Ovvero il racconto in prima persona di chi soffre del “disturbo da accumulo”, che comporta un attaccamento patologico agli oggetti.
“Non buttare le lenticchie di nonno”. Glielo ripeto ogni volta che lo vedo riemergere dalle ante della credenza in cucina con in mano qualcosa che, dal soggiorno, non riesco a identificare. “Non le butto, tranquilla”, risponde lui. Il tono tradisce un fondo di fastidio misto a rassegnazione, ma non mi interessa. Non posso rischiare che una minima disattenzione mi costi le lenticchie di mio nonno. Fingo di dedicarmi ad altre faccende, poi torno all’attacco. Gli ricordo che lo stesso vale per le zuccheriere sbeccate, le bottiglie di liquore col fondo ancora sporco, le scatole di latta ammaccate dei biscotti e tutte le altre reliquie di quel piccolo museo che si nasconde nella credenza, stipate tra gli scaffali insieme alle vivande e agli utensili che, invece, usiamo ogni giorno. Ogni volta che prova a sistemare qualcosa, a fare ordine e disfarsi dell’inutile, eccomi apparire sulla soglia, pronta a elencare la lunga lista di oggetti che è vietato buttare, cioè tutti. Tutti quelli che non abbiamo mai usato ma che conservo da anni, dal giorno in cui la protezione civile ci ha scortati fino a casa dei miei nonni per recuperare quel poco che era sopravvissuto al terremoto. Le madonnine di cera e quelle che contengono l’acqua santa di Lourdes, i servizi da tè e le insalatiere di ceramica, i piatti, le posate, le tovaglie, i centrini. Le lenticchie della Simply, ancora sigillate nel tetrapak, immerse nel loro liquido di conservazione. Ogni tanto scuoto la confezione e avvicino l’orecchio per sentire il sonaglio dei legumi e lo sciabordio della soluzione salina. Ho paura che un giorno non produrranno più alcun rumore e che quello sarà il giorno in cui smetterò di ricordare quanto volevo bene ai miei nonni, e quanto amavo le nostre estati insieme ad Amatrice.
Ridurre tutto questo a una questione affettiva sarebbe disonesto. E infatti, spesso, mi ritrovo a barare. “Non puoi buttarlo, è dei nonni”, gli dico, anche se non è vero. Funziona quasi sempre, anche se a volte si accorge del bluff, ed eccolo ricordarsi che l’oggetto che stringe in mano lo abbiamo comprato insieme pochi anni prima all’IKEA o grazie alla raccolta punti del supermercato. Il segreto dell’inganno è crederci davvero, e quasi sempre mi riesce bene, perché attaccarmi agli oggetti è per me una cosa del tutto naturale. Amo tutte le cose che mi circondano come se ognuna di esse fosse appartenuta ai miei nonni. Le tengo strette, come se la minaccia di un terremoto fosse sempre sul punto di portarmele via, come se la terra potesse spalancarsi da un momento all’altro, inghiottendole tutto quello che rappresentano: un ricordo, un frammento d’identità, una promessa futura. Mi accorgo del ricatto emotivo, mi accorgo di non rendere giustizia agli oggetti più cari, quelli appartenuti ai parenti che non ci sono più, o alla mia infanzia. Non posso farci niente. La verità è che io non voglio buttare mai nulla.
Ogni volta che prova a sistemare qualcosa, a fare ordine e disfarsi dell’inutile, eccomi apparire sulla soglia, pronta a elencare la lunga lista di oggetti che è vietato buttare, cioè tutti.
Secondo la Scala Disordine-Accumulo dell’ICD® (Institute for Challenging Disorganization), il mio disturbo rientra nel primo livello, il meno grave. La scala prende in considerazione fattori come il mantenimento della funzione dei singoli impianti (ad esempio che il forno non venga utilizzato come cesto dei panni sporchi, bensì per cucinare, e che tutte le porte si aprano correttamente), la presenza di eventuali animali domestici e il loro stato di salute, la pulizia e la sicurezza generale degli ambienti. Studiando la tabella, mi rendo conto che il motivo principale per cui non ho ancora raggiunto il secondo livello è la presenza di Edoardo, il mio compagno. Prima di lui, c’ero andata molto vicina. Di notte, durante i miei vent’anni, dormivo come la salma di un faraone egizio al centro del letto, circondata dai miei oggetti più cari che giacevano in ordine sparso sul lenzuolo: il laptop e lo smartphone, i libri, i vestiti, gli avanzi di cibo; di giorno, invece, languivo nella paralisi di una progettualità irrisolta: le cose da sistemare erano troppe, così finivo per non toccarne nessuna. Una cosa che spesso non viene raccontata sui membri della comunità accumulatrice a cui appartengo è che – a modo nostro – siamo dei perfezionisti, e non i sordidi procrastinatori che i docu-reality di Real Time dipingono. Sentiamo che ogni spazio ha bisogno di un equilibrio circolare, e che nemmeno un calzino può essere messo al suo posto finché il resto non si muove di conseguenza nella direzione che gli compete, come la coreografia di uno stormo di rondini al tramonto. Ma il nostro stormo resta immobile, in attesa di migrare verso una primavera che non arriverà mai e, nel frattempo, non fa che cagarsi sotto. E infatti, continuiamo ad accumulare merda senza neanche accorgercene.
