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Valerio Renzi

Voci dalla Global Sumud Flotilla

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Dopo il violento abbordaggio israeliano delle scorse settimane, la Flotilla ha ripreso la navigazione verso la Turchia dove sta provando a riorganizzare le forze. Il racconto dei membri dell’equipaggio, animato da persone di generazioni e provenienze anche molto diverse, ci dice di come fare militanza politica in un orizzonte globale sia oggi ancora possibile.

Partite tutte insieme dalla Sicilia, dopo l’abbordaggio sono solo una trentina le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla che hanno ripreso la navigazione. Il 30 aprile, dopo appena tre giorni di navigazione, 22 navi sono state abbordate. I vascelli a vela, il cui equipaggio è stato sequestrato dalla marina militare israeliana nelle acque internazionali tra l’Italia e la Grecia, sono stati sabotati e lasciati alla deriva. Dopo uno stop di oltre una settimana le navi superstiti sono partite per la Turchia per incontrarsi, come da programma, con altre decine di imbarcazioni in attesa del loro arrivo. Da qui la rotta stabilita è Gaza per tentare nuovamente di rompere il blocco alla Striscia imposto da Israele. 

Sono 185 le persone trattenute illegalmente per oltre 36 ore dalla marina militare israeliana, prima di essere “sbarcate” a Creta. Più lungo e complicato l’itinirerario di Saif Abu Keshek, cittadino spagnolo di origine palestinese, e il brasiliano Thiago Avila, che sono stati portati in Israele dopo essere stati prelevati da una nave battente bandiera italiana (ricordiamolo: con l’apertura di un fascicolo anche da parte della Procura di Roma), per essere infine espulsi solo domenica 10 maggio. 

Tra gli attivisti intercettati c’è anche Francesca Nardi di Gaza Free Style, una rete che ha attivi da oltre dieci anni diversi progetti di solidarietà nella Striscia. Dopo qualche giorno di riposo a Roma, dopo aver riabbracciato i suoi compagni di Garbatella, ha deciso che non era ancora il tempo di riprendere la vita di tutti i giorni e di rimettersi in viaggio, raggiungendo Marmaris dove si è tenuta l’assemblea generale della Global Sumud Flotilla. Gli chiediamo di dirci come stanno andando le cose:

È stato un momento molto delicato di riflessione e organizzazione. Israele ha rilasciato Saif e Thiago grazie alla grande mobilitazione internazionale, c’è ovviamente la consapevolezza che un nuovo intercetto è possibile in acque territoriali, ma c’è anche determinazione ad andare avanti. Qui ci si sono confrontate tutte le delegazioni di tutti i paesi che hanno partecipato alla missione, e abbiamo discusso gli obiettivi che vogliamo raggiungere. Qui tutti abbiamo grande senso di responsabilità, e c’è voglia di unire storie e culture politiche diverse attorno a un obiettivo comune.

A bordo delle imbarcazioni “superstiti” c’era anche Dario Salvetti, operaio della ex GKN, la vertenza simbolo di Campi Bisenzio dove gli operai hanno costruito un piano di reindustrializzazione e riconversione ecologica della loro fabbrica, che la società liquidatrice vorrebbe demolire per farci l’ennesima operazione immobiliare. 

Chi lo ha ascoltato parlare in questi anni lungo cortei, palchi, dibattiti sa che Dario ha una straordinaria capacità di parlare spesso andando al cuore delle questioni. Forse a lui non piace sentirsi appellare così, ma ha una straordinaria capacità di leadership che nasce da come padroneggia le parole, oltre che dall’instancabile protervia con cui con i suoi ex colleghi, oggi compagni di lotta, porta avanti la vertenza iniziata dopo i licenziamenti.

Cosa ci fa però un operaio che lotta per la sua fabbrica in mezzo al Mediterraneo, proprio quando la vertenza  degli operai dell’ex GKN si trova in queste settimane a uno snodo cruciale? 

Israele oggi è il dipartimento ricerca e sviluppo della macchina bellica mondiale, che è una macchina che ci impoverisce tutti. Una macchina di economia speculativa che ha chiuso anche GKN. Per me navigare verso e contro il blocco illegale di Gaza vuol dire navigare verso e contro l’avanguardia del nostro avversario. Oggi non mi sento di stare voltando le spalle a quello che accade a casa, anzi. 

