Articolo
Gianni Forte

Peter Brook, l’alchimista del vuoto

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La carriera e l'arte di quello che è stato uno dei più innovativi registi teatrali, nel giorno del suo anniversario di nascita.

Forse si dovrebbe cominciare da ciò che non si vede. Non dal palcoscenico. Non dal gesto. Nemmeno dall’attore. Dal prima. Da quell’attimo sospeso in cui la sala trattiene il fiato. Le luci si abbassano lentamente e l’aria cambia densità. Le parole si ritirano, simili a un’onda che ha appena toccato la riva, le conversazioni si spengono una dopo l’altra. Qualcosa si prepara. Un battito trattenuto. 

In quella fenditura dove il tempo esita prima di aprirsi, Peter Brook ha riconosciuto la sorgente della propria investigazione artistica. Una poetica disarmata, spoglia di enfasi, che rinuncia agli effetti per inseguire un passaggio fragile, ma vivo, tra la realtà e la sua trasfigurazione. Brook scrive che si può prendere uno spazio vuoto e chiamarlo scena. Ma quello spazio non è un paradosso filosofico né un deserto trascendentale. È una cavità fertile. Un’attesa in cui l’immaginazione si raccoglie come prima della pioggia. Quell’intuizione si struttura in un libro che cambierà la storia del teatro contemporaneo: The Empty Space, pubblicato nel 1968 e tradotto in più di quaranta lingue. In quelle pagine Brook traccia una mappa imprescindibile, distinguendo quattro forme di teatro: 

il teatro morto, cristallizzato nella tradizione;

il teatro sacro, portatore di trascendenza;

il teatro brutale o grezzo, radicato nella materia umana;

e il teatro immediato, lampo di presenza viva. 

La sua idea è disarmante. Una cartografia semplice. Ancora oggi, mentre i palcoscenici si riempiono di immagini, schemi, proiezioni, dispositivi digitali e tecnologici sempre più sofisticati, il suo spazio vuoto appare più contemporaneo che mai. Brook ci ha donato un modo differente di guardare e di ascoltare. Un patto tra sconosciuti che, per qualche ora, decidono di accordarsi allo stesso ritmo. Non siamo mai completamente separati, finché condividiamo lo stesso soffio delicato che continua ad accompagnarci anche dopo che siamo tornati a casa. 

Peter Brook nasce a Londra nel 1925. Regista prodigioso, brillante, tecnicamente impeccabile, a ventitré anni firma già spettacoli importanti approdando giovanissimo anche alla Royal Opera House. Negli anni Cinquanta il suo nome circola tra Stratford-upon-Avon, il West End e le grandi istituzioni britanniche. 

Il talento è indiscutibile. Eppure qualcosa non torna. 

Nell’Inghilterra del dopoguerra, ancora segnata dal razionamento e dagli strappi di un conflitto mondiale, il teatro oscilla tra due estremi: da una parte l’involucro del realismo psicologico, erede del naturalismo ottocentesco, dall’altra gli slanci sovversivi delle avanguardie che vogliono incendiare tutto. Brook s’inoltra in questa tensione percependola come un rabdomante, collocandosi esattamente all’incrocio delle due forze. Senza mai sottomettersi a nessuna di loro.

Con Bertolt Brecht condivide l’esigenza di uno sguardo critico sul mondo, l’idea che il teatro debba svegliare lo spettatore, impedirgli di addormentarsi nella finzione. La distanza brechtiana è uno strumento utile, ma la vita non deve ridursi a un metodo. Di Antonin Artaud lo affascina l’urgenza, la furia primordiale, la scossa elettrica che scuote il linguaggio dalle sue abitudini. Tuttavia non accetta la disperazione che abita quella visione. Tende verso la bruciatura senza la crudeltà, l’intensità senza la maledizione. Jerzy Grotowski, forse, gli è il più vicino. Con lui il dialogo è più profondo. 

