Articolo
Giovanni Solimine , Della Passarelli , Giuseppe Iannaccone , Chiara Faggiolani , Giuseppe Laterza e Florindo Rubbettino

Risposte, spunti e commenti al pezzo “L’editoria e i tassisti: note a chiusura del Salone del Libro di Torino”

Lagioia Cover

A seguito del pezzo di Nicola Lagioia, il dibattito sullo stato dei libri e dell’editoria in Italia si arricchisce di nuovi contributi. Segno che il tema è sentito e che le cose da fare sono molte.

Florindo Rubbettino

L’intervento di Nicola Lagioia su queste pagine ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito una questione essenziale: se davvero riteniamo che la lettura sia un bene pubblico, una componente fondamentale della qualità democratica di una società e della sua capacità di affrontare le sfide del presente, allora non possiamo continuare a considerarla una riserva indiana per soli addetti ai lavori. E gli attori della filiera del libro hanno il dovere di porre la questione come questione politica rilevante.

Il dibattito è particolarmente utile perché ci costringe a uscire dalle rappresentazioni tradizionali e nostalgiche del settore per interrogarci sul ruolo economico, sociale e civile che il libro svolge nella vita collettiva.

Da liberale, credo fermamente che lo sviluppo di una società si misuri sulla capacità di liberare il potenziale dei singoli, e la lettura è il più potente acceleratore di questa emancipazione. Non si tratta di invocare un astratto dirigismo culturale, ma di riconoscere che la conoscenza è la precondizione per esercitare una vera libertà di scelta.

Innocenzo Cipolletta, Presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha posto questo tema al centro della sua azione fin dall’insediamento, muovendosi con una visione moderna e tutt’altro che assistenziale. Sono molte le iniziative dell’AIE per la promozione della lettura (ricordate anche da Giuseppe Laterza su queste pagine). Peraltro, in sinergia con tutta la filiera del libro, dagli editori tutti (Aie, Adei), alle librerie (Ali, SIL), fino ai bibliotecari (Aib). Un bel segnale di visione e compattezza. 

Uno dei progetti più strategici degli ultimi due anni è stato quello dedicato alle politiche per il Mezzogiorno. Un piano articolato in azioni strutturate a partire dai dati emersi dalla ricerca AIE, presentata anche nelle diverse regioni meridionali con l’obiettivo di costruire una riflessione condivisa sul rapporto tra libri, sviluppo e coesione sociale e avviare un’interlocuzione politica a livello centrale e locale per costruire misure e azioni concrete.

Questa ricerca ci consegna un dato empirico importante: dove sono più deboli le infrastrutture per la lettura – librerie, biblioteche, festival, occasioni di incontro con i libri – risultano più bassi anche gli indici di lettura e i consumi culturali. Non siamo dunque di fronte a una semplice differenza di comportamenti individuali, ma alla carenza di veri e propri ecosistemi culturali. 

Per anni la vulgata comune ha raccontato il divario nella lettura come un problema esclusivamente legato alla domanda, quasi a voler colpevolizzare i cittadini che non leggono. I dati, invece, ci mostrano una realtà diversa: la domanda è debole anche perché l’offerta è debole. Esiste una correlazione profonda tra la presenza di infrastrutture e la partecipazione dei cittadini. E’ come se domanda e offerta si rincorressero, ma in questo caso al ribasso, condannando interi territori alla trappola della povertà culturale. Laddove invece sono presenti librerie, biblioteche e festival, cresce il numero dei lettori e si attiva un circolo virtuoso che stimola altre forme di consumo culturale. 

Per questo la lettura va considerata un vero e proprio driver di sviluppo economico e sociale. Essa aumenta le competenze individuali (il capitale umano, prima vera ricchezza di una nazione moderna) e contribuisce a generare quel capitale sociale senza il quale nessuna comunità può attrarre investimenti o crescere. In questo senso, trovo calzante la definizione di Chiara Faggiolani quando parla del “capitale sociale che ruota attorno ai libri come risorsa viva e generativa”. Il valore della lettura non si esaurisce nell’atto transattivo dell’acquisto; produce esternalità positive per tutta la società in termini di fiducia, spirito critico e capacità di cooperazione.

