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Francesca Buoninconti

Come fanno gli animali a non perdersi quando migrano?

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Gli animali migratori percepiscono il campo magnetico terrestre, osservano gli astri e riconoscono paesaggi. Lo fanno grazie a una combinazione di istinto ed esperienza che permette loro di non perdersi. Ma negli ultimi anni, l'intervento dell'uomo sul pianeta sta intaccando questo sistema antico e complesso.

Se per il poeta francese Edmond Haraucourt “partire è un po’ morire”, per gli animali migratori è vero l’esatto contrario: mettersi in viaggio vuol dire rinnovare la vita, mantenere la “promessa del ritorno”. Tornare cioè a riprodursi nel luogo natio: l’unico luogo in cui i migratori sono sicuri di poter offrire alla nuova generazione le migliori chance per diventare adulti.

Attraversare mari, oceani, continenti e persino le più alte catene montuose del pianeta, sfidando le intemperie con il rischio di essere predati o morire di stenti, non è dunque una prova per temerari, ma una strategia di sopravvivenza forgiata da migliaia di anni di evoluzione.

Una strategia che ha avuto talmente successo nella storia dell’evoluzione da essere presente in ogni gruppo animale. Uccelli, balene, tartarughe marine, ma anche pesci, persino pipistrelli, anfibi, farfalle e altri insetti, e pure gli insospettabili granchi: ogni gruppo ha il suo popolo migratore. Tanto che verrebbe da chiedersi, ma allora quanto sono antiche le migrazioni? È nata prima la vita in viaggio o la vita sedentaria?

Se teniamo conto che in moltissime specie le larve o comunque gli stadi giovanili cominciano la loro vita viaggiando, la risposta non è scontata come sembra. Non sappiamo ancora quand’è che a qualcuno sia venuto in mente di fare su e giù per il pianeta per la prima volta, ma sappiamo che l’istinto migratorio è qualcosa di antichissimo: migravano i dinosauri così come Homo sapiens che, da sempre, è una specie migrante.

Nell’ultimo secolo e mezzo abbiamo scoperto moltissimo sui migratori e l’origine delle migrazioni. Sappiamo per esempio che alcune specie di uccelli migratori riescono a diventare stanziali – o viceversa, da stanziali diventano migratori – in poche generazioni. È il caso dei merli e dei pettirossi diventati stanziali alle nostre latitudini. Una capacità, questa, che presuppone per forza di cose una regolazione su basi genetiche. E sempre la genetica svolge un ruolo centrale anche nell’orientamento e nel seguire una rotta fino a quel momento mai percorsa prima. È il caso delle anguille che si riproducono una volta sola dopo una migrazione di migliaia di chilometri in mari che non hanno mai visto prima; o di molti piccoli passeriformi migratori che nascono in Europa e in autunno migrano in Africa attraversando il Medeiterraneo e il Sahara senza che nessuno insegni loro la strada. Campionesse in questa disciplina sono le tartarughe marine. Le Caretta caretta che nascono sulle spiagge della Florida (paese che ospita circa 100.000 nidi di questa specie) vagano solitarie per una decina d’anni nell’oceano Atlantico, arrivando a nuotare persino nel Mediterraneo, prima di tornare a riprodursi e a deporre le loro uova sul lembo di sabbia dove hanno visto per la prima volta il mare e dove si sono lasciate guidare dal suono delle onde e dal riflesso della Luna per cominciare la loro avventura nel blu.

Quello che stupisce – almeno noi esseri umani occidentali, spesso incapaci di orientarci anche con l’aiuto di Google Maps – è che tutti i migratori hanno una straordinaria capacità di fare “homing”, di tornare a casa: a riprodursi sulla spiaggia in cui sono nati, nel cespuglio o nel nido utilizzato anno dopo anno, e ancora in distretti marini, insenature, foreste e caverne.

Ma come fanno a orientarsi? Come fanno a percorrere decine di migliaia di chilometri senza perdersi? Si orientano con le stelle, con il moto apparente del sole, con il campo magnetico terrestre, ma anche con l’olfatto e la memoria visiva. Memorizzano alcuni fattori “di casa” fondamentali e lo fanno quando sono appena nati. Hanno cioè una sorta di imprinting sul luogo natio.

