A pochi giorni dal referendum sulla giustizia, la presidente del Consiglio è approdata a Pulp Podcast per un’intervista con Fedez e Mr. Marra. I quali, più che intervistarla, le hanno fatto da megafono: domande generiche, nessuna obiezione e ampio spazio per farle costruire il suo racconto politico. Più che un confronto, un comizio.
4 giugno 2024. Giorgia Meloni è ospite da Nicola Porro a Quarta Repubblica, su Rete 4. In prima serata, pochi giorni prima delle elezioni europee che si terranno l’8 e il 9 giugno. È un’occasione importante, la presidente del Consiglio concede una delle sue rarissime interviste a pochi giorni da una tornata elettorale nazionale. Porro, che non può sprecare l’opportunità, ha studiato. Si è preparato “una piccola enciclopedia: ventuno domande”. Davanti a una Meloni sorridente e rilassata, il giornalista incalza: “a che ora si è svegliata stamattina, presidente?”. Il tono dell’intervista si fa via via più stringente, Porro è inarrestabile: “la porta mai a Palazzo Chigi, sua figlia?”. Ma fa anche domande più pressanti come “a che ora va a dormire una bambina di sette anni?”.
19 marzo 2026. Giorgia Meloni è ospite dagli youtuber Fedez e Mr. Marra al Pulp Podcast, su YouTube, il format subentrato al precedente Muschio Selvaggio dopo il litigio di Fedez con lo youtuber bolognese Luis Sal. Intervista su un canale con più di trecentomila iscritti, i cui video più visti raggiungono quasi due milioni di visualizzazioni. È un’occasione importante di cui si parla molto, pochi giorni prima del referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà il 22 e il 23 marzo.
Nell’intervista del 2024 Porro ci tiene a sottolineare che la presidente “sta qua in una televisione che non è esattamente Telemeloni, perché siamo a Mediaset”, per poi sottoporla a una chiacchierata con tono e domande decisamente accomodanti. Il podcast di Fedez e Marra poteva essere diverso: cinquantacinque minuti di domande, unica ospite, su una piattaforma teoricamente neutra e soprattutto nuova, sia per il pubblico che per i ritmi. Fedez lo sottolinea in apertura: l’obiettivo della puntata è raggiungere “una parte di pubblico che si nutre e si abbevera di argomenti politici senza attingere dai media tradizionali”, in poche parole giovani, in un podcast che in due anni ha cercato di costruire “un nuovo luogo di dibattito anche politico”.
I podcast di Fedez si sono spostati sempre di più sull’attualità. I primi episodi di Muschio Selvaggio erano molto leggeri e ospitavano soprattutto persone dello spettacolo: rapper e cantanti, sportivi, personaggi del web o della televisione. Dopo l’ingresso di Davide Marra alla co-conduzione, il format diventa rapidamente più politico. Dopo alcune puntate con ospiti come il calciatore Javier Zanetti o lo scrittore Mauro Biglino, gli invitati diventano più da talk show: Vincenzo De Luca, Stefano Bandecchi e Tomaso Montanari, Piercamillo Davigo, Marco Travaglio e Daniele Capezzone. Tra marzo e aprile 2024 il canale di Muschio Selvaggio torna in gestione a Luis Sal; Fedez e Marra, orfani di podcast, fondano quindi Pulp, che inizia le trasmissioni nel novembre 2024. Già dai temi delle prime puntate si intuisce il carattere più serio del nuovo format: una puntata sulla sindrome di Tourette, una sui “segreti del Vaticano”, un’intervista all’europarlamentare Roberto Vannacci. Nonostante i temi più “giornalistici” del canale, il tono è sempre stato quello dell’infotainment, con intermezzi ironici, scontri esagerati e caricaturali anche con ospiti politici. Una puntata del febbraio 2026 ha ospitato un confronto tra Carlo Calenda, segretario di Azione, e Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana. A un certo punto dell’intervista, costretto dalla dipendenza, Calenda si accuccia su un lato e si accende una sigaretta. Il dettaglio viene enfatizzato ironicamente dalla regia con uno zoom e riportato nella copertina e nell’introduzione del video, che già suggeriscono il tono della conversazione. L’intervista a Vannacci è il video con più visualizzazioni del canale: quasi due milioni. Nei primissimi secondi del video si vede Fedez che allunga una canna all’ex generale: “lei conosce se stesso, ma non conosce il suo nemico. Vuole fare un tiro?”; Vannacci, inflessibile, rifiuta.
