Nel romanzo di Marie Darrieussecq, Rose e Solange sono due amiche diverse ma non troppo: cresciute una di fronte all’altra nel paese basco, divise da classe, temperamento e destino, eppure legate da una forza di attrazione che le accompagna per tutta la vita, continuando a orbitare l’una attorno all’altra mentre ciascuna desidera, in segreto o apertamente, ciò che all’altra sembra appartenere con naturalezza.
Anni Ottanta, un luogo sperduto nel paese basco francese. Due adolescenti, Rose e Solange, alle prese con la scuola, la famiglia, gli amici, l’amore, il sesso. Le due amiche abitano una di fronte all’altra, ma tra loro si apre un abisso per questioni di classe, temperamento e fato. Una è la brava ragazza che ha già trovato il padre dei suoi figli e va al liceo e all’università per diventare psicologa; l’altra è la ribelle che partorisce con orrore, lascia il figlio e, ballando, va in cerca di fortuna altrove. Due amiche che si guardano, che desiderano ciò che l’altra possiede: Solange prende in prestito soldi e anfibi da Rose, Rose vorrebbe il fascino, la capacità di seduzione e il gusto dell’avventura di Solange. Tra loro c’è affetto, invidia, ammirazione, incomprensione: forse è la diversità a tenere ciascuna nell’orbita dell’altra. L’ultimo romanzo di Marie Darrieussecq, scrittrice, traduttrice e psicoanalista (Bayonne, 1969), si intitola “Fabbricare una donna” (Crocetti Editore, traduzione di Sofia Tincani). Oltre Simone De Beauvoir, oltre Jacques Lacan – per il quale la donna non esiste, esistono solo le donne –, per la scrittrice basca francese c’è l’atto materiale di costruzione dell’essere femminile, un assemblaggio che passa per la fisicità, anche quella della storia e della geografia.
Ha detto che il verbo “diventare” era troppo legato alla celebre frase da “Il Secondo Sesso”: “Non si nasce donne, si diventa”. Il corpo delle donne resta al centro del discorso, della lotta, del rapporto spesso difficile che abbiamo con noi stesse.
Le donne sono più “fabbricate” degli uomini, lo erano soprattutto negli anni Ottanta, quando le ragazze erano soggette a dei diktat contraddittori: bisognava essere libere ma non troppo, altrimenti si passava per puttane, perciò bisognava fabbricarsi con dei pezzi che non si incastravano bene tra di loro. “Fabbricare” è una parola molto artigianale, materiale. Il “diventare” di Simone De Beauvoir è molto più nobile, chic, oltre che corretto, perché non si nasce donne, lo si diventa. Ma noi siamo anche fabbricate male, come dei piccoli mostri di Frankenstein, e nella vita andiamo avanti come possiamo. I ragazzi sono meno costruiti artificialmente perché il modello dominante è quello maschile, ma nel romanzo ci sono anche ragazzi che non hanno voglia di essere fabbricati in modo virile e che cercano di inventarsi un altro modo di esistere.
Oggi è inevitabile pensare al corpo sottomesso chimicamente di Gisèle Pélicot e a come si è riappropriata di se stessa a cominciare dalla sua faccia.
Che donna formidabile! Gisèle Pélicot si è ri-fabbricata, si è reinventata, è un’eroina. Per la mia generazione è importante perché potrebbe essere mia madre e l’idea che anche una nonna può essere violentata è inedita, nessuno ne parlava prima di lei. Il concetto che la vergogna deve cambiare fronte è la lotta di tutte e tutti noi e mi piacerebbe che anche gli uomini vi prendessero parte.
La sopravvivenza di Madame Pélicot è anche un successo della psicoterapia.
Forse sì, ma ho l’impressione che per lei la giustizia sia stata una grande terapia, come le giovani femministe che l’aspettavano all’uscita del tribunale, gridando slogan che non erano quelli della generazione di Gisèle, come “Non tutti gli uomini, ma sempre degli uomini”. Le nuove generazioni di femministe l’hanno fatta riflettere. In Francia siamo tutti molto felici che si sia riconciliata con la figlia: l’8 marzo erano insieme in testa alla manifestazione.
“Fabbricare una donna” è un doppio romanzo di formazione, ma Rose e Solange sono anche due metà, forse due aspetti di Marie Darrieussecq?
