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Perché sono trent’anni che siamo in fissa con i Pokémon?

Della Penna Cover

ll franchise giapponese compie trent’anni e continua come sempre a produrre videogiochi, fumetti, pupazzi e carte collezionabili. Il successo planetario di Pokémon è senz’altro dovuto alla sua capacità di aggiornarsi e di intercettare il pubblico più giovane in maniere sempre nuove, ma anche a una generazione di trentenni che, affezionatasi durante l’infanzia col gameboy, non ha mai smesso di seguire il marchio.

È una mattina particolarmente fredda. Sto andando alle Poste a fare cose da grandi delle quali continuo a non capire molto bene il senso. Prima di entrare faccio un respiro, prendo il telefono per cercare di nuovo su Google come si compila un F24 e, improvvisamente, mi accorgo che a qualche metro da me c’è un incantevole Vulpix bianco (aspetto tipico della forma regionale di Alola).

Lo guardo e mi rassicuro pensando che si tratti di un segno di buon auspicio: posso farcela, riuscirò a comunicare in maniera efficace e assertiva con l’impiegato allo sportello e non dovrò tornare qui anche domani. Sì, sarò finalmente libera, libera dalle catene della burocrazia, libera di vivere la mia vita correndo tra branchi di Vulpix di Alola selvatici. Sorrido e poi lo catturo perché comunque devo completare le missioni giornaliere di Pokémon Go.

Pochissimi giorni fa, Pokémon, il brand di videogiochi nato dalla fantasia di Satoshi Tajiri, ha compiuto trent’anni. Il primo franchise del mondo per incassi è diventato grande insieme a noi millennial degli anni ‘90, o forse si potrebbe dire che è esso stesso un millennial degli anni ‘90 (un core millennial o un late millennial, dipende dal subreddit in cui vi trovate). E, come generalmente accade nella vita degli esseri umani, l’ingresso nell’età adulta porta con sé nuove responsabilità: se i bambini restano il target principale di The Pokémon Company, è innegabile il fatto che una grande parte di chi partecipa al successo del franchise sia composta da persone che superano la maggiore età.

Le nuove generazioni che continuano a scoprire e ad amare i Pokémon si aggiungono progressivamente alle generazioni precedenti, a partire da quelle dei bambini degli anni ‘90, contribuendo così a costruire una fanbase sempre in espansione. A più generazioni corrispondono esigenze e aspettative diverse, oltreché un universo culturale e videoludico decisamente cambiato negli ultimi decenni. Un esempio interessante di adattamento alla contemporaneità da parte del brand è lo spin-off Pokòpia, il primo life simulator di Pokémon in uscita il 5 marzo per Switch 2. A giudicare dai teaser, sembra essere un rilassante sandbox game nel quale sostanzialmente fai giardinaggio in uno scenario post-apocalittico, calato in un’atmosfera e una grafica che richiamano Animal Crossing e Minecraft, due dei giochi più popolari degli ultimi anni.

Probabilmente, uno degli elementi che ha contribuito al trentennale successo di Pokémon è stato il suo essere transmediale, cioè l’esistere contemporaneamente in più forme e su più piattaforme. La serie principale di videogiochi esce in Giappone per il Game Boy di Nintendo nel 27 febbraio 1996 con Pokémon Rosso e Pokémon Verde (per noi occidentali è stata inaugurata da Pokémon Rosso e Pokémon Blu nel 1998), e oggi conta 27 titoli – se si considerano anche tutti i remake e la serie Legends.

Da questa si sono inizialmente sviluppate in parallelo la serie anime, il Trading Card Game (dal 2024 anche in versione pocket, cioè digitale), e il manga (quello dove i simpatici mostri durante le lotte muoiono invece di svenire e basta, come invece accade nei videogiochi e nell’anime). Subito dopo sono arrivati anche i prodotti cinematografici, più di 20 dal 1998 ad oggi, e tantissimi spin-off videoludici distribuiti su diversi dispositivi più o meno portatili, il più famoso dei quali è probabilmente Pokémon Go, lanciato nel 2016 – anno del ventesimo anniversario.

E, ovviamente, c’è tutto l’infinito universo del merchandising, che per me si riduce a qualsiasi forma nella quale vogliano propormi Eevee e a uno stupendo cuscino di Dratini-che-dorme che non potrò mai permettermi (l’ultima volta che ho controllato costava 200 dollari, ma insomma).  Ah, adesso c’è pure il Poké Park. 