L’espressione ufficiale utilizzata nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è disturbo da accumulo, anche se a me piace molto di più la sua variante ufficiosa, disposofobia, perché invece di concentrarsi sulle conseguenze della nostra condizione, si impegna a mettere a fuoco il sentimento sottostante, quel nodo allo stomaco e alla gola che ci accompagna da molto prima che la casa finisca per trasformarsi in una riproduzione della Venere degli stracci di Pistoletto. Dall’inglese to dispose (“disfarsi di qualcosa”) e il greco phóbos (“paura”, “avversione”), significa letteralmente “paura di buttare via le cose”. Si tratta, senza ombra di dubbio, di una definizione incompleta, che tende a tagliare fuori altri elementi fondamentali del disturbo, come la compulsione all’acquisto e all’accaparramento, ma che aiuta a fotografare l’inspiegabile e disperata reazione emotiva da cui tutto, inconsapevolmente, prende vita. La paura che affiora alla sola idea della separazione da un oggetto e da tutto ciò che esso rappresenta. I clinici preferiscono definirla definirla ansia, per me è invece la sensazione che il cuore si frantumi in centinaia di schegge sottili e taglienti. Ogni accumulatore seriale ha i propri motivi – personali, ma spesso riconducibili a una diagnosi comune – per vivere in un rapporto di costante dipendenza dagli oggetti che lo circondano. I miei sono da manuale: rapporti familiari conflittuali, terrore dell’abbandono, una grammatica dell’affetto molto povera. Ma se volessimo risparmiarci qui l’elenco piuttosto ordinario delle conseguenze di un’infanzia trascurata, basterebbe evocare una sola immagine: quella della discarica. Quando ero bambina i miei genitori buttavano di nascosto i giocattoli rotti, i peluche impolverati, guerci e infeltriti, i vestiti lisi e ormai piccoli. Io me ne accorgevo e di notte piangevo pensando a ognuno di quegli oggetti nella discarica. Chiudevo gli occhi e li vedevo emergere, nella penombra e nel silenzio, da un ammasso indistinto di immondizia, abbandonati nella spazzatura grigia e impersonale degli altri, fatta di oggetti la cui aura era stata recisa dai loro stessi proprietari. Immaginavo le mosche posarsi sul musetto di lana infeltrita del mio coniglio di pezza, liquidi arcani e pestilenziali penetrare nel tessuto di quel vestitino tartan che avevo indossato durante la mia festa di compleanno tanti anni prima, e cercavo di salvare ognuno di quegli oggetti con la forza del pensiero. Continuavo a guardarli nella mia mente ogni notte, per non perderli di vista e non lasciarli scivolare nell’anonimato. Ma la discarica finiva sempre per fagocitarli, e io mi ripromettevo che non avrei più permesso una simile fine a nessuno dei miei oggetti.
I clinici preferiscono definirla definirla “ansia”, per me è invece la sensazione che il cuore si frantumi in centinaia di schegge sottili e taglienti.
Oggi è l’immagine della discarica ad alimentare, più di ogni altra cosa, la mia disposofobia. Durante le pulizie di primavera – occasione in cui devo dimostrare di riuscire a disfarmi almeno di una busta da spazzatura condominiale piena di oggetti, se non altro per dare prova al mio compagno della mia buona volontà, per il bene della coppia – ho buttato una camicetta estiva di cotone che giaceva nel mio armadio da anni. Modello corto, stampa in finto jeans, con laccetti da annodare, marchio H&M, annata 2012. Aura potentissima. Comprata ai saldi invernali al centro commerciale di Fiumicino insieme a una coppia di amici che, mentre io esaminavo lo stender delle offerte, continuava a lanciarsi frecciatine. Si sarebbero lasciati pochi mesi dopo. Non bisogna mai lasciarsi ingannare dall’idea che gli oggetti che si conservano abbiano a che fare solo con la propria vita: sono testimoni silenziosi anche di quella degli altri. La camicetta aveva uno strappo sul petto e non la indossavo da ormai cinque anni. Dopo averla buttata, ho continuato a guardare l’interno della busta di plastica in cui l’avevo adagiata, piegata con cura, per spedirla al macero, come fosse un gattino tripode abbandonato in un cassonetto. Ho visto il gattino di finto-jeans fissarmi con occhi umidi di lacrime, poi le sue iridi si sono dilatate in un buco nero da cui ha iniziato a prendere forma il ricordo di tutte le volte che l’avevo indossata: immagini dei miei vent’anni, dei festival musicali, delle notti calde e polverose di Roma, dei mozziconi di sigaretta e dei rossetti screpolati sulle bocche delle mie amiche. Non esagero: in quel momento, mi sono sentita come se stessi uccidendo una parte di me.
