Pare che, dopo più di 30 anni, “Striscia la notizia” chiuda. Bilancio di un programma tv popolarissimo, molto potente, amato e contestato, capace di anticipare molti dei fenomeni culturali e politici di oggi.
Dunque pare che, dopo 38 anni, Striscia la Notizia vada verso la chiusura. Vale la pena scrivere “pare” un po’ perché Antonio Ricci ci ha abituati ai colpi di coda, un po’ perché la notizia non è ancora ufficiale e i commiati sono dovuti al fatto che i social del programma sono stati, in buona sostanza, “requisiti” da Mediaset e tolti alla disponibilità di chi lavorava al programma. Ma forse già in questa modalità non lineare di addio c’è qualcosa di quello che ha significato Striscia la Notizia, un programma di cui si è detto, a bassa voce, per anni che fosse intoccabile. “Non possono chiuderlo”, “è inamovibile”, “se lo toccano succede un casino”. E invece i famigerati dossier di cui si è a lungo favoleggiato o non esistono o non spaventano. O, forse, ipotesi ancora più probabile, abbiamo semplicemente scoperto da una quantità di inchieste disparate che ormai in Italia esistono decine di fabbriche di dossier e, quindi, semplicemente i segreti non esistono più. Oltre al fatto che nessuno scandalo dura più di tre giorni e quindi tutti i dossier del mondo sono inutili.
Quando chiude un programma storico come questo c’è poi il rischio di commentarne semplicemente l’ultima versione o – cosa ancora più probabile nella critica culturale all’italiana – commentarne la versione e il ruolo che si sono sedimentati nella memoria, in barba a ogni successiva trasformazione. Ma Striscia è stata tantissime cose. Innanzitutto il primo tg (satirico) di Mediaset, prima del Tg5 e la continuazione, per altre vie, di Drive In, cioè il programma simbolo della Fininvest anni ‘80. Ma, soprattutto, il programma più visto della tv italiana, quasi quotidianamente, per anni. E non oggi che bastano quattro milioni per vincere una serata, ma quando la tv era davvero rilevante in questo paese. (E comunque, perfino nell’ultima stagione in cui è andata in onda Striscia superava comodamente i tre milioni di spettatori a sera. Spettatori veri, non visualizzazioni online per cui bastano due secondi per autocertificarseli). Un programma al centro di polemiche, scoop, interrogazioni parlamentari, articoli di giornale. Un programma simbolo come pochi, addirittura l’origine di tutti i mali per qualcuno, il campione della propaganda berlusconiana al suo apice, l’esempio della tv maschilista o – restando solo all’aspetto televisivo – il programma che ha prima inventato l’access prime time e poi lo ha “stirato” (e anche su questo paginate di discussioni, molto prima delle polemiche Affari Tuoi – Ruota della Fortuna).
Striscia è stata un’arma politica fortissima in un’epoca in cui per diventare armi politiche si poteva inventare un tormentone sul Fu-Fu di D’Alema e questa cosa spostava realmente l’opinione pubblica. (Per chi non c’era, innanzitutto “che vi siete persi”, poi Fu-Fu era il nome che Striscia diede all’abitudine di D’Alema di soffiarsi sulle mani e – che ci crediate o no – il ceto medio progressivo si infuriava moltissimo per come questa cosa poteva svilire la figura pubblica del segretario dei DS, PDS o come si chiamavano allora). A maggior ragione oggi che vediamo i canali Mediaset infarciti di programmi che, soffiando sul fuoco dell’emergenza immigrazione, dell’emergenza criminalità o di ogni altra emergenza, aiutano più FDI e Lega che Forza Italia, viene da chiedersi come facesse Striscia a muovere tanti voti e a essere così funzionale al processo comunicativo del partito allora egemone della coalizione. Anni in cui, se incontravi le persone per strada, pareva che nessuno votasse Berlusconi e poi, il giorno delle elezioni, sorpresa… Anni in cui sembrava che Striscia non lo guardasse nessuno e tutti continuavano a sottovalutarne l’impatto perché quel mix di personaggi bizzarri, vocine e gag poteva sì intrattenere, ma non convincere davvero, invece…
Striscia ha poi inventato in Italia un modo di fare giornalismo che, per mille vie, vediamo ancora ovunque e che ha avuto pure pesanti ricadute in politica. Dentro Striscia ci sono i prodromi della Casta di Rizzo e Stella – per esempio la campagna sugli affitti ai politici a prezzi stracciati anticipa il libro di anni – ci sono i prodromi delle Iene e di Ranucci (adesso che il velo è stato squarciato possiamo dirlo con convinzione e non per provocazione, come capitava fino a poche settimane fa). Il Gabibbo, ovviamente, è stato l’antesignano di tutti i giornalisti della “ggénte”. Anni in cui la minaccia “chiamo il Gabibbo” spaventava i malfattori persino più della minaccia “chiamo la polizia”. E cosa c’è di più simbolico del Gabibbo? Un pupazzo per bambini – a ricordarci che agli italiani bisogna parlare come a ragazzini di seconda media neanche troppo intelligenti – che però sgomina il male. Dove gli americani hanno il Batman di Nolan, noi abbiamo il Gabibbo di Ricci. E il primo M5S? Non è figlio di Striscia e del Gabibbo? L’idea che senza la casta tutto andrebbe rapidamente al suo posto? Il mugugno genovese come discorso politico? Grillo ricorda il Gabibbo o il Gabibbo ricorda Grillo?