È alla luce di questa visione che il paragone tra editori e tassisti, evocato provocatoriamente da Lagioia, mostra tutti i suoi limiti e va nettamente ribaltato. I tassisti, sono spesso rappresentati come a  difesa della rendita di posizione e la chiusura corporativa contro la concorrenza e quindi contro i clienti. Al contrario, sotto la guida di Cipolletta, gli editori si stanno muovendo come un’associazione di categoria avanzata e di mercato: non chiediamo barriere all’entrata o sussidi a fondo perduto per proteggere lo status quo, ma strategie e  investimenti strutturali per allargare la base dei lettori. La nostra non è una richiesta di protezione di casta, ma una sfida di crescita per il Paese.

Quando l’AIE propone interventi per rafforzare le biblioteche, sostenere l’apertura di nuove librerie nelle aree più fragili o promuovere programmi nelle scuole e nelle periferie, non sta invocando l’assistenzialismo di Stato per salvare aziende in crisi. Sta chiedendo politiche pubbliche orizzontali che rimuovano gli ostacoli di partenza, permettendo a più cittadini di accedere liberamente alla conoscenza. 

Le iniziative avviate nel Mezzogiorno negli ultimi mesi dimostrano che questa impostazione funziona. Alcuni risultati concreti cominciano a vedersi: dalla misura a cui su stimolo dell’AIE sta lavorando la Regione Calabria per favorire l’apertura di nuove librerie di comunità, fino alla revisione dei criteri di distribuzione delle risorse per gli acquisti bibliotecari, che ha contribuito a correggere uno storico e inefficiente squilibrio territoriale. Sono segnali importanti che dimostrano come politiche mirate a creare opportunità, e non a proteggere rendite, possano generare un mercato della cultura autenticamente vivo, libero e inclusivo.

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Giuseppe Laterza

L’articolo di Nicola Lagioia a conclusione del Salone del Libro ha generato una stimolante discussione sulla promozione della lettura nel nostro paese. Sono d’accordo con la sua critica alle carenze delle politiche pubbliche di promozione del libro, ieri come oggi dovute alla miopia della nostra classe dirigente.

Sono meno d’accordo con Lagioia invece quando critica l’inerzia degli editori che – scrive – “credendosi furbi restano concentrati sulla propria bellissima bottega e si tengono alla larga dalla politica”. Sull’impegno civile degli editori – come su quello degli scrittori – non farei di tutt’erba un fascio. Da più di trent’anni come editore mi occupo di promozione della lettura insieme a un folto gruppo di librai, bibliotecari, insegnanti e altri editori. 

Nel 2002 con un gruppo di editori pugliesi abbiamo dato vita ai “Presìdi del libro”, ispirandoci ai benemeriti “Presìdi del gusto” di Carlo Petrini. Oggi i presìdi sono attivi in più di ciquanta città, collegati alla Regione, ai Comuni, alle scuole e a tante associazioni diverse tra loro.

Nel 2004 abbiamo riunito per la prima volta in un teatro di Bari i principali protagonisti della promozione della lettura di tutta Italia: dai responsabili del Salone del libro di Torino e della Fiera del libro per ragazzi di Bologna alle associazioni di categoria di librai, editori e bibliotecari, fino ai maggiori premi letterari. Ma soprattutto erano presenti a raccontare la propria esperienza le tante associazioni di ogni genere che promuovono la lettura in Italia, negli ospedali e nelle carceri, nei quartieri di periferia e nei centri storici di piccole e grandi città al Nord come al Sud. Fu una occasione straordinaria di confronto e di condivisione di obiettivi comuni, nella convinzione che la lettura dei libri sia un lievito non solo culturale ma anche sociale ed economico. Tornando a Roma, con Giovanni Solimine decidemmo di replicare ogni anno quella esperienza di comunità e creammo il Forum del Libro, l’unica associazione che raccoglie esponenti di tutta la filiera del libro. Ogni anno in una città diversa, in un incontro che chiamiamo Passaparola, il Forum mette a confronto le diverse esperienze di promozione della lettura che, come scrisse Umberto Eco, “fungheggiano” in tutto il paese. Esperienze che sarebbe ora che il CEPELL chiamasse a raccolta (come ha suggerito l’attuale presidente del Forum Chiara Faggiolani) per ascoltare chi la promozione del libro la fa ogni giorno sul campo, tra grandi difficoltà e tuttavia con risultati notevoli.

In questi vent’anni il Forum ha delineato le caratteristiche di una legge organica sul libro, con alcune misure essenziali, tra cui l’istituzione della figura del bibliotecario scolastico.

