A dieci anni dall’uscita de La società come verdetto, il libro di Didier Eribon continua a spiegare perché non partiamo tutti dallo stesso punto, perché il merito è spesso un’illusione e perché le nostre possibilità dipendono molto più dal reddito dei nostri genitori che dalle nostre scelte.
“Un luminoso elogio dell’insubordinazione e della libertà”: così la rivista «Les Inrockuptibles» definiva La società come verdetto di Didier Eribon, uscito in Francia nel 2013 per Fayard e ora tradotto da Annalisa Romani per L’Orma editore. Un libro legato al precedente dell’autore, Ritorno a Reims, che aveva aperto una via nuova alla sociologia autobiografica europea.
La tesi che attraversa La società come verdetto è semplice: la società ci determina con una forza così intensa e pervasiva che travalica le volontà individuali. In controtendenza con l’illusione secondo cui “volere è potere”, Eribon rilancia l’intuizione di Sartre: “L’importante non è ciò che si fa di noi, ma quello che noi stessi facciamo di ciò che si è fatto di noi”. L’autore francese prosegue il suo lavoro di auto-socioanalisi, un genere ibrido che intreccia biografia e sociologia, dove la memoria diviene la cartina di tornasole della riflessione politica. Le strutture della società vengono così indagate a partire dalla propria esperienza di vita. La società come verdetto interroga il concetto di libertà come campo di tensioni tra ciò che siamo e ciò che desideriamo, un percorso identitario in cui la volontà si deforma, si contrae, inciampa, si adatta. Eribon ci aiuta a comprendere questi meccanismi, a capire quanto la libertà individuale sia in fondo una costruzione collettiva e quanto i privilegi, spesso inconsapevoli, definiscono in modo determinante le possibilità individuali del successo.
Eribon analizza il ruolo delle strutture sociali, a partire dal sistema scolastico, i processi inconsapevoli di esclusione che producono, e le traiettorie sociali che ne derivano, soffermandosi sui rapporti complessi e problematici tra cultura “popolare” e cultura “legittima”. Il percorso di chi proviene da contesti popolari o periferici si scontra con un paradosso: per ritrovare la propria identità, per essere in grado di raccontarla, decifrarla, elaborarla, occorre attraversare una cultura altra: la cultura alta. Quella stessa cultura che, come accade nei casi di Mouloud Mammeri e Assia Djebar, finisce quasi per negare ciò che si vorrebbe recuperare, per cancellare la classe di provenienza di chi desidera raccontarla proprio mentre gli consegna gli strumenti per farlo.
È un libro che vigila sugli inganni politici del presente, perché “la violenza del mondo incombe ovunque su di noi, perfino quando resta nascosta dietro l’ordine naturalizzato delle cose”.
Sono tanti gli autori con cui Eribon dialoga in questo percorso: i grandi nomi delle scienze sociali, come i suoi maestri Bourdieu e Foucault; quelli della filosofia (Sartre e Beauvoir); alcuni scrittori francesi, come Annie Ernaux, sua interlocutrice primaria, ma anche, tra gli altri, Proust e Gide. Al loro punto di vista intreccia la sua storia personale, che confronta con le opere e il pensiero dei suoi interlocutori.
Le opere letterarie, d’altra parte, spesso si sono confrontate con gli aspetti che Eribon indaga dal punto di vista sociologico. Se si resta nel campo della nostra letteratura basterà pensare alla genealogia letteraria di Elena Ferrante: come Lila e Lenù, anche Eribon mostra che ogni ascesa sociale è una traduzione imperfetta, e che nessuno è mai davvero libero dai gesti e dalla lingua dell’infanzia. E più indietro potremmo citare le opere più politiche di Pier Paolo Pasolini come Ragazzi di vita e Una vita violenta; I Malavoglia di Giovanni Verga; La luna e i falò di Cesare Pavese; La storia di Elsa Morante; Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che con la sua storica frase: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, fotografa l’immutabilità intrinseca delle condizioni di partenza, che sono anche lo specchio di logiche di sopraffazione endemiche nelle dinamiche umane.
