Edoardo Vitale
02 Aprile 2025
Diversi studi dimostrano quanto l’esposizione all’inquinamento acustico sia dannosa per la salute. Eppure, risolvere il problema sarebbe relativamente semplice.
Nel 1906, a Manhattan, i rimorchiatori e le chiatte che trasportavano materiale edile lungo il fiume Hudson rappresentavano un problema. Durante una notte qualsiasi, potevano produrre migliaia di rumori “non necessari”. È un dato strano, di cui siamo al corrente soltanto grazie a Julia Hyneman Barnett, musicista e filantropa laureata in medicina, che in quello stesso anno fondò la Society for the Suppression of Unnecessary Noise. Stanca del continuo strombazzare dei corni, dei fischi e delle grida degli operai di ritorno dai cantieri, ingaggiò alcuni studenti della Columbia per documentare per filo e per segno gli schiamazzi che disturbavano la quiete dei degenti negli ospedali pubblici dell’East River, Blackwell e Randall Island. Julia Hyneman Barnett avviò un’attività di lobbying imponente, che coinvolse esponenti politici locali, accademici, membri della comunità scientifica e intellettuali, tra i quali spiccavano Thomas Edison e Mark Twain, particolarmente sensibili alle grida dei bambini che giocavano in strada o che si recavano a scuola al mattino. Negli archivi del «New York Times» si trova ampiamente traccia delle polemiche e del clamore suscitato all’epoca dalla Society for the Suppression of Unnecessary Noise. La campagna si concluse con una storica vittoria: nel 1907 fu emesso il Bennet Act, che regolamentava i fischi delle navi nelle acque federali e l’utilizzo di fuochi d’artificio nei pressi degli ospedali durante i festeggiamenti del 4 luglio.
Il Bennet Act è considerato uno dei primi provvedimenti pubblici contro l’inquinamento acustico e Julia Hyneman Barnett una pioniera dell’attivismo anti-rumore. Ironicamente, racconta George Prochnik nel suo saggio In pursuit of silence, Isaac Leopold Rice, il marito di Julia Hyneman Barnett, che faceva affari nel mercato dei sottomarini, fu il primo a possedere un’automobile a Manhattan, a bordo della quale amava sfrecciare rumorosamente per Central Park. Malgrado gli sforzi per ristabilire il silenzio in città da parte del sindaco di New York Fiorello H. La Guardia, la diffusione dei veicoli privati fu implacabile e il declino della Society for the Suppression of Unnecessary Noise inevitabile.
Bisognerà aspettare gli anni Settanta per il Noise Control Act, la prima campagna nazionale statunitense promossa dall’allora neonata Environmental Protection Agency (EPA), con la quale si stabilivano le linee guida per tutelare il benessere dei cittadini in materia di inquinamento acustico. L’EPA avviò una attività di informazione su vasta scala e stabilì i primi limiti di sicurezza sul luogo di lavoro. Oltre a legiferare sugli standard di emissione acustica dei trasporti commerciali e ferroviari interstatali, il Noise Control Act introdusse un programma di classificazione ed etichettatura universale del rumore da applicare sugli elettrodomestici. Tuttavia, già a partire dall’amministrazione Reagan del decennio successivo, la campagna subì un progressivo taglio dei fondi. Nel 1982 il Congresso votò per trasferire la competenza e la regolamentazione del rumore nelle mani dei singoli governi statali. Sebbene non sia mai stato formalmente revocato, il Noise Control Act rimane un tentativo pionieristico incompiuto.
Oggi le automobili sono la principale fonte di rumore urbano. Nel 2025 è impossibile quantificare con esattezza il numero di “rumori non necessari” prodotti dai veicoli privati, ma sappiamo che un pedone in movimento a Manhattan è esposto a rumori che superano costantemente i 70 dBa, la soglia di tolleranza in uno spazio aperto ad alta interazione umana, oltre la quale si rischiano danni permanenti all’udito. Spostarsi in bicicletta a Ho Chi Minh significa esporre i propri timpani a 78 dBa, che equivalgono al chiasso prodotto da un aspirapolvere.Gli abitanti di Londra, Nuova Delhi, Il Cairo, Tokyo o Buenos Aires non se la passano meglio; l’inquinamento acustico è un problema consolidato in tutte le metropoli e lo stiamo trascurando.
