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June Scialpi

È tornata Sailor Moon, ragazza magica contro il capitalismo

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Da pochi giorni, Sailor Moon è di nuovo stato trasmesso in orario serale. Può essere allora l’occasione per riflettere sul potere trasformativo e simbolico che il genere delle “ragazze magiche”, ancora molto in voga, ha saputo incarnare per quella generazione di spettatrici che non ha mai smesso di guardare anime e sognare.


What if I was someone else?
Someone beautiful and powerful
[…] on the other side of a television screen?
I Saw The TV Glow

I primi soldi che ho posseduto li ho spesi comprando le collezioni da edicola dei DVD delle mie serie anime preferite. Le custodie erano incellofanate e appiccicate a grandi fogli di cartoncino che tenevo sottobraccio nella strada verso casa mentre assaporavo il momento in cui avrei scartato tutto, sfogliato i fascicoletti allegati per poi inserire i dischi nel lettore di mio zio, spesso sola a casa di mia nonna.

Ero poco più che una bambina e il male, in quelle giornate, era un’entità che viveva in uno schermo e che veniva costantemente debellata da poteri più alti e più giusti. Poteva essere spaventoso ma anche bizzarro o ironico, prendeva la forma di un uomo posseduto da un mostro, di una seducente dark lady, oppure del timore per i voti di un compito in classe.

Amavo guardare quelle storie di legami cosmici e amicizie profonde, di trasformazioni e malinconia, ma ciò che amavo di più era la possibilità di non dovermi chiedere (o spiegare) perché mi confortassero: l’idea che bastasse una penna ingioiellata ad alterare le mie fattezze o una spilla preziosa a donarmi poteri e mettere in contatto una parte profonda di me con un pianeta che ne stava possente nello spazio profondo era più che sufficiente. E quegli oggetti, d’altronde, io li possedevo tutti. O meglio, bastava poco affinchè ci credessi.

Capitava che corressi nell’armadio di mia nonna per indossare una delle sue larghe vesti colorate e impugnando un mestolo di legno lo levassi al cielo recitando la formula. Potere del cristallo di luna, vieni a me! 

In quei momenti quel mestolo non rappresentava lo scettro che mi trasformava, era lo scettro. E io non ero più io, ma una versione più esatta di me stessa. Una volta terminata la visione, tenevo i DVD dove conservavo tutte le mie cose preferite, nel mobile sotto la televisione. Anche io, come molte, volevo essere Sailor Moon.

Uno dei miei primi ricordi è la mia cartellina dei lavoretti dell’asilo. In copertina c’era proprio la paladina della luna che veste alla marinara.

Ho sempre abitato, fin dall’infanzia, le storie sulle ragazze magiche. Anime e manga che hanno influenzato il modo in cui mi sono socializzata nel mondo e i discorsi che ho costruito una volta scoperte le comunità di appassionati. Spesso sono state il quid della mia “stramberia”, e per dare sfogo a questa passione, o forse solo per far credere che quella stramberia potesse essere destinata anche a qualcosa di più serio, ci ho scritto una tesi di laurea e poi pure un libro. Mi rendo conto che crescendo ho proiettato il rapporto che avevo con queste opere, ammantandolo di serietà, intellettualizzandolo eccessivamente per paura che sembrasse troppo frivolo o, peggio, vuoto. Ma la verità è che non lo è mai stato. 

Me ne sono resa conto negli ultimissimi anni, quando presa dall’insonnia, ho ricominciato a guardare di notte molte delle serie che mi avevano incantata da bambina.

In Fatal Frame (pellicola giapponese del 2014 diretta da Mari Asato), il personaggio interpretato da Jun Miho, una madre badessa preside del collegio cattolico femminile in cui si svolgono le vicende del film, rivolge alle protagoniste queste parole: «You are not children anymore but not yet full adults. You are like in the state of chrysalis or pupa. To be able to graduate from being young girls, you all need to die once.».

Non è un caso che, in lingua originale, il termine utilizzato dal personaggio per riferirsi a quelle “young girls” sia shōjo.

