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Paola De Angelis

Jeff Buckley è immortale

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"Grace", l’unico album pubblicato in vita da Jeff Buckley, resta uno degli esordi più intensi della storia del rock. A trent’anni dalla sua uscita, mentre arriva al cinema il documentario It’s Never Over di Amy Berg, tornano alla memoria la voce, i concerti e l’impatto emotivo che quel disco ebbe su un’intera generazione.

Alla radio libera dove lavoravo la notizia dell’uscita di Grace arrivò che doveva essere già autunno. “Si parla molto di questo musicista, il figlio di Tim…”, disse con aria da cospiratore qualcuno, gettando l’amo di un sapere quasi esoterico. Con l’ardore che all’epoca avevo per la musica, lo comprai senza averlo mai ascoltato al negozio di dischi di Via delle Botteghe Oscure, che da molti anni ormai ha lasciato il posto a un supermercato. È difficile descrivere l’impatto e il ruolo che la musica aveva a quei tempi: il gesto delicato di infilare il cd nel cassetto del lettore dopo la colluttazione con l’involucro di cellophane; l’impazienza di aspettare che sul display comparisse la durata totale e il numero delle tracce, spingere il tasto play, il suono che arrivava, la curiosità che diventava stupore, emozione, sollievo per aver schivato una delusione. Essere sopraffatti dalla musica, vivere di musica. 

“La musica è stata mia madre, mio padre, la cosa migliore della mia vita”, dice Jeff Buckley in It’s never over, il documentario di Amy Berg che arriva al cinema come evento speciale il 16, 17 e 18 marzo (il titolo viene da un verso di Lover, You Should’ve Come Over, una delle canzoni di Grace). Presentato al Sundance del 2025, il film è il labour of love della regista, fan devota e testarda, che dopo un lungo confronto con Mary Guibert, la madre di Jeff, ha optato per il documentario anziché il biopic. 

L’impatto emotivo di Grace ha pochi eguali: è uno degli esordi più straordinari nella storia della musica. I superlativi sono tutti giustificati: il pathos della voce, le sue prodezze, i versi strazianti sugli amori finiti, “Maybe I’m too young to keep good love from going wrong”, (“Forse sono troppo giovane per impedire che un amore sincero finisca male”): chi non se l’è sentito ripetere, con meno poesia e senza musica? C’erano tutti gli ingredienti per innamorarsi di quel disco, a cominciare dal talento smisurato dell’autore. Alcuni brani erano meno immediati di altri, e sono proprio quelli che oggi danno di più i brividi: Lilac Wine, ripresa dalla versione di Nina Simone in Wild Is the Wind (1966), e la canzone di Leonard Cohen sull’orgasmo che adesso fanno cantare in chiesa ai bambini, cambiandone il testo. La canzone che quel ragazzo dalla voce angelica gli ha rubato per sempre. Per molti il ‘94 è l’anno del grunge: per me è l’anno di Dummy dei Portishead e di Grace di Jeff Buckley. 

Complice anche la copertina: i tratti regolari, la fronte alta, l’espressione pensierosa, la mano che stringe un microfono dallo stile vintage (lo Shure 55SH che anche Elvis teneva in mano su un francobollo), la giacca di lustrini indossata su una t-shirt bianca. Alla casa discografica non piaceva, “troppo effeminata”, dissero. Uno scatto classico come una copertina di Frank Sinatra. Le canzoni di Grace entrarono nei turni di conduzione alla radio, religiosamente annotate sul registro a righe in formato A4 su cui ognuno scriveva le playlist dei programmi. 

Quell’inverno, un regalo inaspettato: un viaggio stampa per andarlo a sentire in concerto al Vidia di Cesena, l’unica tappa italiana del tour europeo. Era il 17 febbraio 1995. Saremmo dovuti arrivare nel primo pomeriggio per l’incontro stampa, ma forse partimmo tardi, forse ci fermammo troppo all’autogrill, di sicuro incontrammo traffico, poi l’autista perse la strada. Quando finalmente il van parcheggiò davanti al locale, Jeff e il gruppo avevano già finito il soundcheck e ci stavano aspettando. 