Anche l’Associazione Italiana degli Editori negli ultimi anni ha dato vita a numerose iniziative, prima di tutto Io leggo perché e poi Più libri, più liberi, la fiera di Roma che valorizza il contributo di tanti piccoli editori creativi, ad esempio nei libri per bambini, un segmento di mercato che non a caso è cresciuto negli ultimi anni.

Dell’ADEI ha scritto qui Della Passarelli, che con la sua casa editrice Sinnos ha promosso due bellissime iniziative – I libri portiamoli a scuola e Le biblioteche di Antonio, entrambe mirate a diffondere i libri nelle scuole e in città dove non ci sono librerie e biblioteche attive.

Dopo anni di rapporti difficili, da qualche tempo anche le associazioni di categoria degli editori collaborano in maniera costruttiva e interagiscono positivamente con le associazioni di categoria dei librai. Ottenendo qualche risultato: se le librerie durante la pandemia di COVID sono rimaste aperte – e ne hanno beneficiato prima di tutto quelle indipendenti – è anche perché siamo riusciti a far riconoscere la diffusione dei libri un’attività essenziale per la convivenza civile. E i provvedimenti presi a suo tempo per sollecitare la lettura dei giovani con la cosiddetta App 18 sono stati un modo molto più ‘sociale’ di sostenere la diffusione della lettura di quanto non siano i contributi diretti alla produzione che ricevono altri settori della cultura come il cinema e il teatro. Provvedimenti virtuosi (come il finanziamento delle biblioteche attraverso l’acquisto nelle librerie di prossimità) che l’attuale governo inizialmente non aveva rinnovato ma che, grazie anche all’azione degli editori, ha poi ripristinato, con notevole beneficio del mercato. Come ha scritto sempre qui Giovanni Solimine, l’industria del libro è molto più solida di quanto a volte gli stessi addetti ai lavori sostengono. E peraltro, come ha ricordato giustamente Lagioia, non dipende dall’assistenza pubblica. È un risultato anche dell’andamento stabile delle vendite dei libri negli ultimi trent’anni – non c’è stato alcun “tracollo” – come mostra la tabella seguente (di cui ringrazio Emanuela Bologna dell’ISTAT).

Editoriale 2

A sostenere gli indici di lettura dei libri peraltro sono in gran parte i giovani e le donne: forse non per caso, visto che i buoni libri richiedono e sviluppano immaginazione e pensiero critico. Certo, in Germania, Francia e Svezia si legge più che da noi ed è giusto chiedere al Parlamento e al governo, come fa Lagioia, un impegno maggiore. In realtà lo dovremmo chiedere anche per educare la nostra classe dirigente (non solo politica) che legge assai poco, forse nell’illusione che le mere “competenze” siano sufficienti ad assolvere il proprio ruolo.

Il risultato di questa miopia congenita è l’incapacità – trasversale e di lunga data – di progettare il futuro. E i risultati si vedono … non è un caso se il nostro paese da vent’anni non cresce. Occorre continuare a battersi per dare a tutti buoni occhiali, cioè buoni libri, ricordando in ogni occasione a chi ci governa che tantissimi italiani di ogni età e condizione sociale leggono libri.

Come ha scritto Chiara Faggiolani a conclusione del suo articolo “la narrazione dei martiri del libro non ci aiuterà a far leggere di più”.

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Chiara Faggiolani

Il dibattito sullo stato del libro in Italia he si è sviluppato su queste pagine ha riportato al centro una questione cruciale: come sostenere la lettura in un Paese in cui il mercato del libro resta vitale ma frammentato e le politiche pubbliche sono ancora troppo deboli, intermittenti, talvolta incapaci di continuità?

Mi ritrovo molto nelle urgenze emerse da questo confronto e soprattutto nei desideri che lo attraversano. Giovanni Solimine lo ricorda con grande chiarezza: l’obiettivo comune, dentro cui ciascuno può trovare il proprio ruolo e anche la propria gratificazione, è in fondo molto semplice: vogliamo buoni libri da leggere. Il cuore del discorso, in fondo, è proprio questo.