In Giappone i target di pubblico ideali dei fumetti sono organizzati per criteri demografici e per definirli si utilizzano delle etichette. Lo shōjo manga è, in particolare, quella utilizzata per rappresentare i fumetti indirizzati a un pubblico femminile giovane.

Anche se la parola shōjo, letteralmente ‘ragazza’, a livello generale indica una persona di sesso femminile in età scolastica, storicamente è stata utilizzata (soprattutto negli studi sociali e dei media) per raccontare gli sviluppi, le mutazioni e le contraddizioni di una figura liminale, che abita un’età in continua tensione tra l’innocenza dell’infanzia e il senso di responsabilità dell’età adulta: un individuo non ancora formato, e quindi in perenne trasformazione. Una creatura di confine, sospesa, sul cui corpo si gioca la partita più spaventosa di tutte: quella della definizione dell’identità di donna.

Mi è sempre parso che il potenziale inesauribile di questa figura si sviluppi al meglio nelle opere appartenenti a un genere preciso, cioè il mahō shōjo (lett. ‘ragazza magica’), o in inglese magical girl. Il filone è sempre stato, fin dalla sua inaugurazione nella seconda metà degli anni Sessanta, estremamente popolare. Sono storie che ruotano attorno a ragazzine dotate di poteri sovrannaturali, esercitati spesso attraverso degli alter ego.

Fino agli anni Novanta le protagoniste di queste opere utilizzano i poteri per risolvere piccoli problemi quotidiani, o per realizzare i propri sogni. Le storie solitamente hanno tutte a che vedere con una sorta di praticantato spensierato verso l’età adulta, che vede le personagge compiere una crescita che le porterà a dover rinunciare, in ultima battuta, ai propri poteri. Divenute donne comuni, si sono “diplomate” dall’infanzia, pronte così a compiere il primo passo verso la maturità, e quindi a divenire lavoratrici, spose, madri: figure di donna considerate dalla società “utili” e spendibili. Congratulazioni.

Con l’arrivo dell’anime di Sailor Moon nel ’92, il genere, ormai un po’ saturo di narrazioni standardizzate, è stato inondato da una nuova luce, che ha inaugurato quella che è stata a tutti gli effetti la golden age del mahō shōjo, durata circa fino al primo decennio degli anni Duemila.

Con Sailor Moon le ragazze magiche divengono vere e proprie paladine della legge, combattenti splendenti pronte a difendere il cosmo da minacce oscure diffondendo ideali di amore, amicizia e rettitudine. Volendo essere brevi, la premessa dell’anime è questa: Usagi Tsukino (in Italia Bunny) è una quattordicenne affatto ligia al dovere che si imbatte nella magica gatta Luna. Quando quest’ultima le regala un gioiello in grado di trasformarla, Usagi scopre quindi  di essere anche Sailor Moon, guerriera dell’amore e della giustizia destinata a proteggere la Terra. Insieme alle altre guerriere sailor sue amiche e all’aiuto del suo interesse amoroso Mamoru Chiba/Tuxuedo Kamen (in Italia Marzio/Milord), affronta le forze del male con l’obiettivo di ritrovare il Cristallo d’Argento e salvare la principessa della luna, che altri non è che Usagi stessa.

Le guerriere Sailor combattono i propri nemici (alieni, mostri, organizzazioni malefiche) utilizzando lingue di fuoco, saette, spade e fruste, senza mai rinunciare alle loro divise di tacchi e minigonne, gioielli, balze e fiocchi. La femminilità è potente e picchia forte. La serie racconta storie di imperi lunari caduti, viaggi nel tempo, apocalissi universali e rinascite attraverso un tono che oscilla tra frivolezza e profondità.