Il capo successivo nella fila dei condannati – una t-shirt comprata da MAS e tagliata dozzinalmente con le forbici quindici anni prima per trasformarla in un crop top à la American Apparel – ha rifiutato lo stesso destino. Mi è scivolata via dalle mani prima che potessi reagire, finendo per formare, insieme ai vestiti rimasti, una pila identica ma in qualche modo diversa da quella che c’era prima. Mi sono ritrovata improvvisamente di fronte non a “roba da buttare”, ma a “vestiti ricordo”, una categoria inattaccabile che, grazie all’acquisto di un comodo sacco sottovuoto, oggi riposa in fondo al mio armadio senza che nessuno, in casa, debba esserne informato. Va bene la buona volontà di coppia, ma il dolore della scissione è più forte di qualunque cosa, anche della possibilità di deludere una persona amata.
Gli altri, di contro, mi sembrano tutti felicemente scissi. Una cosa che non ti dicono sui trent’anni è che, a un certo punto, inizi a fare amicizia solo con gente a cui piace dire: “Io sono una maniaca dell’ordine”, oppure “È che a me rilassa proprio tenere pulito. Mi metto lì, faccio le mie cosette e sistemo casa”. Anch’io faccio le mie cosette, ma a nessuno piace sentirne parlare: da piccola sono passata dal raccogliere le vecchie salviette per gli occhiali che mio padre lasciava in giro – che utilizzavo poi come coperte per i miei pupazzetti – a conservare di nascosto i gusci di cera rossa dei Babybel dopo averli mangiati, che modellavo come accessori e decorazioni per la casa delle Barbie ricavata in un cassetto del comodino. Quando oggi dico che custodisco con religiosità le cose di mia nonna non intendo solo la brocca di ceramica a forma di gallo e le carte da gioco della Modiano: il giorno dopo la sua morte, ho recuperato dal secchio in cui mia madre le aveva buttate un paio di sue mutande elastiche per l’incontinenza. Era in un pacco aperto, ancora inutilizzata. Ogni tanto la indosso per sentirmi più vicina a lei.
Un’altra mia cosetta: fantasticare su scenari ipotetici in cui uno degli oggetti che conservo tornerà utile. Il più delle volte non si tratta di fantasie apocalittiche o di sopravvivenza, ma di situazioni ordinarie in cui il riciclo diventa lo strumento attraverso cui affermare la mia utilità sociale. Se la vicina di casa, ad esempio, bussasse alla mia porta in preda alla disperazione perché ha finito lo shampoo, sarei più che felice di aprire per lei la scatola di scarpe in cui conservo tutti i flaconcini degli hotel in cui ho soggiornato negli ultimi dieci anni. E se al bambino del piano di sotto magari servisse un’etichetta per il nuovo quaderno di matematica? Niente di più facile: potrei dargliene una di quasi trent’anni fa, anche se non sono sicura che la colla reggerebbe alla prova del tempo. Lo stesso vale per le scatole delle spedizioni, le buste dei negozi, le bacchette in eccesso nelle consegne del ristorante cinese e le matitine dell’IKEA, oggi introvabili, che vi regalerei comunque in cambio di un po’ di riconoscenza e comprensione. Noi, i disposofobici, accumuliamo affinché non dobbiate farlo voi.
Sindrome di Pljuškin è un’altra etichetta ufficiosa per descrivere la nostra patologia,che preferisco di gran lunga a disturbo da accumulo. Ne Le anime morte di Nikolaj Gogol’, il proprietario terriero Stepan Pljuškin inizia a conservare qualsiasi cosa trovi lungo il suo percorso a seguito dalla morte della moglie e dalla più giovane delle due figlie. Quando desidera festeggiare un accordo con il protagonista del romanzo, Čičikov, ordina a uno dei suoi servi di recarsi in dispensa e trovare la fetta biscottata che anni prima gli aveva portato in dono la compianta fanciulla, insieme al liquore distillato dalla consorte quando era ancora in vita. Quando il dolce e la bevanda vengono serviti, il primo è ricoperto di muffa, mentre il secondo è quasi del tutto evaporato. Čičikov respinge gentilmente le offerte e Pljuškin ordina al servo di non buttare la fetta biscottata, ma di grattare con un coltello la parte andata a male e di utilizzare le briciole come mangime per i polli. Laddove Čičikov vede solo decadenza e avidità, io vedo un tragico ottimismo. Lungi dal romanticizzare il disturbo, le fette biscottate ricoperte di muffa di Pljuškin mi sembrano però particolarmente indicative della capacità degli oggetti di diventare centri stabili di calore quando la rete degli affetti finisce per sfrangiarsi sotto il peso delle circostanze. La torta, con la sua muffa, contiene un residuo della felicità passata di Pljuškin: condividerla è il suo modo di riallacciarsi a un lessico sentimentale che un tempo parlava fluentemente.