Le diverse posizioni convergono sull’idea di un’alleanza della filiera del libro. È una prospettiva importante e necessaria, ma, a mio avviso, non più  sufficiente. Nicola Lagioia scrive che “Solo editori, librai, bibliotecari, dirigenti scolastici e professori sanno come funziona, solo loro possono trasmettere alle istituzioni le conoscenze necessarie a una riforma”. Comprendo bene questa affermazione ma credo valga la pena allargare ancora il campo, ripartendo proprio da una suggestione lanciata da Solimine, quando ricorda che accanto all’unità indispensabile tra i diversi soggetti della filiera andrebbe mobilitato anche il capitale sociale che ruota attorno ai libri: non un semplice “portafoglio clienti”, ma una risorsa viva e generativa.

Le ricerche che conduco da anni sulle “comunità della conoscenza” – in particolare sui gruppi di lettura e, più in generale, sulle pratiche di lettura condivisa e socializzata – mostrano un fenomeno che credo sia arrivato il momento di riconoscere con maggiore chiarezza: le forme più efficaci di promozione della lettura spesso non nascono al centro della filiera ma ai suoi margini, spesso fuori dai suoi “dispositivi” più strutturati, talvolta fuori dalle sue rappresentazioni  canoniche e dai suoi schemi istituzionali. 

Questo accade perché la lettura produce effetti reali solo quando non è trattata come un fine, ma come un mezzo per attivare relazione, trasformazione e costruzione di comunità. In questa prospettiva, nello spirito olivettiano richiamato da Giuseppe Iannaccone, i libri diventano “strumenti di azione sociale e culturale” (parole di Adriano Olivetti del 1958). Oggi lo vediamo nelle biblioteche di condominio di Milano; nei contesti sanitari, penso al CRO di Aviano e a molte altre esperienze in cui le “storie” vengono usate come pratica di cura e di costruzione della salute. Lo vediamo nelle tante esperienze di gruppi di lettura che nascono praticamente ogni giorno – spesso fuori dalle biblioteche e dalle librerie – per contrastare la solitudine. La solitudine non è un tema privato ma una questione di salute pubblica, lo ricorda l’OMS, e ricordare che la lettura condivisa è uno strumento straordinario per contrastarla è fondamentale in questo momento.

In tutte queste circostanze la lettura, molto lontana dall’essere un consumo culturale, si configura come una vera e propria infrastruttura sociale. I lettori non sono più “forti”, “deboli” o “medi” ma profondamente “generativi”. È in questi spazi che si osserva oggi la trasformazione più significativa. 

La forza della lettura si colloca dunque ai bordi del sistema: lì lettura non finisce, ma si rigenera.  Questa evidenza emerge con forza dalle ricerche sul campo ma anche e soprattutto dalle pratiche. Il Forum del Libro le rende protagoniste da oltre 20 anni nei suoi Passaparola.

Per questo oggi non basta più un’alleanza della filiera del libro. Serve un passo ulteriore: un’alleanza con chi fa davvero promozione della lettura dal basso, nei contesti reali e quotidiani, spesso invisibili alle politiche pubbliche e alle rappresentazioni istituzionali. Un’alleanza che tenga insieme biblioteche, scuole, gruppi di lettura, festival territoriali, pratiche sociali della lettura e ricerca empirica sui processi reali. Non una somma di interessi settoriali dunque ma il riconoscimento di un ecosistema già esistente che chiede di non essere sprecato. Ci sono alcuni segnali positivi i tal senso: la regione Lazio anche sulla scia della ricerca S.T.O.R.I.E. promossa dall’Associazione degli editori indipendenti ADEI e dal Centro per il libro e la lettura, che abbiamo realizzato lo scorso anno, ha appena promosso i  gruppi di lettura presso gli istituti scolastici pubblici per sostenere la bibliodiversità attraverso l’acquisto del materiale librario presso le librerie indipendenti. Un piccolo cortocircuito.

In questo quadro, il ruolo delle istituzioni – a partire dal Centro per il libro e la lettura – non può limitarsi al coordinamento della filiera, ma deve includere il riconoscimento e la valorizzazione di queste pratiche come infrastruttura reale della promozione della lettura. Se, come ricordava Lagioia, la lettura è una battaglia di civiltà, allora questa battaglia si gioca soprattutto nei luoghi in cui la lettura diventa davvero comunità. È da lì che occorre ripartire: non certo per sostituire la filiera ma per allargarne lo sguardo. 