Nulla di questa ironia e leggerezza che pervade normalmente il format si vede nell’ultimo episodio. La puntata è da subito serissima, molto più istituzionale del consueto. Non ci sono introduzioni leggere per rompere il ghiaccio, o momenti informali per iniziare l’intervista. Non c’è neanche la sigla, che solitamente parte dopo qualche estratto. Complice sicuramente anche il poco tempo a disposizione, dopo i saluti Marra sollecita subito Meloni sull’Iran e sulla “posizione ufficiale dell’Italia sul discorso Medio-Oriente e Trump”. Si vede già da qui la caratteristica fondamentale di questa puntata: il tono è quello della campagna elettorale, le domande non sono vere domande ma occasioni per monologhi di svariati minuti, senza interruzioni, approfondimenti o contestazioni. I due conduttori introducono un argomento in modo molto generico, sotto forma di domanda, e lasciano la parola alla presidente del Consiglio fino alla questione successiva.
“La nostra politica estera non è troppo subalterna agli Stati Uniti, e di conseguenza a Trump?”, a cui segue una risposta sulla necessità di aumentare le spese militari. Marra: “su che cosa siamo indipendenti noi? Sul discorso flussi di immigrazione abbiamo dei problemi, sul fattore energetico abbiamo enormi problemi, anche sul fattore difesa […] Che cosa comandiamo noi alla fine, cosa decidiamo come italiani?”, domanda a cui Fedez aggiunge una postilla: “che cosa decidiamo anche come Europa?”. La risposta di Meloni è commisurata alla precisione della domanda: “noi decidiamo moltissime cose come italiani, adesso non esageriamo”.
L’intervista prosegue così, toccando alcuni temi a cui il podcast ha dedicato varie puntate come il ruolo eversivo di alcuni settori dello Stato. Fedez le rivolge una domanda sul contestato articolo 31 del “ddl Sicurezza”, che aumenta il potere dei servizi segreti. In particolare, la norma rende obbligatorio collaborare con i servizi segreti per le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione e a controllo pubblico, senza poter opporre limiti come la tutela della privacy. Inoltre, l’articolo consente ai servizi segreti di compiere azioni normalmente ritenute reato senza essere perseguiti, tra cui dirigere associazioni con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico, detenere esplosivi o altri materiali con finalità di terrorismo. Nonostante l’attenzione dedicata a temi come la P2 e altre trame oscure della storia della Prima Repubblica, i due conduttori si accontentano della retorica della mela marcia: “è un discorso di fiducia: ci sono persone che interpretano il potere che hanno in modo sbagliato, ma questo non deve sporcare tutto il resto”.
Dopo l’introduzione sull’Iran e la parentesi sui servizi, arriva finalmente il cuore dell’intervista: il referendum sulla giustizia. Di nuovo, le “domande” di questa sezione sono ispirazioni per piccoli monologhi. L’aspetto più interessante non sta tanto nelle risposte, che naturalmente si attestano sui toni e sul lessico della campagna elettorale, ma nelle domande, che consentono a Meloni di guidare tranquillamente la conversazione e di costruire indisturbata il suo framing attorno alle ragioni del “Sì”, senza che i presunti intervistatori facciano il loro compito, ovvero obiettare e testare la bontà degli argomenti e delle risposte. Comincia Fedez, che chiede se “sta diventando un referendum contro il governo”, a cui segue un lunghissimo attacco su quanto poco chi sostiene il “No” sia in grado di entrare nel merito del quesito. Ancora Fedez: “perché la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri dovrebbe migliorare l’imparzialità del sistema giudiziario?”. Il framing è incontrastato. “Chi sostiene il ‘No’ pensa che il sorteggio dei membri laici sarebbe pilotato dalla politica. È realmente così?”. I due consegnano direttamente la guida della puntata all’ospite quando le chiedono di spiegare il funzionamento dell’Alta Corte disciplinare. Per finire, le regalano uno slogan analogo a quello degli “immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà”: “se dovesse vincere il ‘Sì’ al referendum, si potrebbero evitare altri casi Tortora?”.
