Articolo
Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

91 persone sospettate di essere anarchiche non hanno potuto partecipare a un funerale. Questa cosa ci riguarda tutti

Cover Manconi

Perché il fermo preventivo a cui sono state sottoposte 91 persone che volevano partecipare ai funerali degli anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano è un segnale inquietante per la democrazia.

Chi, degli autori di questo articolo, ha l’età per poterlo fare, ricorda bene di aver partecipato oltre mezzo secolo fa a due funerali politici molto significativi. Cominciamo dal primo, quello dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano, mentre vi era trattenuto illegalmente, in una città che, appena qualche giorno prima, era stata lacerata dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. In un clima di freddo acuto e di pioggia sottile, nel cimitero di Musocco si ritrovarono alcuni intellettuali (Vittorio Sereni, Giovanni Raboni, Giorgio Cesarano, Goffredo Fofi, Franco Fortini, Elvio Fachinelli), qualche assistente dell’Università Cattolica (tra loro Rosetta Infelise, Luisa Muraro e Bruno Manghi) e un gruppo di studenti e anarchici che intonarono quelli che sarebbero diventati i primi versi de La ballata del Pinelli.  Poche decine di persone che, tra strazio e impotenza, “giurarono vendetta”.  

Il 28 marzo del 1972 – ecco il secondo funerale – una folla non molto più numerosa accompagnò alla cimitero Monumentale di Milano il feretro di Giangiacomo Feltrinelli. Anche allora dominava lo smarrimento, tra coloro che lo piangevano come vittima di trame fasciste e golpiste, interne o internazionali, e chi ne rivendicava “la morte da combattente rivoluzionario”. 

In entrambe le circostanze la polizia rispettò il dolore dei presenti e si tenne ben lontana dai partecipanti a quelle cerimonie funebri.

Molto tempo dopo, il 29 marzo del 2026, a Roma, novantuno persone, definite anarchiche, sono state sottoposte a fermo preventivo poiché ritenute pericolose o sospette in quanto si apprestavano a partecipare a una manifestazione in memoria di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti a seguito dell’esplosione dell’ordigno rudimentale che stavano realizzando all’interno di un casale nel Parco degli Acquedotti. 

La Questura aveva vietato qualunque forma di commemorazione, con l’obiettivo di “tutelare l’integrità dei luoghi in cui si è consumato l’evento ai fini investigativi”; e di impedire una iniziativa considerata – leggete bene – “in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, attesa l’inclinazione ideologica dell’anarchismo contro l’ordine costituito e lo spirito celebrativo cui la stessa è ispirata, teso all’esaltazione, in un’irrituale chiave commemorativa, di condotte, quali l’assemblaggio di un ordigno, finalizzate al compimento di gravi azioni delittuose”. (Comunicato della Questura di Roma, 26 marzo 2026).

Tra i primi a sperimentare, quindi, la nuova norma del fermo preventivo (che permette alle forze di polizia di accompagnare negli uffici e trattenere persone fino a 12 ore, basandosi su un sospetto di pericolosità) sono ancora una volta gli anarchici, come ha ricordato Mario Di Vito sul «manifesto». 

Ma, a ben vedere, la questione solleva interrogativi di ancor più lungo respiro. Così sintetizzabili: c’è ancora nelle società democratiche contemporanee uno spazio in cui la potenza della norma non si imponga sul “fattore umano”, negandolo e umiliandolo? Sopravvive, cioè, una dimensione immune in quanto garantita e protetta dove l’esercizio della forza, anche quando legittima, deve arrestarsi, riconoscendo l’espressione di una pulsione umana che eccede i limiti dell’ordine pubblico e si propone come valore assoluto? Nello specifico quando quel “fattore umano” è costituito da eventi come la morte e il lutto? 

Ma non solo. Assumiamo, per ipotesi, che l’intervento delle forze di polizia nel corso della manifestazione di Torino del 31 gennaio scorso sia stato legittimo: di conseguenza, come dovremmo giudicare il fatto che quello stesso intervento non abbia previsto la salvaguardia dell’incolumità di Claudio Francavilla, fotografo di professione, immotivatamente aggredito da un gruppo di agenti, rovesciato a terra e abbandonato sul selciato, privo di qualunque soccorso? 

L’azione della polizia, in questo caso, andrebbe considerata del tutto illegale in quanto incapace di porre e rispettare un limite. Ovvero di circoscrivere l’uso della forza, garantendo l’immunità a chi doveva godere di una speciale protezione. 

Se ampliamo un simile ragionamento fino alla sfera del rapporto tra esercizio della repressione di Stato e comportamenti umani, possiamo farne discendere che deve sempre esistere una dimensione intangibile, nella quale alcuni valori prevalgono su tutti gli altri fino a godere di una tutela incondizionata. Il dolore per i morti, il diritto a onorarli, la facoltà di celebrarne la memoria ci sembra rientrino tra questi principi superiori. 

