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Valentina Pigmei

Tutte le posizioni sulla famiglia del bosco sono sbagliate

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Il circo mediatico attorno alla “famiglia del bosco” sta offuscando gli aspetti più profondi di una vicenda su cui è difficile avere un’opinione granitica.

Quando Tara Westover, ormai diciassettenne, legge un testo che contiene la parola “Olocausto” a un certo punto si blocca: “Non conosco questa parola”. Tutti i compagni e le compagne di college ammutoliscono. Dopo il suono della campanella la ragazza corre al laboratorio di informatica per cercare il significato della parola a lei misterioso. Westover è l’autrice de L’educazione (Feltrinelli), la storia vera di una bambina (lei) e i suoi numerosi fratelli e sorelle cresciuti negli anni Ottanta in Idaho, in completo isolamento dal mondo. Il padre di Tara, probabilmente affetto da un caso non diagnosticato di disturbo bipolare, è fermamente convinto che, per proteggere i suoi figli dalla malvagità dello Stato e da ogni tipo di istituzione, sia necessario essere autosufficienti e seguire il volere di Dio. Tara riuscirà a evadere da questo modello tardi, rendendosi conto di cosa implicava davvero. 

La più bella e feroce serie tv degli ultimi anni è la spagnola La Mesías, una storia ispirata a una vicenda di cronaca: sette figlie che crescono sotto il controllo di una madre dominata da un folle (a dir poco) fanatismo religioso che trasforma la  casa di famiglia in  una piccola setta domestica: niente scuola, niente contatti con l’esterno, solo la Bibbia e la convinzione della madre di essere stata scelta da Dio per una missione.

In entrambe queste storie la famiglia si comporta come una piccola società autosufficiente, dotata di proprie regole, di una propria interpretazione del mondo e spesso di una propria verità morale. Questo modello ha qualcosa di seducente: promette protezione, purezza, coerenza. Ma comporta anche rischi enormi.

Queste due storie sono, senza dubbio, estreme. Eppure qualcosa di simile riecheggia nella vicenda che imperversa sulle cronache da mesi, quella della “famiglia del bosco”: l’isolamento, l’autosufficienza, ma anche la produzione di una realtà alternativa. La famiglia non è più semplicemente un luogo affettivo: diventa un sistema ideologico che definisce ciò che è vero, ciò che è pericoloso e ciò che è proibito conoscere. E proprio qui si colloca la domanda più scomoda che queste vicende sollevano: fino a che punto la libertà educativa dei genitori può trasformarsi in una forma di confinamento per i figli?

Come ha ricordato più volte Barbara Rosina, la presidente dell’Ordine nazionale dei servizi sociali “ogni bambino ha diritto di crescere, ad essere persona prima di essere figlio. Nessun genitore può decidere sulla vita del proprio figlio, soprattutto se questa decisione crea nell’immediato o potrebbe creare problemi in futuro”. 

La vicenda è ormai un caso mediatico enorme, in cui ognuno cerca conferma di quello che pensa già: da una parte c’è chi ritiene l’accaduto sia ingiusto e controproducente, soprattutto sia terribile dividere la madre dai figli, come da recente nuova ordinanza; c’è chi pensa, al contrario, che questi genitori siano degli irresponsabili e siano stati i primi, tra l’altro, a strumentalizzare i propri figli. Io stessa oscillo tra queste due posizioni, ma temo che nessuna delle due sia “giusta”. 

Nei giorni scorsi grandi nomi della neuropsichiatria infantile come Massimo Ammanniti e Vittorino Andreoli, ma anche una persona che stimo come Luigi Manconi, si sono espressi criticando negativamente la decisione di allontanare la madre, Catherine Birmingham, dai suoi figli. Andreoli ha dichiarato addirittura che è crollata “la dignità dei giudici“. Dall’altra parte gli esperti di giustizia minorile insistono che ogni vicenda è una storia a sé e bisogna valutare ogni dettaglio.

Se si legge la lettera uscita sul quotidiano abruzzese «Il Centro» scritta dalla madre dei tre bambini ci si trova davanti un testo struggente e credibile. Chiunque leggendola, soprattutto se ha figli, tenderà a identificarsi. 