C’era imbarazzo per quel ritardo, tanti giornalisti e nessuno che faceva le domande, ma c’era anche una reciproca diffidenza dovuta a un gap culturale e c’era l’aura del personaggio: eravamo al cospetto del figlio di Tim, anche Jeff era leggenda suo malgrado. A rompere il ghiaccio ci pensarono i veterani del mestiere e nacque una conversazione. Dopo mi misi in fila per farmi autografare il cd. Tenendo la mano sinistra ricurva, come fanno i mancini per evitare di passare sopra l’inchiostro fresco, con un pennarello nero scrisse solo “Jeff” e disegnò un cuore. Mi restituì il booklet guardandomi negli occhi, come avrebbe fatto qualche anno dopo Jeanne Moreau firmando la locandina di Jules et Jim. Sono sguardi che ti restano dentro, di cui sei grata per la vita. 

Del concerto non ricordo niente, del viaggio di ritorno sì. Mentre nel van si proiettava Il silenzio degli innocenti, tutti urlarono, ma non per Hannibal: l’autista aveva avuto un colpo di sonno e il van aveva sbandato. Io ero felice: per aver scampato la morte in autostrada, per Jeff e perché ero stata invitata dal mio non-fidanzato a partecipare a quel viaggio.

Passò qualche altro mese e l’incessante tour di Grace ripassò per l’Italia, alla Festa Comunale dell’Unità di Correggio, sabato 15 luglio. Qualche settimana prima Jeff era salito sul palco del Festival di Glastonbury per un concerto memorabile e qualche giorno dopo, invitato da Elvis Costello, al Meltdown di Londra aveva cantato Dido’s Lament di Henry Purcell. Partii in treno da Roma, stavolta da sola. La storia d’amore intermittente in quel momento era finita. In fila davanti al botteghino accanto a me c’era Ligabue. Jeff salì sul palco in calzoncini, quasi un omaggio ad Angus Young degli AC/DC. Sembrava diverso da pochi mesi prima: stravolto, devastato – si drogava? – ma forse era solo sfinito. Di quel concerto viscerale, senza filtri, tirato fino allo spasimo, ho un ricordo triste, pervaso da una profonda inquietudine: ero sicura che non sarebbe durato a lungo. Finito il concerto, ripresi un treno per Roma con il cuore pesante di presagi e stanchezza.

Passarono meno di due anni. In Italia la notizia arrivò il 30 maggio del ‘97. La sera prima, a Memphis, Jeff e il roadie Keith Foti stavano andando in sala prove, ma si erano persi; così si fermarono in un punto dove un affluente del Mississippi si apre in un lago, il Wolf River Harbor. Jeff entrò in acqua vestito cantando Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. L’amico rimase ad aspettarlo sulla riva. Passò una barca, poi un’altra. Foti lo perse di vista per mettere in salvo la chitarra e un boombox dall’ondata provocata dal loro passaggio. Quando tornò a cercarlo con lo sguardo non lo vide più. I soccorsi e le ricerche non diedero risultati. La polizia disse alla madre che c’era bisogno del sole: per ritrovare suo figlio doveva far smettere di piovere. Ci vollero alcuni giorni: il 4 giugno un passeggero della American Queen vide “qualcosa” impigliato tra un groviglio di rami che galleggiava nell’acqua. Fu riconosciuto grazie al piercing sull’ombelico. Nel corpo non c’era traccia di droghe, solo una piccola quantità di alcol.