Infine, la febbre da Warhol. Nel 1988, un anno dopo la sua morte, l’intero catalogo degli oggetti appartenuti a Andy Warhol venne messo all’asta da Sotheby’s in una vendita che per mesi divise il mondo dell’arte e della critica, impegnato a stabilire se la varietà dei beni ritrovati nel suo appartamento dovesse essere considerata parte di una collezione di valore o piuttosto l’espressione di un disturbo da accumulo compulsivo. Barattoli di biscotti, pile di riviste e locandine di night club, seicento scatole di cartone, chiamate dall’artista “capsule del tempo”, contenenti gli oggetti più disparati: bollette non pagate, vestiti, fotografie, croste di pizza e, pace all’anima di Pljuškin, i resti in decomposizione della torta di compleanno di Caroline Kennedy. Una parte della critica salutò l’asta come un’estrema dichiarazione artistica; l’altra, invece, vi lesse il sintomo di un contagio imminente, temendo che una simile fascinazione verso l’accumulo potesse legittimarla negli altri. Alcuni la chiamarono febbre da Warhol: la possibilità, ovvero, che banditori e spettatori contraessero la stessa malattia dell’artista nella loro corsa ad accaparrarsi un frammento della sua vita, scambiando una crosta di pizza per un oggetto di valore invece che per un rifiuto destinato ad ammuffire.
Delle due fazioni aveva indubbiamente ragione la seconda: viviamo in una cultura in cui spesso il confine tra ciò che è merda e ciò che ha valore da collezione è indistinguibile. Noi disposofobici abbiamo solo l’onestà di non cercare di nasconderci dietro deboli distinzioni di gusto. Sono ciarpame o cimeli le tonnellate di plastica acquistate ogni settimana, per tutta l’infanzia, nelle confezioni delle merendine? Fantasmini, ippopotamini, gnomi, leoncini, tartarughine, piccoli coccodrilli, piccoli bidoni di plastica, piccoli libricini in scatole colorate, diligentemente ordinati ed esibiti negli espositori di legno appesi in cameretta. Se chiudo gli occhi sento ancora il loro odore. Sono ciarpame o cimeli i cuccioletti nelle bustine argentate acquistati all’edicola? E i gettoni di cartone in regalo con il succo di frutta? Gli adesivi e i trasferelli comprati insieme ai lecca-lecca frizzanti e quelli con la gomma incastonata al loro interno? I barattoli della Nutella che diventavano bicchieri, la scatola dell’Happy Meal che si trasformava in una scenografia per giocare, i pezzi di plastica nei numeri di Topolino che, man mano che li raccoglievi e li assemblavi, diventavano un gadget speciale? Venite a dire a una che è cresciuta con il motto collezionali tutti! che ha un disturbo da accumulo.
Viviamo in una cultura in cui spesso il confine tra ciò che è merda e ciò che ha valore da collezione è indistinguibile. Noi disposofobici abbiamo solo l’onestà di non cercare di nasconderci dietro deboli distinzioni di gusto.
Ogni tanto giro per i mercatini di zona, nella speranza di ritrovare qualche reperto della mia infanzia, recuperato da una mano invisibile prima che finisse in discarica e trasportato a casa di qualcuno. La ricerca si rivela sempre infruttuosa, ma camminare tra i cimeli altrui mi procura comunque un certo conforto. Anche se la loro presenza è frutto di un improvviso decluttering o di una metodica pulizia primaverile, riesco ancora a percepirne l’aura. I mercatini sono uno strano limbo, ma almeno non sono discariche. Un giorno tutto questo sarà fatto di montagne di oggetti provenienti da Shein, Temu, Kasanova. E qualcuno proverà nostalgia. La febbre si adatta alle nuove generazioni, modifica appena i suoi sintomi, ma non muta davvero la patologia.
In un angolo del mercatino ho trovato alcune bottiglie di vetro della Coca-Cola, ancora sigillate e colme di liquido bruno. Ne ho presa una e l’ho scossa vicino all’orecchio. Per un attimo, ho sentito il nonno di qualcun’altra.