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Antonio Geusa

Il padiglione russo alla Biennale è un elogio della censura

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La presenza del padiglione russo alla Biennale di Venezia pone una domanda difficile da aggirare: che senso ha esporre l’arte di un paese dove la produzione culturale è sottoposta alla censura dello Stato?

I paradossi sono il sale dell’arte contemporanea; al di fuori di essa, però, sono armi a doppio taglio e, in quanto armi, fanno male. Il dilemma “Russia sì, Russia no” alla Biennale d’Arte di Venezia va visto, per un momento, al di fuori dei Giardini. Non serve andare lontano: basta fermarsi poco distante, sotto il monumento a Garibaldi, così da non allontanarsi troppo da un simbolo storico di libertà e di lotta contro l’oppressione. Poniamoci allora una domanda.

La domanda da farsi non è se si sia favorevoli o contrari alla cultura russa – negarne la colossale importanza sarebbe da cretini, nel senso patologico del termine – ma se simpatizza o meno con il modo in cui l’attuale governo russo controlla la produzione artistica nel proprio paese: si è disposti o meno a sostenere la censura che la Russia di oggi – cioè chi ne detiene il potere – impone all’espressione artistica dei propri cittadini.
Non serve fingere ingenuità. Dire che l’arte non è politica, soprattutto in un contesto come la Biennale di Venezia, parte della quale è divisa in stati come il tabellone del Risiko, equivale a sostenere che un panda non è un orso. L’arte è politica soprattutto quando dichiara di non esserlo.
Spetta eventualmente ai giornalisti investigativi unire i puntini tra l’attuale commissario del padiglione russo, i suoi incarichi, le parentele, i soci in affari e gli amici, per vedere se alla fine del disegno compare la sagoma di un kalashnikov.

Ma non è questo il punto. Così come non lo sono le schermaglie tra un ministro e un direttore che litigano a frittata fatta, invece di farlo quando le uova erano appena state consegnate. Né si tratta – giusto per non ignorare il proverbiale elefante nella stanza – della questione dei due pesi e due misure che permette di distinguere tra paesi aggressori di serie A e paesi aggressori di serie B.

Il nervo – doloroso quando lo si tocca – della questione riguarda le condizioni in cui oggi è possibile fare arte in Russia. La domanda-paradosso da porsi ha a che fare solo e soltanto con l’arte. Ed è la seguente:
È giusto o no censurare, se non si vuole ammettere come normale e legittima la censura nell’arte?

Si prenda proprio il padiglione russo alla Biennale d’Arte del 2017 come esempio chiarificatore di quanto forte sia oggi la censura per i russi in Russia. Il 22 marzo 2022, appena un mese dopo l’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” russa in Ucraina, alla Galleria Tretjakov di Mosca venne inaugurata – come previsto dal programma – la mostra di Grisha Bruskin intitolata Cambio di scena. Tra le opere esposte figurava anche il progetto presentato dall’artista nel padiglione russo alla 57ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. La mostra avrebbe dovuto rimanere aperta fino al 24 luglio.

Il 19 aprile, però, il museo annunciò la chiusura immediata dell’esposizione. La motivazione ufficiale parlava di generici “problemi tecnici”. Ufficiosamente, il motivo era ben diverso: le opere di Bruskin, che riflettevano sul disturbante processo di perdita dell’identità individuale sotto il peso di una memoria collettiva costruita e controllata dal potere, risultavano improvvisamente politicamente scomode.
Va da sé che il caso di Bruskin non è la rondine che non fa primavera. Tuttavia proprio la censura di un’opera esposta nel padiglione russo alla Biennale di Venezia può essere letta come uno dei primi segnali del nuovo regime culturale che ha iniziato a prendere forma a partire da febbraio 2022. Dopo quell’episodio, altre mostre furono rinviate, modificate o cancellate e diversi curatori e direttori di musei lasciarono, di “spontanea volontà”, i propri incarichi: cambio di scena, appunto.

Oggi in Russia l’arte contemporanea esiste operando dentro uno spazio molto ristretto, privo di quelle libertà di cui un’istituzione come la Biennale di Venezia, si presume, faccia da baluardo. Dall’inizio del 2022 il parlamento russo ha introdotto nuove norme che puniscono severamente la diffusione di informazioni considerate “false” sull’esercito o qualsiasi azione che possa essere interpretata come una forma di “discredito” delle forze armate. In un contesto simile, qualsiasi opera percepita come critica verso la guerra o verso lo Stato può diventare potenzialmente rischiosa. E purtroppo non mancano casi di artisti finiti sotto processo o addirittura in prigione.

