Una chiacchierata sulla politica, la scuola, l’amore, il padre e il suo ultimo romanzo, "L’invenzione del colore", che racchiude tutte queste cose e le tiene assieme in un miracoloso equilibrio.
Una volta una scrittrice mi ha detto che senza generosità non c’è talento. Da allora mi sono convinta che il vero talentuoso non conosca la parsimonia, racconti di sé a cuore aperto, non tema di essere derubato delle proprie idee e storie. Nel caso di Christian Raimo, scrittore e intellettuale, nonché professore di filosofia in un liceo romano (e mio amico, da anni), difficile non fare questa associazione. Conosciuto forse più per il suo strenuo attivismo e le sue battaglie politiche, Raimo è tuttavia prima di tutto uno scrittore di fiction e alla fiction oggi è tornato dopo otto anni con L’invenzione del colore (La Nave di Teseo), candidato al Premio Strega 2026 da Luciana Castellina. Dopo due raccolte di racconti, Raimo aveva scritto Il peso della grazia (2012) e La parte migliore (2018), romanzi notevoli anche se più imperfetti e scostanti di questo nuovo. Oggi lo scrittore ha ritrovato da un lato la vena nervosa degli esordi ma nel frattempo s’è tolto un po’ di zavorre anche stilistiche: la sua scrittura è più aerea, la struttura più solida e il risultato, a parere di chi scrive, è strepitoso. L’invenzione del colore è almeno tre o quattro libri insieme: c’è il romanzo investigativo che riguarda il padre morto e ex dirigente della Technicolor; c’è una storia d’amore fratturata e sul suo finire; c’è il rapporto – comico e tenero – di Raimo con un suo studente borgataro, c’è poi un racconto più aneddotico, quello del colore del titolo.
Un libro sul potere, sulla violenza, un’educazione sentimentale fuori tempo massimo, un romanzo politico e ovviamente un libro sul colore. Io l’ho letto anche come romanzo sulla perdita e sul corpo. Tra le pagine più belle del libro ci sono quelle sul padre morente (“Il corpo di mio padre occupa ogni angolo dei nostri discorsi. C’è una bellezza infinita e persino comica”).
Durante questa conversazione che si è svolta mentre Christian era in treno e quindi continuamente spezzata dalla linea che cadeva, da messaggi di Trenitalia, da sirene e altri rumori lancinanti – puro “realismo interrotto”, come quello dei suoi personaggi – credo di essere riuscita a capire come si regge la miracolosa architettura di questo nuovo libro. Il trucco è in alcune travi o argini o forse addirittura muri portanti che Raimo si è costruito.
Come stai? Sei contento dell’accoglienza che sta avendo il tuo libro?
Sono contento, sì, nel disastro dell’editoria italiana, soprattutto nel disastro dell’attenzione rispetto alla narrativa letteraria, mi sembra che questo libro stia facendo il suo percorso.
Che pessimismo!
Vabbè, devo dire che finora chiunque l’abbia letto mi ha detto che è bellissimo e io quasi mi vergogno, sono imbarazzato. I critici hanno detto cose encomiastiche, sono stati molto generosi. Mi porterò nella tomba quello che ha detto Sandro Veronesi alla presentazione romana e cioè era molto difficile portare avanti ogni storia in sé ma ancora di più era difficile l’integrazione delle varie storie tra di loro e mi ha lusingato che parlasse di equilibrio, di struttura riuscita. Detto da Veronesi, poi… se c’è uno scrittore italiano che ammiro per la sua capacità di costruire l’architettura è lui.
Poi lui è pure un architetto…
Sì, infatti lui diceva proprio “Non so come facciano gli scrittori a costruire storie senza essere architetti”.
Certo, quasi nessuno sembra ricordarsi dei tuoi precedenti libri di narrativa, come se fossi un esordiente.
Be, il mio ultimo libro di narrativa era del 2018 e per l’editoria vuol dire un’era fa.