E ovviamente, accanto al Gabibbo, Staffelli e il suo tapiro non sono anche i riferimenti ideali di tutte quelle pagine social che oggi spopolano come Welcome to Favelas o di quelle figure come Cicalone che si ergono a paladini dei cittadini indifesi? Ormai ci sono perfino uomini politici che sono indistinguibili da uno dei mille inviati di Striscia. (Vi invito a guardare le pagine social dell’onorevole napoletano Francesco Emilio Borrelli e ditemi se sono tanto diverse per linguaggio e modalità dai servizi di Striscia di Luca Abete).
Ma Striscia, nella sua storia, ha fatto anche tanto altro. Ha svelato in anticipo i vincitori di Sanremo, lo scandalo della Missione Arcobaleno (soldi dati in beneficenza che non finivano davvero in beneficenza), il caso dell’uranio impoverito e lo scandalo Wanna Marchi (sì, molto prima della serie Netflix, cari Gen Z). Ha anche rivelato un’infinita serie di fuorionda di politici (uno dei primi su un giovanissimo Tajani), giornalisti e personaggi dello spettacolo (il più clamoroso dei quali, per le conseguenze almeno, su Flavio Insinna). Ultima rivelazione clamorosa – la ricorderanno quasi tutti – quello del giornalista Andrea Giambruno, allora compagno della premier. Era solo il 2023 e pensavamo tutti che Striscia riuscisse a essere ancora rilevante. Ma era solo l’ultima zampata. Spesso, inoltre, questi scandali sono stati combattuti e sono diventati fatti di dominio pubblico attraverso grandi campagne, combattute in maniera così decisa che anche notizie magari trascurabili diventavano fatti di rilievo nazionale. Ma ci sono state anche campagne di tutt’altro genere, per esempio quella contro la conduzione di Paolo Bonolis di Affari Tuoi, che prese pieghe molto personali e divise gli spettatori in maniera molto netta.
E poi “le veline”, entrate con tale forza nell’immaginario di tutti (anche dei detrattori) che ormai nessuno coglie neanche più la “battuta” che dovrebbe celarsi dietro il loro nome. Negli anni in cui Berlusconi veniva combattuto a suon di scandali sessuali più che con la politica, le veline erano, infatti, il simbolo di quello che, pochi anni dopo, avremmo chiamato “patriarcato”. Eppure proprio nella reazione di Ricci alla questione delle veline c’è uno dei segreti che hanno caratterizzato questi 38 anni di programma. Prevenire ogni attacco senza fare mai un passo indietro, ma anzi farne due in avanti. Sfruttare le polemiche per ottenere ulteriore attenzione. Non difendersi dalle accuse, ma accusare gli altri di ipocrisia se non di colpe o vizi anche maggiori. Una strategia che ha sempre funzionato e che, forse, è andata in crisi proprio quando Striscia e Ricci hanno vinto. Perché è evidente che con Trump, con Brexit, con il primo M5S in Italia, con Salvini (soprattutto della Bestia), ciò che rendeva Striscia vincente in tv ha vinto anche in politica. Lo stato d’animo che Striscia sapeva titillare ogni sera ha conquistato tutto. Quei trenta-quaranta minuti, sul finire degli anni ‘90 e nei primi duemila, erano una liberazione. Solo che puoi sentirti “libero” quando i politici da dileggiare sono D’Alema o Fassino. Ma contro Di Maio, Trump, Boris Johnson, cosa puoi fare? Quando i politici parlano come te, usano i social come te, fanno i servizi per denunciare i disservizi invece di risolverli, proprio come se fossero Jimmy Ghione, come si fa a inventare un nuovo linguaggio? I video realizzati con l’AI di Trump che scarica letame o di Vannacci all’epoca dell’impero romano non sono pura “Striscia”? Non è una sconfitta di Striscia in sé questa, ma solo la presa d’atto che è finito in mondo in cui la tv può essere rilevante in quel modo perché è dilagata altrove.