Si è appena conclusa la miniserie "Amadeus", disponibile su Sky. La biografia di Mozart — fatta di talento assoluto e sregolatezza — è da sempre un materiale irresistibile per drammaturghi, registi e sceneggiatori. E ogni nuova versione della storia riesce nell'impresa di suscitare nuove polemiche, interessanti nella misura in cui dicono più del loro tempo che della realtà del compositore austriaco.
Mozart avrebbe commentato così: “Accidenti al cielo e mille sacristi, croati in miseria, diavoli, streghe, fantasmi, battaglioni della croce senza fine, accidenti agli elementi, aria, acqua, terra e fuoco, Europa, Asia, Africa e America, gesuiti, agostiniani, benedettini, cappuccini, minoriti, francescani, domenicani, certosini e signori della santa croce, canonici regulares e irregulares, e tutti i fannulloni, mascalzoni, imbroglioni, asini, bufali, buoi, buffoni, oche e volponi! ma che razza di maniere, 4 soldati e 3 bandoliere?”
Il testo è originale ed è fra i più innocenti fra le lettere del ventenne Wolfgang Amadeus Mozart alla cugina Anna Maria: lettere che tanto turbarono, ed evidentemente turbano, molti di coloro che immaginano il più grande dei musicisti come puro spirito. E bisognerebbe farle rileggere al considerevole numero di “battaglioni della croce senza fine” che hanno gridato allo scandalo per la serie inglese Amadeus (su Sky, ideazione di Joe Barton, regia di Julian Farino e Alice Seabright, con William Sharpe nel ruolo di Mozart, Paul Bettany in quello di Salieri, Gabrielle Creevy in quello di Constanze).
Invece, la serie pone almeno tre grandi temi che vanno al di là della sua realizzazione, e comunque la si pensi vale la pena rifletterci su.
La prima questione riguarda la reiterata calunnia nei confronti di Antonio Salieri, che viene raccontato come l’artefice della morte precoce di Mozart (a 35 anni, nel dicembre 1791), infamando così l’onorabilità del musicista.
Ora, come forse è noto, la serie ha due precedenti, anzi tre: il più noto è il film Amadeus di Miloš Forman, che uscì nel 1984 ed ebbe un enorme successo, vinse otto Oscar, quattro Golden Globe, quattro BAFTA e tre David di Donatello. Raccontava lo strazio e l’invidia di un musicista bravo e dedito, appunto Antonio Salieri, ma non immenso come il giovane e irriverente ragazzo, appunto Mozart, le cui note sembravano provenire dal cielo, e la conseguente decisione di annientarlo, portandolo alla morte. A sua volta, il film veniva dall’omonimo dramma teatrale di Peter Shaffer, del 1978, direttamente ispirato al microdramma Mozart e Salieri che Aleksandr Puškin scrisse nel 1830.
Ci sono motivi precisi per cui Puškin, Shaffer e Forman scelsero Salieri come antagonista di Mozart, e sono tutti verificabili, e persino filologici. Dopo la morte di Amadeus, la sua vedova, Constanze, si risposa con Georg Nikolaus von Nissen, a cui confida le parole di Mozart, che von Nissen a sua volta riporta nella biografia che gli dedica.
Ovvero: “Con profondo dolore la moglie vedeva la sua salute declinare sempre più. Quando una volta, in una bella giornata d’autunno (27 o 28 ottobre), si recò al Prater in carrozza con lui per distrarlo, ed essi sedevano soli, Mozart cominciò a parlare della morte e affermò di scrivere il Requiem per sé stesso. Aveva le lacrime agli occhi mentre lo diceva e quando ella tentò di distoglierlo da quei pensieri neri, egli rispose: “No, no, lo sento troppo, non durerò molto: di sicuro mi hanno avvelenato! Non so liberarmi da questo pensiero”. Queste parole gettarono nello sconforto il cuore di sua moglie: a stento poté consolarlo e dimostrargli l’infondatezza di quelle sue idee malinconiche. Convinta che la sua malattia s’aggravasse e che il lavoro del Requiem lo affaticasse troppo, consultò un medico e gli portò via la partitura”.