“Pochissimi giorni fa, Pokémon, il brand di videogiochi nato dalla fantasia di Satoshi Tajiri, ha compiuto trent’anni. Il primo franchise del mondo per incassi è diventato grande insieme a noi millennial degli anni ‘90, o forse si potrebbe dire che è esso stesso un millennial degli anni ‘90”.

Credo che la fase iniziale della mia esperienza con il mondo Pokémon sia piuttosto simile a quella di molti miei coetanei. Era un pomeriggio di gennaio, facevo la terza elementare e mi trovavo a casa di un’amichetta a fare i compiti con la tv rigorosamente accesa. A un certo punto sullo schermo comparve questo adorabile topo giallo che fa versi simili a uno starnuto insieme ad un ragazzino dall’energia palesemente Sagittario. Io e la mia amichetta veniamo completamente rapite: per noi, la pokémania era appena iniziata. Almeno fino alla quinta elementare ogni pomeriggio possibile sarà dedicato a seguire le avventure intraprese da Ash per diventare campione di tutte le leghe di tutte le regioni di tutti i mondi possibili.

Quando le puntate dei Pokémon finivano mi rivolgevo ai Digimon soltanto per provare qualcosa di vagamente simile, più o meno con lo stesso spirito con il quale, qualche anno dopo, tra un capitolo e l’altro di Harry Potter mi sarei costretta a leggere Il Signore degli Anelli – senza mai superare le prime cinquanta pagine. Il fatto è che il Digiworld era oscuro e minaccioso, un po’ come la Terra di mezzo, mentre il mondo Pokémon è sempre stato più accogliente e pacifico, proprio come Hogwarts e le sue sale piene di camini magici nelle quali si legge, si mangiano caramelle assurde e il conflitto resta sempre tutto sommato controllato. La ricerca di un posto sicuro, per me, ha sempre vinto sul valore letterario. Lo so, fan di Digimon e soprattutto fan del Signore degli Anelli (qualcosa mi dice che le due categorie si sovrappongono): sono consapevole di essere basic.

Direttamente proporzionale all’ossessione per l’anime arriva, inevitabilmente, quella per le carte dei pokémon (in Italia il Set base esce due mesi dopo la saga televisiva). La scarica di dopamina generata dallo sbustare un Charizard olografico era seconda soltanto a quella provocata dall’inserimento della stessa carta all’interno di un oggetto che non esito a definire di culto: il raccoglitore. Neanche a dirlo, rientro tra quelle persone il cui prezioso raccoglitore è andato perso per sempre in qualche stringa cosmica, e, insieme a lui, una cifra che in questo momento oscillerebbe almeno tra i 300 e i 700 euro. Perché, che ci piaccia o no, Pokémon è diventato anche questo: un circolo di denaro da collezionisti e rivenditori. Devo confessare, però, che, in questo momento storico, trovo qualcosa di romantico, quasi di rassicurante, nel monetizzare sulle carte dei Pokémon invece che sulle cryptovalute.

A 10 anni ho ricevuto il mio primo Game Boy con Pokémon Rosso. Non essendo cresciuta con una PlayStation in casa (sono ancora convinta che la mia coordinazione occhio-mano ne abbia risentito), avevo pochi riferimenti in ambito videoludico: provenivo dall’insanabile trauma di un Tamagotchi morto di fame dopo 48 ore, e le giornate passate a creare famiglie dai valori discutibili – ma con tantissimi cuccioli – in The Sims sarebbero arrivate più in là. 

E così, all’inizio del gioco, a Biancavilla (la Pallet Town italiana), all’interno del laboratorio del Professor Oak, il vecchio scienziato e ricercatore di pokémon, arriva la prima decisione da prendere. Forse la prima vera scelta sulla quale un minore in Occidente ha totale arbitrio: gli starter. Non ho mai avuto l’autostima al limite della megalomania di chi sceglieva Charmender, né la pace interiore di chi sceglieva stoicamente Bulbasaur: Squirtle è sempre stata l’unica opzione possibile. Razionale, affidabile, ma soprattutto superefficace contro elementi – Fuoco, Terra e Roccia – che incutono atavicamente molta più paura rispetto a quelli che subisce: l’Erba possiede sempre una connotazione gentile e il Lampo, si sa, dura poco.

