Il cambiamento climatico sta cambiando sempre più drasticamente il mondo per come lo conosciamo. Le stagioni si anticipano e costringono gli animali e le piante spostarsi in nuovi habitat e, così, a comprometterne gli ecosistemi: perché allora i governi continuano a ignorare la catastrofe?
Metà gennaio e le mimose sotto casa sono già fiorite. Ma lo erano, di questi tempi, anche l’anno scorso e l’anno prima ancora. Nei prati del parco dove cammino con Coco, il cane di casa, ci sono le pratoline e le veroniche in fiore. Anche la malva, con i suoi petali rosati, che rompono il grigio dell’aria, un misto d’inverno e di smog. Ma anche questa non è una novità. Fuori città, nel mio caso, Roma, sono già fioriti il mandorlo e il rosmarino. I primi ricci sono usciti dal letargo e alcuni rapaci, hanno cominciato, da giorni, i corteggiamenti. Non c’è nulla di straordinario.
Quello che invece non era previsto è la nidificazione di una coppia di rondini in ottobre. Quando cioè, questi meravigliosi uccelli sono in viaggio o in gran parte tornati nei quartieri invernali, in Africa. È avvenuto, a fine 2024, nel Parco Oglio Sud, nel mantovano. Quattro i pulcini nati, due dei quali si sono involati alla metà di novembre, anche se solo uno è riuscito a farcela. Il gruppetto di rondini tardive è rimasto in zona fino ai primi giorni di dicembre. Nel gennaio dello scorso anno, in Portogallo, alcuni ricercatori hanno trovato alcuni piccoli nati da poco. Sono soltanto due episodi, tra quelli noti.
Che alcune rondini – quelle comuni – si facciano vedere anche d’inverno, non è un evento raro. Da tempo sono segnalate in Italia, soprattutto in Sicilia e Sardegna, con una certa regolarità, ma anche in altre regioni come il Lazio, la Campania e la Lombardia. Io stesso, qualche anno fa, mi recavo a osservare un gruppetto di rondini che in pieno inverno sfrecciava sull’acqua di un canale del parco nazionale del Circeo. Ma un conto è svernare anche dove normalmente si passa solo parte dell’anno, se le condizioni lo permettono, un conto è nidificare fuori stagione.
Uno studio recente del dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, ha scoperto anche altro. Utilizzando i dati raccolti dalla cattura e ricattura di 9.000 rondini nidificanti in Pianura Padana nell’arco di 31 anni (1993-2023) i ricercatori hanno evidenziato come nel periodo esaminato si sia verificato un calo significativo nella massa corporea – fino al 4% nei maschi -, nella lunghezza dello sterno e delle ali. Solo il becco e le zampe non hanno subito variazioni altrettanto percepibili. Insomma, quello che è risultato evidente è che la dimensione delle rondini è diminuita.
Ma non si tratta di un adattamento evolutivo a qualcosa che sta cambiando, piuttosto è la conseguenza di condizioni ambientali peggiorate che possono tra l’altro compromettere la loro presenza a lungo termine.
Come si spiegano gli episodi fin qui descritti? Si tratta di eventi localizzati, casuali, straordinari? La prima risposta riguarda l’origine. E questa sta nell’aumento delle temperature. Un fenomeno che è ormai noto da tempo, parte significativa dei cambiamenti climatici, in atto. Che faccia mediamente più caldo, lo dicono le statistiche, non certo le percezioni di gruppo o le interpretazioni dei singoli.
Secondo Copernicus, il servizio meteo della Ue, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, 1,5 gradi in più rispetto allo scorso secolo. Un anno che insieme agli ultimi dieci, è risultato essere tra i più caldi mai registrati.
In quanto al secondo quesito, la casistica si è così arricchita nel tempo: ciò che era considerato insolito sta diventando o è diventato normale. Resta da approfondire, quanto certi fenomeni possano impattare sulle singole specie e sugli ecosistemi. E non è un esercizio che avviene tra l’oggi e il domani, servono dati e conferme, anche se qualche evidenza c’è. Anche perché collegata ad altri effetti dei cambiamenti climatici.
Prendiamo la fenologia, parola che deriva dal greco phainómenon, che sta per ciò che appare o che si manifesta. Aggiunto a logia, vuol dire studio delle apparenze e delle manifestazioni. In questo caso, è lo studio degli eventi che si ripetono durante la vita di una pianta o di un animale. Come possono essere il momento della fioritura, la maturazione dei frutti, lo sviluppo o la perdita delle foglie e per la fauna, la deposizione delle uova, la migrazione, l’inizio o la fine del letargo. Se questo calendario, che si è perfezionato nel tempo, subisce variazioni, possono emergere problemi.