Anche altri biografi, i coniugi Vincent e Mary Novello, che ebbero colloqui con Constanze, Nannerl, la sorella di Mozart, e altri, riportarono questa versione:
“Il figlio (il secondogenito Franz Xaver) contesta la diceria che Mozart sia stato avvelenato da Salieri, nonostante che il padre lo credesse e Salieri lo avesse confessato sul letto di morte. Circa sei mesi prima di morire Mozart fu colto dall’orrendo pensiero che qualcuno lo volesse avvelenare con Aqua Toffana. Un giorno chiamò Costanza e prese a lamentarsi di forti dolori ai lombi e spossatezza generale: uno dei suoi nemici, disse, gli aveva somministrato la mistura letale, essendo preventivamente in grado di calcolare con esattezza l’istante della sua morte. ‘So che devo morire!’ esclamò, ‘qualcuno mi ha dato dell’Aqua Toffana e ha calcolato esattamente fin d’ora il giorno della mia morte’”.
L’acqua tofana era un misto di arsenico, piombo e antimonio ed era alquanto in voga come veleno. E l’ipotesi di un avvelenamento di Mozart era già stata formulata pochi giorni dopo la sua morte, sulla Wiener musikalische Wochenzeitung del 12 dicembre 1791. Ma la chiamata in causa di Salieri viene dallo stesso Salieri: nel novembre 1823, infatti, il compositore tenta di uccidersi presso l’Ospedale Generale di Vienna, dove era ricoverato da diverso tempo. In quello stesso anno, come si legge nei Quaderni di Conversazione di Beethoven, un giornalista viennese, nel dargli la notizia, commenta che la coscienza di Salieri confermava i sospetti sulla morte di Mozart. Nel 1824, è il nipote di Beethoven a scrivere nei Quaderni dello zio: “Salieri afferma di avere avvelenato Mozart”.
Ora, sono molto pochi coloro che credono a questa storia, e con ogni probabilità la morte di Mozart è dovuta a una febbre o a un’infezione, e sul punto sarà difficilissimo arrivare mai alla verità, ammesso che conti, perché come sempre avviene in questi casi si moltiplicano le ipotesi, e negli anni gli assassini di Mozart sono stati molti, dal fratello di loggia Franz Hofdemel (geloso della moglie Magdalena, allieva del compositore, che il giorno dopo la morte di Amadeus viene ferita alla gola e sfigurata dal marito, che si uccide), all’amico Gottfried van Swieten, che avrebbe cercato di curargli la sifilide col mercurio, fino a Franz Süßmayr, sospettato di essere l’amante di Constanze (tesi che la serie riprende).
Pettegolezzi, mito, quel che volete. Ma non si può accusare gli autori della serie e del film e del testo teatrale, come è stato fatto più volte in questi giorni, di aver calunniato Salieri. Il povero Salieri si è calunniato da solo, per chissà quale dolore dell’anima e della mente: altri hanno raccolto le sue parole, altri ancora ne hanno tratto una storia.
E questo è il secondo punto. Amadeus, in tutte le sue varianti da Puškin a Barton, non è un biopic.
I detrattori della serie hanno accusato gli autori di aver fornito un’immagine di Mozart fuorviante e non corrispondente alla realtà. Esattamente come fecero i detrattori del film. Su Panorama del 17 marzo 1985 Tullio Kezich si indignò: “I mozartiani stenteranno ad accettare l’immagine del divin fanciullo sconciata in quella di un cretinotto irresponsabile dalla risata cavallina”. Ora, che Mozart non fosse un cretinotto è ovvio, ma che fosse decisamente fuori dalle convenzioni è accertato in pagine e pagine di lettere, in composizioni come Leck mich im Arsch letteralmente “Leccami il culo” (che la vedova e l’editore cambiarono in Laßt froh uns sein, “Gioiamo”), e dai rimproveri paterni. Anche qui, bisogna sfatare parecchia mitologia, inclusa quella che riguarda la miseria finale di Mozart, che non fu del tutto tale, anche se prestiti ne chiese parecchi e anche se dopo la sua morte lasciò una cifra irrisoria. Sappiamo anche (ne scrive Constanze) che Mozart ebbe parecchie avventure che la vedova chiama “scappatelle con chellerine”, ovvero “graziose giovani ragazze” che “vanno saltellando per la vita senza sapere cosa loro succede e a che scopo vivono”. Sappiamo che non disdegnava l’alcool (ponce, soprattutto), e che non gestiva abilmente le proprie finanze.