Le 14 pagine dell’ordinanza del 5 marzo 2026, anche se non avrei dovuto, dato che le carte dovrebbero essere secretate, le ho lette. Emerge il racconto di bambini sofferenti in una struttura sconosciuta, abituati a vivere in simbiosi con la madre – bambini che non hanno dormito un solo giorno della loro vita fuori dal letto dei genitori che si trovano oggi comprensibilmente smarriti. Uno dei bambini bagna il letto di notte – e mi stupirei del contrario! Dividerli ancora di più dalla madre può portare a qualche miglioramento? Non saprei.

“La vicenda è ormai un caso mediatico enorme, in cui ognuno cerca conferma di quello che pensa già: da una parte c’è chi ritiene l’accaduto sia ingiusto e controproducente, soprattutto sia terribile dividere la madre dai figli, come da recente nuova ordinanza; c’è chi pensa, al contrario, che questi genitori siano degli irresponsabili e siano stati i primi, tra l’altro, a strumentalizzare i propri figli”.

Non essendo del mestiere però mi sono anche chiesta come funzionino davvero queste strutture e le regole che le amministrano. Ho così riletto l’ordinanza insieme a un’amica che da venticinque anni  lavora come assistente sociale con i minori. Mi ha spiegato che la prima ordinanza prevedeva che soltanto i bambini fossero inseriti nella struttura di accoglienza di Vasto, ma era stata fatta un’eccezione per Catherine Birmingham. Cosa che probabilmente aveva anche creato disagio agli altri piccoli utenti. Forse sarebbe stato meglio lasciare che i tre bambini traumatizzati sia dallo stravolgimento della loro vita sia dalla pressione mediatica (nell’ordinanza viene ripetuto più volte che non possono uscire dalla struttura perché ai cancelli sono appostati giornalisti!) dormissero con la madre, ma questo evidentemente non è stato possibile. Leggendo il lungo racconto degli operatori della struttura si apprende che la donna ostacola via via il loro lavoro e di conseguenza crea una situazione ingestibile non solo per i suoi figli ma anche per gli altri ospiti della casa.

Da lettrice non esperta percepisco sia un po’ di accanimento verso questa madre sia i tentativi di lei di  delegittimare gli adulti di riferimento davanti ai figli, di ridicolizzare i tentativi di mediazione. La presenza costante della madre viene ritenuta infine “gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei minori”.  

A differenza di quello che si potrebbe pensare, nel nostro Paese gli allontanamenti sono molto rari (e in numero molto inferiore rispetto ad altri stati europei, all’undicesimo posto e molto distante da paesi come, ad esempio Francia, dove 11,2 minori affidati alle famiglie su mille rispetto a 3,3 dell’Italia). La vicenda della “famiglia del bosco” inoltre non è l’unica. Secondo i dati diffusi dal ministero delle Politiche sociali, nel 2024 i servizi sociali avevano in carico 355.844 minori, esclusi i minori stranieri non accompagnati. Di questi, 16.246  erano in affidamento a famiglie dopo l’allontanamento dai genitori e 25.033 accolti in strutture. Abbiamo ad esempio il progetto P.I.P.P.I. (Programma di Intervento Per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione), un programma ministeriale che mira a ridurre l’allontanamento dei minori (0-11 anni) dalle famiglie in situazioni di vulnerabilità sostenendo le capacità genitoriali e la cura dei bambini attraverso interventi educativi, domiciliari, scolastici e il supporto di famiglie d’appoggio.

Poi c’è la politica. “Se la riforma proposta dal Referendum non passa, ha detto Giorgia Meloni, i figli verranno strappati alle madri“. La strumentalizzazione di questa vicenda da parte della politica ha assunto ormai proporzioni enormi, strumentalizzazione peraltro del tutto inconsistente. Sia che vinca il sì sia che vinca il no non cambierà nulla per quanto riguarda la giustizia minorile. Il tanto vituperato Tribunale dei Minori in realtà si limita alla tecnica applicazione della legge. Ovvero: quando il tribunale opta  per un allontanamento non è perché discrezionalmente ritiene che i bambini debbano essere allontanati dai genitori, ma perché perizie di specialisti, psichiatri e assistenti sociali indicano quella soluzione. Scaricare la responsabilità sulla giustizia è un atto manipolativo operato dal  governo Meloni. 