Se Grotowski tuttavia scava verso l’ascesi, Brook preferisce la circolazione delle energie, la contaminazione delle culture. Non costruisce mai un sistema. Il suo teatro resta una ricerca in movimento, che passa innanzitutto tramite il lavoro rigoroso con gli attori. Brook non dirige. Osserva. Attende. Incoraggia. Non concepisce la regia come un comando o un’autorità verticale. È una pratica di attenzione reciproca tra regista e interpreti. Le prove si fanno laboratori aperti, territori di esplorazione. Si sperimenta, si fallisce, si ricomincia. Il testo non è un oggetto da eseguire ma una materia pulsante da interrogare. L’improvvisazione è il cuore del processo creativo perché disvela e libera verità sotterranee, tensioni autentiche, lampi di vita che nessuna interpretazione preordinata potrebbe produrre. Durante le prove Brook chiede spesso agli attori di ripetere una scena decine di volte cambiando solo un dettaglio. Non l’interpretazione perfetta, ma il momento in cui qualcosa, d’un tratto, diventa “vero”. In questa prospettiva, l’attore – nudo d’ego e ricco di verità – non è il virtuoso che dà sfoggio delle sue abilità tecniche. È un corpo disponibile. La sua è una disciplina spirituale, un esercizio di disarmo interiore. Il gesto precede la parola, e il silenzio – lungi dall’essere un vuoto – diventa una delle forme più dense di comunicazione.   

Negli anni Cinquanta e Sessanta Brook affronta Shakespeare in modo incandescente. Il suo Titus Andronicus (1955), con Laurence Olivier nel ruolo di Tito e Vivien Leigh in quello di Lavinia, frantuma la tradizione accademica della tragedia elisabettiana. La violenza assume una dimensione fisica, concreta. Poi arriva King Lear (1962), con Paul Scofield. La follia del protagonista non è imitata né spiegata, ma abitata. È un viaggio dentro lo svelamento dell’esperienza umana, una discesa negli abissi dell’immaginario. La scena si svuota fino all’osso: un paesaggio invernale, astratto, dove il dramma si consuma come un rito primitivo. 

Marat/Sade (1964) è un’opera-manifesto. L’azione è ambientata in un manicomio, dove i pazienti rimettono in scena la Rivoluzione francese, sotto la direzione del marchese de Sade. Caos e lucidità si fronteggiano come due animali rinchiusi nella stessa gabbia, riflettendo gli sconvolgimenti sociali dell’epoca e l’emergere di un teatro politico in risonanza con il clima che precede il Maggio ’68.

Ma è con A Midsummer Night’s Dream (1970) che Brook compie uno dei gesti più radicali della regia moderna. Lo spettacolo debutta alla Royal Shakespeare Company.      

Niente boschi romantici. Niente foreste dipinte. Solo una scatola bianca, trapezi, corde. 

Gli attori volano, giocano, scardinano la gravità, convertendo il teatro in un circo poetico. Shakespeare non è più un monumento. Diventa leggerezza, vertigine, invenzione, divertimento puro, come se il teatro ricordasse per incanto la propria infanzia.

Alla fine degli anni Sessanta Brook avverte un pericolo, sente che il teatro rischia di avvitarsi su se stesso. L’Europa è in ebollizione: rivolte studentesche, lotte anti-coloniali, nuovi movimenti comunitari, contestazione di ogni gerarchia. Il teatro si decentra.              Si bruciano i testi sacralizzati, si reinventano i collettivi, si esce dagli edifici ufficiali.      Brook è tra i pochi a non lasciarsi trascinare né dall’euforia né dall’ideologia. Così nel 1970 fonda a Parigi il Centre International de Recherche Théâtrale (CIRT), collabora con lo scrittore Jean-Claude Carrière, riunendo attori provenienti dall’Africa, Europa, Asia e Americhe. Non un teatro dell’esotismo. Neppure un teatro internazionale nel senso folklorico del termine. È un tentativo per scoprire ciò che succede quando diverse tradizioni desistono dall’opporsi e iniziano a dialogare. Brook interroga la scena per mezzo di sguardi altri, scioglie le frontiere culturali, individua un linguaggio trasversale, un alfabeto comune generato dal corpo, dal ritmo, dalla voce.  

Questo momento di svolta suscita discussioni e fraintendimenti. L’avventura internazionale di Brook è letta come un’utopia, ma anche, a posteriori, come un terreno in cui si manifestano le tensioni del multiculturalismo contemporaneo. La questione dell’appropriazione culturale ritorna spesso: Brook ha universalizzato tradizioni che non erano le sue? Ha sognato troppo in grande? Ciò che traspare dalle sue opere, dai suoi scritti, dalle testimonianze della sua troupe va in un’altra direzione. Brook non vuole fondere o ridurre le culture. Sonda l’istante in cui ogni attore, con la propria storia, la propria gestualità, la propria vocalità, può incontrare un altro attore senza cancellare la propria singolarità. Il teatro è vero solo quando è incontro. E l’incontro non cancella, amplifica. 

