Da qualche tempo è stata decretata la morte del "woke", movimento che in Italia non è neanche mai esistito davvero. Ma al di là di polemiche e necrologi, le questioni che la nuova sensibilità aveva portato al centro del dibattito non sono affatto scomparse. Tra identità, corpi, diritti e sofferenza, il genere resta un terreno di conflitto. E forse anche di possibilità.
“Woke 1 was crazyyyy”. Quattro y, un numero, un verbo al passato: la battuta con cui a maggio il consigliere comunale newyorkese Chi Ossé ha preso le distanze, ridendo, dalla stagione più radicale del progressismo americano. Il 9 agosto Alexandria Ocasio-Cortez l’ha ripresa in un’intervista televisiva, con tutte le cautele del caso: quel linguaggio massimalista era figlio di un’epoca, oggi non lo useremmo più. Sei giorni dopo un titolo di «Repubblica» l’ha tradotta in un virgolettato mai pronunciato, “il woke è una follia, puntiamo sull’economia”, e su quel virgolettato l’Italia ha costruito due settimane di dibattito: la lettera di Giuseppe Conte, le repliche del campo largo, la destra che rivendica di averlo sempre detto, la Lega che diffonde un’immagine generata con l’intelligenza artificiale della prima riunione degli “wokisti anonimi”. Come ha ricostruito «Linkiesta», un Paese intero ha discusso della fine di qualcosa di cui non aveva mai accertato l’esistenza, a partire dalla traduzione infedele di una battuta.
A noi, che di mestiere ascoltiamo le parole e i corpi, questa scena dice due cose. La prima riguarda il funzionamento della parola stessa. “Woke” è ormai una parola-contenitore: dentro ci stanno la schwa e le statue, i pronomi e i salari, i programmi scolastici e le serie tv. Chi la pronuncia non descrive più nulla, evoca. E l’evocazione funziona proprio perché il referente è vago: ciascuno può caricare il contenitore con l’aneddoto che più lo irrita e usarlo per formulare una teoria generale della società. Ci siamo già passati.
Nell’introduzione a Decostruire il genere, il volume uscito a luglio per il Saggiatore, scriviamo che il panico del gender è diventato una tecnologia politica, e che come ogni tecnologia politica funziona attraverso la produzione di fantasmi. Judith Butler, nel dialogo con Jack Halberstam raccolto nel libro, osserva che “gender” opera ormai come un significante vuoto, disponibile a ospitare qualunque ansia sociale: i diritti delle donne diventano minaccia al patriarcato, quelli delle persone trans minaccia all’ordine del creato, l’uguaglianza matrimoniale minaccia alla famiglia. Sostituite “gender” con “woke” e lo schema regge alla perfezione, con un paradosso in più: questa volta il contenitore viene brandito anche da sinistra.
La seconda cosa che la scena dice è forse più importante: la polarizzazione è un diversivo. Mentre ci si accapiglia sulla parola, le domande reali escono di scena. Chi può vivere una vita vivibile, e con quale corpo? Che cosa succede a un’adolescente che non si riconosce nel genere assegnato alla nascita, oggi, in un consultorio italiano? Come si tengono insieme i diritti e i salari, che le persone concrete, quelle che subiscono contemporaneamente disuguaglianze economiche e discriminazioni, non hanno mai percepito come alternativi? Il dibattito di agosto si è diviso su un titolo; quasi nessuno è tornato a guardare l’intervista. È un meccanismo che la psicoanalisi conosce bene: il fantasma è più maneggevole della realtà, e litigare sul fantasma protegge dalla fatica di pensare.
Anche perché questo film l’abbiamo già visto. Il 18 aprile 2005, alla vigilia della sua elezione al soglio pontificio, Joseph Ratzinger denunciava la “dittatura del relativismo” come una deriva che non riconosce nulla di definitivo. Un anno dopo usciva in Italia La decostruzione del genere, curato da Vittorio Lingiardi: contro quell’appello all’ordine del significato, il libro riuniva le voci, da Butler a Muriel Dimen, da Jessica Benjamin a Virginia Goldner, di una psicoanalisi capace di abitare la tensione degli opposti e di concepire il genere come formazione di compromesso, come campo di forze, come paradosso vitale. Vent’anni dopo, Ratzinger è scomparso, Butler ha scritto un libro intitolato Chi ha paura del gender?, e la denuncia della dittatura del relativismo ha trovato traduzioni politiche sempre più radicali: i decreti esecutivi di Donald Trump che cancellano con un tratto di penna le identità trans dai documenti federali, l’Ungheria di Orbán che mette fuori legge i gender studies, un fantoccio di Butler dato alle fiamme a San Paolo del Brasile. Il bersaglio originario, le acquisizioni teoriche e civili attorno al genere e alla sessualità, è diventato il pretesto per una controffensiva autoritaria che attraversa governi, istituzioni religiose, movimenti di opinione.