Parlando con Dario viene fuori quello che è stato uno dei punti di forza del meccanismo innescato anche a terra dalla Flotilla, la capacità per chi è arrabbiato, si sente impotente di fronte alle notizie che arrivano dai fronti di guerra, di reagire. Questa grande azione di lotta non violenta ha dato a molti qualcuno per cui parteggiare, ma soprattutto gli ha consentito di sentirsi un attore in una storia che, altrimenti, sarebbero stati  costretti a osservare da spettatori inorriditi. 

Nel mezzo sentivi che non c’era più nulla. Il diritto internazionale, l’ONU, le istituzioni. Niente. Ci siamo trovati faccia a faccia, noi e loro, due idee di futuro completamente diverse. Tra noi in quel momento non c’era più niente. E lì ho capito la forza di quel “noi” nato su quelle barche”.

Faccia a faccia con l’avversario, perché nessun altro ha il coraggio o la forza di fare nulla. Perché una delle caratteristiche di questo nostro mondo sconquassato e sempre più precario, è che la legittimità deriva direttamente dalla potenza. Se ho la potenza di compiere un’azione, questa è legittima, ci raccontano le gesta di oligarchi, autocrati e leader della destra globale come Donald Trump, a capo di paesi che sembrano sempre meno democrazie. 

Dario, che giovedì 14 maggio è ripartito verso Gaza, pensa spesso alla lotta della GKN e ora si trova in Turchia, dove la Flotilla deciderà se e come procedere per forzare il blocco navale.

Entro giugno dovremo decidere che strada prenderà il nostro programma di reindustrializzazione finanziato con l’azionariato popolare. Ma credo che sia un fatto anche pedagogico essere qui: per cinque anni abbiamo chiesto e ricevuto tantissima solidarietà, è giusto restituirla, e essere oggi qui in questa missione è la maniera migliore di farlo.

Francesco Delli Santi ha fatto della solidarietà per mare una parte importante della sua vita. Una laurea in architettura, non ha mai abbandonato la sua passione per la vela. Si definisce “marinaio designer” e crede profondamente nel potere curativo nell’andare per mare e come la vita in barca possa cambiare il mondo e le persone. Tra la tolda e il timone ne ha fatte di ogni: ha lavorato con ragazzi diversamente abili e offerto una possibilità ai minori incappati nella giustizia, si è poi battuto per la tutela degli ecosistemi marini. Quando si è scatenata l’offensiva contro il soccorso in mare ha deciso con i suoi compagni di Sailingfor Blue LAB di impegnarsi nelle missioni di soccorso, che li ha portati anche al timone della nave con a bordo parlamentari ed esponenti della società civile diretta lo scorso autunno verso Gaza. 

“Israele oggi è il dipartimento ricerca e sviluppo della macchina bellica mondiale, che è una macchina che ci impoverisce tutti. Una macchina di economia speculativa che ha chiuso anche GKN. Per me navigare verso e contro il blocco illegale di Gaza vuol dire navigare verso e contro l’avanguardia del nostro avversario”.

Per lui è la prima volta con la Global Sumud Flotilla, un’azione che ha accettato di intraprendere insieme a nuovi e vecchi compagni di strada, come i Municipi Sociali di Bologna, il progetto di solidarietà Gaza Free Style, Ya Basta, i Centri Sociali del Nord-Est, il Brancaleone e l’Astra di Roma. Gli abbiamo chiesto perché ha fatto una pausa dalle missioni di search and rescue, per dirigere la Bella Blu verso Gaza:

Quando andiamo a soccorrere le persone alla deriva del Mediterraneo lo facciamo perché non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo andare fisicamente in mare per salvare delle vite che non interessano a nessuno. Anche oggi dobbiamo andare fisicamente verso le coste della Palestina per mostrare quello che sta succedendo, perché è uno dei modi che abbiamo per tentare di salvare quelle vite. Non credo che sia un paradosso che questa volta a essere lasciati alla deriva, respinti illegalmente in mare e trattati come criminali siamo stati noi, penso che sia la logica conseguenza dello stravolgimento delle leggi del mare. 