Ma quella verità che Brook insegue non è morale, nasce da un silenzio che palpita, da una relazione di colpo accordata. Sorge, si spegne, rinasce altrove. “La verità è un’apparizione. Non deve diventare un dogma”, dice. Diffida di coloro che “sanno”, preferisce chi “ascolta”. Questa verità si gioca anche nel suo rapporto con il pubblico. Nei suoi spettacoli gli spettatori non sono trascinati in un’estetica immersiva e partecipativa, né respinti in una distanza critica glaciale. Sono invitati a condividere un’esperienza. Sono essi stessi campi di risonanza. 

Una delle esperienze più enigmatiche nasce con Orghast (1971). Presentato tra le rovine di Persepoli, durante lo Shiraz Festival, è uno spettacolo costruito su una lingua rituale inventata dal poeta Ted Hughes. Dal momento che le parole avevano perduto la loro magia, bisognava tornare alla loro nascita. La lingua prima della lingua. Non è un capriccio avanguardista. Brook vuole arrivare a ciò che precede il significato: il suono primordiale della parola. Sotto il cielo persiano, tra pietre millenarie, gli attori pronunciano suoni che nessuno può tradurre. Il pubblico, seduto nella notte calda, riceve quella lingua come una pioggia di scintille. Nulla è comprensibile, eppure tutti comprendono.

Alla fine degli anni Sessanta, Brook lascia Londra e si sposta a Parigi, dove inizia una delle avventure più sorprendenti del teatro del Novecento. Nel 1974 si imbatte in un teatro abbandonato: il Théâtre des Bouffes du Nord. È in rovina. Poltrone consumate, pareti scrostate, crepe ovunque: la sala sembra una carcassa dimenticata. Per qualunque produttore è un rudere da demolire. Per Brook è un organismo vivente, vi scorge un tesoro: il suo approdo per più di quarant’anni. Avrebbe potuto restaurarlo, levigarlo, renderlo impeccabile. Sceglie, al contrario, di lasciarlo così com’è, di conservarne la splendida ferita del tempo. Le crepe si tramutano in paesaggio, le cicatrici sono strati di memoria, parte della scenografia. Varcare quel teatro significa entrare in un ventre, in una cripta luminosa. Un luogo in cui la scena esiste senza decorazioni superflue, dove la luce pare scaturire direttamente dai muri. Qui Brook realizzerà la maggior parte dei suoi lavori più importanti. Nella sua opera c’è una dolcezza intransigente, un rifiuto dell’ostentazione, una ricerca di nudità che non ha nulla a che vedere con il minimalismo, ma con l’essenziale. 

Uno dei primi capolavori dei Bouffes du Nord è La Conférence des oiseaux (1979),  ispirata al poema mistico persiano di Farid al-Din ‘Attar. Accenti, immaginari, identità non si dissolvono: si sfiorano, si espandono, si trasmutano. Gli attori raccontano il viaggio degli uccelli all’inseguimento di Simurgh, il loro re. Non ci sono scenografie elaborate. Solo corpi, oggetti minimi, musica. Lo spettacolo è un pellegrinaggio teatrale, un viaggio iniziatico, metafora del cammino interiore che Brook propone ai suoi attori e agli spettatori.

Scritta insieme a Jean-Claude Carrière, nel 1985 Brook firma The Mahabharata. Rappresentato all’aperto ad Avignone e poi in tournée in tutto il mondo, quell’opera colossale segna definitivamente la sua presenza. È l’esempio più luminoso della sua arte: far affiorare l’immenso dal minimo. Un’epopea universale. Un affresco dell’umanità intera, restituito mediante la sobrietà del racconto di guerra tra Pandava e Kaurava.               Costruito con poche cose e molta immaginazione. Un bastone diventa scettro, lancia, frontiera, frammento di mondo. Un tessuto diventa vela, pelle, sipario del destino.