Per questo torno su una proposta che avevo avanzato alcuni mesi fa su Domani: la creazione di un tavolo permanente sulla lettura. Non un organismo formale in più, né l’ennesimo spazio di confronto destinato a registrare criticità già note, ma un luogo stabile di ascolto e di confronto. Un luogo capace di tenere insieme i soggetti della filiera con chi ogni giorno “dinamizza” la lettura nei territori, nelle scuole, nelle biblioteche, nei gruppi di lettura, nelle associazioni, nei presìdi culturali e sociali, negli ospedali, nelle carceri etc., figure queste poco visibili ma decisive. Un tavolo permanente serve proprio a questo: dare continuità a un confronto che oggi troppo spesso si riattiva solo per emergenze o in occasioni episodiche e soprattutto mettere in rete quelle esperienze preziosissime che funzionano ma restano spesso isolate e se sono isolate sono anche più deboli. 

Soprattutto un tavolo permanente serve a riconoscere che esiste già un ecosistema vivo della lettura che  va coinvolto come interlocutore stabile nella costruzione delle politiche culturali. Significa anche avviare una narrazione diversa della lettura: meno centrata sulle fragilità e sulle mancanze, più capace di raccontarne la forza concreta e trasformativa. La narrazione dei “martiri del libro” di certo non ci aiuterà a far leggere di più. 

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Giovanni Solimine

Condivido parola per parola le considerazioni di Nicola Lagioia sull’assenza di politiche per l’editoria libraria, rese ancora più amare dalla constatazione del successo del Salone di Torino e dai tanti segnali di vitalità che il settore esprime.

Desidero solo sottolineare alcuni aspetti del suo intervento. Lagioia parla di “un mercato più solido di quanto si creda” e i numeri lo confermano. Ne ricordo soltanto due, che confermano che stiamo parlando di un comparto tra i più importanti nell’industria culturale italiana. 

Fino al 2023 il valore economico del mondo dei libri ha avuto il primato tra i diversi ambiti e ora è seconda soltanto alle spese sostenute dagli italiani per abbonamenti alle pay tv (il cui fatturato, però, è sostenuto dagli eventi sportivi e dal fortissimo calo della tv generalista), ma è pur sempre sette volte più grande del box office delle sale cinematografiche (per arrivare a un fatturato paragonabile a quello del mercato librario non basta sommare gli incassi dei concerti musicali, di cinema e teatri, di mostre e musei, delle vendite dei giornali). Quindi, la gente spende di più per comprare libri che per tutte le altre forme di partecipazione culturale “fuori casa”, per usare un’espressione cara all’Istat. Eppure, lo Stato interviene generosamente – e fa benissimo a farlo – a sostegno del cinema, dei teatri, degli enti lirici, e molto meno a favore dell’editoria.

Un altro numero, che fa da pendant a questi sulla dimensione economica, riguarda il popolo dei lettori: circa metà degli italiani legge almeno un libro all’anno. Nessuno è soddisfatto di questo dato ed è evidente che ci sia un margine di crescita enorme. Ma si tratta pur sempre di un numero molto elevato. Teniamoci bassi. Senza considerare i lettori occasionali, e pur calcolando soltanto coloro che hanno un rapporto stabile o almeno abbastanza frequente con la lettura, possiamo dire che ogni anno almeno 10-15 milioni di italiani leggono più di tre libri per scelta, senza calcolare chi si accosta ai libri per motivi professionali o di studio. 

Se partiamo da questi numeri, forse ne potremmo ricavare un’indicazione per ricercare quell’attenzione dei decisori pubblici che Nicola Lagioia sollecita nel suo articolo. La battaglia per un sostegno alla produzione e lettura dei libri non rispecchia solo gli interessi di una corporazione, ma riguarda la crescita complessiva del Paese e dei cittadini, compresi coloro che non leggono e che indirettamente potrebbero trarre vantaggio da una maggiore circolazione dei libri. Non penso sia necessario argomentare questa affermazione. 

Accanto alla indispensabile unità fra i diversi soggetti della filiera (autori, editori, traduttori, librai, bibliotecari, insegnanti ecc.), cui aggiungerei anche le istanze del mondo dell’associazionismo e del volontariato impegnate assieme a tanti operatori professionali nelle attività di promozione culturale, penso che vada mobilitato questo capitale sociale, che può essere molto più di un “portafoglio clienti”. L’obiettivo comune, all’interno del quale ciascuno troverà le proprie gratificazioni, è presto detto: vogliamo buoni libri da leggere. 

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Della Passarelli

Ho letto con interesse il pezzo di Nicola Lagioia e la risposta di Giovanni Solimine, con il quale condivido il lavoro nel Forum da diverso tempo, e la replica di Pippo Civati.