Vorrei partire dal colore. Ci conosciamo da vent’anni ma non avevo mai pensato che tu sei figlio di uno che ha lavorato tutta la vita alla Technicolor e ha contribuito a inventare l’ENR [in breve: un rivoluzionario metodo di trattamento del colore cinematografico, ndr] e io sono figlia di una pittrice, sono cresciuta in una casa piena di colori, pennelli e con una madre ossessionata dalle sfumature. Tuo padre e mia madre sono morti a pochi anni di distanza. Mi hanno colpito, tra le altre, le pagine “ospedaliere” e il tuo rapporto con il corpo malato.Io non sono riuscita a prendermi cura del corpo di mia madre e lo rimpiango. In compenso, come te sogno e ho sognato continuamente mia madre. “Non è che i morti non parlino. È solo che dimentichiamo come ascoltare” mi pare lo dicesse Pasolini anche se è una frase che associo a Patti Smith, in ogni caso tu l’hai ascoltato tuo padre e hai scritto questo libro… Senza quei sogni forse non l’avresti scritto?
Credo che la letteratura sia un modo per mettere in relazione i vivi e i morti. Scrivere è anche questo: dare una parola a chi non c’è più e trovare, attraverso le storie, un legame che continua nel tempo. È anche per questo che scrivo. Però, no, lo avrei scritto comunque, anche senza sogni. Quello che mi ha davvero spinto è stato il senso di ingiustizia: per la morte improvvisa di mio padre e per come è stato curato, e per la vicenda della Technicolor italiana, simbolo di una crisi industriale gestita male [La Technicolor è stata chiusa nel 2013, ndr]. Queste due storie, una privata e una collettiva, mi sono sembrate legate e universali: parlano della malattia, del lavoro, della dignità delle persone.
Da dove sei partito per costruire il libro che avevi in mente?
In questi anni ho perso e ritrovato più volte la fiducia nel romanzo e nella possibilità di raccontare il mondo. Come molti altri scrittori a un certo punto ho pensato di scrivere una specie di giallo, perché è una forma che permette di indagare la realtà. Il mio però è un giallo picaresco, assurdo: un’investigazione su un padre morto. Mi serviva per tenere insieme due cose che amo molto, l’inchiesta sociale e il romanzo comico-picaresco, appunto. Mi ha influenzato anche una certa tradizione che va dalla commedia all’italiana alle dramedy contemporanee, capace di mescolare dramma e ironia, soprattutto nella costruzione dei personaggi. Come dicevo sono partito da un’indagine reale, ma inizialmente era una domanda lanciata nel vuoto. Allora sono partito dal dolore per ciò che non abbiamo visto nella vita dei nostri genitori, un dolore spesso nascosto, che scopriamo solo dopo. Hai presente? Le famiglie, in fondo, sono uno specchio del mondo: le loro ferite riflettono i processi storici. E una delle chiavi del libro è proprio questa: il grande trauma del Novecento, che arriva fino alle nostre case, è stato anche una violenza di massa che ha colpito i bambini e attraversato le generazioni.
In che modo?
Attraverso la violenza delle guerre o la pedofilia: abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a scoperte di contesti religiosi, educativi, sociali in cui esisteva una la violenza sistemica di abuso, pensa anche questa storia di Epstein. A me colpisce – al di là ovviamente della cultura patriarcale – una violenza maschile nei confronti dell’infanzia e comunque degli adulti nei confronti dei bambini e questo perché effettivamente mai come nel Novecento i bambini sono stati massacrati dalle guerre mondiali. Per me sono stati molto importanti i libri di Bruno Maida, ad esempio. Mio padre era comunque un bambino nato 1942 quindi figlio della guerra…
Eh sì, mia madre era nata nel ‘39…
Quindi ce la siamo portati dietro quella roba lì, secondo me è un pezzo di dolore che si tramanda di generazione in generazione. A un certo punto ho trovato in questa ricerca una strana coincidenza per cui molte persone che hanno lavorato sull’invenzione del colore al cinema, da Herbert Kalmus a Walt Disney, sono tutte persone che avevano vissuto la violenza della guerra magari perché avevano dei genitori che sono stati uccisi in guerra. Mi ha colpito che in fondo fosse un modo per lenire quel dolore abissale e quella violenza senza senso nei confronti dei bambini. Il colore è un tentativo di guarire da quella violenza.