Negli anni è stata canonizzata fino a divenire simbolo di un’intera generazione, uno degli anime più famosi di sempre, dando vita a numerosi epigoni. Chiunque ha visto almeno una volta la serie, o ne ricorda degli elementi: dai motti, ai simboli, o semplicemente le sigle; persino le generazioni più recenti hanno familiarità con l’iconografia della serie, complici i meme, la “redraw challenge” spopolata su internet tra il 2019 e il 2020 e, in generale, il ritorno nostalgico alle opere “oginali” che sempre sembra investire un brand poco dopo la comparsa di suoi vari sequel e reboot considerati sempre e comunque qualitativamente inferiori.

Una cosa è certa: dopo Sailor Moon, fatta qualche rara eccezione, le ragazze magiche non sono più potute esistere senza un nemico. Il male è divenuto sempre più esplicitamente la loro controparte irrinunciabile; le osteggia, certo, ma con la sua presenza minaccia e giustifica anche l’esistenza di altri elementi essenziali della shōjo, che ne definiscono lo statuto ontologico: i sogni e le speranze. Due fattori che ben presto sarebbero diventati armi a doppio taglio.

Ho cominciato la parte medica del mio percorso di affermazione di genere in un periodo pieno di speranze e turbamenti. Le emozioni positive, piene di meraviglia, si alternavano alle paure che derivavano da tutto un mondo nuovo che si spalancava davanti ai miei occhi. Riflettevo spesso su quello che avevo letto in Resilience & Melancholy del filosofo statunitense Robin James (a dirla tutta ci penso ancora, forse più di prima): «La performance di genere delle donne è un processo in due fasi: la femminilità è rappresentata prima come danno, poi come resilienza. […] Tutte le donne sono femminilizzate, ma le donne buone sono quelle che riescono a superare gli effetti negativi della femminilizzazione».

La parte più bella rimaneva comunque utilizzare gli estrogeni. Erano il mio cristallo di luna, il gioiello incantato della ragazza magica, mi facevano sentire come quando impugnavo il mestolo di mia nonna e lo alzavo al soffitto recitando la formula. Erano una sorta di miracolo, non più solo la speranza, ma la possibilità materiale di trasformarsi.

La shōjo si nutre effettivamente dei suoi desideri, è alimentata dai sogni e senza non è niente.  

L’intuizione di Puella Magi Madoka Magica, anime uscito nel 2011, sta proprio nell’aver indovinato la pericolosa imprescindibilità che i sogni hanno nella vita di una ragazza, insieme a tutti i modi in cui questi possano essere sfruttati per capitalizzare proprio quel genere di creature che ancora sfuggivano al dominio biopolitico.

“Ho temuto che non ci fosse più nessuna magia in quell’atto rituale un tempo trasformativo e miracoloso, che il disincanto avesse preso il sopravvento. Significava che avevo perso i miei poteri anche io? L’età adulta è piena di momenti in cui ci sentiamo di aver fallito come donne, o come individui”.

La trama ha una premessa molto semplice: le protagoniste si imbattono in Kyubey, un’ adorabile creatura le cui sembianze ricordano vagamente quelle di un felino. La creatura è in grado di esaudire un desiderio per ognuna di loro, qualsiasi desiderio, ma in cambio le ragazze dovranno diventare ragazze magiche e combattere con i loro poteri le streghe che infestano la città.

L’immaginario incantato della serie ben presto però si distorce, rivelando il delirio di questa caccia senza sosta in cui le protagoniste sono investite: le streghe non sono altro che ex ragazze magiche che non sono state in grado di portare a termine i loro doveri e che una volta consumati i propri poteri sono annegate nella disperazione.

Dietro l’apparenza kawaii di Kyubey si cela un’entità aliena il cui scopo è proprio quello di attirare le ragazze dentro questo paradossale meccanismo perverso; la sua razza ha sviluppato una tecnologia che converte le emozioni umane in energia, e l’efficacia maggiore, dirà lui stesso, si ottiene proprio sfruttando le shōjo, ossia giovani che vivono un’età in cui speranza e disperazione si alternano in maniera potente e sconcertante. Ecco fatto: le ragazze magiche sono diventate finalmente prodotti di consumo.