“Pettegolezzi, mito, quel che volete. Ma non si può accusare gli autori della serie e del film e del testo teatrale, come è stato fatto più volte in questi giorni, di aver calunniato Salieri. Il povero Salieri si è calunniato da solo, per chissà quale dolore dell’anima e della mente”.
Ma tutto questo sarebbe interessante se Amadeus fosse una biografia: e non lo è mai stata, fin da quando qualcuno ha pensato di raccontare una storia che non riguarda la verità su Mozart, ma la verità sul talento (su cui ha molto ben scritto su Lucy Martina Lodi). Chi, oggi, sarebbe disposto ad ammettere di non avere talento? E quanto si deve soffrire quando, sia pur studiando e lavorando, qualcun altro, qualcuno di irripetibile, ci mette davanti agli occhi (o alle orecchie) cosa sia davvero quel talento? Questo, e questo soltanto, è il cuore di Amadeus: la celebrazione della mediocrità e l’abominio della perfezione, incarnata in un “bambino osceno” che sconvolge Salieri. Probabilmente, però, questa non è l’epoca giusta per parlare di mediocri: il Salieri di oggi si limiterebbe a dire che il vero talento è il suo, e che il “ridacchiante ragazzino” è un incapace. Il Salieri inventato è in realtà un gigante, in tutte le varianti delle storie, perché capisce.
In Shaffer dice: “Mi hai instillato la percezione dell’Incomparabile – che la maggior parte degli uomini non conoscono mai! – e quindi hai fatto in modo che mi sapessi mediocre in eterno”. La vera questione che la serie, ancora una volta, pone è che non riusciamo più a credere alle storie: le pretendiamo reali, anche quando non hanno mai avuto l’intenzione di esserlo, come in questo caso.
Ma c’è un terzo punto su cui le polemiche sono diventate incandescenti. La scelta di un attore di origini giapponesi per interpretare Mozart e quella di due attori di colore (Enyi Okoronkwo e Jyuddah Jaymes) per i ruoli di Lorenzo Da Ponte e Franz Süßmayr. Apriti cielo: è stato tirato in ballo il woke, il generale Vannacci che aveva ragione, il politicamente corretto, le zecche comuniste e tutto quello che potete immaginare.
Ora, io non conosco le motivazioni dei registi, ma so di aver visto per anni Aide bianche, Otelli e Monostati in black face senza muovere un sopracciglio. Se adesso il sopracciglio lo inarco, è grazie al lungo lavoro che è stato fatto su questo punto per farci capire che il problema non è la filologia, ma il nostro modo di intenderla.
Quando uscì un’altra serie, Gli anelli del potere, tratta da Tolkien, si registrarono diversi svenimenti nel fandom per la presenza di attori neri per un elfo, una regina di Numenor, una principessa dei nani e alcuni hobbit. All’epoca, Wu Ming 4 ricordò che le licenze poetiche ci sono sempre state (i piedi degli Hobbit, per esempio), e scrisse:
“In fondo, l’abolizione della coerenza etnica nelle serie tv, come Bridgerton, Gli Irregolari di Baker Street, La Ruota del Tempo, e Gli Anelli del Potere, equivale a dire una cosa che – secondo un celebre aneddoto, vero o falso che sia – Albert Einstein scrisse sul modulo di richiesta d’ingresso negli Stati Uniti d’America, da emigrante in fuga dalla Germania nazista: alla voce “race” il padre della teoria della relatività scrisse “human”. Il fatto che nella rappresentazione scenica la mescolanza etnica avvenga senza alcuna giustificazione filologica, ossia come manifesta affermazione di unicità della razza umana, mette allo specchio la nostra visione razzializzante di questo mondo, quella a cui siamo abituati da sempre”.
Certo, ci possono essere e ci sono debolezze in Amadeus: ma non sono queste. Semmai, il suo merito è proprio di evidenziare che la debolezza più forte è esattamente la nostra, perché ogni storia, se è tale, è lo specchio di quel che siamo, e anche di quel che non vogliamo.