In Italia la prima legge che inquadra l’inquinamento acustico come un pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente risale al 1995 e coincide con la diffusione delle norme comunitarie promosse dall’Unione Europea. Le stesse linee guida dell’OMS, si basano sulle ricerche condotte dall’European Environment Agency, i cui report vengono pubblicati con regolarità. L’ultimo aggiornamento consistente risale al 2020 e restituisce un quadro decisamente poco rassicurante.
Le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità fanno riferimento a due diverse forme di esposizione al rumore. L’esposizione media complessiva nell’arco di ventiquattro ore dB L(den) e quella circoscritta all’arco di tempo notturno dB L(night). Per esempio, l’esposizione al rumore proveniente dal traffico stradale non dovrebbe superare i 53 dB L(den) e i 45 dB L(night). Le raccomandazioni variano se si entra nello specifico del traffico aereo o ferroviario. Sembra tutto molto complesso – e lo è – ma si possono tradurre queste nomenclature nel linguaggio della vita di tutti i giorni grazie a uno smartphone. Esistono diverse app per la misurazione del rumore, ce n’è persino una patrocinata dall’Arpa Piemonte che si chiama OpeNoise. Le ho scaricate quasi tutte, certamente nessuna è attendibile come un fonometro professionale, ma sono utili per fornire un’idea di base.
È la mattina di un giorno feriale e mi trovo nell’appartamento dove vivo e lavoro, nel quadrante sud di Roma. Mentre scrivo il livello di decibel è di 27.0 dB(A). Appena apro la finestra, l’ago digitale sullo schermo del mio smartphone inizia a oscillare tra i 48 dB(A) e i 54 dB(A), con qualche picco che supera i 60.0 dB(A) quando di tanto in tanto passa un veicolo proprio sotto casa o parte un antifurto dagli appartamenti circostanti, cosa che, ho notato, avviene con sorprendente regolarità. L’app alla quale sto facendo riferimento si chiama Decibel X.
“Oggi le automobili sono la principale fonte di rumore urbano. Nel 2025 è impossibile quantificare con esattezza il numero di “rumori non necessari” prodotti dai veicoli privati, ma sappiamo che un pedone in movimento a Manhattan è esposto a rumori che superano costantemente i 70 dBa”.
Vivo in un quartiere che gli annunci delle agenzie immobiliari definirebbero senza esitazioni “tranquillo”. Oltre all’app che ho usato, lo conferma anche la mappatura della zonizzazione acustica di Roma, di cui l’Unione Europea richiede un aggiornamento ogni cinque anni. Secondo la mappa, mi trovo al confine tra quelle che la legenda definisce aree particolarmente protette e aree prevalentemente residenziali. Significa che oscillo tra i 55 dB(A) diurni e i 45 dB(A) notturni in media. Un privilegio, a giudicare dal rosso che si intensifica in centro. Ciononostante il rumore a cui sono esposto ogni giorno lambisce o supera di poco i limiti massimi stabiliti dall’OMS.
Una ricerca del 2011 commissionata dall’OMS dichiara che l’inquinamento acustico causa la perdita di almeno un milione di anni di vita ogni anno, soltanto in Europa. È ampiamente dimostrato che l’esposizione prolungata a livelli nocivi di rumore abbia delle ripercussioni gravi sulla salute. Il già citato report del 2020 dell’EEA parla di 12.000 morti premature ogni anno in Europa e contribuisce a peggiorare le aspettative di vita di milioni di persone. Anche se non si vede, il rumore provoca obesità, ipertensione e diabete di tipo 2 e aumenta sensibilmente il rischio di avere infarti o ictus. Ogni anno circa 48.000 casi di ischemie sono correlati a un’esposizione eccessiva all’inquinamento acustico, al quale è riconducibile anche un aumento delle probabilità di sviluppare l’Alzheimer. Inoltre, l’inquinamento acustico disturba la qualità del sonno e incide sullo sviluppo di forme di depressione e ansia. Le ripercussioni di un cattivo riposo prolungato, incidono anche sulla salute mentale delle persone e porta con sé tutto il corollario naturale di stress, ansia e calo della produttività, sul quale è persino superfluo snocciolare numeri. Nel saggio Storia naturale del silenzio, citando fonti governative, l’ecologo Jérôme Sueur parla di un costo sociale di 147 miliardi all’anno soltanto in Francia.