Quando avviene uno sfasamento temporale – per esempio l’anticipo della fioritura di una pianta – questo può mettere a rischio le interazioni ecologiche, tra le specie, come avviene, per esempio, tra piante e gli insetti impollinatori. Uno dei casi più noti, riguarda la cinciallegra. Questo grazioso uccello mette al mondo i propri piccoli quando c’è la disponibilità sufficiente di bruchi con cui sfamarli. Allo stesso tempo, le uova dei bruchi si schiudono proprio quando c’è il massimo sviluppo delle giovani foglie degli alberi, di cui si nutrono. Da qualche anno, in alcuni paesi, la popolazione di cinciallegra ha anticipato la deposizione delle uova proprio in risposta all’aumento della temperatura. Ma questo non è tuttavia coinciso con la massima presenza dei bruchi.
Un altro esempio, riguarda lo stambecco. I piccoli di questa nobile capra selvatica vengono al mondo quando la vegetazione che si sviluppa negli habitat montani dove la specie vive, è all’apice. Se c’è un anticipo sui tempi e quindi la copertura vegetale non è proporzionata, possono avvenire ripercussioni sul successo della riproduzione, a cominciare da una minore sopravvivenza invernale per i più piccoli.
Sono due esempi di mismatch, il fenomeno causato proprio dal cambiamento climatico e che ha appunto impatti sui ritmi stagionali di piante e animali. Accade che vengono meno gli allineamenti tra le specie, a causa delle velocità con cui queste reagiscono all’aumento della temperatura.
È ormai accertato, che il calendario delle stagioni è cambiato in tutta Europa. La tendenza generale e sta portando un anticipo della primavera. Già dieci anni fa si stimava che la stagione dei pollini cominciava 10 giorni prima ed era più lunga di quanto non fosse negli anni ’60 del secolo scorso. In quanto alla fauna, si ha sempre più evidenza, di letarghi più brevi, di riproduzioni – come nel caso degli anfibi – sempre più precoci, di arrivi e ripartenze di migratori, con scadenze temporali modificate nel tempo.
Proprio le specie migratorie sono le più vulnerabili alle relazioni tra i fattori climatici e le reazioni comportamentali a questi, dal momento che i segnali di partenza che spingono al viaggio di trasferimento, non possono prevedere con precisione le condizioni di quelle di destinazione e dei siti di sosta lungo il percorso. In Europa, il riscaldamento globale sta influenzando le tempistiche di migrazione per molte specie, anticipando, ad esempio, il picco di presenza primaverile del cibo disponibile, dai 9 ai 20 giorni.
Uno studio ha verificato, che la nota farfalla monarca nordamericana – quella dei grandi spostamenti dai siti di riproduzione estivi in Nord America ai siti di svernamento in Messico centrale – negli ultimi 29 anni ha ritardato la migrazione di sei giorni ogni decennio. Gli individui che migrano più tardi, sembrano avere minori probabilità di raggiungere i siti di svernamento rispetto alle migrazioni precedenti, e questo dipenderebbe dalla disponibilità di cibo lungo il loro percorso.
C’è poi un altro impatto significativo sulla distribuzione della flora e della fauna. Riguarda i cambiamenti di distribuzione, anche per parecchie centinaia di chilometri, di alcune specie. Avviene che molte di queste, animali ma anche vegetali, stiano abbandonando i loro habitat originari per andare in cerca di condizioni climatiche più favorevoli. In particolare, si assiste a spostamenti verso nord e verso l’alto. Questo comporta inevitabili cambiamenti degli ecosistemi, con rischi di degrado sempre più diffusi.
È il caso delle foreste boreali – la taiga – che potrebbero subire un deperimento nella loro parte meridionale, mentre si espandono a nord. Anche in Italia, uno studio del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), condotto sulle foreste montane di cinque regioni, ha evidenziato come i cambiamenti in atto le renderanno quasi irriconoscibili in futuro. Proprio a causa dei cambiamenti climatici, gli alberi che attualmente vivono in queste aree potrebbero scomparire dalle loro posizioni attuali o migrare di diverse centinaia di metri.
