Della posizione dell’Italia nella guerra tra Iran, Israele e USA non si capisce niente. Come accade sempre più spesso, d'altronde: la politica estera italiana consiste nel "seguire con attenzione", esprimere preoccupazione, invocare la diplomazia e poi non fare nulla. Ma è sempre stato così?
L’incontro delle nuovissime culture di internet con l’antichissima pratica della guerra genera mostri. Il meme Monitoring the situation è diventato sempre più popolare nel 2025, soprattutto a partire dalla guerra dei dodici giorni tra USA, Israele e Iran; la frase descrive l’ossessione di alcuni utenti per gli aggiornamenti in tempo reale di una guerra o una situazione di crisi geopolitica. L’account Twitter Is EU Concerned? raccoglie invece ironicamente tutte le dichiarazioni pompose di politici europei dopo crisi internazionali, accusati di esprimere preoccupazioni gravi e contrite senza far seguire, alle pesanti condanne, azioni conseguenti.
La risposta del governo italiano all’attacco israeliano e statunitense all’Iran iniziato il 28 febbraio ha seguito grosso modo le linee di questi due meme, intrecciate con alcuni antichi vizi della politica estera italiana. Allo scoppio della guerra, è uscito prontamente il comunicato di Meloni con il solito “seguiamo gli sviluppi in Medio Oriente”.
Dopodiché a una sequenza di incontri, summit, vertici e coordinamenti sono seguite preoccupazioni, attenzioni, appelli e comunicazioni. Di concreto, pochissimo. Di prese di posizione coerenti e decise, ancora meno. Innanzitutto il rimpatrio degli italiani residenti nell’area, che Tajani ha sempre considerato “una priorità assoluta”. Poi lo spostamento di più di duemila soldati, di stanza in tutti i paesi colpiti dagli attacchi. Infine, dopo l’attacco di un drone iraniano alla base di Akrotiri e Dhekelia a Cipro, l’Italia ha inviato la fregata “Federico Martinengo”, con 160 marinai a bordo.
Fortunatamente, per ora le azioni concrete si sono limitate a una risposta passiva, per evitare danni a civili o militari nelle zone coinvolte, oppure simboliche, come l’invio di una fregata per un attacco leggero e non rivolto a Cipro in quanto paese, ma alla base britannica. Gli aspetti più interessanti sono dunque le comunicazioni, i concetti, le discussioni, che rivelano una prima caratteristica, evidenziata dagli storici come tipica della politica estera italiana: una certa tendenza al servilismo e a grandi dichiarazioni di principio. La risposta alla domanda “is Italy concerned?” è quasi sempre “yes, deeply”.
Il commento iniziale del governo italiano è stato affidato al ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trovava invece bloccato a Dubai, nella confusione e irritazione degli alleati di governo e tra le critiche dell’opposizione. In questa vicenda, i commenti iniziali di Tajani sono stati allineati con la narrazione americana e dunque trumpiana, e sono rivelatori di altre tendenze tipiche della politica estera italiana, tra cui una preferenza eccessiva e sbandierata per la mediazione, a cui non segue alcuna capacità di mediare effettivamente degli accordi. La fusione della retorica della mediazione e l’incapacità istintiva di dissentire dagli USA produce posizioni come “noi eravamo favorevoli alla scelta della diplomazia, però l’Iran non poteva avere la bomba. Certamente l’irrigidimento iraniano ha provocato questa reazione, perché Israele e gli Stati Uniti intravedevano un pericolo per la loro sicurezza”.
Quando giorno dopo giorno sempre più voci criticano l’attacco israelo-statunitense, il frame cambia leggermente e diventa più europeista, pur nel solco della comunicazione trumpiana: “speriamo che [l’attacco] possa aprire la strada a un nuovo Medio Oriente di pace, sviluppo e crescita”, visto che “l’obiettivo dell’azione in corso è l’eliminazione del rischio nucleare e missilistico rappresentato dal regime di Teheran. Una minaccia esistenziale, come hanno dimostrato anche i fatti di questi ultimi giorni, per la sicurezza non solo di tutta la regione, ma anche dell’Europa”. La posizione italiana è sempre stata ambigua, a partire dalle differenze di interpretazione della sua geografia: l’Italia è un paese del sud dell’Europa, del nord del Mediterraneo o resta legato al patto atlantico? Attorno alla vocazione mediterranea si è sempre giocata l’autonomia della politica estera italiana: rivolgersi a sud è sempre sembrata l’unica possibilità per rivendicare una certa libertà d’azione.
Ma anche l’importanza del Mediterraneo è stata interpretata in modi diversi: è effettivamente l’unico ambito in cui affermare un limitato margine di autonomia, o è soprattutto una leva da sfruttare per accreditarsi come garanti degli interessi statunitensi nei confronti dei paesi arabi e del Medio Oriente? La ricezione e ripetizione delle posizioni americane arriva alla dissociazione. Forse memore della finta fialetta di Colin Powell per giustificare l’attacco all’Iraq nel 2003, Tajani mette le mani avanti: “un percorso verso l’atomica certamente c’era. Poi vedremo in futuro se era falso o non era falso”.