Una lunga riflessione articolata e dialogante, dunque, che punta a rispondere a una domanda che sociologicamente o psicoanaliticamente tutti prima o poi ci siamo posti: quanto di ciò che siamo è frutto delle nostre scelte, e quanto invece ci viene assegnato, silenziosamente, come verdetto a priori, dalle condizioni in cui nasciamo? Una domanda fondamentale per essere più clementi con noi stessi o con gli altri. Per ridistribuire equamente i meriti e i demeriti dei risultati che otteniamo, in una società che tende a considerare sempre più e in modo sempre più auto-assolutorio il fallimento (che cos’è poi un fallimento?) come una colpa individuale.
A oltre dieci anni dalla sua uscita, e nella lettura di chi, come me, appartiene a un’altra generazione (io sono del ‘94, Eribon del ‘53) , la tesi che regge La società come verdetto continua a essere solidissima. La società appare sempre più ingiusta e impietosa, e le nuove generazioni sempre più fatalmente destinate al fallimento. Basti pensare al dibattito sul costo della vita a Milano (e ne parlo perché è la città dove vivo e perché negli ultimi anni è diventata sempre più un paradigma di tante cose che funzionano e non funzionano nel nostro Paese): chi viene per studiare o lavorare a volte è costretto ad andarsene, con la sensazione di aver fallito. Di più, che la causa di questo fallire sia da ricercare nei suoi demeriti personali. Statisticamente, però, il farcela o non farcela in questa città ha una correlazione diretta con la dichiarazione dei redditi dei propri genitori. Lo scrittore Jonathan Bazzi, che negli ultimi anni si è spesso espresso contro le storture di Milano, ne ha parlato di recente mostrando con un post su Instagram le entrate (quasi nulle) e le uscite di un mese sul suo conto corrente. Lo scrittore, lamentando lo scarso valore che si dà oggi al lavoro culturale (che di fatto rende impossibile praticarlo a chi per una ragione o per un’altra non ha altre fonti di guadagno), ha scritto accompagnando il post: “Sembra il mio estratto conto, ma è una questione generazionale e di classe sociale”. Soprattutto di classe sociale, direbbe Eribon, perché alcuni luoghi, alcune città, alcuni lavori, per verdetto di nascita, sono difficili, quasi impossibili da ottenere.
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Torniamo al libro. Eribon parte da un gesto minimo: una fotografia tagliata per la copertina dell’edizione economica di Ritorno a Reims. Nella metà mancante c’è il padre operaio, figura che incarna vergogna, rimosso con cura, come ci si libera da un dolore o da un peso. Eribon sa che quel taglio non basta a recidere i legami. I legami di classe, di genere, di famiglia, continuano a riprodursi anche quando si tenta di eluderli. Scrive Eribon: “Se, mosso da una strana e irreprensibile pulsione, sono stato portato a cancellare la sua immagine, è proprio perché, nolens volens, è ancora attiva in me, ed è satura di significati personali e sociali: quelli di cui ho voluto così tanto disfarmi e che porto appiccicati sulla pelle”.
Eribon mette a confronto le date di nascita e morte dei propri genitori con quelle degli intellettuali che hanno ispirato il suo pensiero – così come fa Annie Ernaux. “La madre di Annie Ernaux è nata nel 1906 ed è morta nel 1986, Simone de Beauvoir è nata nel 1908 ed è morta anche lei nel 1986, pochi giorni dopo”.
Questo parallelo mi colpisce molto perché io stessa rimasi molto turbata quando presi consapevolezza del fatto che mio nonno era stato contemporaneo di tanti miei idoli letterari, e avrebbe potenzialmente potuto incontrarli di persona. Soffrivo perché il tempo mi aveva collocato così distante da loro; a mio nonno invece non era mai neppure passato in mente il desiderio di conoscerli e nemmeno di leggerli. Fu la prima volta in cui capii distintamente che la realtà, la morale, la società non erano la stessa cosa per tutti, neanche in una nazione piccola come la nostra, neanche in un breve periodo storico. Mi chiedevo: com’è possibile che in Italia coesistano parallelamente mio nonno e Pasolini? La risposta, facile da intuire, la dà Eribon in questo libro: perché mio nonno, ultimo di sette fratelli, orfano di padre, figlio della classe operaia, che a dodici anni si faceva dieci chilometri a piedi ogni giorno per andare a caricare sui camion le bombe per gli Alleati, aveva ricevuto dalla società un verdetto molto diverso da quello che avevano ricevuto gli idoli letterari della mia adolescenza. Mio nonno non ha scelto di non entrare, neanche per dare una sbirciata, nel mondo della cultura; non ha scelto di non partecipare attivamente alla rielaborazione della riflessione sociale e politica del suo tempo – lui che pure aveva visto la guerra, e aveva intelligenti e competenti idee politiche che elaborava informandosi con tenacia; lui che aveva perso suo padre perché in un’Italia fascista si rifiutarono di curare in ospedale un uomo iscritto al partito comunista. Semplicemente mio nonno alla porta della cultura non è mai passato accanto, non ha mai potuto aprirla: “Hanno vissuto nello stesso Paese, nello stesso periodo. Ma su pianeti diversi. Pianeti? Piuttosto ambienti sociali, o classi, perché è meglio evitare le metafore e usare i termini corrispondenti nella realtà”.
