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Gianluca Nativo

Capire i propri studenti è difficile

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I recenti casi di cronaca hanno di nuovo riportato i giovani e i giovanissimi all’attenzione della stampa. Oltre le prese di posizioni giudicanti o retoriche, un insegnante prova a chiedersi cosa sa davvero dei suoi studenti – e di se stesso.

Ho un sogno ricorrente: sono in classe e perdo il controllo. Una volta, nel sogno, c’è un terremoto, ma non ricordo il protocollo di sicurezza, in un altro tutti i miei alunni si scattano foto con il cellulare tra i banchi, registrano video di me che grido e provo a far rispettare le circolari ministeriali, in un altro ancora l’alunno più remissivo mi grida contro le peggiori parolacce. Qualcosa non torna nel mio inconscio. Credo di avere un ottimo rapporto con i miei studenti. Dopo i primi anni di precariato, accumulata una certa esperienza, ho capito che la cosa più sbagliata da fare è alzare la voce, che mantenere l’autocontrollo è la misura migliore per tenere in ordine la classe. Non c’è bisogno nemmeno che si alzino in piedi quando entro, basta un’occhiata calda ma ferma per ricordargli che la lezione sta per cominciare. Da qualche anno se ne sono resi conto anche i colleghi, qualcuno mi cerca: “ho bisogno di te, devo darmi una calmata”. La bidella all’ingresso quando mi vede portare le classi in giardino chiude un occhio, si fida. La psicologa della scuola vede il mio approccio come un esempio, perché, dice, offro un’alternativa di modello maschile. Anche alcuni genitori sostengono che i loro figli si sentono tranquilli durante le mie ore. Eppure, a giudicare dai miei sogni, forse non dovrebbero fidarsi.

Se c’è un motivo per cui ho iniziato a insegnare, se ogni giorno varco i cancelli sereno, è perché nel prendermi cura dei miei alunni, nello strutturare le loro giornate, finisco per dare forma e ordine anche alla mia vita. Ma quando la violenza irrompe dall’esterno, a turbare questo equilibrio, le certezze crollano: per questo motivo alla notizia della docente accoltellata a Trescore Balneario, Chiara Mocchi, ho come fatto finta di niente. Dell’aggressione in aula docenti non si parla, ci scambiamo solo vaghe occhiate preoccupate, al massimo si fanno ad essa velati riferimenti. Non sappiamo del resto cosa dire; forse qualcuno si è limitato a dare la colpa, come per un automatismo, ai genitori. Non è arrivata poi nessuna  mail dalla dirigenza scolastica – di fronte a eventi luttuosi non è raro che si prenda in considerazione il minuto di silenzio durante le lezioni, è successo per Giulia Cecchettin, per Crans-Montana… per alcuni minuti, in un’altra scuola, si era persino tenuta la bandiera a mezz’asta per la morte di Silvio Berlusconi (poi prontamente issata dopo la valanga di mail di docenti indignati). In questo caso invece niente. Io stesso ho come rimosso il tema, disinteressandomene per giorni prima di leggere la lettera commovente della collega in fin di vita.

Mentre tutto sembra sotto controllo, all’improvviso salta fuori un nuovo problema: un alunno rifiuta di venire a scuola, un altro resta sveglio tutta la notte e dorme in classe, i genitori a volte non collaborano, anche loro hanno qualcosa da nascondere. Intanto molti corsi di formazione cercano di stare al passo con le nuove fragilità, ma finiscono per ripetere schemi vecchi, aprendo ogni lezione con l’ennesima definizione di empatia, riciclano giochi di gruppo già visti mille volte.

E allora ti ritrovi a sperare solo che l’anno finisca in fretta, che a fine giugno quella sensazione di impotenza evapori piano, perché non sai più cosa inventarti per aiutarli a venire fuori dalle loro paure.

Certo, il resto non aiuta. Sono un paio di settimane che all’entrata della scuola compaiono, tra volantini per ripetizioni private e manifesti di una mostra all’Hangar Bicocca, alcuni slogan di propaganda contro l’immigrazione. Nonostante le segnalazioni fatte al comune le scritte “remigrazione subito!” resistono incrostate di colla. Come se non bastasse, a cadenza regolare sull’asfalto dove la mattina si raggruppano centinaia di studenti in attesa della campanella che apre i cancelli, ogni due metri compaiono le scritte “no arabi”, fatte con stencil precisi, molto probabilmente un’operazione di qualche associazione di estrema destra. Durante un colloquio, mi sono ritrovato a insistere per convincere una madre su quanto buono fosse suo figlio, mentre lei scuoteva il capo, quasi delusa, non le faceva piacere che fosse così buono… “è che lì fuori il mondo è troppo cattivo”, si giustificava.

Dopo i fatti di Perugia, dove un diciasettenne è stato arrestato perché progettava una strage a scuola, ho ripreso a sfogliare Il sopravvissuto di Antonio Scurati. Un romanzo del 2005 che racconta di una strage compiuta da un alunno durante il suo esame di maturità in un liceo di una località immaginaria nell’hinterland lombardo. Uccide tutti tranne un docente, il protagonista, che racconta la storia e si domanda il senso della sua sopravvivenza e del suo ruolo di insegnante. È un romanzo disturbante che, riletto oggi, sembra quasi ispirato alla cronaca.