A ripensarci, la prima vera missione che ci viene assegnata nell’universo Pokémon è un’operazione da biologi specializzati in tassonomia: registrare e classificare tutte le creature che si incontrano sulla propria strada nel Pokédex. Soltanto anni dopo avrei scoperto che questa prospettiva quasi linneiana nasceva dalla passione del giovane Satoshi Tajiri per il collezionare più tipologie di insetti possibili, come è raccontato molto bene ne Il mio mondo, i miei Pokémon, la biografia manga del creatore del brand appena uscita in italiano per J-Pop Edizioni. L’idea di scoprire nuovi animaletti fantastici, prendermene cura e catalogarli mi ha sempre divertito molto di più rispetto all’affrontare i combattimenti. Certo, la vulgata vuole che i giochi Pokémon siano generalmente tra i meno sfidanti da portare a termine, ed è sicuramente così, però faccio ancora incubi sul Raichu di LT. Surge (il Capopalestra  di Aranciopoli, la terza città che si incontra lungo il viaggio da allenatore pokémon). Poi arrivò l’adolescenza e ogni traccia di questioni vagamente infantili venne spazzata via.

Settembre 2021. Il mondo stava faticosamente sopravvivendo a una pandemia, avevo 29 anni e mi trovavo nel pieno di quell’autocondanna alla precarietà eterna che è il dottorato di ricerca. Dalle profondità del mio subconscio risalì un pensiero: Chissà se esiste ancora Pokémon Go. Quando era uscito nel 2016 non avevo un dispositivo che potesse supportarlo, quindi, mio malgrado, non avevo potuto partecipare all’isteria collettiva che sembrava aver coinvolto una cospicua parte di popolazione mondiale. Non ne sentivo parlare da un po’, ma l’applicazione era ancora lì e il mio nuovo telefono sembrava essere compatibile. Era il momento giusto per accogliere distrazioni. Con mia grande sorpresa si aprì un mondo parallelo in fervente movimento: intorno al mio avatar di questo nuovo piano dimensionale si muovevano alcuni Pokémon; scoprii addirittura di essere vicina a ben due pokéstop e ad una palestra.

Da quel momento, non è passato un giorno senza che io abbia aperto Pokémon Go, anche soltanto per non perdere la sequenza giornaliera delle azioni di manutenzione ordinaria (cattura un pokémon, gira un pokéstop). Il sistema di geolocalizzazione dell’applicazione – inizialmente Niantic acquisiva i dati da Google Maps, ma dal 2018 si affida a OpenStreetMaps – rende spazio di gioco quasi tutto il mondo conosciuto. Ciò implica che, a differenza dei videogiochi, non sono io ad entrare nelle regioni Pokémon, ma è piuttosto il pokéverse ad interagire con la mia realtà. Questo ha ammantato di un’aura quasi magica anche alle attività quotidiane più banali. Il mondo si scompone così in un insieme di biomi fantastici sovrapposti a quelli naturali: nello stesso parco cittadino convivono metafisicamente piccioni, passeri e corvi insieme a Pidgey, Pidove e Starly. Attività poco entusiasmanti come il fare la spesa, pagare le bollette, andare alle poste si fondono con le missioni della piattaforma – ogni tanto si schiude anche un uovo – e diventano occasioni di incontrare nuovi pokémon che difficilmente scantonerebbero dalla via di casa. Si potrebbe dire che questo nuovo modo di vivere il reale sia assurto a una sorta di strategia di sopravvivenza: portare sempre con me un posto familiare mi dà almeno una parvenza di un controllo che su tanti altri aspetti della vita adulta sembra sfuggire.

Questa prospettiva mi ha permesso di vivere contesti più formali con una leggerezza che non mi appartiene (vi stupireste della quantità di pokémon che ho catturato dentro l’Accademia della Crusca), ma anche di gestire momenti più tristi. Conosco molto bene le palestre che si prendono dal reparto di Oncologia dell’ospedale di Chieti dove accompagnavo mio padre: a ogni visita, a ogni terapia lasciavo un pokémon, come fosse un totem messo lì a proteggerci. 

Ma è diventata anche un fatto identitario. Andare in giro con un cappellino a forma di Espeon a 33 anni diventa la rivendicazione di una visione del mondo che non si arrende all’idea di adulto imperante. O che non si arrende a LinkedIn.

