ampio lo stesso divario tra generi. Mentre le giovani donne diventano più progressiste, infatti, i loro coetanei sono sempre più conservatori. Il «Financial Times», ad esempio, aveva messo in luce lo sviluppo di un gap ideologico sulle questioni di genere di ben trenta punti tra ragazze e ragazzi gen z. Secondo gli studiosi, questo fenomeno è in parte spiegabile con il fatto che le donne sono più istruite dei loro coetanei, circostanza associata a un posizionamento politico più a sinistra. La giornalista statunitense Susan Faludi aveva inoltre usato il termine “backlash”, contraccolpo, per descrivere la reazione all’avanzata del femminismo. In particolare, il movimento #metoo avrebbe innescato una reazione antifemminista, diventata popolare proprio tra i più giovani.
Forse, c’è anche un’altra spiegazione. Gli zoomer, oltre a essere la prima generazione nativa digitale, hanno meno socialità offline, ovvero nella vita reale. Anche rispetto ai millennial, approdati su internet durante l’adolescenza, gli under 30 escono meno, non amano andare a ballare, hanno meno relazioni sentimentali e fanno meno sesso. Le idee stereotipate e tradizionaliste sulle donne non potrebbero derivare anche dal fatto che le si frequenta poco o per niente?
Verso destra
Il successo tra gli under 30 delle tradwives, le donne che promuovono sui social ruoli di genere e un’estetica tradizionale, così come degli influencer alla Andrew Tate (l’ex kickboxer accusato di stupro e traffico di esseri umani) parlano di una visione del mondo che vira sempre più a destra. E non soltanto nel concepire i rapporti tra uomini e donne. Perché? Uno scenario politico internazionale dominato da personalità di estrema destra, da Donald Trump a Javier Milei, passando per Viktor Orbán e Giorgia Meloni, può contribuire all’idea che questo orientamento sia sinonimo di successo? Forse sì, soprattutto in assenza di forti ideologie alternative. Oltretutto, se è vero che i millennial hanno una tendenza progressista potrebbe trattarsi di una questione di ribellione. Nella cultura del politicamente corretto e nel cosiddetto “pensiero woke”, gli zoomer leggono forse un limite alla libertà di espressione e un rischio di standardizzazione delle opinioni.
La rivalità tra generazioni, del resto, è sempre esistita (anche se, normalmente, non tra generazioni così vicine). I giovani di tutte le epoche, per affermare la propria identità, si contrappongono ai propri vecchi. Per diventare re dell’Olimpo, Zeus deve necessariamente uccidere il padre Crono, che altrimenti lo fagociterebbe. Di solito, però, le contestazioni e i “parricidi” avvengono nel segno dell’innovazione e del progresso. Se, alla fine degli anni ‘60, gli hippy rifiutavano la vita borghese dei genitori, aderendo al pacifismo, all’anticonformismo e all’amore libero, come mai i giovani del 2026 per ribellarsi si ispirano a modelli tradizionali? Sicuramente non c’è una spiegazione univoca. Una prima risposta potrebbe avere a che fare con il bisogno di certezze. Uno studio di SDA (Scuola di Direzione Aziendale) Bocconi sottolinea come la generazione z sia immersa in un contesto di precarietà geopolitica, climatica e di salute pubblica. Questo scenario, reso ancora più instabile dalla velocità dell’avanzamento tecnologico (e segnato dai traumi legati alla pandemia), rende i giovani pochi propensi al rischio. Di fronte all’incertezza, il passato lontano che non si è vissuto (o la sua idealizzazione), appare tranquillizzante, un’anestesia a lungo cercata.
La paura, del resto, si sa, è l’emozione in assoluto più cara alle destre. Quando la si prova ci si chiude portando lo sguardo indietro, al passato, appunto. Ma allora, in un momento storico in cui la continua apertura di nuovi fronti di guerra alimenta i timori di tutti, i nuovi fascismi sono destinati a restare a lungo? Se i giovani sono riusciti a trovare dei modelli di riferimento solo nella tradizione, probabilmente, è perché la società creata dalle precedenti generazioni non è riuscita a rispondere ai bisogni emotivi primari, né di uomini né di donne. Malessere, senso di inadeguatezza e frustrazione hanno alimentato antagonismo o odio per tutto ciò che si considera diverso (dalle donne ai migranti, passando per persone con disabilità e neurodivergenti). Per evitare che il futuro abbia le stesse sembianze inquietanti delle dittature, allora, bisogna lavorare perché il senso di sicurezza e la stabilità non siano chimere da ricercare in un’idealizzazione del mondo pre tecnologico.
Ma, forse, la risposta verrà proprio dagli stessi giovani. I segnali, già presenti, di stanchezza rispetto alla vita online (dalla preferenza per i dumb phone alla diffusione di vacanze e raduni per un digital detox) potrebbero far presentire un ritorno al confronto dal vivo, alla relazione con un altro in carne e ossa, che non è appiattito a un’immagine. E dalla creazione di comunità, di relazioni autentiche, che tengano dentro la complessità e la diversità di cui è fatto l’essere umano, potrebbe arrivare un antidoto al pensiero reazionario.