Si stima che in Europa almeno una persona su cinque – che equivale a 113 milioni di abitanti – sia esposta a livelli dannosi di inquinamento acustico. Più di un secolo e mezzo fa Robert Koch, batteriologo premio Nobel, profetizzò: “verrà il giorno in cui l’umanità dovrà combattere il rumore inesorabilmente come il colera e la peste”. Quel giorno è arrivato da un pezzo. Circa 22 milioni di persone vivono in zone ad alto traffico ferroviario e 4 milioni in zone di traffico aereo. In generale il 20% della popolazione europea vive in zone che superano regolarmente i livelli raccomandabili di decibel tollerabili per l’udito, provocando iperacusia, disturbi cognitivi ed emotivi. Per stessa ammissione dell’European Environment Agency, i numeri sono da ritenersi fortemente al ribasso e ci sono buone ragioni per pensare che la situazione peggiorerà, contestualmente all’aumento della popolazione urbanizzata, che entro il 2050 equivarrà al 68% degli abitanti del pianeta. Più persone in città significa tanto rumore in più. L’Unione Europea, considerata all’avanguardia in termini di regolamentazione e normative rispetto agli Stati Uniti, ha un generico obiettivo di riduzione del 30% dell’inquinamento acustico entro il 2030, ma non è del tutto chiaro come intende raggiungerlo.
Quando siamo sottoposti a suoni spiacevoli la nostra pressione sanguigna aumenta e si attiva l’amigdala che produce adrenalina e cortisolo. Il nostro apparato uditivo si è sviluppato per riconoscere i predatori ed è geneticamente collegato allo stress. Uno studio ha sottoposto 70 persone sane a due diversi scenari di esposizione al rumore di treni e automobili in transito per tre notti consecutive. Al risveglio presentavano un «grado più elevato di stress ossidativo all’interno del sistema vascolare», rispetto alle «notti di controllo», durante le quali non erano stati esposti al rumore. Quello che dimostra lo studio, è che dormire in un contesto rumoroso, produce un’infiammazione all’endotelio, cioè l’anticamera di patologie cardiache gravi. Vivere in prossimità di un aeroporto aumenta del 7% la possibilità di avere un ictus. Uno studio condotto in Corea, ha evidenziato che l’aumento di un solo decibel di esposizione giornaliera al rumore, comporta un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, questo perché i decibel sono un’unità di misura che si basa su una scala logaritmica e l’intensità che percepiamo è esponenziale. La matematica non è il mio forte, ma in soldoni una pressione sonora di 60 decibel non è il doppio di una di 30 decibel, bensì è mille volte più intensa.
Per tutte le ragioni elencate, l’inquinamento acustico è un problema di sanità pubblica. Uno studio supportato dall’Università del Michigan sostiene che un calo di 5 dB ridurrebbe dell’1,8% i casi di coronaropatia, con un beneficio annuale di 3.9 miliardi di dollari in spese sanitarie.
L’esposizione al rumore è collegata anche a problemi cognitivi e comportamentali nei bambini. Numerosi studi hanno fornito prove di danni alla memoria e all’apprendimento causati dall’esposizione a fonti di rumore e di stress. Un ambiente poco silenzioso abbassa i livelli di attenzione e rallenta lo sviluppo del linguaggio. Una ricerca del 1975 ha confrontato le abilità di migliaia di bambini ai test di lettura, ed è emerso con evidenza che quelli che frequentavano scuole collocate in aree ad alto inquinamento acustico ottenevano dei risultati peggiori. I due psicologi che hanno condotto lo studio, posero l’accento su un altro aspetto che accomunava gli studenti più esposti al rumore: molti di loro avevano diritto a pasti gratuiti e provenivano da contesti di disagio economico.