“Fuori dal Giappone, dove Pokémon è praticamente sempre rimasto patrimonio nazionale e parte integrante dell’immaginario collettivo, la Pokémania è stata probabilmente in parte inglobata da una più ampia retromania”.

In effetti credo di aver appena descritto il fenomeno contemporaneo del kidulting, che riguarda persone socialmente percepite come adulte che adottano comportamenti legati all’infanzia, di solito per evadere da una realtà che non sempre corrisponde alle aspettative: basti pensare al successo degli album da colorare “per adulti” o alla popolarità dei Labubu, ma anche al film Barbie.

Non saprei dire se sono kidult o semplicemente nerd, ma, guardando a molti dei miei coetanei, mi sembra sempre più evidente che stiamo dando vita a una nuova categoria socio-antropologica dell’over 30. E l’industria culturale ha ben intercettato questo processo nostalgico, prendendo di mira il pubblico millennial con un’infinita quantità di ritorni, reboot e remake: sia in ambito cinematografico — si pensi, soltanto a titolo esemplificativo, a Freakier Friday, Mean Girls 2 o al prossimo capitolo di Legally Blonde — sia in quello videoludico, con operazioni come Final Fantasy VII Remake o il rilancio della saga di Tomb Raider previsto per il 2026. La nostalgia dei primi anni Duemila è parte della contemporaneità: come spiegare, altrimenti, il ritorno di Hilary Duff?

Fuori dal Giappone, dove Pokémon è praticamente sempre rimasto patrimonio nazionale e parte integrante dell’immaginario collettivo, la Pokémania è stata probabilmente in parte inglobata da una più ampia retromania. Ma, all’alba dei suoi 30 anni, resta indubbio quanto il franchise sia ancora culturalmente rilevante anche da noi.  Abbiamo appena visto Lady Gaga e Jigglypuff cantare insieme per uno spot del Super Bowl. E non dimentichiamo che proprio la star dell’ultimo half-time show, Bad Bunny (classe ‘94), in Debí Tirar Más Fotos – vincitore del Grammy per miglior album del 2025 – cita due pokémon leggendari  di seconda generazione per autoelogiarsi: “Lugia, Ho-Oh / Cabron yo soy legendario” (La Mudanza, vv. 49-50).

Ma non serve andare così distante per misurare l’impatto di Pokémon nell’orizzonte simbolico mondiale. Nell’ottobre 2025 è stata annunciata una collaborazione che conferma la teoria del multiverso: le Poste italiane, l’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato e The Pokémon Company hanno collaborato, per la Giornata della Filatelia 2025, alla creazione di medaglie commemorative a tema Pokémon. In pratica da mesi ci sono poster giganti di Pikachu negli uffici postali di tutta Italia: se non è rilevanza culturale questa.

Qualche sera fa (a proposito di iperfissazione) guardavo una live di Cydonia, uno youtuber che apprezzo molto. Durante la diretta, osservava insieme alla community come, negli ultimi anni, l’attenzione economica di The Pokémon Company verso la serie principale di videogiochi sembri relativamente contenuta rispetto alle dimensioni complessive del franchise: la conseguenza di questo atteggiamento è che si sta aprendo uno spazio di mercato senza precedenti per le realtà (più o meno indipendenti) che propongono giochi monster collector.

Su questa riflessione, l’atmosfera della live si è fatta sensibilmente malinconica. Ho pensato istintivamente all’immagine del Professor Oak che all’inizio della prima avventura di Pokémon Rosso ci lascia il testimone del suo sogno di riempire il Pokédex perché lui è “troppo vecchio” per realizzarlo. Sembra quasi che The Pokémon Company, compiuti 30 anni, stia – volontariamente o meno – lasciando il testimone a un nuovo ecosistema di giochi, e che noi, cresciuti tra le strade di Kanto, Johto, Hoenn, Sinnoh e tutte le altre poké-regioni ci troveremmo finalmente costretti a crescere o a esplorare nuovi confini.

Forse ci aspetta una nuova epoca di giochi con mostri collezionabili che non siano Pokémon, o forse no (da fan del brand mi auguro che a un certo punto ci sia un cambio di priorità). Ma mi piace pensare che, pensione permettendo, comprerò peluche di Eevee anche a 70 anni. Una cosa è certa: Biancavilla resterà sempre un luogo esistenziale nel quale tornare tra un’avventura della vita e l’altra per sentirsi, almeno per un po’, al sicuro.

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