La censura che si è consolidata negli ultimi anni non è necessariamente dichiarata come politica culturale ufficiale. Piuttosto funziona come un sistema complesso composto da leggi penali, controllo istituzionale sulle grandi istituzioni culturali e pressione politica esercitata sul mondo dell’arte. Mostre, festival e fiere aperte al pubblico vengono spesso monitorati da rappresentanti delle autorità, pronti a intervenire quando qualcosa appare problematico o non allineato.

In questo contesto la produzione artistica interna è costretta a muoversi all’interno di un regime diffuso di autocensura. Temi come politica, religione o sessualità vengono generalmente evitati, non perché gli artisti non abbiano nulla da dire, ma perché sanno bene quali potrebbero essere le conseguenze.

L’esistenza di una presunta “lista nera” di artisti non graditi – ai quali sarebbe impedito esporre in spazi pubblici per le loro posizioni politiche – può sembrare, a prima vista, una di quelle leggende metropolitane che circolano nei momenti di tensione politica. Tuttavia resta il fatto che diversi artisti vedono oggi chiuse le porte di istituzioni statali o municipali. Non lo erano prima del 2022.

Per chi volesse osservare la censura russa al lavoro – e tenendo sempre l’Italia come punto di riferimento – basta aprire una copia della traduzione in russo del libro di Roberto Carnero, Pasolini. Morire per le idee (Bompiani, 2022) nel quale si può vedere intere righe cancellate con spesse bande di inchiostro nero: sono i passaggi in cui si parla dell’omosessualità di Pier Paolo Pasolini. La ragione è la legge federale del 5 dicembre 2022 (N. 478-FZ), che vieta la cosiddetta “promozione di relazioni sessuali non tradizionali”. In pratica, oggi in Russia parlare pubblicamente di omosessualità è considerato illegale. Un libro su Pasolini può dunque essere pubblicato, ma solo dopo essere stato epurato di ciò che è essenziale per comprendere la vita e il pensiero dell’autore.

Ed è proprio qui che il discorso torna, inevitabilmente, alla Biennale di Venezia. Se queste sono le condizioni entro cui circola la cultura in Russia oggi, sarebbe interessante immaginare quale destino avrebbe gran parte delle opere presentate alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, In Minor Keys curata da Koyo Kouoh, se dovessero essere esposte all’Hermitage di San Pietroburgo. Quante verrebbero silenziosamente fatte sparire?

Evgenij Evtušhenko lo aveva formulato con una frase rimasta celebre: “un poeta in Russia è più di un poeta”. Nella tradizione culturale russa, il poeta – e più in generale l’artista – non è mai stato soltanto un produttore di opere, ma una figura morale e civile, una voce capace di sopravvivere alle pressioni del potere e perfino alla repressione. La sua arte, come suggeriva implicitamente Evtušhenko, poteva sopravvivere anche al gulag sovietico, persino quando l’uomo che l’aveva creata in un gulag è morto.

Oggi, però, guardando alle limitazioni imposte dalla censura contemporanea, si potrebbe dire che “un poeta in Russia è meno di un poeta”. Non perché manchino il talento o la capacità di creare opere significative, ma perché le condizioni entro cui l’arte è costretta a muoversi riducono drasticamente lo spazio di libertà necessario alla sua espressione.

In questo senso, il padiglione russo del 2026 non può sottrarsi a questa realtà. Che lo voglia o no, finisce per diventarne un suo rappresentante. Non tanto per le opere che ospiterà, quanto per il contesto politico e culturale che inevitabilmente lo accompagna. Così, suo malgrado, il padiglione si trasforma in un portavoce internazionale di questa condizione: non solo di ciò che l’arte russa è capace di produrre, ma anche delle restrizioni entro cui oggi è costretta a esistere. In altre, semplicissime parole, il padiglione russo è un elogio alla censura.

Naturalmente, chi non vuole riconoscere questo come il problema di fondo può sempre spostare la discussione su un altro piano. Si può sostenere, per esempio, che l’arte debba essere giudicata solo per la qualità delle opere presentate. Ma questo argomento manca il punto della questione. Nessuno mette in dubbio il talento degli artisti coinvolti o la qualità dei lavori che sono in grado di produrre. La storia dell’arte è piena di capolavori creati sotto la pressione del potere, con una spada di Damocle sospesa sulla testa dell’artista. Il problema, dunque, non è la qualità del prodotto finale. Il problema è il rapporto che si decide di avere con la censura di Stato che ne condiziona la nascita.

Beh, nel caso in cui il padiglione rimanesse chiuso ai visitatori, ma dall’esterno si potesse sentire musica a volume molto alto, allora ci troveremmo già pienamente nel territorio dell’arte contemporanea, con le sue provocazioni e i suoi paradossi. Ma almeno  si potrebbe dire che la censura è rimasta in gabbia.

Antonio Geusa

Antonio Geusa è storico dell’arte, curatore, docente di arte contemporanea.

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