Oggi abbiamo la certezza, avvalorata da diverse prove e studi, che l’inquinamento acustico sia anche una questione di classe sociale. Uno studio condotto dall’università di Hong Kong ha evidenziato i differenti livelli di esposizione all’inquinamento acustico tenendo conto di fattori socio-economici come il livello di istruzione e il reddito. Tra una persona che svolge un ruolo manageriale e una che si occupa dei cosiddetti “craftsman ed elementary job”, possono esserci fino a 5 o 6 decibel di differenza, ogni giorno. Questo dato è da intendersi in termini assoluti: non si limita ad analizzare i livelli di esposizione al rumore sul luogo di lavoro – suppongo che la forbice sarebbe ancora più ampia –, ma di una media trasversale, che tiene in considerazione dell’intero arco di ventiquattrore. Il motivo è semplice. Le persone a basso reddito vivono in appartamenti meno equipaggiati per isolarsi dal rumore – senza aree verdi, zone pedonali, finestre a triplo vetro, infissi di ultima generazione – e si trovano in aree urbane ad alta concentrazione demografica o in quartieri più esposti: vicino alle ferrovie o agli aeroporti, in prossimità di strade ad alta velocità o in zone industriali, per esempio, dove l’esposizione al rumore non soltanto è più alta ma si prolunga senza soluzione di continuità tra il giorno e la notte.
Studi simili a quello appena citato, hanno dato lo stesso riscontro anche negli Stati Uniti: le persone più esposte all’inquinamento acustico sono quelle più povere, disoccupate, che non posseggono una casa, vivono in quartieri poveri e in quelli in cui la percentuale di bianchi è bassissima o inesistente.
Bernie Krause è un esperto di ecologia acustica che ha teorizzato la tripartizione della sonosfera. Secondo questa teoria, l’insieme di tutti i suoni terrestri è composto dalla biofonia, che comprende i suoni di origine animale e vegetale, dalla geofonia, che riguarda i suoni abiotici prodotti dal pianeta e infine dall’antropofonia, i suoni prodotti dall’attività umana. Non stupisce che, fra queste, l’antropofonia risulti la componente più invasiva. Dalla rivoluzione industriale in poi, l’essere umano ha ottenuto il primato di specie più rumorosa sul pianeta. I nostri spostamenti, le fabbriche, la costruzione e la distruzione degli edifici – nei quali viviamo o ci riuniamo a decine di migliaia per assistere a un evento altrettanto rumoroso come un concerto o un gara di automobili –, gli strumenti che ci forniscono energia, la manutenzione delle aree verdi, la raccolta dei rifiuti, i festeggiamenti per le ricorrenze, le guerre. Quasi tutte le cose che abbiamo inventato e che facciamo causano un rumore assordante. Come abbiamo visto, tutto questo rumore provoca morte e malattie alla nostra specie e, naturalmente, non è da meno con gli animali.
Il rumore prodotto dall’uomo è un agente altamente inquinante per la fauna selvatica, perché ostacola la comunicazione, confonde il senso dell’orientamento e inibisce la capacità di percepire l’arrivo dei predatori. Nei centri urbani si è impoverita la varietà dei canti degli uccelli, che si stanno attestando su frequenze più facilmente udibili. In altre parole, in città gli uccelli cantano a un tono medio più alto e hanno riportato livelli maggiori di stress, oltre a una minore propensione ad accoppiarsi.