Questo è certo: Rose e Solange sono due parti di me, la brava studentessa e la punk, la soldata e la ribelle, ma possiedono anche un qualcosa di molto abituale tra i giovani negli anni Ottanta: quando si era amiche, si era per forza anche rivali, perché non c’era posto per tutte. Ci poteva essere solo una donna eletta, una sola donna con un buon lavoro, una sola attrice: Catherine Deneuve o Isabelle Adjani, bisognava sempre scegliere. Credo che oggi le cose siano migliorate: quando guardo la generazione delle mie figlie, vedo meno rivalità, meno concorrenza, come succedeva a noi perché non c’erano posti per le donne. Entrambe le protagoniste hanno anche grandi difetti: Rose vuole fare sempre tutto bene, mentre Solange è un’amica molto ingrata, quella che telefona solo quando ha urgentemente bisogno di te, per esempio quando ha paura di essersi presa l’AIDS. Rose c’è sempre, è davvero una buona amica, ma è anche un po’ gelosa.
La storia inizia e torna di continuo al paese basco. Per lei la geografia è importante, lo è storicamente anche per il contesto di questa regione transfrontaliera. Nel romanzo compare una lingua ostica, impenetrabile come l’euskera, che è anche quella dell’ETA (Euskadi Ta Askatasuna, “Paese Basco e Libertà”), si menziona il contributo rivoluzionario, la scomparsa del fratello di un personaggio, la vendetta dell’organizzazione terroristica sul padre, l’ostracismo nei confronti della sua famiglia da parte dei paesani. Come ha vissuto quel periodo degli anni Ottanta?
È un aspetto molto importante per me, perché fa parte della mia storia ma allo stesso tempo è un argomento che parla anche agli altri: siamo tutti europei ma veniamo tutti da un paese piccolo, da un luogo particolare. Molti europei vengono anche da una lingua, in Italia ci sono molti dialetti. Io ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia disfunzionale come tutte, ma trilingue: si parlava euskera, spagnolo e francese. Per la mia professione ciò significa una grande libertà di scrittura: scrivo in francese ma è una lingua tra le altre, non è un tempio sacro, non è nemmeno uno stato di natura. Molti francesi sono monolingue e pensano che il loro sia l’unico idioma al mondo, cosa che alimenta una certa ristrettezza di spirito. Rose e Solange sono nate alla frontiera e sono consapevoli del fatto che il loro paese è uno tra i tanti, non è “Il Paese”. Entrambe vogliono fuggire, soprattutto Solange. Tutti i miei libri sono transfrontalieri, esistono tra diverse geografie e lingue, e inoltre c’è la grande tensione tra città e campagna che io ho vissuto molto nella testa e nel corpo. È molto dinamico e romanzesco questo peregrinare dei personaggi che si chiedono dove sia meglio vivere per loro.
Amo raccontare “l’Histoire, la grande Histoire avec sa grande hache”, come diceva Georges Perec (la grande Storia con la S maiuscola, con la sua grande ascia: gioco di parole tra ache/hache, acca/ascia, ndr), il punto di vista dei personaggi. Quando ero adolescente vedevo la lotta nel paese basco, la vivevo ma non la comprendevo. Mi piace collocare i personaggi nel bazar della storia, nel suo caos. Quando avevo quindici anni nessuno mi ha spiegato cos’erano i GAL (Grupos Antiterroristas de Liberación, gruppi paramilitari creati dal presidente del governo spagnolo Felipe González, di fatto un’organizzazione terroristica di stato, ndr) o l’ETA, sentivo i colpi di arma da fuoco a Bayonne, vedevo che nel mio paese le persone sparivano, e quando chiedevo dov’erano mi dicevano che erano in prigione a Madrid. Era un argomento tabù e i baschi discutevano animatamente tra loro: mia madre era indipendentista, mio padre no e questo ha nutrito la mia ricchezza di romanziera.
Nel 1984 cambia la politica di accoglienza della Francia rispetto ai rifugiati politici baschi, vengono fatti degli arresti e per ritorsione nel paese basco spagnolo nasce un forte sentimento antifrancese, inizia un boicottaggio di cui si parla nel libro. La prima canzone citata è “Sarri, Sarri” dei Kortatu, dedicata alla spettacolare fuga dal carcere del filologo, poeta e scrittore basco Joseba Sarrionandia, nascosto dentro gli altoparlanti utilizzati per un concerto (Sarri è l’abbreviazione di Sarrionandia, ndr). Lei lo ringrazia alla fine del libro. Perché è così importante?
