Articolo
Loredana Lipperini

Le molestie nel mondo della cultura

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Nel mondo della cultura, del giornalismo e dell’editoria, il potere maschile ha spesso preso la forma di avances, ricatti impliciti e molestie più o meno esplicite. Episodi personali e testimonianze recenti mostrano quanto sia ancora difficile, per molte donne, essere riconosciute per il proprio lavoro senza passare attraverso il corpo.

Lui era il mio capo, il più difficile e crudele fra i miei capi. Mi occupavo di cultura, come sempre, in una redazione che ora è superfluo identificare, anche perché non esiste più. Un giorno, al telefono, mi disse testualmente (difficile dimenticare, anche quando il tempo corre molto avanti): “E fammi conoscere qualcuna decente che mi succhi l’uccello. Tu no, sei troppo vecchia”. Avevo, allora, 45 anni. Forse scherzava, quel mio capo fortunatamente momentaneo? Riattaccai il telefono, e da quel momento feci di tutto per andarmene. Ci riuscii.

Lui non era il mio capo. Era però, ed è ancora, una figura di riferimento nel mondo culturale. Io ero in una brutta situazione lavorativa, perché mi trovavo praticamente messa alla porta, da precaria, dal mondo in cui ero cresciuta: in questo caso per volontà di una capa, che mi demansionò e mi fece un’offerta lavorativa irricevibile rispetto alla mia storia. Presi tempo. Seppi da altri che appena chiusa la porta della stanza in cui mi aveva ricevuta (c’era una ciotola con dei fiori secchi, sul tavolo: un tocco femminile) aveva riso, e aveva detto: “Dove volete che vada, quella, con due figli piccoli?”. Dal momento, comunque, che quell’uomo autorevole mi si dimostrava amico, gli chiesi aiuto: me lo diede davvero. E gli fui grata. Finché, un pomeriggio, lo passai a salutare nel suo ufficio, e lui si alzò in piedi e mi si avvicinò sempre di più (era ed è molto alto, più di me) fino a costringermi schiena al muro. Voleva baciarmi. Gli chiesi se fosse impazzito. Con aria signorile ma offesa, si rimise seduto. Io me ne andai, anche quella volta. L’ho incontrato, lo incontro ancora, nelle occasioni culturali. Lo saluto educatamente, e subito dopo mi chiedo perché invece non giro la testa da un’altra parte. Avevo, allora, 43 anni.

Lui non era il mio capo. Ma mi fece capire che avrebbe potuto farmi collaborare con una rivista culturale diretta da un suo amico, naturalmente in cambio della mia disponibilità. Gli chiesi se fosse impazzito. Non lo vidi mai più. Però a quella rivista finii per collaborare lo stesso, per altre vie. Avevo, allora, 24 anni.

Nessuno di loro era il mio capo. Erano, anzi, compagni di lotta, quelli con cui si condividevano i sit-in e le iniziative di protesta, si scrivevano articoli per il giornale di partito, si sognava, perché allora era possibile, un mondo nuovo. Ma c’era qualcosa di molto antico in quelle redazioni, in quelle stanze annebbiate dal fumo di mille sigarette, negli appartamenti del centro storico dove ci si riuniva: il fatto che se non eri disponibile a una serata di sesso, magari dopo la riunione, non eri abbastanza liberata e non capivi che la rivoluzione passava anche per il tuo sì. Avevo, allora, 19 anni. E a volte ho detto sì.

Si parte da sé stesse, sempre, per raccontare la storia delle molestie ricevute: già, quelle che fanno inarcare il sopracciglio, e che fanno borbottare a mezza voce “quante storie, non è più possibile corteggiare, non si può più dire niente, si fraintende anche un gesto”. I gesti non si fraintendono: se qualcuno ti mette una mano sulla coscia o ti spinge verso il muro o ti manda messaggi in cui dice che è ora di decidersi a tirar giù le mutande non c’è equivoco alcuno. E il punto è che il mondo culturale, quello che dovrebbe essere portatore di idee nuove e di comportamenti almeno rispettosi, non era e non è esente da un’idea molto semplice: in condizioni di potere, ovunque quel potere venga esercitato, è molto facile oggettivare una donna. Ci vuole molta lucidità, molto lavoro su stessi, molta intelligenza e, se posso, molto cuore per rifiutare quel potere: del resto, la letteratura fantastica ci ha insegnato che un unico anello o un trono di spade consumano chi li usa o vi si siede, come sempre il potere fa.

Per questo, nella maggior parte dei casi, e sicuramente per quelli che riguardano me, quel potere viene esercitato nei confronti di chi si trova in una condizione di inferiorità e di necessità: ho schivato ulteriori molestie non perché sia diventata molto abile a fare la faccia cattiva, ma perché da un certo momento in poi non sono stata ricattabile. È  un privilegio, certo, ma non mi ha impedito di osservare quello che accadeva intorno a me, e di ascoltare i racconti: così io, come tante e tanti del mio ambiente, sapevo di quelle importanti personalità della cultura che chiedevano alla giovane giornalista o alla giovane scrittrice quando, infine, avrebbero scopato, altrimenti per lei si sarebbero chiuse le porte, e di decine di situazioni analoghe. Di cui si è taciuto e si tace, pensando, tutte e tutti, che era lei, la ragazza, a dover parlare. Come se fosse facile.