L’essere umano è riuscito nell’opera di rendere invivibile persino un luogo nel quale non è presente in maniera stanziale. Gli organismi marini che abitano le profondità oceaniche da milioni di anni, si orientano nell’oscurità grazie a un apparato uditivo incredibilmente sensibile e sviluppato oltre la nostra più fervida immaginazione. Da qualche decennio, sono assediati dal frastuono dei motori e dei sonar delle centinaia di imbarcazioni che si spostano tutti i giorni e solcano le acque del globo a tutte le ore. Navi cargo, portacontainer, navi da crociera, traghetti, yacht, scafi. A queste si aggiungono le esercitazioni della marina militare, le trivellazioni, la pesca con dinamite, la ricerca di depositi di petrolio o giacimenti di gas sottomarini che avviene tramite impulsi di suono, sparati verso i fondali tramite potenti pistole ad aria compressa. Le onde sonore viaggiano più velocemente e si propagano per una distanza maggiore attraverso le molecole dell’acqua e raggiungono distanze impensabili rispetto a quello che avviene in aria. Il frastuono arriva ovunque sott’acqua ed è perenne, rendendo la vita sottomarina un tormento. Esistono centinaia di studi che aggiungono ogni volta una sfumatura più inquietante ai danni che stiamo facendo alle specie marine, tra cetacei, mammiferi, organismi vegetali o microbiologici che vengono decimati ogni anno. Un caso molto noto è quello della balena franca nordatlantica. Agli attentati dell’11 settembre 2001 fece seguito un blocco navale di diverse ore che provocò un abbassamento di 6 decibel nell’Oceano Atlantico. I segni di quel breve silenzio sono stati ritrovati nel calo drastico di glucocorticoidi nelle feci delle balene, che indicano un considerevole e immediato calo dello stress.
Come l’inquinamento atmosferico, quello acustico costituisce una minaccia per la biodiversità, un agente tossico che provoca danni ecologici ed è ostile al proliferare della vita attorno a noi. Durante l’epidemia di Covid-19, i lockdown ne sono stati una prova: nelle città che hanno adottato delle misure restrittive, si sono registrati cali fino al 75% dell’energia sonora. È emblematico il record dell’aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, attorno al quale il calo di intensità sonora ha raggiunto il picco dei 30 decibel. L’attività umana è talmente rumorosa da provocare delle onde sismiche ad alta frequenza che fanno vibrare la Terra. Nel 2020, secondo Science, si sono ridotte fino al 50% nelle aree popolate.
Sappiamo che è sufficiente il battito cardiaco per generare una frequenza e non c’è bisogno di scomodare John Cage per rendersi conto che il rumore è inevitabilmente associato alla presenza di vita. Il paesaggio sonoro di una città è parte integrante del patrimonio culturale e sociale che ogni luogo offre e proprio per questo andrebbe tutelato. Al di là di ogni retorica su un mondo idilliaco e inoperoso, dominato dal suono naturale degli elementi, è evidente che da qualche decennio il rumore umano abbia subito un’impennata, con l’aggravante di aver raggiunto luoghi impensabili, anche a centinaia di chilometri di distanza dal caos degli epicentri urbani: turbine, dighe, impianti elettrici, cavi, pulsazioni, basse frequenze che raggiungono le profondità oceaniche, ostacolano la regolare distribuzione dei sedimenti nelle foreste, abbrutiscono le vette delle montagne con ondate di turisti in tute sgargianti. Per millenni il suono che si associava alla presenza di vita su questo pianeta è stato decisamente diverso.
Appare evidente che i provvedimenti e lo sviluppo di tecnologie per mitigare i danni dell’inquinamento acustico non stiano andando di pari passo con la violenta diffusione del rumore umano sul pianeta. Al contrario, spuntano ogni giorno nuove minacce. Dal progetto di una terza pista per l’aeroporto di Heathrow, che avrebbe conseguenze devastanti in un’area già martoriata dal traffico aereo e considerata tra le più rumorose al mondo, alla recente diffusione di data center e miniere di bitcoin che provocano un rumore di fondo perenne e insopportabile per chi si trova nelle vicinanze. Negli Stati Uniti, dove è allocato il maggior numero di di data center nel mondo (più di 5.000, in Italia al momento se ne contano 168), la questione sta già causando proteste e esaurimenti nervosi.