Per esempio i piccoli passeriformi si orientano con il campo magnetico terrestre e con le stelle: imparano qual è la stella che indica il nord, cioè quella attorno alla quale ruotano tutte le altre. E lo imparano nelle prime settimane di vita, nelle notti d’estate quando sono ancora appollaiati nel nido a osservare il moto apparente della volta celeste col becco all’insù. A scoprirlo, dagli anni Settanta in poi, furono una serie di scienziati – da Eberhard Gwinner a Wolfgang e Roswitha Wiltschko – che testarono le abilità dei migratori con gabbie fornite di planetari artificiali. Se il planetario veniva ruotato di 180°, gli uccelli memorizzavano il Sud come loro Nord. Così come se il cielo veniva fatto girare intorno a Betelgeuse, nella costellazione di Orione, anziché attorno alla stella polare, il nord appreso diventava Betelgeuse.

A dimostrare invece l’imprinting magnetico sul luogo natio delle tartarughe marine furono i coniugi Kenneth e Catherine Lohmann della University of North Carolina, due colonne portanti in questo campo. Grazie ai loro studi condotti negli anni Novanta, oggi sappiamo che le tartarughe marine riescono a percepire sia l’intensità che l’inclinazione del campo magnetico terrestre: per loro, quindi, ogni punto del pianeta è caratterizzato da una coppia di valori intensità-inclinazione. Nei primi istanti di vita memorizzano letteralmente le coordinate di casa – la spiaggia in cui sono nate – e le usano un decennio dopo per tornarci. Dagli gnu alle balene, tutti i migratori seguono percorsi millenari tramandati di generazione in generazione: una sapienza ancestrale in cui genetica ed esperienza si mescolano e si compenetrano.

Tali prodigiose abilità unite alla capacità dei migratori di manifestarsi solo in certi periodi dell’anno hanno ispirato le più fantasiose teorie e credenze. Alcune delle quali sopravvivono ancora oggi in alcuni angoli di mondo, come in Messico. Qui nei giorni a cavallo delle celebrazioni del dia de muertos, le anime dei defunti tornano a visitare i propri cari sotto forma di grandi farfalle arancioni. Arrivano a centinaia di milioni, colorano il cielo e si rifugiano nelle foreste di abeti sacri, dando vita a uno spettacolo unico al mondo: gli abeti grondano di queste farfalle, che nel giro di qualche tempo si “addormentano”. Cadono in una specie di letargo, vanno in diapausa, per risvegliarsi solo a febbraio. A incarnare le anime dei defunti è la generazione Matusalemme delle farfalle monarca (Danaus plexippus): una generazione straordinaria che nasce nel nord degli Stati Uniti al confine con il Canada, e ha il privilegio di vivere fino a 6-8 mesi. E in questi mesi compie un viaggio di oltre 4000 chilometri verso sud, arrivando nel Messico centrale per trascorrere l’inverno prima di riprodursi. Saranno poi le figlie, le nipoti e le pronipoti delle farfalle della generazione matusalemme a migrare verso nord come in una staffetta, per tornare al confine con il Canada e dar vita a una nuova generazione Matusalemme.

Senza andare troppo lontano, nell’antica grecia gli uccelli migratori avevano messo in difficoltà il pensatore greco Aristotele, che per giustificare la loro presenza solo stagionale aveva partorito una curiosa spiegazione: semplicemente le specie cambiavano aspetto. Così, finito l’inverno i pettirossi si trasformavano in codirossi, mentre le rondini erano addirittura più ardite: alla fine dell’estate si posavano sui canneti dei laghi, si spogliavano del proprio piumaggio e si trasformavano in rane. Trascorrevano l’inverno sotto forma di anfibi e in primavera tornavano a indossare penne e piume. La sua teoria della trasmutazione ebbe un discreto successo, tanto da sopravvivere fino al XVIII secolo, arrivando a fare compagnia ad altre ipotesi che nei secoli avevano preso piede, come quella avanzata dal ministro e scienziato inglese Charles Morton, che sosteneva che gli uccelli migrassero fin sulla Luna e tornassero indietro ogni primavera.