La sabbia diventa fiume, deserto, campo di battaglia. La scena si riconfigura davanti agli occhi. Il fuoco, l’acqua, la terra sono elementi drammaturgici. Tutto è semplice, tutto vibra. Nove ore di teatro tratte dall’immenso poema epico indiano. Gli attori – dispersi su quella distesa dorata e provenienti da diverse culture – appaiono talvolta piccoli, talvolta immensi, come se il paesaggio prendesse vita con loro. Brook evita di occidentalizzare il poema, rendendolo accessibile attraverso una lingua teatrale indispensabile. Il risultato è maestoso ed esile allo stesso tempo. 

Parallelamente al teatro, Brook si confronta anche con il cinema, come “teatro della luce”, senza però trattarlo come un’attività separata. Il film è per lui una prosecuzione della sua poetica dello spazio vuoto. Nel 1963 realizza Lord of the Flies, tratto dal romanzo di William Golding. Girata con attori non professionisti, è un’opera austera, documentaria, in cui un gruppo di ragazzi naufraghi ricostruisce in miniatura la violenza primitiva della società umana. Più tardi Brook porta sullo schermo alcune delle sue creazioni teatrali: King Lear (1971), dove il paesaggio diventa una distesa metafisica, e soprattutto Meetings with Remarkable men (1979), ispirato al libro del filosofo armeno George Ivanovič Gurdjieff. Anche per il cinema Brook rimane fedele alla sua indagine: togliere, ridurre fino a trovare il punto in cui l’immagine smette di spiegare e comincia a esistere davvero.  

Negli ultimi anni Brook lavora ai Bouffes du Nord con la stessa curiosità limpida e una sensibilità rarefatta. Le regie sono ancora più leggere: The Suit (1999), tratto dall’autore Can Themba, racconta una storia sudafricana di umiliazioni e dignità con musica dal vivo. Tierno Bokar (2004), ispirato a un racconto dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ, è una riflessione sulla tolleranza religiosa e sul fanatismo in tempo di guerra. Fragments (2007), montaggio di brevi testi di Beckett in una messa in scena di totale sobrietà. The Valley of Astonishment (2014) esplora la mente umana come labirinto e le sue vertigini percettive. Battlefield (2015) torna al Mahabharata, ma lo riduce a una meditazione su ciò che resta quando gli eroi hanno smesso di combattere. Ciò che resta dopo la guerra, la responsabilità, l’instabilità del potere. Why (2019) è quasi un testamento artistico.

Anche il rapporto con il tempo è emblematico. Dove altri registi, come Bob Wilson, scolpiscono la durata, Brook non la fissa mai, lascia che la rappresentazione si muova liberamente. “Il teatro deve vivere nell’istante. La sera in cui si ripete, muore”. Ogni spettacolo è un animale vivo che cambia, si allunga, si contrae secondo il vento, l’umore del pubblico, la stanchezza o la grazia degli interpreti.

Peter Brook si spegne nel 2022, all’età di novantasette anni, in un mondo ancora sconvolto, proprio come al momento della sua nascita. La sua eredità perdura. Potremmo analizzare la sua opera, dissezionare il suo metodo, mappare le sue influenze, troveremmo un filo coerente, ma mai una dottrina. La sua forza forse sta proprio nell’aver lasciato il teatro permanentemente poroso. Un luogo dove non si annidano certezze. Non un regista di risposte, ma di domande. Un custode vigile, traghettatore, poeta del silenzio. “Il vero teatro non impone nulla. Rivela ciò che era già lì». Hanno imparato da lui generazioni di registi come Patrice Chéreau, Ariane Mnouchkine, Thomas Ostermeier, Wajdi Mouawad, i quali – ciascuno a proprio modo – proseguono la sua interrogazione: perché fare teatro? Perché raccontare storie? Perché radunarsi nel buio per sentire qualcuno parlare? Una frase, una sillaba, un gesto minuscolo, un tremolio di luce, una pausa tra due battute. All’improvviso qualcosa si materializza. Il mondo appare diverso. Lo guardiamo da un’altra angolazione. Il sipario interiore si solleva e la scena ci offre, per un istante, la possibilità di respirare più ampiamente.

Il teatro non è uno specchio del mondo. È ciò che il mondo potrebbe diventare se finalmente imparasse ad ascoltarsi”. 

Gianni Forte

Gianni Forte è drammaturgo, traduttore, regista e attore. Co-direttore artistico 2021/2024 del settore Teatro della Biennale di Venezia, è dal 2023 membro del consiglio di amministrazione del GIFT International Festival di Tbilisi, in Georgia.

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