A differenza dell’inquinamento atmosferico, che sta provocando danni a lungo termine con i quali dovremo fare i conti – bell’eufemismo – per i prossimi decenni, l’inquinamento acustico potrebbe risolversi con relativa facilità. Basta neutralizzare l’origine del rumore e il problema sparisce da un momento all’altro. In alcuni casi la soluzione è tanto banale quanto economica. Per esempio, sarebbe sufficiente ridurre il limite di velocità per le auto, il che gioverebbe anche per il calo delle emissioni di Co2 e degli incidenti stradali. Secondo la British Medical Association, ridurre la velocità di soli 10 km/h, equivale a una diminuzione dei livelli di rumore del 40%. Uno studio più recente dell’Università di Atene, ha rilevato che nelle Città 30 europee la riduzione dei limiti di velocità ha prodotto una diminuzione media del rumore di 2.5 decibel. Infatti, il rumore provocato dalle automobili è dovuto soprattutto all’attrito dei pneumatici sull’asfalto, più che dal rombo dei motori. Per questo motivo è un problema che riguarda anche le auto elettriche. Non a caso ci si sta concentrando soprattutto sulla produzione del cosiddetto asfalto silenzioso.
A proposito di veicoli elettrici, di recente il comune di Oslo ha fatto sapere che da quest’anno tutti i lavori pubblici di edilizia saranno a emissione zero, il che significa anche un calo considerevole del rumore. Sul sito dell’Agenzia norvegese per il clima è stato pubblicato un breve reportage che racconta tale iniziativa e che sembra rivolgersi a degli scemi quando specifica che meno rumore significa più clienti, riportando dei virgolettati entusiastici dei commercianti secondo i quali “con meno rumore si sta meglio!”. A volte, in effetti, le nostre azioni sembrano totalmente incompatibili con qualunque idea di intelligenza. Rimanendo nell’ambito delle soluzioni banali ed economiche, esiste un altro dispositivo che stranamente torna sempre utile: gli alberi. Ogni estate su Instagram torna a girare un’infografica che mostra la differenza di temperatura percepita tra una strada alberata e una sguarnita. Sarebbe il caso di crearne una analoga, relativa al rumore, poiché una barriera di alberi può ridurre fino a 8 decibel il frastuono di una strada trafficata. C’è qualcosa da cui gli alberi non saprebbero proteggerci?
“Come l’inquinamento atmosferico, quello acustico costituisce una minaccia per la biodiversità, un agente tossico che provoca danni ecologici ed è ostile al proliferare della vita attorno a noi”.
Mentre preparavo questo pezzo, mi sono imbattuto in decine di articoli di giornali locali, legati alle denunce dei cittadini disturbati da questo o quel rumore. Poteva trattarsi di “movida”, di tratte aeree, di tram o di cantieri. Nella migliore ipotesi, il comitato cittadino di turno otteneva una fragile concessione: una deviazione, la sospensione momentanea dei lavori, un misero risarcimento economico. Sembravano tanti focolai separati. Anche i movimenti ambientalisti danno molta poca rilevanza al tema dell’inquinamento acustico su scala globale.
Probabilmente consideriamo il rumore un fastidio che tutto sommato può essere tollerato. È sgradevole, ma in fin dei conti basta avere un po’ di pazienza. Chiudere le finestre, indossare delle cuffie anti-rumore, ricorrere a una playlist di musica ambient. Non siamo disposti allo sforzo sinestetico di considerare un frastuono al pari di un rifiuto chimico. Il rumore non suscita la stessa indignazione. Forse l’idea generale è che esistono problemi ben peggiori. I numeri che abbiamo osservato rendono difficile sposare senza perplessità questa ipotesi, ma anche se l’inquinamento acustico non è un’emergenza assoluta, rimane stupido ignorarlo.
Schopenhauer era un noto misofonico e arrivò a spingere giù dalle scale la sua vicina di casa troppo rumorosa. Di certo non l’essere umano migliore al mondo, ma a proposito di rumore sosteneva una cosa interessante. Per il filosofo tedesco, la capacità di sopportazione indisturbata ai rumori è inversamente proporzionale alle capacità mentali di un individuo. Deve essere per questo che siamo diventati così bravi a sopportare.
Edoardo Vitale
Edoardo Vitale scrive di cultura per diversi magazine. Gli straordinari (Mondadori, 2024) è il suo primo romanzo.
newsletter
Le vite degli altri
Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.
La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.
Contenuti correlati
© Lucy 2025
art direction undesign
web design & development cosmo
sviluppo e sistema di abbonamenti Schiavone & Guga
00:00
00:00