La storia più sorprendente riguarda però le anguille: per secoli la loro migrazione è rimasta un mistero. Nessuno sapeva dove si riproducessero le anguille e le loro larve piatte e allungate, simili a foglie di salice e completamente trasparenti, nell’Ottocento vennero persino descritte come una specie a sé stante: Leptocephalus brevirostris. Bisognerà aspettare un secolo e due scienziati italiani, Salvatore Calandruccio e Giovanni Battista Grassi, per ricostruire lo sviluppo delle anguille e capire che i leptocefali altro non sono che le larve di anguilla. Così come ci sono voluti secoli per capire dove si riproducono questi pesci: oggi sappiamo che tutte le anguille europee intraprendono un viaggio di oltre 5000 chilometri per andare a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Qui, dalle uova fecondate, nascono le larve leptocefale che trascorrono circa 18 mesi nell’oceano guidate dalla Corrente del Golfo verso l’Europa, prima di approdare agli estuari dei fiumi europei e trasformarsi in “ceche”: minuscole anguille trasparenti, dette glass eel o anguille di vetro, che entreranno nei fiumi per trasformarsi in anguille gialle e diventare poi le anguille adulte che conosciamo.

Nella nostra miopia antropocentrica i viaggi dei migratori sono fatti di andate e ritorni, di viaggi riproduttivi e non, eppure la vita di questi animali è una vita in moto perpetuo: sono fermi in un luogo solo pochi mesi all’anno e viaggiano per il resto del tempo. E questo lo abbiamo scoperto in particolare negli ultimi 50-70 anni grazie anche alla rapidissima evoluzione di strumenti tecnologici in grado non solo di restituire con estrema precisione il tracciato delle rotte seguite dai singoli individui, ma anche di farci scoprire tempistiche, velocità di percorrenza, altezze di volo o profondità di immersione. Di restituirci, anche a distanza, informazioni preziosissime sull’etologia dei migratori, sulla localizzazione delle aree di sosta, sui luoghi di riproduzione e sui percorsi seguiti.

Negli ultimi decenni tecnologie come radio-tracking, data logger (registratori di dati) e gps sono diventate tecnologie scalabili dalle balene alle farfalle, leggerissime e persino alimentate ad energia solare. È così che abbiamo scoperto che a detenere il record mondiale di volo ininterrotto – 13.560 chilometri dall’Alaska alla Tasmania in 11 giorni e un’ora, senza mai fermarsi né per mangiare né per riposare – è un giovane esemplare di pittima minore (Limosa lapponica): un uccello acquatico dalle zampe e dal becco lunghissimi. O ancora, che il record del viaggio più lungo tra tutti gli animali migratori spetta alla sterna artica (Sterna paradisea) che nidifica lungo le coste artiche e trascorre quello che è il nostro inverno in Antartide, percorrendo ogni anno 70-80.000 chilometri in volo. Il che vuol dire che nei suoi 20-30 anni di vita arriva a percorrere circa due milioni e mezzo di chilometri, pari a tre viaggi di andata e ritorno dalla Terra alla Luna. In fondo Charles Morton ci era andato (quasi) vicino. Ed è sempre grazie a queste tecnologie che stiamo affinando la conoscenza dei percorsi migratori di balene, squali, pipistrelli e persino delle farfalle monarca, con minuscoli radio-tag alimentati a energia solare che pesano appena 60 milligrammi.

Quello che emerge, potente, dallo studio sempre più accurato dei percorsi è la precisione estrema con cui, anno dopo anno, i migratori ricalcano gli stessi percorsi tra oceani e cieli sconfinati. Stesse vie, ma anche stessi luoghi di sosta per rifocillarsi o riposare.

Per esempio, nel loro viaggio tra Africa ed Eurasia per attraversare il Mediterraeno gli uccelli migratori utilizzano tre vie principali: una rotta a ovest, che segue le coste africane e passa per lo stretto di Gibilterra per arrivare in Europa; una rotta italiana, che passa per la Tunisia e lo stretto di Sicilia, per Messina e percorre l’Italia come un ponte disteso sull’acqua; e una rotta a est, che attraversa il Medio Oriente e si separa poi in una via che conduce all’Europa attraverso la Grecia e una che conduce all’Asia. Rotte millenarie seguite non solo dagli uccelli migratori, ma anche dall’essere umano: centinaia di migliaia di anni fa Homo sapiens nei suoi out of Africa sfruttò proprio la rotta orientale per arrivare in Europa e in Asia. E ancora oggi sono queste le vie utilizzate dal popolo umano migrante che viaggia accompagnato dal vento di speranza e dagli uccelli migratori che spesso anche su gommoni e imbarcazioni improvvisate trovano riposo prima di arrivare alle migliaia di piccole isole del Mediterraneo, che – almeno per gli uccelli – offrono cibo e riparo nel lungo viaggio migratorio.