Un’altra strage si consumava non troppo tempo fa, a inizio settembre, mentre noi docenti ritornavamo in città, ancora smarriti dalle lunghe ferie, i visi ancora abbronzati durante il primo collegio dell’anno. Un ragazzino di poco più di tredici anni, preso da un inspiegabile furore notturno uccide tutta la famiglia. L’omicidio è avvenuto a Paderno Dugnano, non così lontano dalla scuola in cui insegno. Quello della strage era uno dei pensieri paranoici che a inizio anno scolastico non mi lasciava dormire, la prima cosa che ho sperato mentre leggevo i giornali è che non si trattasse di un alunno della nostra scuola, che ci allontanassero quanti più gradi di separazione. Le lezioni non erano ancora cominciate, tra colleghi eravamo tutti presi dagli adempimenti di inizio anno, solo più tardi qualcuno è venuto a dirmi sottovoce che un suo alunno giocava nella stessa squadra di basket dell’adolescente che aveva ucciso tutta la sua famiglia. Come si sentiva quel docente  non me lo ero chiesto. Non è un mio alunno, mi sono detto, per fortuna, e sono tornato a dormire tranquillo. 

Con i miei alunni maschi, quando si parla delle dittature di inizio Novecento, si ripropone quasi ogni anno lo stesso scenario. Alla parola nazisti, campi di concentramento, notte dei cristalli, saluto romano e svastiche qualcosa si accende nei loro sguardi. Fesserie, sguardi un po’ diabolici, autocompiacimento della trasgressione. Chi di noi non si è mai ritrovato una svastica disegnata sul libro di storia? L’immaturità fisiologica dei maschi a dodici, tredici anni è terreno fertile per sciocche illazioni. 

Quest’anno poi ho scelto di leggere integralmente a una mia classe Se questo è un uomo. Al netto di qualche difficoltà, la lettura li ha presi. La capacità di testimoniare in maniera lucida e disperata gli orrori dei campi di concentramento ci tiene impegnati in classe in un silenzio religioso, spaventato. Eppure, di nuovo, qualche ragazzo in fondo alla classe alla parola forno crematorio si lascia scappare un sorriso, indica un compagno in prima fila, forse vuole una possibile vittima meritevole delle camere a gas. 

Se prima lasciavo intervenire qualche collega più severa di me, che li costringeva a cancellare dai banchi le svastiche a furia di straccio e alcool, e tendevo a minimizzare l’accaduto, adesso sento la preoccupazione aumentare. 

Non credo che esista una grossa e temibile organizzazione neonazista che cerca adepti nelle chat di Roblox. Piuttosto, i fatti delle ultime settimane – compreso il caso del ragazzo di Perugia – indicano una realtà più complessa: episodi che nascono da una diffusione disordinata e sempre più veloce di linguaggi e immaginari violenti che circolano tra meme, slogan, Telegram e tutorial e che nutrono tutto un sottobosco eversivo, spesso composto da giovani maschi che reagiscono alle complessità del mondo con il desiderio di violenza e stragi.

Tra i miei progetti strampalati c’era quello di educazione dell’algoritmo, ovvero educhiamo i più giovani a ripulire gli algoritmi che determinano i nostri gusti e oramai le nostre scelte. Ma non credo basti, e i soldi del Pnrr sono ormai finiti.

Quest’anno, non appena ho citato il Mein Kampf e individuato lo sguardo sadico, ho subito interrotto la lezione e messo le cose in chiaro senza troppi drammi. 

Se c’è una cosa che credo sia controproducente è l’indignazione furiosa, chi perde il controllo perché vede ribaltati i propri valori. Ho specificato allora che non tollero nessuna forma di censura, ma che nella mia classe non ho intenzione di vedere nessun saluto romano sottobanco o sghignazzo immaturo. Non per altro, ma il mio è un lavoro statale: sono pagato dallo stato e questo stato è per sua natura costituzionale antifascista. Poche storie. I sorrisini sono diminuiti, se ne intercetto qualcuno adesso vedo crescere l’imbarazzo nei loro sguardi, niente più aria di sfida. E questo, almeno, mi tranquillizza. Eppure, mentre parlavo, ho dovuto concentrarmi in uno sforzo quasi attoriale: dovevo sembrare serio, adulto, all’altezza della situazione, anche se una parte di me capiva fin troppo bene cosa stava succedendo. Sapevo che, se mi fosse sfuggito anche solo un risolino, avrei perso ogni credibilità, avrei alimentato proprio quel cinismo che  cercavo di contenere.

Anche io da ragazzino ho reagito in modo immaturo davanti alle tragedie; avrò esultavo con qualche compagno di scuola di fronte al crollo delle Torri Gemelle, magari ho faticato a restare composto durante il minuto di silenzio imposto a scuola.

In parte, li capisco, mi riconosco in quella goffa ricerca di un’identità, in quel bisogno di spingersi un po’ oltre il limite per vedere che effetto fa. Non li giustifica, ma mi aiuta a intervenire senza trasformare tutto in uno scontro.

Secondo la mia analista qualcosa non torna nei miei sogni. Se a scuola ho trovato il mio centro, una struttura funzionale, com’è possibile che nei sogni il mio inconscio mostri tutt’altra insicurezza? La domanda rimane sospesa, tra lunghissimi minuti di silenzio, senza risposta. Me la rifaccio nelle giornate di sole, passeggiando nel giardino della scuola, mentre un gruppo di ragazze si sfida a colpi di bagher sotto la rete da pallavolo. Ci penso fino a quando la campanella dell’intervallo non ci richiama tutti di nuovo in classe.

Gianluca Nativo

Gianluca Nativo è insegnante e scrittore. Il suo ultimo libro si intitola Polveri sottili (Mondadori, 2023).

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