“La verità è che eravamo succubi di Biden e oggi siamo succubi di Trump, e abbiamo perso quella nostra tradizione di Paese che aveva la storia, ha fatto la storia della diplomazia”, attacca Arnaldo Lomuti, deputato del Movimento 5 Stelle. Ma la storia recente della politica estera italiana mostra piuttosto similitudini che differenze, rispetto alla totale indifferenza mostrata nelle ultime settimane. Irrilevanza confermata dallo stesso Tajani, suo malgrado, che per lodare l’azione diplomatica italiana cita un dato economico, non strategico: “per quanto riguarda il fallimento totale della politica estera, ognuno ha le sue opinioni legittime, però, mi pare che del fallimento della politica estera italiana ne parli soltanto l’opposizione in Italia perché in tutto il mondo si dice l’esatto contrario. Vi do soltanto un dato per quanto riguarda il commercio internazionale: più 3,3 nell’ultimo anno”. La mancanza di unità tra gli schieramenti è sempre stata una caratteristica della politica estera italiana.
Nella Prima Repubblica, la divisione derivava soprattutto dall’opposizione della sinistra socialcomunista agli effetti più evidenti e impattanti dell’alleanza atlantica. La divisione politica ha generato due tendenze diverse nell’incerta azione italiana. Innanzitutto, per evitare lo scontro politico in qualche caso le decisioni sono state prese in maniera cavillosa e poco democratica: nel 1959, la DC non sottopose al Parlamento l’installazione di trenta missili Jupiter, armati con testate nucleari, tra Puglia e Basilicata. La decisione avrebbe dovuto essere sottoposta a ratifica del Parlamento: secondo l’Art. 80 della Costituzione, “le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi”.
La DC riuscì a evitare la ratifica parlamentare con un argomento giuridico: secondo gli azzeccagarbugli democristiani, l’installazione dei missili sarebbe stata una semplice questione tecnica derivante dall’adesione al Patto Atlantico, come se l’uso del territorio per installare nuove testate fosse intrinseco alla NATO, e non una novità politica. L’installazione degli IRBM (intermediate-range ballistic missile) in Puglia aveva invece una rilevante connotazione politica, tanto che la risposta dell’URSS porterà alla celebre crisi dei missili di Cuba del 1962.
In altri casi, la mancanza di unità tra maggioranza e opposizione produce invece stalli. La nascita del centrosinistra all’inizio degli anni Sessanta modifica notevolmente il quadro politico: dopo le elezioni del 1963 nasce il primo governo di centrosinistra “organico”, il Moro I, con il PSI che partecipa al governo a pieno titolo. Il Parlamento Europeo, all’epoca organo della Comunità Economica Europea (CEE), non sarà eletto dai cittadini fino al 1979; i parlamentari europei venivano selezionati dai parlamenti nazionali. Il Parlamento italiano doveva dunque nominare trentasei nuovi membri da mandare al Parlamento Europeo. Ma la nuova maggioranza creò notevoli problemi al rinnovo: molti dei delegati già presenti non vennero rieletti alle elezioni del 1963 (e gli europarlamentari dovevano essere anche parlamentari nazionali); l’integrazione di PCI e PSI, che era al governo nazionale, vide opposti veti e controveti. La delegazione veniva parzialmente rinnovata con voti monarchici e missini, ma il veto del e sul PCI bloccava un rinnovo completo.
Per sei anni, quindi, l’Italia fu rappresentata al Parlamento Europeo da una delegazione in parte vacante perché impossibile da rinnovare, e in parte non rappresentativa perché non rieletta al parlamento nazionale. Tra il 1963 e il 1969 si lasciò sopravvivere il mandato dei trentasei parlamentari italiani designati nel 1958, ma i delegati erano rimasti in ventinove, di cui ben tredici non erano neanche più parlamentari e non avevano dunque alcuna legittimità. Naturalmente, la delegazione italiana al Parlamento Europeo fu molto marginalizzata in quegli anni. Lo stallo si risolse solo nel 1969, quando si accettarono per la prima volta europarlamentari comunisti.
Nei casi di scarsa possibilità di intervento, la politica estera è un ambito in cui si può solo perdere credibilità e consensi. E dunque è un peso, un fardello da cui liberarsi il prima possibile, per tornare ad occuparsi della politica vera, quella interna. La politica italiana si occupa dell’Iran, naturalmente, ma sempre con un occhio al referendum sulla giustizia, di cui tutti temono un oscuramento. I ragionamenti personali seguono lo stesso schema. Nel 1970 viene nominato il primo presidente della Commissione europea italiano, il democristiano Franco Maria Malfatti. Dopo solo due anni di mandato, nel 1972 Malfatti si dimise da presidente per candidarsi alle elezioni politiche di quell’anno, lasciando la carica di premier europeo per tornare in Italia a fare il ministro dell’Istruzione.
La giusta corsa a disimpegnarsi dalla guerra deriva da questa tendenza, non da un pacifismo di questo governo. Per scongiurare i rischi mediatici di un intervento italiano interviene anche la stessa Meloni, che conscia del rischio d’immagine manda nel tritacarne i suoi ministri. Tajani è chiarissimo, anche dopo i droni sulla Turchia: “non vedo ragioni per attivare l’Articolo 5 della NATO”, quello che prevedrebbe la difesa reciproca. Anche alla Camera, nella prima informativa, è perentorio: “voglio ribadire in quest’Aula: l’Italia non è in guerra con nessuno e non sarà in guerra con nessuno. È questa l’essenza della nostra politica estera: parlare con tutti senza rinunciare mai ai nostri valori”. Sembra proprio questa, l’essenza della nostra politica estera: parlare con tutti, e poi non fare niente.