Si arriva a questa conclusione attraverso un percorso che può apparire contorto, ma solo perché scombina alcuni schemi culturali e politici consolidati e passa anche attraverso una domanda scandalosa: è giusto consentire che i fascisti commemorino fascisticamente i morti fascisti? Può non piacere e non ci piace affatto, eppure la domanda è più che motivata.  

Per capirci, i saluti romani nel corso del ricordo dei morti di Acca Larentia (7 gennaio 1978) vanno permessi? 

Quel gesto va considerato come ascrivibile al perimetro di un rito funebre, ovvero di una commemorazione. E, di conseguenza, non meritevole di sanzione penale. Certo, non ne va negata la natura politica ma, al tempo stesso, se ne deve riconoscere la dimensione di atto privato compiuto in una forma collettiva e pubblica. Che, pure, in quella circostanza specifica non assume la valenza di istigazione alla commissione di reati e nemmeno di azione finalizzata alla ricostituzione del partito fascista. Di conseguenza, vengono meno i presupposti del reato. È quanto, per altro, ha affermato la Corte di Cassazione quando, nel gennaio del 2024, ha sentenziato che “il saluto romano non è reato a meno che ci sia il pericolo concreto di ricostituzione del partito fascista così come previsto dall’articolo 5 della legge Scelba, oppure ci siano programmi concreti e attuali di discriminazione razziale o violenza razziale così come previsto dalla legge Mancino”.

Ancora più nitidamente ha scritto il Giudice per l’Udienza Preliminare di Roma, nella sua sentenza del 20 febbraio scorso: “Non vi è dubbio che ‘la chiamata del presente’ e il ‘saluto romano’, siano inquadrabili nell’alveo dell’art. 5 della Legge Scelba; si tratta certamente di un rituale immediatamente e notoriamente idoneo ad evocare la ‘liturgia’ delle adunanze fasciste e il regime conseguentemente instaurato. Tuttavia, come precisato dalla Suprema Corte, non basta per ritenere sempre e comunque configurato il reato, poiché è necessario appurare, in concreto, la sussistenza di elementi di fatto idonei a dare concretezza al pericolo di ‘emulazione’ insito nel reato”.

Se, poi, volessimo accertare che cosa davvero pensino gli apparati dello Stato a proposito dei riti del lutto dell’una e dell’altra parte, dovremmo constatare che quelli di ispirazione neofascista si ripetono, sostanzialmente indisturbati, dal 1978, mentre quelli per i due anarchici morti qualche settimana fa, sono stati bloccati prima ancora che avessero inizio. 

In questa circostanza, la politica, intesa nella sua forma ultima, quella dell’uso della violenza istituzionale regolamentata, sembra non riconoscere più alcun ambito di immunità e di incolumità (incolumĭtas: tutela dalla disgrazia) alla nuda vita fisica e psichica. E sembra voler arrivare fino a disciplinare le espressioni e le relazioni primarie e fondative, come il culto dei morti.

Gli agenti di polizia, a piedi e a cavallo, che circondano il pellegrinaggio degli anarchici verso il luogo dove due loro compagni hanno perso la vita e la volontà di controllarne i movimenti e di impedirne alcuni gesti (il tributo di fiori, presumibilmente i canti e gli slogan), costituiscono una interferenza nella vita degli individui e nella loro soggettività e persino dentro la sfera emotiva più intima, quale quella della compassione e del cordoglio.  È una pretesa autoritaria, che ricorda in maniera impressionante i tanti funerali e le tante commemorazioni attaccate e disperse dalle polizie nei paesi dominati da dittature (dalla Russia all’Iran). Da qui, tra l’altro, la richiesta delle Nazioni Unite rivolte invano ai paesi in guerra di cessare il fuoco e di garantire lo svolgimento delle ceremonie funebri nei luoghi di conflitto armato.

Ma, per tornare all’Italia, da cosa nasce questo accanirsi contro una manifestazione tutto sommato innocua? Innanzitutto, è vero che il versamento di sangue a causa di un’azione di repressione statuale o, come in questa circostanza, per effetto di un tragico incidente messo in moto dalle stesse vittime, costituisce un vincolo che assume, magari solo virtualmente, un carattere sacro. Radice, quest’ultima, presente nello stesso verbo sancire, che può fare della commemorazione dei morti una obbligazione inderogabile e solenne, proiettata verso un destino che si vuole comune. Si può non condividerla, faticare a comprenderla, dissentirne radicalmente, ma non ci si può in alcun modo esimere dal rispettarla profondamente e dal proteggerla. In caso contrario sarebbe un atto di blasfemia e, in termini profani, un cedimento all’autoritarismo. 

Luigi Manconi

Già docente di Sociologia dei fenomeni politici e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato della Repubblica, è stato parlamentare e sottosegretario di Stato alla Giustizia. È editorialista per «La Repubblica» e «La Stampa». Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori (Garzanti, 2024).

Marica Fantauzzi

Marica Fantauzzi si occupa di progetti rivolti a minori in pena alternativa alla detenzione con l’associazione Arpjtetto e lavora con “A Buon Diritto” nell’ambito delle ricerche sui diritti umani in Italia. Dirige inoltre il podcast “Sveja”.

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