Doveva essere la tarda mattinata del 5 quando ricevetti la telefonata. C’era il sole anche a Roma e mentre ascoltavo guardavo fuori dalla finestra della camera da letto: di fronte i palazzi grigi erano inondati dalla luce di fine primavera, ormai già estate. L’ex, che nel frattempo non era più momentaneamente il mio ex, mi disse: “L’hanno trovato”. Non riuscivo a parlare. Dopo lunghi secondi di silenzio, lui si innervosì, la mia reazione gli sembrava esagerata. È l’unico ricordo che ho. Tornare indietro di quasi trent’anni richiederebbe lo stesso lavoro di indagine, accerchiamento e scavo che Annie Ernaux fa in Memoria di Ragazza per resuscitare se stessa diciottenne, cinquant’anni dopo. Dovrei “decostruire” la ragazza che sono stata. Mi basterebbe riuscire a provare lo stesso trasporto annichilente per la musica, ma temo che non si potrebbe scindere da quelle strazianti pene d’amore con cui andava a braccetto.

This is our last embrace.

Must I dream and always see your face?

Last Goodbye è una delle mie canzoni preferite, con quel basso che rimbomba e ti spinge ad alzare il volume al massimo, quella botta di vita, passione e disperazione. Suonata a ripetizione a ogni addio. Presto l’ho imparata a memoria, air bass, air guitar e lip-synching, sparata dalle casse come anestetico.

Di presagi è pieno anche It’s never over, il documentario di Amy Berg, che fa parlare soprattutto le tre donne più importanti nella vita di Jeff – la madre Mary Guibert e le due fidanzate, Rebecca Moore e Joan Wasser – oltre a usare una gran quantità di materiale d’archivio. Interviste audio e video, messaggi sulle segreterie telefoniche, immagini di concerti, foto, filmini, quaderni, disegni, animazioni, una confezione di fiammiferi con sopra scarabocchiato un numero di telefono, l’unico lascito di Tim al figlio Jeff, conosciuto solo per qualche giorno durante le vacanze di Pasqua del 1975. “Non rispose mai alle telefonate”, dice Jeff nel film. Due mesi dopo Tim morì di overdose.

Nel 1991 il produttore Hal Willner, celebre per i suoi omaggi musicali, organizzò una serata per Tim Buckley alla St. Ann’s Church di Brooklyn con un cast stellare. All’inizio Jeff non voleva partecipare, ma poi cambiò idea. Quella sera cantò la canzone che Tim scrisse per dirgli che non voleva essere suo padre, I never asked to be your mountain. Tornò a casa con le tasche stragonfie di biglietti da visita. Il ragazzo che a fino ai sedici anni era stato ossessionato da Al Di Meola, che amava The man that got away di Judy Garland e Ain’t no mountain high enough, che segretamente voleva essere Nina Simone, ma il cui Elvis era Nusrat Fateh Ali Khan, scelse la Columbia: la stessa casa discografica di Bob Dylan, Miles Davis, Thelonious Monk, Duke Ellington, Mahalia Jackson.

Grace fu subito un successo di critica: “Jeff Buckley addomestica l’heavy con l’etereo” è una buona sintesi. David Bowie lo scelse come uno dei suoi dischi da isola deserta e lo definì “il miglior album mai realizzato”; fece piangere Steve Vai, fu lodato da Bob Dylan. Jimmy Page si sbrodolò di (auto)complimenti e Robert Plant gli disse: “Sei il miglior cantante emergente al mondo”. Physical Graffiti era stato il primo disco posseduto da Jeff, le sue influenze musicali dichiarate erano “amore, rabbia, depressione, gioia e Zeppelin”. Gli elogi dei suoi idoli lo lasciarono tramortito.

Forse il problema è che Grace era troppo come punto di partenza: troppo intimo, troppo straziante, troppo dilaniante, un’anima messa troppo a nudo, con troppo talento. “La sua sensibilità era rimasta intatta”, dice Joan Wasser. “Non era stata schiacciata come quella di molti uomini”. 