Il “dibattito” di Giorgia Meloni a Pulp Podcast finisce in un’ora di campagna elettorale mascherata da intervista. I conduttori sono molto attenti a sottolineare i limiti del dibattito sul referendum, che ha visto esagerazioni, toni vaghi ed esasperati, per poi invitare la principale esponente di un fronte e lasciarle trasformare l’intervista in un monologo. Il problema non è l’assenza di un “pari” di Meloni a incarnare il contraddittorio – sarebbero gli intervistatori a dover giocare la parte avversa all’intervistata, mettendo in discussione le sue parole – ma la vaghezza delle domande e la debolezza delle repliche.
L’interpretazione del formato intervista dei due conduttori è singolare: dopo l’uscita della puntata e le critiche conseguenti, Marra sostiene che “il senso dell’intervista è far parlare l’ospite […] L’aspettativa su questa puntata era oggettivamente incolmabile. Si pretendeva che in meno di un’ora riuscissimo a far rispondere Giorgia Meloni a domande alle quali non risponde da tre anni”. Domande potenziali sulla Palestina, sul rapporto con la stampa, su membri discutibili del proprio governo e del proprio partito, sulla deriva securitaria, domande critiche sul merito del referendum. Domande a cui comunque non avrebbe potuto rispondere, visto che non le sono mai state poste. Marra, peraltro, sembra avere coscienza del cattivo rapporto con la stampa di Meloni, che tende a farsi intervistare solo in occasione di tornate elettorali e da giornalisti amici.
Si è detto che l’ospitata di Meloni in un podcast segna nuove frontiere per l’informazione politica italiana, in cui chi fa politica si apre finalmente a palinsesti digitali e a format seguiti dai giovani che non si informano con tv e giornali. Come Donald Trump da Joe Rogan, Giorgia Meloni da Fedez e Marra. Il punto è che, al netto del carisma mediatico e di tanta buona volontà, questi non-giornalisti che si improvvisano intervistatori e commentatori politici non sanno poi reggere l’abilità e le capacità comunicative di chi fa politica e la comunica da anni. Persino il fact-checking viene esternalizzato e rimandato rispetto all’intervista: la testata «Pagella Politica» pubblica il solito articolo per punti, che viene riportato su Instagram in un post in collaborazione con la pagina di Pulp.
Quando si mantengono sull’infotainment, le puntate di Pulp hanno il loro interesse e i loro momenti di informalità, pur nella scarsità degli approfondimenti. Tutti gli ospiti, anche i più seri, vengono trattati in modo giocoso, a tutti si dà del tu, parlamentari ed europarlamentari compresi. Nel caso di Meloni, il tono è stato invece molto ingessato, mantenendo sempre il lei, “non per timore referenziale [sic] ma per quel distacco necessario che un’intervista del genere richiede”. Ma il distacco è arrivato alla sparizione. L’unico ambito in cui Marra tenta di intervenire è sulla povertà del dibattito attorno al referendum, che cerca di attribuire a entrambi i campi sollecitando Meloni su questo. Non ottenendo naturalmente alcuna risposta a un intervento vago e poco incisivo, alza bandiera bianca: “io ho fatto una mia analisi, ma non è stata molto presa in considerazione dalla presidente”.