Joseba Sarrionandia era un membro dell’ETA che probabilmente ha partecipato a degli attentati omicidi. Ho avuto una corrispondenza con lui quando si era rifugiato in America Latina e gli ho chiesto spiegazioni sui crimini di sangue di cui si era macchiato, perché io sono indipendentista ma assolutamente non violenta. Si è pentito delle azioni compiute da giovane, ma la sua riflessione politica sul paese basco è stata molto interessante. Mi ha fatto crescere e comprendere il ruolo molto giacobino svolto da Parigi e Madrid nel soffocare la mia cultura. Ho ripreso lo studio dell’euskera e ho fatto un percorso di cui sono grata a lui e ad altri poeti baschi, persone più grandi di me che mi hanno aiutato a capire che potevo essere allo stesso tempo basca, francese, europea, femminista, laica, non violenta. È una componente molto specifica della mia vita che nutre tutti i miei romanzi. Questo fa sì che i bosniaci, i lituani, i finlandesi, gli ucraini invasi dai russi – sono molto vicina al popolo ucraino – possano leggere i miei romanzi in chiave universale.
Torniamo alle protagoniste femminili. Lei ha scritto prima la parte di Solange, poi quella di Rose, ma nel libro le ha invertite: una mossa molto astuta, perché provoca in chi legge un ribaltamento di prospettiva e di affiliazione, da “che stronza Solange” a “che stronza Rose”.
(ride) È il mio modo di scrivere, tutti i personaggi hanno ragione e torto, tutti sono simpatici e antipatici. Tutti hanno le loro ragioni, come in una tragedia greca. Ho cominciato da Solange perché è il personaggio più glamour, la più sexy, la più forte a suo modo. Scrivendo la parte di Rose l’ho trovata un po’ pallida, e allora mi sono detta: le devi dare le stesse chances di Solange. Anche lei deve essere glamour, sexy e intelligente, per questo ho messo prima la sua parte. Una decisione molto acrobatica, perché significa dover riscrivere e riprendere tutto, e a quel punto ho avuto l’idea di aggiungere la terza parte, “Insieme”, perché entrambe meritavano che si mostrasse l’amore che esiste tra loro e quanto è bella l’amicizia tra donne. “Ho un sacco di cose da dirti” è una delle ultime frasi del libro.
Rose ha un dono, un potere nelle mani. C’è una forte tradizione di stregoneria nel paese basco e il primo libro che ha scritto (inedito) si intitolava “Sorgina” (strega, in euskera). Le ha dato questo potere per renderla meno normale e banale?
Nel paese basco siamo tutte un po’ streghe: mia nonna era strega e cattolica, ovviamente; una prozia faceva muovere i tavoli e leggeva il futuro nei tarocchi; io scrivo, che è un po’ la stessa cosa. Rose ha un dono nelle mani, ma la repubblica francese non lo valorizza: la repubblica che ho conosciuto a scuola è l’Illuminismo, i filosofi, la democrazia, tutti bei valori, ma si valorizzano poco le donne e ciò che è irrazionale. Oggi la razionalità sta tornando in modo molto cupo, che io associo alla magia nera. Sto esagerando, ma Donald Trump, Jordan Bardella e il fascismo hanno qualcosa di tenebroso. Rose possiede un dono luminoso, di magia bianca, materna. Sarò ingenua, ma credo davvero che la poesia è in grado di salvare l’umanità, perché non può essere creata dall’intelligenza artificiale, che può solo imitarla. Tutto ciò che è irrazionale sfugge alla programmazione, per questo secondo me ci può salvare. Per diversi anni ho fatto la psicoanalista, ma ho sperimentato molto anche la trance e la meditazione, pratiche mentali verificate dalla scienza: sono stati di coscienza modificati senza sostanze psicotrope, molto riposanti per lo spirito, gli stessi in cui si scrivono la poesia e i romanzi. Per scrivere bisogna mettere da parte il sé quotidiano, anagrafico, ed entrare in un leggero stato di trance, sognante, molto benefico per il mondo.
Lei viene da un paese con una grande tradizione folclorica, ricco di miti, leggende, esseri magici, divinità, oltre che streghe. Nel romanzo c’è un piccolo oggetto che resta intatto nonostante la sua fragilità e che accompagna Solange nei numerosi traslochi, attraversando tutta la storia. È un oggetto molto simbolico: un uccello con le ali semiaperte. Potrebbe rappresentare l’adolescenza, quella fase in cui si dovrebbe spiccare il volo. Qual è la sua funzione?