In questo romanzo apri molti varchi: da una parte la storia famigliare, e collegata ad essa la storia della Technicolor, e dall’altra la storia d’amore che si intreccia alla politica. Anche nei libri precedenti, hai fatto un tentativo estremo di apertura ma a volte il risultato era esasperante o inautentico. Qui invece è tutto in precario ma riuscito equilibrio. Come hai fatto?
Ho lavorato sull’inchiesta, su come si scrivono le inchieste e ho capito molte cose. Nelle inchieste non puoi andare da tutte le parti e hai bisogno di tenere insieme vari piani, e per me il piano più importante è quello… lo chiamerei dell’”inconscio sociale”.
Sarebbe?
Quando ho scritto il libro e prima il podcast su Willy Monteiro Duarte (Willy, una storia di ragazzi, ndr) il mio riferimento fondamentale era il modo in cui David Simon ha costruito la serie tv The Wire o il modo in cui Jablonka ha analizzato il femminicidio nel suo libro Laëtitia o la fine degli uomini. Quello che ho fatto è stato applicare il metodo storico a una vicenda narrativa. La mia amica Vanessa Roghi chiama il metodo storico “l’anima di fine mondo” e concordo: tu dentro il metodo storico riesci a inserire tutte le altre forme di ermeneutica, puoi raccontare qualunque storia e metterci, per dire, lo sguardo psicanalitico, lo sguardo fenomenologico, quello spirituale, sociologico ma quello che riesce a tenere insieme a tutti questi sguardi è una narrazione che abbia la forza la struttura della complessità. Libri come La chiamata di Lea Guerriero o La guerra in casa di Luca Rastello mi sono stati d’esempio.
Quindi il metodo storico ha funzionato da paletto per la tua tendenza digressiva a incasinarti? Ti ha aiutato a gestire la complessità?
Sì. E poi era un po’ il contrario di quello che stavano facendo le persone intorno a me. Nei romanzi italiani contemporanei si cerca molto di raccontare il passato attraverso lo storytelling, a me invece interessava una narrazione che vuol raccontare la storia. Sicuramente in questo senso il lavoro di Alessandro Leogrande è stato importante. La sua riflessione sul meridionalismo, la sua capacità di trovare dentro le piccole storie le tracce delle grandi storie. Tanta roba.
Tempo fa, all’epoca de La parte migliore mi avevi detto “Voglio scrivere i libri come John Cassavetes fa il cinema”. Conosci il mio amore per i suoi film, ma forse Cassavetes con il suo modo di inserire tutto, anche scene troppo lunghe o esasperanti o sbagliate non andava bene per te.
Sì, quello è il cinema migliore degli anni 70, cinema con cui sono cresciuto e che mi dava la possibilità di andare dentro di personaggi poi ho capito che quella cosa forse mi veniva automatica. Se devo pensare veramente a un romanzo che amiamo entrambi è Bambini nel tempo, ecco qui Ian McEwan riesce a raccontare il disastro del thatcherismo attraverso una vicenda iper-privata.
Tra l’altro per me Bambini nel tempo è un libro su un aborto…
Ma in ogni caso la storia un aborto avviene all’interno di un mondo in cui ci viene negata la possibilità di vivere bene.
Insomma, sei riuscito a scrivere un libro senza risultare eccessivamente ipertrofico. L’invenzione del colore sta piacendo a tutti, sta piacendo a un sacco di lettrici e qui veniamo a Gadda, il personaggio femminile.