L’andare per mare. Per Francesco non è solo retorica, e per questo parlandoci si capisce ben presto che è altrettanto interessato a quello che accade lungo il viaggio, e non solo alla meta o allo scopo. 

Conosciamo la potenza dell’andare per mare, quanto è forte in noi essere umani la fantasia che accende. E sappiamo anche che andare per mare fa nascere legami nuovi, veri, unisce e avvicina. Andare per mare verso Gaza per noi vuol dire non far spegnere la speranza di liberare la Palestina, e vuol dire anche costruire un movimento nuovo  proprio mentre siamo in viaggio.

Se Francesco è un veterano Anna Ghedina, a cui ci apprestiamo a passare la parola, non era mai andata in barca come molti altri. Ha 22 anni, viene da Padova ed era il membro più giovane degli equipaggi partiti da Creta. Ha il piglio allo stesso tempo seriosissimo e scanzonato di chi prende la militanza molto sul serio, come immagine del profilo su Instagram una famosa foto del 1977 scattata da Tano D’Amico, una ragazza con il fazzoletto che le copre il volto che fronteggia la polizia. Classe 2004, sta per compiere 22 anni, e quando sono iniziate a cadere le bombe a Gaza nell’ottobre del 2023 aveva 19 anni. Ha iniziato a fare politica con Fridays For Future, oggi è un’attivista del centro sociale Pedro a Padova. È stata intercettata da Israele nelle prime ore dello scorso 30 aprile, e da quando è tornata a casa è impegnata in nuove iniziative di sostegno alla Flotilla e contro il genocidio.

A lei abbiamo chiesto perché ha scelto di farsi avanti quando è stata presentata durante l’attivo politico del Pedro la possibilità di partecipare alla nuova missione della Global Sumud Flotilla. 

Ho pensato perché non io. Avevo la possibilità di farlo e ho deciso di partire. Mentre vediamo che governi e aziende si organizzano per trasportare su enormi navi cargo armi e morte, mi sembra fondamentale che qualcuno su delle navi cariche invece aiuti umanitari e di volontari disposti a sostenere la popolazione martoriata di Gaza faccia altrettanto, si organizzi. Una logistica della pace e della giustizia contro la logistica delle bombe e del genocidio.

Uno sforzo organizzativo titanico quello della Global Sumud Flotilla, dai suoi detrattori e avversari rappresentato come inutile, o tutt’al più utile al tornaconto politico delle sinistre. Il governo israeliano, così come la propaganda più becera di influencer e podcaster, parla di una crociera vacanze all’insegna della promiscuità sessuale e di festini a bordo a base di droga, il cui canovaccio è stato fornito direttamente dall’account X del ministero degli Esteri Israeliano, che ha diffuso i video di “droga” e “preservativi” sequestrati a bordo, e un filmato con i prigionieri sulla nave carcere intenti a giocare per tirarsi su il morale. Dal canto suo il presidente del Senato Ignazio La Russa, ha dichiarato che “la Flotilla non ha salvato nessun bambino”. A tutto questo Ghedina replica:

Intanto mi stupisce che La Russa si renda conto c’è qualcuno da salvare. Se ne è consapevole vorrei capire invece il governo che cosa ha fatto. Anche Meloni ci ha attaccato, ha detto che è stato inutile. Credo che ci guarda capisce benissimo invece che cosa stiamo facendo. Il genocidio e la guerra non sono finiti, e il Board of Peace è solo un comitato di affari. Stiamo tentando di inventare delle forme di mobilitazione politica e civile, per non arrenderci. Ci stiamo riappropriando dell’idea stessa che le persone possono fare qualcosa per cambiare le cose, perché testimoniare non ci basta. Non tutto sarà perfetto, ma è già molto.