Nel Paese Basco c’è una canzone molto famosa, “Hegoak” (“Le ali”), che parla di un uccello in gabbia a cui bisogna restituire la libertà. Chi canta lo ama e vuole possederlo, ma si dice che in amore bisogna lasciare libere le persone. La canzone parla anche del paese basco, della sua libertà, è molto poetica e ambigua ed è diventata una specie di inno dell’indipendenza del Paese Basco, un’indipendenza intelligente, che secondo me non deve imbracciare le armi. Quel piccolo oggetto a forma di uccello conservato da Solange permette al lettore di capire che anche lei ha un cuore, che è sensibile. Solange ha avuto una vita molto dura: ha partorito giovanissima, non ha avuto la possibilità di abortire, anche se l’aborto era legale – in Francia lo è diventato nel 1975 grazie alla ministra della salute Simone Veil – ma l’accesso all’aborto, ai medici, all’ospedale, era molto difficile per chi viveva in un villaggio: richiedeva una libertà che le ragazze non avevano. C’era bisogno di un’automobile per andare in città, e se non si diceva niente ai genitori ci si trovava messe all’angolo. L’egoismo di Solange è una questione di sopravvivenza.
La storia delle protagoniste nei decenni si può riassumere attraverso la musica citata nelle pagine del libro. La differenza tra le due amiche sta anche nei loro gusti musicali: il concerto di Barbara che entusiasma Rose e Christian lascia Solange del tutto indifferente.
C’è voluta della sottigliezza per scrivere questa storia perché non volevo raccontarla due volte. Volevo creare un puzzle in cui gli eventi si completano leggendo la seconda versione: gli eventi che mancano nella parte di Rose si comprendono leggendo Solange, tranne il concerto di Barbara che è raccontato due volte: Rose è entusiasta, Solange si annoia. Barbara è una grandissima cantante francese, ma in effetti o la si ama oppure no e ciò determina due tipi psicologici: Rose, che ha una vita privilegiata, può concedersi di diventare molto malinconica ascoltando le canzoni tristi di Barbara. Solange, che è una sopravvissuta, non ha tempo da perdere con la malinconia degli artisti, ha bisogno di gioia, di allegria, dei locali notturni, della musica degli anni Ottanta, cerca una musica da guerriera. Nelle discoteche Solange balla per restare viva e questo avviene durante l’epidemia di AIDS. Ho vissuto di persona la vita notturna dei locali gay in quegli anni in cui si ballava contro la morte e volevo raccontarlo nel libro.
Christian è il poeta e la coscienza politica. Scrive poesie che cantano l’unità del paese basco: “Qui non ci sono confini/ Perché provengo da un paese di parole e pietre/ Quattro più tre fa uno” (quattro sono le tre province della Comunità Autonoma Basca più la Navarra, tre le province di Iparralde, la parte francese, che insieme formano un solo paese basco, ndr). C’è una scena comica davanti a “Gernika” di Picasso durante la gita scolastica a Madrid. Le difficoltà di Christian non sono poche, tra il fratello in prigione, il padre minacciato perché non paga il pizzo rivoluzionario, la necessità di lavorare, il cambiamento nel suo corpo, l’abuso di alcol.
I baschi non fanno altro che ripetere che Gernika non è un quadro, è innanzitutto una città che è stata bombardata. C’è un paradosso artistico: nonostante le buone intenzioni di preservare la memoria dell’eccidio compiuto dai nazifascisti, in realtà Picasso ha finito per soffocare la città sotto il suo quadro. Le persone conoscono il dipinto ma non la storia di Gernika, è terribile. Inoltre il quadro si trova al Reína Sofia di Madrid, la città dei colonizzatori del paese basco. Davanti a quell’enorme tela Christian sbrocca, anche per la provocazione di un compagno di classe. È un passaggio molto politico del libro, ma Christian è anche un poeta: per lui il mondo è troppo duro, troppo violento, anche nella sfera sessuale. Rose trabocca di desiderio per lui – perché le donne hanno desideri molto forti – e vuole fare l’amore con lui, ma per lui è troppo chiedergli di fare il maschio che la possiede. La sua è una sessualità fragile che negli uomini non viene valorizzata, soprattutto negli anni Ottanta. Mi piace molto il modo in cui Christian si costruisce come uomo, delicatamente, lentamente, con dolcezza. È qualcosa che da giovane mi è mancato molto negli uomini baschi che erano obbligati a essere dei macho, oltre al fatto che nel mio paese essere omosessuali come Brice era impossibile.
