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Bruno Montesano

La sinistra, tra l’ipocrisia dell’ordine mondiale e l’antimperialismo degli imbecilli

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L’ordine mondiale sta crollando. Una parte della sinistra sembra esserne felice.

L’ipocrisia che per decenni aveva retto l’ordine internazionale è oggi venuta meno. Prima gradualmente, poi d’improvviso. Alcuni lamentano questa perdita, altri la salutano con sollievo: a quella finzione, è preferibile un nemico che si mostra a volto scoperto. L’Europa, inoltre, potrebbe finalmente affermarsi come soggetto politico autonomo e progressivo, nel caos mondiale.

Uno stimolo in tal senso, orientato all’edificazione di un diverso ordine multilaterale post-statunitense, è arrivato dal primo ministro canadese Mark Carney, ex banchiere centrale, che, a Davos, ha detto il 21 gennaio di quest’anno: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima. Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie”.

Carney poi prosegue, affermando che “in un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme”.

Qualche settimana fa Luigi Manconi, su «Repubblica», ha denunciato la fascinazione di parte della sinistra populista, o autopercepita come radicale, per il brutale disvelamento della forza che regge – o si nasconde dietro – il diritto. Per Manconi, chi la pensa così, nutre una sfiducia nei confronti della democrazia liberale, e dei suoi valori,  che si esprime attraverso titubanze, “reticenze” e “omissioni”. La democrazia viene considerata da costoro quasi  un “male minore”, una condizione non desiderabile di per sé come bene assoluto, ma un ripiego di comodo, incapace di suscitare “entusiasmi”. Oltre a ciò, aggiungerei che, alla giusta critica del neoliberalismo da parte di questa sinistra, si accompagna spesso una sopravvalutazione della sovranità nazionale, concepita come rifugio rispetto ai danni provocati dalla globalizzazione del mercato e dall’individualismo, alle quali si contrappongono invece le virtù della comunità nazionale. Questa visione è erronea perché, come spiegato dalla sociologa Saskia Sassen, le infrastrutture della globalizzazione neoliberale sono state costruite da governi nazionali e gli stati continuano a essere necessari per il funzionamento dei mercati. Ma anche normativamente la prospettiva nazionale è da rigettare. È estremamente difficile infatti preferire la classe operaia nazionale, o il popolo, agli stranieri senza ricorrere ad argomenti xenofobi. Parte della sinistra criticata da Manconi, tra liberal-democrazia e nazionalismo, più o meno autoritario, si schiererebbe con quest’ultimo. Magari anche in chiave anti-europeista, come se i giganti della Silicon Valley fossero affrontabili a livello nazionale. Al contrario, è l’Europa, opportunamente riformata che può salvarci dall’attuale caos globale, e (ottimisticamente, spero non troppo) aprire ad una  democrazia cosmopolita a venire.

In secondo luogo, per Manconi, la parte della sinistra radicale o populista di cui stiamo parlando, ritiene che “il nemico del mio nemico è mio amico” – ossia Iran e Venezuela, Putin e Hamas – : è “la sindrome dell’arcinemico”, ossia il cosiddetto campismo, la logica dei campi politico-militari contrapposti, declinata in termini antiamericani e rappresentata attraverso la “geopolitica”. 

In questo senso, va intesa da chi la pratica come una combinazione di realismo (ad esempio: è la Nato che ha provocato la Russia, che si  sentita minacciata nel suo “spazio vitale”) e nazionalismo (i caratteri dei popoli, immutabili, si offrono come agile e non contestabile spiegazione del presente e del futuro). Come scrivono Sandro Mezzadra e Brett Neilson la geopolitica, con il suo approccio deterministico e statocentrico, occupandosi di sole “questioni di potere, dominio e guerra”, nega lo spazio alla possibilità di una “politica di libertà, autonomia e uguaglianza”. 

Il terzo problema individuato da Manconi è che “la sinistra è arrivata tardi e male alla fiducia piena nel diritto internazionale: e ogni volta che se ne rivelano le crepe e le lacune si preferisce abbandonarlo alla sua sorte piuttosto che battersi per la sua migliore e universale applicazione”. Quel che ne resta sono però solo i “rapporti di forza” e la “volontà di potenza”. Per Manconi, affrontare questi problemi significa rendere, nella sua totalità, “la sinistra moralmente e politicamente autorevole”.

L’articolo ha comprensibilmente suscitato diverse stizzite reazioni. Al contrario, Manconi tocca una questione molto rilevante per chi desidera costruire una sinistra all’altezza dei problemi del presente, ossia oltre lo status quo e la nostalgia – e in tal senso, a Bologna, la coalizione di forze sociali No Kings si sta muovendo positivamente. L’unica maggior cautela che Manconi avrebbe potuto avere riguarda la circoscrizione del problema e la questione del diritto internazionale.

