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Emiliano Ceresi

Cavalli Selvaggi à la Beckett: “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh

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Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia (dove John Malkovich si è aggiudicato la Coppa Volpi per una prestazione maiuscola) esce oggi in sala il nuovo, atteso, film del regista irlandese. Una pellicola dove il cineasta fa quello che riesce meglio: scrivere dialoghi calibratissimi tra due personaggi che si trovano in un' isola sospesa da attese misteriose. E in molti, intanto, lo danno già per favorito agli Oscar.

In un suo saggio, Zadie Smith  ha definito lo stile “una forma di insistenza”. una formula  senz’altro valida per Martin McDonagh  che a Venezia ha presentato in concorso la sua sesta prova da regista: Wild Horse Nine, l’unica grande produzione statunitense, cui ha contribuito anche Larraìn per ragioni che presto risulteranno chiare.

Pietro Masciullo, in proposito, per la filmografia di McDonagh ha parlato di “un’unica grande composizione dove simili elementi narrativi e filosofici si ripetono in sempre più sofisticate variazioni su tema”.

Tra gli elementi di questo stile, decisamente più del montaggio o delle sperimentazioni con la camera, a contare è una scrittura drammaturgica calibratissima, del resto affilata nella prosa teatrale (versante – questo – da noi poco noto ma non poco apprezzato nella patria di Harold Pinter), che fa brillare i dialoghi di McDonagh di un ritmo lucido e metallico, quasi sempre indiavolato. Non si tratta tra l’altro dell’unico prosatore quest’anno presente alla mostra che vede la partecipazione di almeno altri tre validissimi scrittori-registi: Zenders, Lee Chang-Dong e, per quanto nelle sue proprie maniere, Werner Herzog. Ma torniamo quindi al nostro.

A volte tanto palese risulta la bravura di McDonagh nel dosaggio delle battute che, all’apice di certi scambi sempre così lambiccati, ci si chiede quasi se non tracimi (la Sala Darsena risuonava di risate durante la prima) e se l’autore sarà soprattutto in grado di serbarlo intatto per l’intera durata del film: l’incanto, anche stavolta, si è ripetuto invariato con una delle opere più apprezzate da pubblico e critica (quattordici lunghissimi minuti di applausi per una prima che, d’altronde, Venezia è spesso generosa nel concedere).

Eppure, riemergendo dal buio della prima proiezione stampa, qualcuno sembrava ripetere, senza troppo variarla, la fatale battuta di Io e Annie: “È come Samuel Beckett, sai? Io ne ammiro la tecnica ma non mi colpisce mai a livello viscerale”.

E del resto, se si occhieggia la vetrina di questo regista le nomination e i premi per la sceneggiatura di molto sopravanzano quelle per la regia: a testimonianza – oltre che di un coronamento forse ancora da compiersi sul fronte formale – di una tempra di drammaturgo ormai capace di congegni mirabili.

Beckett non per caso è uno degli autori più volentieri scomodato per parlare di McDonagh  e lo è a ragione; ma per motivi forse più di contenuto.

Come ha rivelato Ugo Pagliai, i personaggi dell’autore di Aspettando Godot, il che – almeno per noi – vale anche per il cineasta inglese, ci colpiscono perché “sono così astratti, così pregni di significato e, nello stesso tempo, hanno lo sguardo vuoto, il deserto assoluto dentro di sé”.

Nonostante ciò, come rimarca l’attore che interpretò Estragon nella più celebre delle sue pièce, all’apice delle loro solitudini queste figure d’un tratto “si ricordano delle passioni, dell’amore, della fratellanza, dei legami affettuosi con le persone”. È quel che accade, malgrado uno humor dei più scuri in circolazione, in tutti i film di Mcdonagh – e anche quest’ultimo – a modo suo – non fa eccezione.