Spostarsi più a nord e più in alto è una risposta all’aumento della temperatura, ma non sempre è possibile. Ci sono condizioni impreviste e ostacoli da superare. La marmotta, per esempio, rischia di non trovare lo stato di humus necessario per scavare le sue tane. La lepre variabile – così chiamata perché cambia il colore del mantello, d’inverno mimeticamente bianco per la neve – rischia di andare in competizione con la lepre europea, più adattabile, che grazie all’aumento delle temperature sta conquistando sempre più spazi. Agli uccelli alpini, può invece capitare di trovare limiti e barriere proprio dalla conformazione delle aree più elevate, che limita la possibilità di insediarsi in nuovi habitat. È quello che sta accadendo, per esempio, alla penice bianca.
In generale, l’innalzamento delle temperature, favorisce alcune specie e ne mette in difficoltà o a rischio altre. Il fatto che alcune specie che vivono più a Sud, trovino le condizioni anche adatte a Nord, è purtroppo solo una faccia del fenomeno.
Prendiamo il mare, dove si assiste all’arrivo sempre più frequente di specie tipiche di acque più calde. Nel caso del Mediterraneo, si parla addirittura di tropicalizzazione del bacino, tanto da creare preoccupazioni non solo per il futuro della biodiversità autoctona, ma anche per gli impatti che questi cambiamenti possono influire sulle economie locali, come quelle legate alla pesca.
Prendiamo il mare, con l’arrivo e l’espansione di specie di acqua più calde. Tanto che circa 1 milione di specie animali e vegetali sono a rischio, nel mondo. Attualmente, più di 172.600 specie nella Lista Rossa IUCN, con oltre 48.600 specie minacciate di estinzione, tra cui il 44% dei coralli costruttori di barriere coralline, il 41% degli anfibi, il 38% degli alberi, il 38% di squali e razze, il 34% delle conifere, il 26% dei mammiferi, il 26% dei pesci d’acqua dolce e l’11,5% degli uccelli. Tra le cause principali, proprio i cambiamenti climatici.
Di questi dati, importa poco, o nulla alla politica. Già assistiamo a un calo d’interesse sul tema dei cambiamenti climatici, se non proprio di avversione verso chi ammonisce sulle conseguenze dirette che da questi possono scaturire – come nel caso degli eventi meteo estremi –, figuriamoci cosa può importare se una cinciallegra non è in sintonia con i bruchi o se una pianta alpina, raggiunta la vetta, non sa più dove andare.
Molti degli accordi e delle politiche di contrasto al riscaldamento globale, sono al momento fermi o vengono rallentati. Se non addirittura smantellati. Eppure un sondaggio Ipsos del 2025 evidenzia una sempre maggiore preoccupazione tra la popolazione, con il 74% degli intervistati a livello globale (76% in Italia) che si dice allarmato per le conseguenze nel proprio paese. Un dato in aumento in 18 dei 27 paesi monitorati dal 2022, che dimostra una crescente consapevolezza delle minacce che incombono, in particolare nei paesi ad alto rischio climatico.
Di contro, si assiste ad una deresponsabilizzazione dei singoli, con meno persone, rispetto al passato, convinte che sia necessario agire individualmente. Del resto, se gli esempi vengono dall’alto, non può meravigliare questo passo indietro, di fronte ad un problema così grande, dove il singolo, seppure consapevole e di buona volontà, rischia di sentirsi impotente. L’auspicio è che questo atteggiamento sia solo temporaneo, figlio dell’attuale contesto, e che quanto prima si possa dare continuità alle scadenze previste dalle convenzioni internazionali sul clima, dove anche il ruolo individuale è parte dei processi necessari.
Torniamo al gennaio da poco trascorso. Uno studio condotto dall’Università di Milano in collaborazione con la Lipu (la Lega Protezione Uccelli) e importanti ornitologi europei e pubblicato sulla rivista scientifica «Wildlife Biology», rivela che la migrazione di molti uccelli selvatici (oggi cacciabili in Italia) verso i luoghi di riproduzione inizia già entro la prima decade di gennaio, e per alcune specie, come il tordo bottaccio anche prima, dalla terza decade di dicembre.
Lo studio ha analizzato 23 specie di uccelli cacciabili sulla base di oltre 4 milioni di dati della piattaforma di citizen science Ornitho.it al fine di valutare la tempistica della migrazione di questi in Italia.
Quello che emerge è che con la stagione riproduttiva in anticipo, andrebbe rivisto anche il calendario venatorio, per evitare che la caccia possa interferire durante un momento così delicato della vita di questi animali. Chi si aspettava qualche interesse per questo studio, che appunto conferma anche solo per verificarlo o approfondirlo – a parte ovviamente la categoria direttamente coinvolta, cioè i cacciatori -, è rimasto deluso.
Ancora più delusi quelli che speravano sulla chiusura anticipata della caccia. Perché, come avviene per molte cose, c’è anticipo e anticipo.