Qualcuna, però, lo fa. E in questi giorni due articoli recenti raccontano quello che in molti sanno e in pochissimi dicono: gli uomini che si occupano di libri, sia che li scrivano sia che li pubblichino (ma soprattutto se li pubblicano), non sono esenti: su «Internazionale», Valentina Pigmei ha raccontato in dettaglio la storia delle molestie ricevute dal suo capo, un editore, che naturalmente, dopo il suo rifiuto, l’ha resa invisibile. E scrive:

“Ho imparato a mie spese che l’istruzione non protegge dalle molestie, anzi ho l’impressione che a volte le provochi, perché rende le donne più visibili e meno controllabili. E allora la battuta, l’allusione, la mano sulla coscia riportano la donna dal ruolo professionale a quello di corpo. Non sarà un caso se tantissime molestie anche fisiche capitano all’interno degli atenei universitari o in settori lavorativi altamente retribuiti come la finanza”.

Naturalmente non è esente neppure il giornalismo: su Irpimedia una lunga inchiesta condotta su cento giornaliste dimostra che tutte le intervistate (cento, ricordiamolo) hanno subito qualche tipo di molestia. Adele è stata violentata a trent’anni dal suo editore: non è stata creduta, ha tentato il suicidio. Cinzia è fuggita dal suo caporedattore che aveva affittato a sorpresa un appartamento per tutti e due durante un evento a cui doveva partecipare. Aurora ha respinto a fatica un collega che le era saltato addosso. Quando l’ha detto al direttore, le ha risposto che non le credeva, che il giornalista in questione “era una brava persona e un padre di famiglia”. E così via.

So benissimo che c’è anche altro. In tutti questi anni, ho visto anche nascere storie d’amore (e di grande amore) fra persone di diverso potere, storie che erano iniziate con “forse per ottenere quel che voglio devo andarci a letto” e “come me la scoperei volentieri”, per esempio. Storie dove la fascinazione verso il potere (di lui) era componente del desiderio. Storie dove la fascinazione verso la giovinezza e la mancanza di potere (di lei) erano ugualmente componenti del desiderio. Resta un punto fermo, però: per le donne è ancora difficile essere viste, ovvero essere riconosciute come autorevoli, ed essere prese in considerazione, in ambito professionale, per quel che sanno fare davvero, scrivere, progettare auditorium, sviluppare un videogioco. C’è una faccenda di corpo, prima, di desiderabilità e di disponibilità reale o presunta. Questo avviene da sempre e avviene ancora e avviene davvero. Avviene anche da parte di uomini gentili, corretti, autodichiaratisi femministi, che magari oggi rilasciano dichiarazioni sgomente sugli Epstein files.

Poi, certo, ribadisco che quegli uomini gentili e corretti che il potere sanno usarlo esistono, e magari aumentano pure, perché c’è una cultura maschile che sta cambiando, e cambierà ancora auspicabilmente. Ma c’è, ed è poco scalfita, una diseguaglianza gigantesca, ancora, fra donne e uomini nel mondo del lavoro, nelle cure familiari, negli stipendi, nella letteratura, nell’arte. Nel riconoscimento, appunto. E i media non ci hanno aiutato. Hanno, spesso e volentieri, fatto baccano e seguito la scia del caso del momento per poi passare ad altro. Ricordate la famosa frase di Furore di Steinbeck? “Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo”. Neppure il sistema dei media, specialmente da quando esistono i social, si può tenere sotto controllo. E, che lo si volesse o meno, una discussione indispensabile e fondante sul potere, sul sesso, sui rapporti fra uomini e donne, come è avvenuto ai tempi del metoo, è stata virata in altro, in un muro contro muro che lasciava fuori esattamente il discorso sul potere. Il risultato è che, secondo una rilevazione Ipsos, un uomo su tre pensa che “il femminismo abbia fatto più male che bene”, e il 50% degli intervistati della Generazione Z parla di “esagerazione” nel promuovere la parità di genere.

Come diceva Foucault, “il sesso non si giudica solo, si amministra. Esso riguarda il potere politico. Richiede procedure di gestione” (La volontà di sapere. Storia della sessualità 1). Amministrarlo, per usare il suo stesso termine, sembra essere diventato più difficile. La mia generazione era quella che si illudeva che sesso e potere potessero essere scissi, e che il secondo sarebbe stato semmai combattuto con una gioiosa appropriazione (liberazione, si diceva allora) del primo. Non è andata così, come ognun sa, e l’uso del potere per ottenere sesso si è andato consolidando, semmai, come una pratica normale. E se mi rifiuto di pensare che non possa esserci sesso consenziente fra due persone che non hanno lo stesso potere, mi piacerebbe poter pensare, anche, che, si smettesse di usare il potere per ottenere sesso: che è faccenda innanzitutto triste, per chi lo ottiene. Se non fosse che per chi ne è vittima non è semplicemente triste: è spaventoso, umiliante, traumatizzante.

Dimenticavo: per chiudere, così come ho iniziato, con un’esperienza personale, vorrei dire che fortunatamente alla mia età sono immune dalle molestie sessuali, e non solo perché sono decisamente non ricattabile, ma perché a un certo punto della loro vita le donne non sono più corpi desiderabili (questo, almeno, è il pensiero comune: la realtà è fortunatamente diversa). Resta un altro tipo di molestia: quella che dice, e vi assicuro che me lo dicono spesso, che è giunto il momento di mettermi tranquilla e trovare un passatempo consono, invece di continuare a fare quello che faccio, scrivere, viaggiare, incontrare persone.
Ho, ora, quasi settant’anni.

Questo articolo è parte della seconda campagna di #unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera pubblica”.

Loredana Lipperini

Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, blogger, attivista culturale e docente. Il suo ultimo libro è Il segno del comando (Rai libri, 2024).

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