C’è senz’altro una parte della sinistra populista visceralmente anti-statunitense, anti-occidentale e antisionista, che mai accetterebbe di criticare anche il campo delle forze arruolate a contrapporsi all’egemonia statunitense. E c’è una parte del giornalismo e dell’opinionismo italiano che fa da grancassa a queste posizioni – l’ultimo esempio è stato l’imbarazzante reportage da Teheran di Elena Basile, giustamente dileggiato da Adriano Sofri. Quest’area, in parte, è sovrapponibile al Movimento 5 Stelle – la cui appartenenza al campo della sinistra meriterebbe però diverse riflessioni, che pure, in parte, abbiamo già fatto in altra sede. Ricordiamo, per ora, solo che prima di aderire al gruppo europeo del GUE (European United Left/Nordic Green Left ), M5S, oltre ad aver flirtato con i nazionalisti di Sarah Wagenknecht e Robert Fico, fece parte dello stesso gruppo dell’estrema destra di Nigel Farage (Efdd, Europe of freedom and direct democracy). Ma, fortunatamente, la sinistra italiana è più ampia del M5S, e ci azzardiamo a sostenere, maggioritariamente, lontana da queste posizioni.

Va inoltre aggiunto che il campo liberale reale – ossia il liberalismo praticato da  alcuni quotidiani e politici, non quello teorico degli insegnamenti di Benedetto Croce o di stampo einaudiano – ha favorito la polarizzazione delle posizioni attraverso liste di proscrizione e un atteggiamento di saccente intolleranza nei confronti di opinioni diverse. Chi non ha immediatamente abbracciato la prospettiva del sostegno bellico all’Ucraina invasa – che, personalmente, condivido – è stato tacciato di putinismo. Una conseguenza di posizioni così sclerotizzate è stata l’espulsione dal dibattito delle posizioni pacifiste, o legittimamente scettiche sull’utilità dell’invio delle armi rispetto al tentativo negoziale. Inoltre, gli stessi che parlavano il linguaggio del diritto violato a Kiev, smettevano di tenerlo in considerazione a Gaza – questo è valido tanto per «Il Foglio», quanto per i  riformisti del Pd, così come per il frastagliato campo centrista. L’area che ha attaccato i cosiddetti  “putinisti” – o “antisemiti”, per lo più colpevoli solo di essere contrari a un genocidio – ha beneficiato di una potenza di fuoco impareggiabile. Queste intimidazioni, oltre all’umiliazione prodotta, hanno favorito il rafforzamento del campo ostile al riarmo e all’alleanza atlantica – poi, infine, picconata dal presidente degli Stati Uniti.

Rispetto al diritto internazionale, la scuola del Third World Approaches to International Law (B. S. Chimni, A. Anghie) ha denunciato l’origine occidentale del diritto internazionale, il suo legame con l’espansione coloniale ma, al contempo, ha visto in questo un terreno di conflitto e di affermazione dei diritti tanto delle classi subalterne contro imprese e governi, quanto dei paesi economicamente marginali contro quelli dominanti. E il diritto internazionale, fino al suo uso alternativo da parte del Sud Africa contro Israele, effettivamente è stato sì applicato in modo selettivo, colpendo solo i presunti “nemici” dell’occidente. Ma, come è stato detto più volte e in altre sedi, questa non è una ragione sufficiente a legittimare l’abbandono di questa fragile forma di universalismo. Tanto più che l’estrema destra globale è oggi all’attacco e, purtroppo, è in splendida forma. Questa destra combatte contro il diritto – e il costituzionalismo – inteso come limitazione del potere sovrano, tanto in patria, quanto a livello internazionale. Da Trump, con le sue milizie che operano al di fuori del diritto – posto che la polizia ha sempre operato al margine tra violenza e diritto –, a Meloni, impegnata nella sua battaglia contro i magistrati e la Costituzione, passando per  Netanyahu, che definisce le Nazioni Unite “un covo di antisemiti”.

Manconi, complessivamente, ha ragione. E non bastano gli insuccessi della democrazia “borghese”, depoliticizzata da quarant’anni di neoliberalismo, a giustificare la deriva di una sua parte – o, quantomeno, il mantenimento di antichi pregiudizi autoritari. La fase politica internazionale è troppo delicata per potersi permettere di essere incoerenti e selettivamente democratici. Si tratta di ripensare l’internazionalismo e, a tal fine, nessuna ambiguità si può avere per regimi come quello di Maduro o di Khāmeneī – tanto meno per quello di Putin. L’approfondimento della democrazia e dell’eguaglianza, l’espansione dei diritti civili e sociali, passa per un maggior rigore etico-politico, non per uno strategismo d’accatto per cui troppo spesso si è fischiettato nelle piazze, accettando di sfilare accanto a persone con cui sarebbe bene non prendere neppure un caffè. Certo era importante opporsi alla pulizia etnica, ai crimini contro l’umanità e di guerra a Gaza e in Cisgiordania ma forse sarebbe stato bene farlo con maggior insofferenza per le pulsioni autoritarie di alcuni con i quali si condivideva la piazza. Forse, così facendo, il successo della Flotilla sarebbe stato anticipato. Più persone si sarebbero avvicinate, meno attacchi sarebbero arrivati dai media ostili – o, comunque, sarebbe stato più difficile per loro demolire le ragioni delle piazze.