Affinché in McDonagh ci sia un dialogo, ovvero perché il play funzioni, ci vuole quasi sempre una coppia di amici, magari abbandonata su un ideale palcoscenico (guarda caso) beckettiano come nel caso del bellissimo precedente de Gli Spiriti dell’isola (o nel più metafisico In Bruges) dove il regista inglese aveva appunto allestito la fine repentina di una amicizia – la guerra d’Irlanda sullo sfondo ma non troppo – e il parallelo processo di dolorosa auto-amputazione artistica votata all’isolamento. E si intuiva, dietro i panni di quel rude suonatore (perfettamente interpretato da Brendan Gleeson) che decide di recidersi le dita per stare un po’ pace, un obliquo ritratto del regista vocato al più nero dei sacrifici per onorare – in un gesto davvero ultimativo – il sacro fuoco della propria arte.

Tutti elementi che, traslocati in climi più tropicali che oceanici, tornano a spirare anche in quest’ultima pellicola dove però l’elemento politico – tratto che accomuna sempre più registi (si pensi, ai recenti lavori di Ari Aster e PTA) guadagna stavolta uno spazio  cospicuo rispetto ai precedenti – chissà se rendendolo così più lesto nella proverbiale ascesa all’Academy che di recente ha volentieri premiato simili orientamenti.

Al centro della vicenda c’è ancora una coppia memorabile stavolta composta da Chris (un giganteggiante John Malkovich da molti profetizzato come Coppa Volpi appena al terzo giorno di festival) e Lee (un Sam Rockwell – attore volentieri coinvolto dal regista inglese – che ne è la degna spalla di parecchi anni più giovane). Il cineasta in conferenza ha confessato come il soggetto avesse, all’origine, un rapporto tra padre e figlio poi mutato in corso d’opera per dare al loro rapporto un vincolo più oscuro e, dunque, interessante.

Wild Horse Nine 3

È il 1973 e i due sono agenti della CIA in servizio in Cile per monitorare lo stato di Salvator Allende durante la guerra fredda in preparazione dell’imminente appoggio statunitense al golpe dell’11 settembre sotto la supervisione dell’odiato capodivisione MJ (un controllante, almeno quanto narcotizzato, Steve Buscemi).

Chris sembra un Burroughs arruolato tra le fila dei servizi segreti: la voce arrochita, lo sguardo dolce che punta nel vuoto, una dipendenza dall’abbraccio molle della morfina, il panama ben calcato sopra panni eccentrici assieme a una solitudine immedicabile appena screziata dal pungolo della battuta svagata con cui si diverte – di volta in volta – a disorientare i propri interlocutori.

Brusco, muscolare e sanguigno, il sodale Lee, è invece un amico capace di una lealtà ai limiti dell’autolesionismo come pure della freddezza propria di chi sa sparare a un uomo e – al contempo – non smettere di addentare il proprio sandwich.

Il film si apre giusto con Lee che, per testare il funzionamento di una nuova camera, uno dei Leitmotiv delle loro tenerissime (badate: senza che ciò sia mai esplicito) interazioni, riprende il collega venerando interrogandolo sui suoi trascorsi nella CIA: molti i successi eccetto uno: “la Baia dei porci” che il protagonista ricorda con sorriso tetro subito dopo aver scherzato intorno al proprio strabismo.

Al termine di alcuni divertenti sopralluoghi in cui li vediamo immortalare, senza troppe prudenze, alcuni potenziali dissidenti cileni, i due si involano per l’Isola di Pasqua non prima di aver conosciuto una coppia di giovani studentesse al gate dell’aeroporto (Mariana Di Girolamo e Ailín Salas), anche loro dirette verso lo stesso arcipelago.

La conoscenza trascende presto in un battibecco in cui Chris si diverte a rivaleggiare con la giovane che lo ha ascoltato pronunciare il nome coloniale della meta comune e lo esorta ad adoperare quello invece originario del luogo (“per gli indigeni si chiama Rapa Nui”; “alla tua età non dovresti neppure sapere cosa significa indigeno”). Un diverbio che svela da subito il carattere di un personaggio che, nell’esibizione smaccata dell’ideologia cui è stato compromesso per una vita, tenta di valutarne la tenuta in una dialettica – forse più adombrata di dubbi di quanto sembri – con la generazione che la sta avversando.