Sono partito dall’idea di volere raccontare una donna attivista e femminista e il mio rapporto con le femministe. Tra l’altro nei romanzi contemporanei è quasi assente il racconto dell’ambiente dei collettivi e delle assemblee, mondo che in questi ultimi anni ho frequentato davvero tanto. Ho anche pensato a una cosa che mi aveva detto una volta Carlo Verdone cioè quando lui Troisi, Nuti, Moretti hanno cominciato a fare diciamo la commedia alla fine degli anni 70 e all’inizio degli anni 80 c’era stato un grande cambiamento cioè non si poteva più fare come avevano fatto i padri della commedia all’italiana, una commedia di relazioni tra uomini e donne che prescindesse dal femminismo. In Un sacco bello o Ricomincio da tre o Madonna che silenzio c’è stasera ci sono i maschi diciamo imbelli, in crisi e invece le protagoniste sono donne che fanno politica, che hanno che hanno fatto il femminismo. Ecco anche io volevo raccontare un personaggio femminista, rompiscatole e affascinante.
Gadda ridimensiona ogni volta Christian, però pure lei… per capire le emozioni studia la filologia greca!
Da una parte c’è un personaggio che ha come alibi la sua depressione e non sa litigare e dall’altra parte una persona che pensa che attraverso la giustizia le idee si possano risolvere i problemi: è chiaro che è una storia tra loro difficilmente riescono a portarla avanti.
“Credo che la letteratura sia un modo per mettere in relazione i vivi e i morti. Scrivere è anche questo: dare una parola a chi non c’è più e trovare, attraverso le storie, un legame che continua nel tempo. È anche per questo che scrivo”.
Citi più volte il romanzo di Milan Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere. Perché hai? Io lo considero uno dei libri perfetti su amore e politica.
Sì… i grandi eventi del mondo e le relazioni personali! Alle volte dico per scherzare che le crisi dei miei genitori negli anni 80 erano determinate dal referendum sulla scala mobile. Questo tipo di relazione tra grandi processi storici e piccole nevrosi private spesso non si trova dentro ai romanzi. C’è quella scena magistrale nel libro di Kundera, quando Tereza capisce che non riesce più a tollerare la mancanza di amore di Tomáš, in cui se ne va di casa e poi però nel momento in cui arriva sul marciapiede sotto risale a prendere la macchina fotografica e va con Tomáš alle manifestazioni di Praga. Di nuovo c’è un inconscio importantissimo, individuale, ma c’è anche un grande un grande inconscio collettivo e mettere insieme queste due cose può avvenire solo col romanzo.
Il peso della grazia era un romanzo sull’ossessione, La parte migliore sul dolore, L’invenzione del colore è un romanzo sulla perdita, ma in tutti e tre i c’è la sensazione che siamo in un’epoca di passaggio, uno scarto generazionale, prima di noi i nostri padri e noi rimasti, come diresti tu, senza patto sociale. Dimmi di più. Che cosa si è guastato?
Ne L’invenzione del colore la perdita è la perdita di un patto collettivo, di un equilibrio che sembrava garantito. Siamo la generazione cresciuta dentro l’idea che quel patto fosse solido. La generazione dei nostri padri aveva una concezione del lavoro molto diversa dalla nostra: il lavoro non era solo un mezzo di sostentamento, ma una forma di identità, di stabilità, di riconoscimento sociale. Era il luogo attraverso cui si realizzava concretamente la promessa democratica. Noi, invece, siamo cresciuti credendo in quella promessa, ma l’abbiamo vista incrinarsi. Quel patto si è guastato quando la stabilità si è trasformata in precarietà, quando il lavoro ha smesso di essere uno spazio di costruzione del futuro ed è diventato intermittente, incerto. Eventi simbolici e storici – come la rottura della fiducia democratica nei primi anni Duemila e la crisi economica del 2008 – hanno reso evidente che non c’era più un terreno solido sotto i piedi. E tuttavia, proprio nel raccontare questa frattura, il romanzo prova a salvare qualcosa: l’idea che, anche se il patto sociale si è rotto, possa ancora esistere un patto educativo, una trasmissione di senso e di valori che tenga insieme ciò che resta e permetta di immaginare nuove forme di convivenza.