Eppure questi luoghi – luoghi di riproduzione, di svernamento o semplicemente di sosta o di passaggio – stanno cambiando, stanno diventando irriconoscibili. Sia per le attività umane – l’ultima trovata è un mega hotel di lusso spacciato per sostenibile nel mezzo del percorso migratorio degli gnu tra Tanzania e Kenya, in quell’anello tra il parco del Masai Mara e quello del Serengeti che passa per una delle culle dell’umanità: le gole di Olduvai – sia per i cambiamenti climatici. Spariscono le zone umide, le correnti marine si indeboliscono, i fiumi soffrono la siccità, l’artico e molte altre zone del mondo compresa l’Europa si stanno surriscaldando a un ritmo più veloce di altre, e così via. Qui da noi l’aumento delle temperature sta determinando un anticipo della primavera, e quindi della fioritura e della sciamatura degli insetti che sono alla base dell’alimentazione di moltissime specie migratrici che dall’Africa arrivano in Europa per approfittare di questo ricco banchetto, e che oggi rischiano di arrivare tardi. Di non riuscire a trovare cibo a sufficienza per sé e i propri pulli. Solo il 40% dei piccoli passeriformi europei sta riuscendo ad anticiparsi, ad afferrare la primavera in tempo. Ma tutti gli altri no. L’indebolimento della corrente del Golfo sta invece creando problemi alle anguille, che infatti da tempo sono sempre meno e sempre più rare anche nei fiumi italiani, sebbene continuiamo a consumarle sulle nostre tavole. Mentre le temperature in aumento rischiano di lasciare anche le farfalla monarca senza un sito adatto in cui trascorrere l’inverno.

Ma che mondo sarebbe senza migratori? Non solo un mondo con meno biodiversità, ma anche un mondo in cui verrebbero a mancare molti di quelli che in gergo vengono definiti servizi ecosistemici: gli uccelli migratori mangiano insetti che non ci piacciono, come mosche e zanzare; concimano il terreno con le loro deiezioni così come fanno le balene nei loro spostamenti, per citare qualche caso. Ma di sicuro sarebbe un mondo anche più povero di bellezza e di tradizioni, senza anime dei defunti sotto forma di farfalle che si palesano nel giorno dei morti, senza paesaggi sconfinati e maestosi come la savana africana tra Kenya e Tanzania disegnata dal brucare e dal calpestio incessante di un milione di gnu, che concimano quei terreni. Senza migratori il pianeta per come lo conosciamo cambierebbe volto.

E se c’è almeno una lezione che possiamo imparare da queste creature straordinarie è la speranza.

Tutti loro, piccoli o grandi, da soli o in gruppo, intraprendono viaggi di decine di migliaia di chilometri affrontando difficoltà e pericoli. Vanno incontro a una morte probabile per sfuggire a una morte certa.

Il loro istinto migratorio è incontenibile: provate a mettere un uccello migratore in gabbia nel periodo della migrazione. Continuerà tutta la notte a tentare di volare esattamente nella direzione in cui sarebbe dovuto partire quella sera. Solo mettendoci nei loro panni potremo imparare a guardare la Terra come la vedono i migratori: un luogo dove né gli oceani né le montagne più alte del mondo costituiscono limiti invalicabili. Una casa dove non esistono confini se non quelli che delimitano l’esistenza della vita. Un luogo di passaggio, da lasciare alle future generazioni nelle migliori condizioni possibili.

Francesca Buoninconti

Francesca Buoninconti è naturalista, si occupa di comunicazione della scienza e di giornalismo scientifico. Ha lavorato per Città della Scienza e per il museo Corporea, per Radio Kiss Kiss e Radio3 Rai. Scrive di scienza e natura per varie testate. Ha scritto Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori (codice edizioni, 2019) e Senti chi parla. Cosa dicono gli animali (codice edizioni, 2022).

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