Del resto è proprio l’esibizione smaccata del proprio favore all’imperialismo statunitense a fornire il sale ironico alle battute più riuscite tra Chris & Lee. È il caso dello scambio da antologia del genere che i due hanno – sono al tavolo di una colazione continentale – attorno al pessimo formaggio made-in-Usa che si è ormai imposto sui vassoi di tutto il mondo: con Chris che traccia un nesso grottesco in quanto brutale, tra gli ottimi formaggi che si trovano invece in Olanda, Francia, Inghilterra: “tutte democrazie particolarmente permissive con i diritti degli omosessuali”. Un dialogo che per le sublimi vette di assurdità cavillosa pare tolto da un diner di Reservoir Dogs (si ricorderanno le disquisizioni su Like a Virgin) e in cui, una piccola fetta di cheese, imprevedibilmente assurge a materiale epitome di un’intera strategia di dominio globale.

Capiamo però presto che, malgrado MJ continui con mezzi misteriosi a sorvegliarli a distanza, i due agenti a Rapa Nui non hanno in verità alcuna missione del blocco occidentale da compiere. Piuttosto si aggirano per l’isola (come nel precedente film un’altra sponda con cui guardare alla grande storia mondiale) provando a comprendere il mistero dei busti Maoi che si stagliano contro il cielo offrendo le spalle all’oceano proprio come due turisti. Chris, a ben vedere, è più attratto dalle mandrie di cavalli selvaggi cui si imbatte lungo i sentieri e con i quali pare entrare in uno stato di tacita connessione: uno di questi, che sembra fiutare qualcosa in lui, persino annuisce agli interrogativi che il vecchio gli pone al termine dei suoi ondivaghi soliloqui alcolici – chissà se Martin McDonagh ha ha pensato a Nietzsche il cui collasso mentale, vuole la mitobiografia, iniziò proprio con l’abbraccio a un cavallo nella Torino in cui si era rifugiato.

La cultura locale, per quanto si sforzi, gli resta invece impenetrabile e ciò ingenera altri attriti e incomprensioni con le due studentesse che i due re-incontreranno nel corso delle loro tappe isolane “queste statue non sono al livello delle altre, deve averle fatte un ritardato”; “non riuscite a capire che si tratta di un luogo sacro?”. Da quando Chris è  approdato l’atmosfera, soccorsa dalla fotografia più crepuscolare, si è nel frattempo immalinconita e il vecchio agente, sempre più acciaccato, ha cominciato a stilare un bilancio in forma di autobiografia col soccorso di un registratore portatile. In lui già da qualche tempo è sopraggiunto un riflesso di empatia per tutto ciò che c’è di animale, a cominciare dalle tarme cilene che, invece di eliminare, preferisce cordialmente accompagnare alla porta: si tratta forse di un particolare transfert per le masse che ha contribuito a schiacciare?

Anche le sue memorie si aprono con una digressione che, con gusto alla Tristram Shandy, si interroga su un rovello di una commovente pietà preistorica: i dinosauri hanno un’anima? Vi è per loro un paradiso se si sono comportati magari rettamente? Incipit inusuale per un’autobiografia che la rende più affine a una strana rincorsa verso il pentimento di un protagonista che, d’altronde, si definisce intriso di “fisime cattoliche”.

La ragione per cui Chris si trova sull’isola, malgrado abbia smesso (ma in fondo davvero?) di ricordarsene è che ha chiesto all’amico di ucciderlo in un luogo che desiderava vedere prima di andarsene così da mettere fine a un’esistenza che, inesorabilmente fiaccata da un cancro al cervello, non ha per lui più motivo d’essere vissuta.

Wild Horse Nine 4

Torna, seppure qui coi contorni di un’opera a metà tra dark comedy e buddy-moovie, uno dei temi che era al cuore del film di Almodovàr che ha vinto l’ottantunesima mostra di Venezia: l’eutanasia e il bisogno tutto umano di trovare una persona fidata prima di andarsene. Ma a meglio guardare le tangenze con The room next door non si arrestano qui: anche questa pellicola, come quella del regista spagnolo, è infatti un dichiarato omaggio a tanta parte del cinema di Hollywood, celebrazione che culmina nella telefonata che Chris fa a un fratello che non sente da dieci anni per via di un insondabile diverbio “una volta mi ha tirato una patata” e che si è nel frattempo ‘rintanato’ nella Monument Valley: un Tom Waits sempre più a suo agio nella parte dell’eremita scarmigliato (lo si era visto in un ruolo analogo nel film di Jarmusch che ha vinto, così rivalendosi sull’esclusione a Cannes, proprio la precedente edizione di Venezia). Una sequenza che ricalca la celeberrima inquadratura con cui John Ford ha eternato questi paesaggi in Sentieri Selvaggi e un dialogo che ha la stessa, dolcissima, goffaggine fuori tempo massimo del finale di Una storia vera di Lynch, cineasta peraltro esplicitamente celebrato da Herzog nell’esergo del suo film proiettato il primo giorno di mostra.