La geografia, che per lei è molto importante in quanto basca, è lo spazio che le donne attraversano quotidianamente e come sono costrette a relazionarsi con esso. Nel libro c’è un cambio di atteggiamento in Rose quando frequenta il corso di autodifesa, dopo aver subito molestie all’università o sui mezzi di trasporto. C’è un piccolo spazio protetto dove Solange, pur essendo l’unica donna, è al sicuro: la discoteca gay di Bordeaux. Mi ha fatto pensare a una scena di “Fiesta” di Hemingway, quando Brett, la protagonista femminile, fa il suo ingresso in un locale di Parigi insieme a un gruppo di omosessuali tra i quali si sente protetta, perché sa che può bere e non le succederà niente di brutto.
Quando sono arrivata a Bordeaux a diciassette anni, era la grande città dove finalmente potevo respirare senza essere spiata dai vicini, e dove sono stata adottata dal primo locale notturno dove sono entrata, una discoteca gay, dove mi sentivo al sicuro, in vacanza dallo sguardo maschile. All’epoca non c’era il concetto di “male gaze”, ma ero sollevata dal fatto che nessuno mi desiderasse, che tutti mi lasciassero in pace e che nonostante fossero gay mi adorassero perfino! Ero la loro mascotte, erano tutti più grandi di me e molti sono morti di AIDS. È stato un periodo della mia vita in cui ho imparato moltissimo sulla vita e sulla morte. Non mi chiedevo più se ero vestita in modo adeguato, se ero in pericolo, loro mi riaccompagnavano a casa la sera. Come racconto nel romanzo, una volta io e un amico gay siamo stati inseguiti da persone che volevano ucciderci perché eravamo queer: ho avuto paura di morire e ho sentito l’omofobia dentro il mio corpo, nonostante fossi una donna etero.
Il sesso non funziona molto nel romanzo. Tra Rose e Christian non c’è intesa sessuale, eppure lei lo ama e vuole passare la vita con lui.
Adoro le storie di fallimenti sessuali! Non lo si racconta abbastanza, ma in generale il sesso è un fallimento ed è normale che sia così: è difficile trovare un’intesa. Quando è bello, è meraviglioso, magico, raro, ma a diciassette anni ci fanno credere che sia sempre fantastico. Invece richiede del tempo, una magia tra i corpi e anche in fatto di sesso l’intelligenza artificiale non è in grado di insegnarci niente. Christian e Rose sono innamorati, anche se lei ha dei dubbi perché vuole fare sempre tutto bene, vuole essere fedele, ma è difficile perché è molto giovane. Come fare per sposarsi con il suo amico d’infanzia? Secondo me non è una buona idea, ma lei ha deciso così e ha una concezione del sesso grandiosa. All’epoca i giovani erano meno influenzati dal porno, la situazione era meno catastrofica, ma avevano comunque dei modelli di successo sessuale. È normale all’inizio non sapere che fare, Rose fa paura a Christian perché il suo desiderio è troppo grande, lei gli chiede di guidare la situazione, come in una danza, ma lui non è in grado e io lo trovo molto commovente. Mi è piaciuto molto scrivere le scene di sesso tra di loro, sono così goffi e teneri.
C’è la questione di classe nel libro: esiste tra Rose e Solange, e tra Rose e Christian.
Tutti i miei romanzi, in particolare in questa serie in cui compaiono Rose e Solange, raccontano la stessa storia in momenti diversi ed è una storia di classe sociale. Il mio modello è Annie Ernaux, anche se io scrivo in modo diverso da lei. Dico sempre che ho come genitori Patrick Modiano e Annie Ernaux, ma anche Marguerite Duras e Georges Perec. Ernaux è più sociologica di me, ma nel mio modo di raccontare storie sotto forma di romanzi le classi sociali sono molto importanti: Rose e Solange non vengono dallo stesso ambiente, non sono diversissime, quel tanto che basta affinché Rose abbia un altro futuro, altre possibilità, altri genitori, e questo complica la loro amicizia.
Alla fine le due protagoniste non spiccano il volo: Rose ha la famiglia che ha sempre desiderato, con marito e figli, avviata a un ménage familiare consolidato. Solange è single e vive una tremenda umiliazione professionale. Continueranno a essere amiche?
Secondo me sì. Hanno sufficiente forza e longevità da superare gli ostacoli, anche se non sarà facile. È importante che l’ultima frase del libro resti aperta e che non si capisca chi la dica. Rose e Solange si vogliono molto bene.
Ma Solange non le restituisce le Doc Martens.
Jamais!