Inoltre, è proprio opponendosi all’invasione di Putin che si può più coerentemente denunciare l’azione statunitense in Venezuela. Ma, a parti inverse, questo è il limite di alcuni liberali, che stanno dalla parte di Kiev ma anche di Trump che tira giù un governo a lui sgradito per meri fini strategici (la dottrina Donroe). In un caso, questi liberali si schierano a favore del diritto internazionale, in un altro no – pur se con le distinzioni del caso, dal momento che Maduro non ha vinto delle libere elezioni. Più facile sarebbe quindi stato denunciare, da sinistra, l’incoerenza dei liberali selettivi, che ricorrono ai valori solo per confermare a se stessi di sedere dalla parte giusta della Storia. Accomodati sul proprio benessere, sono troppo presi dallo spauracchio della wokeness – in Italia mai arrivata davvero – per accettare che la storia dell’occidente non sia avanzata from Plato to Nato. E, soprattutto, che da Atene a Gerusalemme, si passa per la rotta atlantica e per gli imperi commerciali che si sviluppavano a colpi di cannone e che non esistano civiltà pure, autoriprodotte in autonomia nella storia, senza ibridazioni. E che, anche dopo la decolonizzazione del post-guerra, l’eguaglianza delle nazioni non è arrivata. 

Questo non significa che un ordine mondiale a trazione asiatica sia necessariamente più desiderabile. Ma le picconate di Trump mostrano come l’occidente sia diviso (per riprendere un aureo testo di Habermas) e che i valori delle uguaglianze e della democrazia possono essere imbracciati da più parti – ad esempio, come detto, dal Sud Africa con il caso contro Israele portato davanti alla Corte di Giustizia Internazionale.

Sul «Financial Times», Ivan Krastev, ha scritto che statunitensi e non sono “esausti causa decenni di doppio standard e ipocrisia liberale di Washington”. Per questo la distinzione di Biden tra democrazie e autocrazie è “fallita così spettacolarmente”. Assistiamo quindi alla “fine dell’ipocrisia”, e con questa alla fine della legittimità della pretesa egemonica statunitense: gli USA agiscono per se stessi e basta, non fingono più di occuparsi degli altri o di un fine più alto. Certo, dopo l’azione a Caracas è ancora più chiaro che non siamo davanti ad una politica isolazionista e di pace come hanno scritto illudendosi rispetto alla National Security Strategy diversi commentatori. Diversi media, solitamente molto cauti nel parlare degli interessi economici o di potenza retrostanti alle scelte delle grandi potenze, dopo la palese violazione del diritto internazionale in Venezuela, non hanno potuto fare a meno di rievocare la storia delle ingerenze statunitensi in Sud America e delle mire petrolifere attuali. 

L’ordine precedente all’attuale, in cui vigeva l’ipocrisia, è ciò che ha generato questo strappo: come scritto da Adam Tooze, “lontano dall’essere impensabile, ciò che l’amministrazione Trump ha fatto è stato immaginato più e più volte”: il diritto internazionale “è sempre stato intrecciato con gli strumenti della guerra liberale – sanzioni, isolamento e operazioni speciali punitive”. L’operazione in Venezuela è “un Frankenstein moderno, il nostro”, conclude Tooze.

Questa continuità non va osservata con compiaciuto realismo: l’ipocrisia ha una sua importante utilità, la forza bruta non è migliore, perché, senza una dimensione normativa, c’è solo il conflitto senza fine. L’obiettivo di una sinistra matura non deve essere quindi quello restaurativo di un ordine pieno di incoerenze e asimmetrie di potere. Al di là della logica del male minore e dell’individuazione di un nuovo asse del potere globale intorno al quale unirsi, bisogna prioritariamente trovare gli strumenti per respingere le estreme destre. Solo un’inedita alleanza tra movimenti e forze politiche progressiste può permettere di provare ad istituire un ordine internazionale davvero cosmopolita, dove non sia necessario scegliere tra libertà e eguaglianza.

Bruno Montesano

Bruno Montesano è dottorando in “Mutamento sociale e politico” presso le Università di Torino e Firenze. Collabora con diverse testate e ha curato Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi (E/O, 2024).

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