Intanto, all’apparenza i ricordi di Chris si fanno sempre più tenui, la sua parlantina perde spesso inibizione addentrandosi in discorsi di carattere altamente riservato proprio con chi non dovrebbe e le connessioni si sfaldano in nessi sempre più traballanti “non voglio morire col cervello a penzoloni dal cranio” e tantomeno “accanto a un nazista”. Le premure a distanza di MJ però sono forse più fondate che paranoiche e hanno a che fare che i segreti che Chris conserva del caso Kennedy e che potrebbe decidere di non portare con sé nella tomba in un ripensamento last minute, fin troppo lucido, sui fatti di Dallas.

Come ha rivelato McDonagh, il film è originato da una sua curiosità nei confronti delle nefandezze commesse dalla CIA (“sappiamo com’è fatto il KGB, ma probabilmente non ci interroghiamo sulle attività della CIA quanto dovremmo”): un interesse quindi personale che ha poi deciso stringere attorno alla “storia di un uomo che prova senso di colpa e rimorso per ciò che ha fatto”. Curioso che sullo stesso versante ragioni un altro film, per tanti versi diversissimo, presente alla mostra, Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shin’ya Tsukamoto, opera dolente che mette in scena l’indicibilità del trauma e la frammentazione cognitiva di un reduce del Vietnam il quale non riesce a rispondere a una domanda che torna a infestarlo in forma di rimosso “perché hai ucciso?” così da finalmente smettere di essere in guerra.

La venuta a patti coi propri trascorsi invece per Chris, come nel precedente Tre manifesti a Ebbing Missouri, sfocia nel fuoco della violenza come unica soluzione possibile – visto poi che le pacifiche marce per i diritti, l’agente lo ammette al solito candido alle due universitarie, “servono solo a farvi le foto con più facilità”. Una vendetta su sé stesso in cui c’è chi ha visto un invito alla lotta armata in luogo della teoria da parte del regista, altri un esito invece nichilista. A dimostrazione – in ambo i casi – e qui riesce ancora una volta prezioso Beckett col suo Proust che: “L’uomo di buona memoria nulla ricorda, perché nulla dimentica”.

McDonagh, regista di amicizie, firma un gran film spassoso tanto quanto commovente, benedetto da momenti di scrittura che suscitano una rinnovata meraviglia uno scambio via l’altro – a meglio guardare, però, lo fa più con le parole che con le immagini: molti i droni che sorvolano sulle pendenze dell’isola.

Ci riesce – in verità – con tutto ciò che il cineasta ha per tempo dimostrato di saper fare: tensione metafisica intagliata dentro la storia (l’isola come limbo) e dialoghi millimetrici, specie quando intinti nel nero (che qui vale sia per l’indicibile che per il politicamente scorretto del duo protagonista). Da tempo poi non si assisteva a un film con tante scene di telefonate così felici, dinamica ideale per un genere di scrittura così reattiva a scatti comici e risposte scaltre – ed è tutt’altro che poca cosa.

Resta, allora, da chiedersi se col prossimo film McDonagh si farà ricordare per qualcosa di ancora più nuovo: il crescente peso che la storia politica si è guadagnata negli ultimi lavori, peraltro livellato qui più che altrove di momenti fra il lirico e il diaristico, sembra indicare un nuovo equilibrio possibile che certo la maiuscola prestazione di Malkovich (che per fortuna non smette di essere sè stesso) ha fatto forse sembrare più facile da raggiungere. Al suo protagonista – dopotutto – è un finale che il regista ha concesso: “perché non tentare, allora?”

Wild Horse Nine 5

Emiliano Ceresi

Emiliano Ceresi è ricercatore universitario, editor e autore di Lucy.

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