Il Tribunale dei minori non è un organo perfetto. Come gli assistenti sociali non sono persone che non sbagliano mai (anche se sono formati proprio per non avere pregiudizi). Il problema che si riscontra nei casi più famosi di violenza istituzionale, come ad esempio l’alienazione parentale, è il mancato ascolto dei minori che invece dopo la riforma Cartabia è richiesto per legge almeno per i maggiori di 12 anni. Ma la riforma della giustizia tanto auspicata da questo governo non cambierebbe di una virgola nulla di tutto questo (né in meglio né in peggio). 

Il problema più urgente è che oggi, grazie al circo  mediatico e alla strumentalizzazione e la deformazione di questa vicenda, a rischio sono i diritti dei bambini, e le notizie false che non fanno aumentare l’ansia e la sfiducia delle persone.

Claudio Cottatellucci, presidente dell’associazione dei magistrati per i minorenni, intervistato su «Vita» sostiene in una intervista che oggi “c’è un pezzo del processo che si sta svolgendo fuori dal processo”.  

Un’altra falsa questione è quella di chi dice che le comunità per i minori fuori famiglia costano tantissimo (1,3 miliardi di euro l’anno) e che sarebbero un business (“il business delle casa-famiglie”) e che quelle risorse potrebbero sostenere direttamente le famiglie fragili. Ma naturalmente, la fragilità di una famiglia non si limita al dato economico. 

La povertà economica è relativamente facile da risolvere, ma esiste una povertà più profonda, più complessa che riguarda tanti piani; anche e soprattutto una povertà di relazioni. I genitori della casa nel bosco non permettevano ai figli di toccare la plastica o di bere l’acqua dell’acquedotto perché contaminata da microplastiche pensando così di proteggerli dai mali del mondo. Questo, ovviamente, li esponeva ad altri rischi, anche mortali, come la faccenda dei famosi funghi andati a male (perché lasciati a temperatura troppo elevate per via dell’assenza deliberata di un frigorifero e non perché velenosi: c’è una grossa differenza).

C’è un memoir di una autrice irlandese, Poor di Katriona O’Sullivan (People) che spiega bene cosa significa essere povera: “per me significava anche sentirmi senza valore. Era povertà mentale, povertà di stimoli, povertà di sicurezza e povertà di relazioni”. Nel libro, che è la storia di Katriona cresciuta in una casa con due genitori tossicodipendenti “dove non c’erano gli asciugamani, né la carta igienica. Per non parlare del sapone” c’è un momento indimenticabile in cui la maestra porta alla bambina una confezione di mutande pulite, una per ogni giorno della settimana: la maestra si era accorta che Katriona andava in classe con le mutande sporche di pipì perché la notte se la faceva addosso e nessuno al mattino la cambiava. La povertà è anche mancanza di cura. Il memoir di O’Sullivan si differenza da tanti per un elemento fondamentale: qui Katriona ce la fa, non per merito individuale, ma perché è sostenuta dalla società, dal sistema. 

Nel libro i genitori sono figure tragiche e affascinanti: Tony, il padre, è un uomo istruito e borghese che sceglie di essere contro il sistema, è un irriducibile, un eroinomane, uno che fa prostituire la moglie, ma anche un uomo pieno di intraprendenza, amante dei libri, un uomo che riesce a disintossicarsi. Basta questo a fare di lui un padre sufficientemente buono? Il fatto di amare i loro figli fa di questi genitori persone a cui non bisognava togliere la responsabilità genitoriale? Naturalmente no. Eppure, quando i servizi sociali prelevano tutti i figli e li portano in un istituto dove Katriona è felice, dopo soli sei mesi i genitori sono considerati idonei e i bambini tornano a casa. Col senno di poi O’Sullivan scrive parole durissime. “Non avrebbero dovuto farmi tornare a casa, quegli assistenti sociali sapevano cosa stava succedendo: ci stavano condannando alla povertà e all’abuso”.

Valentina Pigmei

Valentina Pigmei è giornalista e consulente editoriale. Ha fondato l’associazione femminista “La città delle donne” e collabora a diverse testate.

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