Anche se tutto questo suona come nuovo, in realtà non lo è davvero. Noi ragazze abbiamo sempre (ri)conosciuto l’inquietudine che si celava al di là di quelle storie di spensieratezza, dietro la cortina dell’infanzia. Ed è per questo, forse, che abbiamo smesso di voler crescere. 

Proprio attraverso la sua liminalità, la shōjo è sempre stata in grado di mettere in atto una resistenza passiva rendendosi non spendibile all’interno dei meccanismi di sfruttamento della società. La serie però racconta di come il capitalismo ha trovato ancora una volta il modo di riappropriarsi di simboli, spazi e identità, invertendone i segni a proprio favore. Il paradigma era di nuovo, inesorabilmente, cambiato, ed essere una ragazza magica non sembrava più così bello. La magical girl non è più una cosa che si è, ma una cosa che si fa (proprio come un lavoro).

Ricordo il momento in cui ho pensato tutto questo. È stato proprio durante la mia dose settimanale di estrogeni, ma stavolta anni dopo l’inizio del mio percorso di affermazione di genere. Le cose sono molto cambiate. Ero di fretta, come capita spesso, per il lavoro o per qualche altro impegno, non ne ricordo il motivo preciso. Ciò che ricordo è che ho sbrigato la cosa come fosse un’incombenza, raggruppando frettolosamente l’occorrente, utilizzandolo come mezzo per liquidare una parte di me che un tempo fluttuava e adesso, invece, faceva da zavorra al quotidiano e ai suoi doveri.

Ho temuto che non ci fosse più nessuna magia in quell’atto rituale un tempo trasformativo e miracoloso, che il disincanto avesse preso il sopravvento. Significava che avevo perso i miei poteri anche io? L’età adulta è piena di momenti in cui ci sentiamo di aver fallito come donne, o come individui. Questo significava che avevo fallito anche come ragazza magica?

Così credevo. Il genere delle magical girl ha molto sofferto negli anni successivi all’uscita di Puella Magi Madoka Magica, arrancando tra vari remake, revival, pigre opere derivative. Forse, mi dicevo, non esiste più un target di riferimento, perlomeno non come era stato concepito in origine. La shōjo è cresciuta e forse ha dovuto rinunciare ai suoi poteri per cercare di barcamenarsi nelle responsabilità della vita adulta. Quello di cui non mi rendevo conto, però, è che mentre pensavo a queste cose, tornavo a rivisitare sempre le mie serie classiche preferite.

Cosa succede quando le ragazze non vogliono più fare le magical girl? Recentemente mi sono imbattuta in Pretty, Pretty Please, I Don’t Want to Be a Magical Girl, una web series animata indipendente creata e diretta da Kiana Mai Kansmith, veterana dall’animazione, e rilasciata su YouTube sul canale Kiana Kansmith (a oggi sono disponibili due episodi, ma dovrebbero essercene altri in arrivo).

La serie cerca di rispondere a questa domanda, concentrandosi su due personaggi, Aika e Zira. La prima è una ragazza magica che rifiuta di esserlo, in fuga dalle sue responsabilità. La seconda è la classica perdente dell’high school americana che non ha amici, le cui uniche gioie stanno proprio nel consumo di opere di genere mahō shōjo. Quando le due si incontrano nasce un legame di amicizia basato su quello che l’una invidia e idealizza della vita dell’altra. La serie è molto intelligente, e utilizza la metanarrazione proprio per svelare i tropi che da sempre reggono tutto il genere, ma nel farlo li smonta e li ammanta di disincanto.

“In opposizione all’adultità e ai suoi oneri, ci ha offerto la possibilità di performare giocosamente e in maniera sicura l’identità di donna disinnescandone ironicamente le aspettative di stampo eteropatriarcale e neoliberista”.

Aika infatti, con grande disappunto di Zira, non si trasforma attraverso spettacolari sequenze animate che la dipingono avvolta da fasci di luci, né utilizza raggi magici intrisi d’amore. Sbarazzarsi di un nemico è una questione di praticità, che riesce meglio se portata a termine a suon di botte inferte direttamente sulle ginocchia con un tubo di metallo. Zira prova delusione per questa dose di realismo, eppure non riesce a non rivedere in Aika il fulgore delle magiche paladine che con le loro avventure l’hanno fatta sognare. Aika, dal canto suo, desidera una vita normale, vuole essere perfettamente comune, una persona per nulla speciale con comuni responsabilità mondane.