Parliamo di un personaggio che torna in tutti i tuoi romanzi: la Madonna. Giuseppe il sindacalista da La parte migliore pregava la Madonna, anche il tuo alter ego Christian del libro va a cercare la Madonna in pellegrinaggio un po’ da disperato. L’hai fatto davvero quel viaggio? E perché sempre la Madonna e non direttamente Dio?
Sì, alcuni di quei pellegrinaggi li ho raccontati, altri li tengo quasi per me, perché sono percorsi molto intimi, qualcosa da custodire. In questi anni il mio rapporto con la Madonna è stato spiritualmente molto importante. Mi piace andare a pregare nei santuari mariani – dal Santuario del Divino Amore, a Roma, fino a luoghi meno noti come la Madonna del Silenzio ad Avezzano – perché lì trovo uno spazio di raccoglimento, di silenzio. La Madonna ritorna nei miei romanzi perché per me non è solo una figura religiosa, ma un personaggio che non smette di sorprendermi. Fa parte della fede cristiana, certo, ma spesso viene privata dei suoi aspetti più umani. E invece Maria è una ragazza del popolo, una giovane donna concreta, che fa una scelta. Questo elemento della scelta è per me potentissimo: non è una figura passiva, ma qualcuno che risponde, che accetta una chiamata. Per questo nei miei libri metto uomini un po’ in crisi, uomini che cercano la Madonna mentre fanno fatica a stare in relazione con donne reali, loro coetanee, con cui costruire un rapporto alla pari. In questa tensione c’è anche un percorso personale: negli ultimi anni le mie educazioni fondamentali sono state il cattolicesimo e il femminismo, e nella figura di Maria vedo un punto di incontro possibile. Tra l’altro la preghiera mariana, il Rosario, è una forma geniale di meditazione. In un’epoca in cui molti cercano pratiche per staccarsi dal vortice del mondo, noi abbiamo già una tradizione che offre uno spazio di ripetizione, di cura. La Madonna è una donna che medita nel suo cuore, che si prende cura con intelligenza, che canta un Dio che rovescia i potenti dai loro troni. È una figura insieme contemplativa e attiva, spirituale e politica.
Spesso nei tuoi libri ci sono dei finti buoni come Riccardo de La parte migliore, forse anche Christian è un finto buono o almeno così Gadda lo fa sentire: come uno che vuole bene a tutti ma non ama nessuno. Chi sono i buoni e perché è così difficile amarli?
Per me il nodo sta nella difficoltà di tenere insieme autenticità e giustizia. Sono cresciuto con un senso della giustizia molto forte, anche grazie a mio nonno che mi ha trasmesso l’amore per le storie e per la lettura: nei suoi racconti c’era sempre un’idea chiara di ciò che è giusto e sbagliato. Questo però ha finito per prevalere sulle altre emozioni. Come molti maschi sono cresciuto in una dimensione emotiva ancipite e molto monca. Rabbia, dolore, passione li sento, ma faccio più fatica ad abitarli e condividerli; l’ingiustizia invece la riconosco subito, è un sentimento che conosco bene.
Il problema è che la giustizia da sola non basta a fare la bontà. La bontà non è solo correttezza morale, ma capacità di amare davvero, di esporsi emotivamente. E questo è molto più difficile. Anche il cristianesimo mostra come la vera bontà non coincida con l’essere irreprensibili: Gesù spiazza i farisei, cioè ai finti buoni, con quella famosa battuta fulminante degna di uno stand up cioè che non “è l’uomo che appartiene al sabato ma il sabato che appartiene all’uomo”. Come a dire che il bene dell’uomo è superiore alle regole rigide. Oppure anche quando Pilato chiede a Cristo “Tu sei il figlio di Dio?” e lui risponde “Tu l’hai detto”, ecco questo spiazzamento di fronte alla giustizia umana da parte di una giustizia che invece è vertiginosa, trascendente e oltre umana… a me interessa capire quello che dici tu e cioè che non si può essere buoni da essere umani: ci vuole sempre qualcos’altro e appunto per me il Vangelo è emotivamente convincente.