Da un anno sono la presidente dell’Associazione editori indipendenti, quella ADEI nata nel 2018 per promuovere l’editoria indipendente.

ADEI negli anni è cresciuta, fino a diventare un punto di riferimento nel panorama editoriale, grazie a ricerche e azioni pensate per indirizzare politiche per il libro – in particolare il rapporto “Atlante delle case editrici in Italia. Come leggere (e non fraintendere) il mercato”, presentato al Salone lo scorso 14 maggio. Dal rapporto emerge lo squilibrio con i quattro grandi gruppi che controllano diverse sigle editoriali, e possiedono canali di promozione, distribuzione e retail. Canali che, per inciso, noi editori indipendenti paghiamo perché i nostri libri vengano promossi, distribuiti, e venduti. Per quanto riguarda la voce “venduti”, in particolare, la difficoltà è enorme: per una casa editrice indipendente vendere in una cosiddetta “libreria di catena” significa applicare uno sconto enorme sui propri libri, per i quali poi spesso non c’è granché interesse da parte della suddetta libreria di catena, che privilegia i titoli dei propri marchi e i bestseller.

Eh già, perché l’editoria sempre più ha a che fare con “numeri” e “bisogni dei clienti”.

Per dire: il Salone, salvato dagli indipendenti, ha quest’anno dedicato all’area romance uno spazio autonomo, con un biglietto a parte, affinché i lettori (per la maggior parte ragazze molto giovani) potessero farsi firmare le copie dei libri e fare dei selfie con le autrici e gli autori.

Non ho nulla contro il genere romance. Anzi, credo che stia creando attorno a sé una forte e vivace comunità, il che non guasta. Non voglio fare la figura della snob. Ma sarebbe molto bello se saloni e fiere potessero essere catalizzatori di dibattiti e di riflessioni più ampie, capaci di accrescere senso di discernimento e spirito di immaginazione. E che non debbano sempre e soltato confrontarsi con esigenze di vendita.

Il voucher per gli editori, che è stato ottenuto grazie a un lavoro congiunto di ADEI e AIE accolto dal Centro per il libro, è un risultato di quell’unione che Nicola Lagioia auspica, cosicché le case editrici non debbano “sacrificarsi” per partecipare alle fiere e queste organizzazioni possano contare su maggiore presenza. 

Anche se non è facile stare assieme – e non solo accordarci tra le diverse sigle ma perfino all’interno delle associazioni in cui operiamo – stiamo lavorando con tutta la filiera (librerie, biblioteche, case editrici) per proseguire il lavoro su una “Legge del libro”, che metta a sistema alcune questioni. Ad esempio:

– Più biblioteche di pubblica lettura e più libri nelle scuole. 

– Maggiore sostegno alle biblioteche per acquistare libri, senza bandi per strappare preventivi migliori e quindi senza sconto sul prezzo pieno (perché lo sconto ricade poi nostre imprese, danneggiando le professionalità che nell’editoria indipendente ci lavorano).

– Formazione agli insegnanti affinché possano educare alla lettura.

– Tutela e valorizzazione delle librerie indipendenti.

– Sostegno a beneficio della circolazione degli autori e autrici all’estero (illustratori e fumettisti compresi).

-Attivazione di tax credit per le case editrici.

Perché appunto, è bene ricordarlo, il mondo dell’editoria libraria non ha sostegni, non ne hanno le case editrici né le librerie indipendenti. Entrambe queste entità fanno affidamento, per sopravvivere, sulla vendita dei libri.

Al Salone dello scorso anno, abbiamo chiesto di aprire di nuovo il tavolo con tutta la filiera al Ministero della cultura. Ora torniamo a chiederlo, ribadendo i punti che riteniamo essenziali. 

“Come sappiamo la promozione della lettura è una battaglia di civiltà, non dovrebbe avere colore politico” scrive Lagioia.

Appunto. Impariamo a lavorare insieme, dimostriamo che lavorare con i libri ci rende diverse, diversi. 

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Giuseppe Iannaccone

Bastano le migliori intenzioni per emancipare una battaglia giusta dai limiti del corporativismo? Quando si parla di libri e di lettura, in Italia, è difficile resistere alla tentazione poetica della recriminazione vittimistica, magari volgendosi all’Eden (immaginario) di un radioso passato.