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Nelle pagine in cui Eribon dialoga con Annie Ernaux e, indirettamente, con Simone de Beauvoir, la riflessione si allarga poi anche alla questione femminile. Ernaux è la sorella maggiore di questa genealogia: come Eribon, è una transfuga di classe che ha trasformato la propria biografia in un laboratorio politico. Se per Ernaux il corpo della donna è il luogo in cui la società scrive la propria ideologia — il corpo che partorisce, che invecchia —, per Eribon il corpo sociale funziona allo stesso modo: è un archivio di cicatrici. Le madri, nei suoi libri come in quelli di Ernaux, portano incise addosso le stigmate della loro classe. La maternità è individuata come uno degli strumenti oppressivi più potenti.
Riflessioni che ancora oggi, si sa, non possiamo ritenere superate, sebbene l’argomento raramente finisca seriamente sotto i riflettori del dibattito politico. Nel silenzio, nella comodità dello status quo le disuguaglianze continuano, si nascondono e prosperano nelle cose più quotidiane: negli orari degli asili, nei congedi di maternità e (non) di paternità, nei vuoti dell’assistenza pubblica. Ancora oggi si riscontra nella società il riverberarsi di categorie e schemi sociali che semplificando potremmo definire antifemministi. E mi chiedo se lo stato di confusione a cui il contemporaneo deve far fronte non stia tacitamente riportando indietro le lancette dell’orologio anche in questo senso.
A volte mi sembra che anche la classe colta abbia smesso di vigilare. Che l’avanzare impetuoso e veloce del contemporaneo, a suon di social e piattaforme di streaming, ci stia facendo perdere di vista le battaglie più importanti. Che il benessere a poco prezzo in cui siamo immersi stia disintegrando la nostra concentrazione. Abbiamo smesso di produrre pensiero e quindi di agire in conseguenza ad esso? In un mondo in crisi, in cui le nuove generazioni devono fare così tanti, spesso inutili sforzi per trovare la loro collocazione, potrebbe essersi risvegliato un istinto regressivo? Viene forse la tentazione di ripristinare schemi sociali che per anni abbiamo tentato di fuggire per sentire che qualcosa ha ancora valore e solidità? In un mondo in cui ci sembra di non contare niente si è risvegliato forse nella società “l’orgoglio di contare tanto” grazie all’identificazione con categorie sociali riconoscibili e compiacenti al potere, di cui parla Richard Hoggart in The Uses of Literacy quando cerca di analizzare le strutture che tengono le donne ancorate al loro ruolo di madri nella classe operaia inglese? Hoggart nota come le donne della classe operaia inglese si sacrifichino con facilità al loro ruolo di madri perché in cambio la società riconosce loro, attraverso una narrazione precisa, un grande valore morale e sociale, ripagandole così del sacrificio.
“A volte mi sembra che anche la classe colta abbia smesso di vigilare. Che l’avanzare impetuoso e veloce del contemporaneo, a suon di social e piattaforme di streaming, ci stia facendo perdere di vista le battaglie più importanti. Che il benessere a poco prezzo in cui siamo immersi stia disintegrando la nostra concentrazione”.
Scrive Eribon: “Per quanto critici e radicali vogliamo essere o divenire, nei nostri comportamenti o nei nostri desideri quotidiani siamo sottomessi, sotto molti aspetti, alle gravitazioni storiche e sociali. […] La verità è che il lavoro di emancipazione può aprire ad altri discorsi, altre possibilità, altre immaginazioni e quindi contribuire a cambiare la realtà; non può abolire il vecchio ordine con un colpo di bacchetta magica”. E ancora cita Sartre: “È proprio in questo modo che bisogna pensare: sollevarsi contro ciò che in noi c’è di inculcato”.