Per questo torniamo a quel libro, con contributi inediti e con un titolo cambiato di una sola desinenza: da La decostruzione del genere a Decostruire il genere. Dal sostantivo al verbo. Il sostantivo suggeriva una dottrina compiuta, un edificio teorico con le sue bandiere; ma suggeriva anche, all’epoca, un’azione e un’affermazione necessarie, di rottura: dare nome e cittadinanza, nell’Italia di Ratzinger, a un gesto di pensiero che metteva in discussione l’ovvio. Vent’anni dopo è rimasta soprattutto la prima suggestione, ed è proprio quella che serve ai crociati dell’anti-gender: un’ideologia da smascherare. Il verbo indica invece un processo, sempre in corso, mai definitivo, un lavoro di pensiero e ri-pensiero che non risparmia nessuno, nemmeno se stesso. Decostruire non significa demolire: significa smontare per capire come una cosa è fatta, chi l’ha costruita, quali gerarchie sostiene, chi ci abita bene e chi ci soffoca. In questo senso, lo diciamo senza civetteria, andrebbe decostruito anche il woke. E pure l’anti-woke, che del woke è ormai il gemello speculare: due lessici preconfezionati che si tengono a galla a vicenda, mentre le giuste decostruzioni, quelle mai troppo rigide, procedono altrove, nei corpi e nelle vite.
Che cosa è cambiato, in questi vent’anni, lo dice il corpo. Se c’è un elemento che distingue l’edizione del 2026 da quella del 2006, scriviamo nell’introduzione, è l’insistenza sul corpo come luogo dove il genere accade. Il dibattito di allora era dominato dall’intuizione costruzionista: il corpo non è un dato preculturale, l’anatomia stessa è inscritta nel discorso, ogni richiamo al “biologico” rischia l’essenzialismo. Era un’intuizione necessaria, che ha prodotto frutti teorici di prima grandezza. Ma nel tempo che ci separa da quella stagione la clinica ha posto domande nuove, che chiedono una teoria del corpo capace di tenere ferma la critica al biologismo senza dissolvere la materialità, la resistenza, la densità dell’esperienza corporea. Nella nuova edizione, il testo che porta questa domanda al suo grado più alto è Il corpo come Rorschach, saggio postumo di Muriel Dimen, a cui abbiamo voluto dedicare il volume. Pensate il corpo come una tavola di Rorschach, propone Dimen: “Immagina! Puoi dire ciò che vuoi su questo corpo. Puoi proiettarci le tue fantasie”. Il corpo non è una tabula rasa, ma è trattato come tale. Vale nella stanza d’analisi e vale nella piazza mediatica: il corpo dei bambini e delle bambine su cui la campagna anti-gender proietta i propri terrori è, ironia perfetta, il Rorschach più gettonato del nostro tempo.
Le persone trans hanno reso questa riflessione ineludibile. Quando un adolescente transmaschile chiede la doppia mastectomia, quando una donna trans desidera la vaginoplastica, quando una persona non binaria cerca forme di incarnazione che sfuggano alla grammatica chirurgica binaria, il corpo cessa di essere un supporto passivo del discorso: diventa il luogo attivo in cui si gioca la possibilità stessa di vivere una vita vivibile. I contributi del volume, pur nelle loro divergenze, convergono nel rifiutare due posizioni opposte e speculari: da un lato il biologismo che fa del corpo un destino, dall’altro il costruzionismo radicale che lo riduce a un effetto del linguaggio. In mezzo sta lo spazio, teorico e clinico, in cui materialità anatomica, sensibilità somatica, fantasia inconscia e inscrizioni culturali si intrecciano in configurazioni uniche.
C’è poi un rischio di cui il dibattito pubblico, tutto preso dalla guerra dei contenitori, non parla mai: quello di pensare il genere senza pensare il dolore. Alcuni movimenti contemporanei, nel loro giusto tentativo di sottrarre il genere alla patologizzazione, rischiano talvolta di attenuare la dimensione della sofferenza psichica, come se riconoscerla significasse necessariamente ricadere in una lettura stigmatizzante. Ma nella clinica la sofferenza insiste: nella forma della disforia, del rifiuto, della vergogna, del lutto per ciò che non è stato o non potrà essere. Ogni processo di soggettivazione implica una quota di perdita che non può essere semplicemente aggirata. Il contributo specifico che la psicoanalisi può offrire a questo dibattito, scriviamo nell’introduzione, non è una superiorità epistemica sulle altre discipline: è la creazione di uno spazio di simbolizzazione lenta, profonda, personale, in cui l’esperienza possa trovare le proprie parole invece di essere immediatamente incasellata in un lessico già pronto, di qualunque segno. È il luogo in cui l’adolescente non binario può provare un nome, un pronome, un vestito, senza essere chiamatə subito a rispondere se “è davvero così”; in cui un paziente trans può attraversare il lutto del corpo natale senza essere sospinto prematuramente verso la trasformazione medica, ma anche senza essere frenato da un’ansia normativa che maschera la paura di fronte a cambiamenti che non si capiscono; in cui chi cura può tollerare la propria ignoranza, la propria invidia, il proprio rifiuto, abbastanza a lungo da permettere all’altro di emergere come soggetto irriducibile.
Il genere, alla fine, è un territorio: uno spazio esteso, regolato da forze politiche e percepito nel corpo, contestato perché le forze che lo regolano producono gerarchie ed esclusioni, creativo perché al suo interno nascono continuamente nuove forme di soggettivazione, nuove alleanze. Su questo territorio, mentre l’Italia discuteva per due settimane della fine di una parola importata, hanno continuato a camminare corpi reali: nelle scuole, negli ambulatori, nelle stanze d’analisi, nelle case. Ken Corbett, nelle pagine che chiudono il volume, indica il compito che ci sembra anche un mandato etico: puntare verso le fratture, «là dove la vita potrebbe rivelarsi vivibile altrimenti», e ascoltare come quelle rotture stiano invocando un mondo migliore, in una forma che non possiamo ancora immaginare. Le parole-contenitore passano di moda, si consumano, vengono sostituite. I corpi restano. Decostruire si coniuga al presente.