“Jeff aveva una natura liquida e acquosa, mi ricordava le onde generate dalla marea”, dice una profetica Aimee Mann, che saggiamente si tenne a distanza per non farsi travolgere. Jeff che entra in acqua e muore cantando come Ofelia, e riemerge all’imbocco di Beale Street, la strada del blues, nella città dei Sun Studios, dove è nato il rock and roll, a una decina di chilometri da Graceland.

C’è una casa bianca e turchese al numero 93 di Rembert Street a Memphis, è dove Jeff Buckley visse gli ultimi mesi di vita. Il prato non veniva mai tagliato, l’erba cresceva così alta che quando Jeff e Joan ci si sdraiavano in mezzo nessuno poteva vederli. In quella casa Jeff era andato per riposare e ritrovare una vita normale, più anonima possibile, e tra quei muri è stato felice, depresso, forse a tratti psicotico. A ripercorrere la sua storia a trent’anni di distanza, dopo tante altre morti precoci e accidentali, viene spontanea una considerazione così di buon senso da essere banale: che fosse soprattutto molto stanco, esaurito dagli anni di tour incessante di Grace, costretto a lavorare per ripagare il debito con la casa discografica, messo sotto pressione dall’imperativo “Make-a-new-album!” Negli Stati Uniti Grace si fermò al numero 149 della Billboard 200. Oggi le vendite ammontano a circa due milioni e mezzo di copie; a fine gennaio Lover, you should have come over è entrata al numero 97 della Hot 100 dopo essere diventata virale su TikTok. 

Forse Jeff Buckley era talmente stanco, e schiacciato dal peso della fama, del successo, delle pressioni commerciali, della sua difficile esperienza esistenziale, con ancora tanto da elaborare, con il rimpianto di amori finiti, oppresso dall’insicurezza, che temeva di non avere più canzoni dentro di sé. Quando sei così stanco è difficile capire chi sei, cosa vuoi, che ti succede. Negli ultimi giorni aveva telefonato a molti amici che non sentiva da tempo (tutte quelle preziose segreterie telefoniche: come li faranno i documentari in futuro, con i post sui social media? Con i messaggi vocali sulle chat?). A Joan Wasser confessò di aver capito di essere afflitto da disturbo bipolare, a Rebecca Moore lasciò un messaggio in cui diceva: “Pensa a me e sorridi… Ce la metterò proprio tutta, baby … Ci vediamo dall’altra parte”, che potrebbe significare “Quando avrò fatto un po’ di terapia e starò meglio”, oppure “Quando avrò finito il nuovo disco”. 

Se non fosse che lui sembrava il primo a non crederci, a un nuovo disco. A un intervistatore che gli chiedeva “Il prossimo anno uscirà un nuovo album?”, rispose “Ci devo lavorare quest’anno, perciò qualcosa uscirà. Anzi, sai che ti dico? Non posso promettere niente adesso” e poi, ridendosela sotto i baffetti, “A quel punto sarò un cadavere”.

A un altro intervistatore: “Non mi vedo da qui a dieci anni”.

A un altro ancora: “Non voglio neanche che la gente pensi a me come un volto, un nome, un corpo, o altro. Solo la musica. Perché quando sarò morto quella è l’unica cosa che resterà”.

A Joan Wasser: “Non durerò così tanto”.

Tutti reagivano ridendo nervosamente quando diceva cose simili.

“Eravamo così giovani”, dice Joan Wasser in lacrime. “Tutte quelle cose che sembrano così urgenti e mettono tanta paura, poi scompaiono. Mi sarebbe piaciuto che fosse vissuto abbastanza da vederle sparire”.

È proprio così, Joan. Si acquietano. Il prossimo 17 novembre Jeff Buckley avrebbe compiuto sessant’anni. Dummy e Grace sono due dischi che ascolto raramente, ma quando lo faccio mi ritrovo, per qualche minuto, dentro le pagine della mia Memoria di Ragazza, e allora mi ricordo.

Paola De Angelis

Paola De Angelis è autrice, traduttrice e conduttrice radiofonica. Dal 2010 conduce Sei Gradi su Radio3.

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