Una delle cose che meno è raccontata della Global Sumud Flotilla è la sua natura intrinesecamente “global”. Sui media trovano spazio spesso solo i portavoce o gli attivisti più conosciuti, come Greta Thunberg durante la scorsa missione. Come già raccontava Francesca Nardi, alla missione concorrono persone da tutto il mondo, ma anche organizzazioni diversissime tra loro, molte delle quali del cosiddetto Global South. Un movimento che non è a guida occidentale, e una realtà che agli attivisti europei e nordamericani, una condizione con cui gli attivisti di casa nostra si sono dovuti confrontare. Angela Marsano arriva dai Municipi Sociali di Bologna, è fresca di master e si interroga su quanto, delle sue certezze certezze costruite in una decina di anni di militanza politica, ha dovuto lascarsi alle spalle nel misurarsi con la Global Sumud Flotilla:

È stato arricchente, ma sfidante. Metti a disposizione il tuo privilegio e insieme lo metti in discussione. Ti rendi conto praticamente di quello che sai in teoria: che il tuo punto di vista è naturalmente quello di un occidentale, e che per organizzarti insieme ad altre persone è necessario cambiare delle cose, assumere che ci sono altri punti di vista. Questo è un processo molto materiale in una situazione come quella che abbiamo vissuto, fatto di tante piccole e grandi cose concrete. Sei lì insieme, e senti continuamente parlare dello sguardo bianco e occidentale, e sai che è anche il tuo. 

Con chi ha partecipato e chi sta partecipando alla missione della GSF abbiamo scelto di parlare di molte cose, meno dell’abbordaggio della marina israeliana e delle ore di sequestro. Ci interessava di più dare spazio a questioni meno affrontate dalla cronaca e dai media. Andando verso la chiusura proviamo a fare il giro e a tornare alle parole di Dario Salvetti, quel “noi” e quel “loro” che si fronteggiano in mare aperto, e al senso di impotenza che si può provare di fronte alla “loro” forza. Angela poco prima che riagganciamo ci tiene a dirmi una cosa di cui non avevamo parlato.

Quando sei circondato da persone armate fino ai denti, che agitano i mitra, che ti danno ordini, che ti sequestrano, è chiaro che ti senti impotente. Poi è accaduta una cosa che mi ha fatto capire la forza di resistere. Quando siamo arrivati sulla nostra nave prigione, ci hanno fatto mettere in ginocchio con le mani sulla testa. Poi in questa posizione camminavamo lungo un corridoio fino al punto dove ci avrebbero spogliato e sequestrato i documenti e tutto quello che avevamo con noi. In quel momento ho sentito i nostri compagni che erano già dentro, nell’area prigione, stendersi per guardare quello che accadeva lungo il corridoio che ci avrebbe condotto da loro. Per darci forza fischiavano Bella Ciao. L’ho fatto anche io, e come per magia si è dissolta la cappa di paura imposta dalle armi e dal non sapere cosa sarebbe accaduto. All’improvviso una morbidezza, un calore, così diverso da quello che stavamo vivendo fino a poco prima. Allora non mi sono sentita più impotente. 

La Flotilla non ha finito la sua missione, è ripartita per Gaza. Ma dopo che si è tornati a casa che si fa? Chi è rientrato nelle proprie città racconta la sua esperienza e lavora per tenere vigile l’attenzione su chi sta ancora navigando nel Mediterraneo. Tra loro c’è Giulio Bonistalli, che dal quartiere Tufello di Roma, si è recato più volte in Cisgiordania e a Gaza per insegnare boxe ai ragazzi e alle ragazze. Lavora come partita IVA e, visto che non ha ferie obbligate, ha deciso di prendersi un mese da dedicare alla missione. Anche lui non era mai stato in barca, aveva paura del mal di mare, in verità, ma alla fine se l’è cavata con un po’ di nausea. Da quando è tornato rilascia interviste, vortica forsennatamente per incontri pubblici e sit-in e prova a trasmettere quello che ha imparato, e magari a farsi un’idea insieme agli altri di cosa farci:

Ho sentito parlare spesso della Flotilla come “metodo”. Ancora devo capire bene che vuol dire. Penso che se dovessi dare una risposta, è nella necessità di costruire grandi mobilitazioni attorno a un obiettivo comune e un obiettivo concreto, costruendo le condizioni per tentare davvero di raggiungerlo, non solo di farne uno slogan. L’azione diretta delle persone può cambiare le cose? Io credo di sì. Ma è necessario essere disposti a impegnarsi mettendosi in gioco in prima persona. “La tranquillità è importante ma la libertà è tutto”, diceva una canzone. Ecco dobbiamo essere disposti a rinunciare a un po’ della nostra tranquillità, ma sono convinto che ne vale la pena. 

Valerio Renzi

Valerio Renzi è giornalista e si occupa di comunicazione politica. Esperto di destre radicali, il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com

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