La serie sembra mettere in scena una nostalgica shōjo che prende consapevolezza di come il mondo è cambiato, ma nel farlo tenta ancora di dialogare con il genere di cui si è innamorata, cercando di farlo rivivere agli splendori di un tempo. Zira è quella parte di noi ancora in grado di guardare con occhi sognanti alle opere che ci hanno formate e confortate, che hanno tenuto i nostri sogni di giustizia e rivoluzione accesi.

In un mondo ossessionato dal controllo sui corpi (soprattutto quelli femminilizzati), dalla produttività, dall’utilità e dal funzionamento, shōjo forse non è un’età, non è un genere e nemmeno un’identità, ma piuttosto uno spazio (e una prassi) di resistenza materiale e immaginifica al tempo stesso, che elude le prerogative sempre più pressanti del biopotere grazie alla sua natura germinale, sfuggevole, in grado di alterare il tempo e, per questo, in continua trasformazione.

In opposizione all’adultità e ai suoi oneri, ci ha offerto la possibilità di performare giocosamente e in maniera sicura l’identità di donna disinnescandone ironicamente le aspettative di stampo eteropatriarcale e neoliberista. Questo fino a quando non abbiamo dovuto rinunciare ai nostri poteri. Cos’altro potevamo fare?

Siamo state costrette a crescere. 

Di recente mi è apparsa in home su Facebook la notizia del ritorno della messa in onda della serie classica di Sailor Moon nella programmazione di Adult Swim. Gli episodi andranno in onda alle 3 di notte, una fascia che di sicuro non è dedicata a bambini e bambine. Ci ho fatto caso perché io stessa ultimamente dormo male, e spesso mi è capitato di alzarmi dal letto proprio intorno a quell’ora, non riuscendo a prendere sonno a causa di pensieri legati a paure future, scadenza imminenti o impegni schiaccianti.

Spesso scendo le scale, immersa nel buio e nel silenzio della casa preparo una tisana con dei gesti composti a memoria più che con coscienza. Poi accendo il pc. E per allontanare qualunque male si stia approssimando alla mia mente, per smettere per venti minuti di sentirmi un’adulta senza alcun potere, guardo un episodio di un anime o delle Winx

Come tracciato da Jack Halberstam in L’arte queer del fallimento (minimumfax 2022), mi dico che forse tutto questo non ha a che fare con l’aver fallito, ma col voler fallire. Con quel disapprendimento e perdita del sé che disfano le norme sociali, che rifiutano l’obiettivo del successo sabotando la funzionalità che ci si aspetta da una donna adulta.

Col rifiuto radicale di quell’identità e delle pratiche che comporta. Forse stiamo scegliendo di tornare creature di confine. Se col passare del tempo l’età fisica avanza, la mente ci rimanda a quel periodo di semi-spensieratezza, quando i turbamenti del futuro potevano facilmente essere debellati passando un pomeriggio immerse nella vita e nelle peripezie delle nostre eroine, spingendoci persino a rivivere nella pratica quei momenti. 

Penso a tutte le donne che in metro leggono i manga mentre rientrano a casa dal loro lavoro. Le vedo consumare la cena davanti a un anime. Poi ancora le sento vicine la notte, quando i pensieri tolgono il sonno e torniamo dove stavamo bene. Incantate dallo splendore di una mahō shōjo che vive dall’altro lato dello schermo, sogniamo ancora, per un breve lasso di tempo, di essere anche solo in parte come lei, lasciandoci cadere in una dimensione brillante, a un palmo di naso dal nostro volto.

June Scialpi

June Scialpi si interessa di studi queer e transfemminismo. È autrice di prosa e poesia e collabora con diverse realtà online.

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