Nell’invocare una maggiore unità di intenti nell’ambito della filiera editoriale, Nicola Lagioia flagella la miopia e la distrazione degli addetti ai lavori che, rattrappiti nel chiuso “particulare”, gli appaiono preoccupati solo di difendere il proprio magro orticello. È ingeneroso per eccesso di bene. E perché, per valorizzare (a ragione) il peso quantitativo del sistema, ne trascura (a torto) quello qualitativo, confondendo due piani diversi che non sempre si incontrano e che pure vorremmo alleati: quello dell’industria culturale e quello della promozione della lettura.

Se, come riconosce, diffondere la pratica della lettura è “una battaglia di civiltà”, l’ottica culturale non può dipendere da quella aziendale. Occorrono “buoni libri da leggere”, osserva Giovanni Solimine: e certo non mancano i “buoni libri”, figli di scouting intraprendenti, scelte editoriali coraggiose, ripescaggi significativi e perfino recuperi di grandi classici che rivivono tra le mani dei più giovani.

Del resto, anche limitandoci all’oggettività dei numeri, pare immotivato evocare la catastrofe imminente, non fosse altro per i ragazzi e le ragazze che – con buona pace dei luoghi comuni – leggono più di ieri, per l’energia di fenomeni spontanei come i gruppi di lettura, per la vitalità delle librerie indipendenti, delle associazioni e delle biblioteche, sempre più attive come presidi territoriali di cultura, luoghi di incontro, aggregazione, formazione e inclusione civile.

Il che, ovviamente, non autorizza proclami di giubilo. C’è molto da fare. In primo luogo, educare alla lettura nelle scuole (un’ora a settimana finalizzata a questo scopo?): un proposito non banale, da realizzare mediante un nuovo paradigma didattico, capace di presentare il libro – il romanzo, la poesia, anche il saggio – come specchio e palestra di idee e passioni, non come un cadavere da anatomizzare a caccia di figure retoriche. In secondo luogo, assumere una concreta strategia olivettiana: l’unica in grado di portare il libro dove dominano siccità culturale e povertà socio-economica. In terzo luogo, potenziare il “Piano nazionale d’azione per la promozione della lettura”, con l’obiettivo di ridurre le asimmetrie tra le diverse zone d’Italia, incentivare la lettura sin dall’infanzia, rafforzare le biblioteche scolastiche e spingere, grazie ai “Patti per la lettura”, istituzioni pubbliche e soggetti privati a investire nelle attività legate al libro. Compiti che il Centro per il libro e la lettura svolge tenacemente, con impegno e risultati concreti, anche se evidentemente non sempre riconosciuti.

Siamo d’accordo: la formazione critica della cittadinanza non può essere delegata solo al mercato (lo dimostra, nei fatti, il sostegno alla piccola editoria, garanzia di una feconda bibliodiversità) ma neanche l’antica panacea dell’assistenzialismo è in grado di fornire risposte strutturali e non contingenti. L’invito agli editori e alle associazioni di categoria a comportarsi come i tassisti trasformerebbe, se accolto, la battaglia collettiva in crociata di parte, sacrificando la necessità di una visione sistemica e oscurando le sinergie virtuose tra gli attori (tutti) della filiera del libro. La metafora è odiosa, ma alla “chiamata alle armi” mancherebbero i fruitori del taxi, ovvero i lettori. Una democrazia è più forte se si occupa, in primo luogo, di loro. 

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Qui si può leggere il pezzo di Nicola Lagioia.

Anche Pippo Civati è intervenuto sul tema. Il suo contributo al dibattito si può leggere qui.

Giovanni Solimine

Giovanni Solimine è Professore emerito della Sapienza Università di Roma, dove ha insegnato per molti anni, e presidente della Fondazione Bellonci-Premio Strega. 

Della Passarelli

Della Passarelli è direttrice editoriale di Sinnos Editrice e presidente di ADEI, Associazione degli Editori Indipendenti. Insegna Lingua e Letteratura Italiana alla American University of Rome.

Giuseppe Iannaccone

Giuseppe Iannaccone è storico della letteratura. Dal giugno 2025 è presidente del Centro per il libro e la lettura.

Chiara Faggiolani

Chiara Faggiolani è docente universitaria, autrice e presidente del Forum del Libro.

Giuseppe Laterza

Giuseppe Laterza è un editore italiano, proprietario della casa editrice Laterza.

Florindo Rubbettino

Florindo Rubbettino è Incaricato con delega per il Mezzogiorno Associazione Italiana Editori.

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