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Una gran parte della riflessione che attraversa La società come verdetto si concentra poi sul rapporto tra cultura ed emancipazione sociale:
“Tuttavia, la luce della cultura irradia sulle persone che vi accedono e su quelle che vi cercano e vi trovano il mezzo per emanciparsi non è che il rovescio della cieca violenza esercitata dalla frattura con cui tanti individui sono collettivamente mantenuti al di fuori di ciò che emerge, nel discorso più generale che il mondo sociale tiene su di sé, come il compimento più nobile, come ciò a cui bisogna accedere. Solo molto tempo dopo mi sarebbe stato possibile pensare a questa funzione della cultura, l’essere cioè il vettore, attraverso la mediazione del sistema scolastico, del perpetuarsi e del legittimarsi della disuguaglianza sociale”. E più avanti: “La classe di origine è caratterizzata proprio dall’assenza di tutto quel che definisce l’adesione a un’altra classe di cui arte, letteratura e musica sembrano essere appannaggio”.
La cultura ha progressivamente smesso di essere una connotazione ancillare del potere, un modo per esprimere una visione – per costruirne una! –, ha smesso di essere status. E dunque ha smesso anche di produrre vera emancipazione. L’avvento dei social network ha dato vita a nuovi ambienti dove la cultura non può che uscire sminuita: appiattirsi, scomparire, essere risucchiata; diventare slogan, propaganda, rinunciare alle strutture complesse.
Più di dieci anni fa lessi in un settimanale di gossip un articolo in cui si parlava di come in India e in Medio Oriente stessero nascendo delle nuove star grazie a TikTok; alcune di queste venivano poi cooptate da Bollywood e arrivavano sul grande schermo. Intervistate, queste nuove star dicevano che, per loro, ballare davanti alla camera per TikTok era un modo per fuggire dalla loro realtà sociale, fatta di povertà e di guerre. Desideravano proiettarsi in un mondo diverso. Compravano finti fondali su Amazon per trasformare la città devastata alle loro spalle in Parigi, New York, in una spiaggia caraibica. Al tempo, e per diversi anni, mentre lo spettro di TikTok incombeva su di noi da lontano, pensavo: non prenderà mai piede in Europa. Noi siamo immersi nell’arte, mi dicevo: non abbiamo rovine da nascondere, guerre da cui scappare. L’arte è il nostro strumento di evasione e continuerà ad esserlo. Evidentemente mi sbagliavo. Eppure mi è ancora difficile definire il fondale al quale vorremmo sottrarci.
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Se è vero che la cultura crea elitarismo, è altrettanto vero che “la padronanza della cultura costituisce il vettore della sua emancipazione personale”: così scrive Eribon a proposito di L’amore, la guerra di Assia Djebar. Da quanto l’emancipazione culturale ha iniziato a non andare più di pari passo con la possibilità di accumulare capitale, questa possibilità di emancipazione, un tempo offerta dalla cultura, sta via via diminuendo, fin quasi a scomparire, come nei momenti più bui della storia antica. Chi la detiene si abbarbica in roccaforti ancor più isolate e impermeabili dei monasteri medievali. Ad oggi, l’unica strada per fuggire dalla propria classe di origine sembra essere piuttosto l’accumulo di capitale. Ma, come si sa, il capitale non produce ricchezza culturale. L’emancipazione attraverso l’accumulo di capitale, nel suo essere completamente scollegata dalla ricchezza intellettuale, contribuisce all’impoverimento della società, alla riduzione delle possibilità di emancipazione altrui. Emanciparsi economicamente significa sopraffare qualcun altro, utilizzare la forza lavoro altrui per aumentare il proprio potere economico. Questa forse è una piccola differenza che ci troviamo di fronte a oltre dieci anni dall’uscita di La società come verdetto: il ruolo sempre più marginale della cultura nelle dinamiche sociali, il suo essere degradata, da (irrequieta, problematica) ancella a vittima sacrificale dei nuovi processi storici.
Oggi la società sembra aver voltato le spalle alla cultura, se non altro per come la intendiamo noi europei. La società è un concetto sempre più globalizzato, e i verdetti sono sempre più difficili da decifrare. Eppure, tacitamente, sono ancora più inappellabili che in passato. Continuare a interrogare quei verdetti però, anche senza speranza di assoluzione, è forse l’unico gesto veramente politico che ci resta.