Articolo
Gian Piero Piretto

Che cos’è l’anima russa (e come Putin la sfrutta per i suoi fini)

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Il sentimento di alterità dei russi nei confronti del mondo occidentale si riflette in un stereotipo di origine letteraria che, nel corso degli anni, è stato più volte strumentalizzato dal potere. Non è l’unico concetto culturale che ha mutato di segno nella Russia di Putin. Un estratto dal libro di Gian Piero Piretto "Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda" (Raffaello Cortina Editore).

“Anima russa” (rússkaja dušá) è uno stereotipo originato dalla letteratura russa che riflette quelli che sono considerati i tratti “unici, superiori e straordinari” della mentalità dei russi rispetto agli stranieri (di norma, rispetto agli abitanti del mondo occidentale). I pensatori russi parlavano di anima in senso idealmente collettivo, non come dello spirito di un singolo individuo, ma dell’“anima della nazione”, “l’anima comune del popolo russo”.

Due principi contrastanti avevano posto le basi per la formazione di questa concezione: l’elemento naturale, pagano e dionisiaco, e l’ascetismo spirituale monastico dell’ortodossia. Quest’arcana anima russa (zagádočnaja rússkaja dušá), emanata dalla natura primordiale e intrisa di contraddizioni, implicava alle origini temerarietà sconfinata, massimalismo morale (“tutto o niente”), predisposizione all’ospitalità, predominanza del cuore sulla ragione, ma anche violenza e irrefrenabile inclinazione a tristezza e malinconia. In senso positivo, tutte queste sfaccettature erano percepite come ampiezza e apertura dello spirito, capacità di compiere atti eroici e di sacrificarsi, assenza di meschino calcolo.

Ma esisteva una contropartita. Secondo il filosofo della religiosità escatologica Nikoláj Berdjáev (1874-1948) la sventura dell’anima russa stava principalmente nella sua passività femminea (báb’e), che sfociava in una natura troppo remissiva, nella mancanza di forza virile (Il destino della Russia, 1915). Posizioni fortemente influenzate dal dualismo maschile-femminile derivato da tradizioni filosofiche come quelle di Vladìmir Solov’ëv e dal simbolismo del cosiddetto “secolo d’argento”. Berdjáev incorpora e rafforza uno stereotipo patriarcale dove il femminile simboleggia il “non sistematico” e il “naturale” dionisiaco, percepito come fonte di instabilità e debolezza storica russa, mentre il maschile rappresenta la cultura, la razionalità e la forza civilizzatrice.

Sul concetto di báb’e vale la pena di soffermarsi a ragionare per non cadere nella mitologizzazione sessista dell’identità nazionale. È un aggettivo neutro e colloquiale derivato da bába, che significa “donna” in modo confidenziale o addirittura dispregiativo. Tranne che nella sua forma bábuška, in cui il significato va da “nonna” a “vecchietta”, con sfumature affettive date dal suffisso diminutivo. Báb’e può riferirsi a qualcosa di tipicamente muliebre, o a una modalità di essere o sentire “da donne” in modo generalizzante, denigratorio o stereotipato. Véčnoe báb’e è l’eterno femminino, la donna che diventa immagine di mediazione tra terreno e divino, incarnazione di carità, purezza, o persino via alla salvezza, accarezzato dai simbolisti fino alla denuncia novecentesca dell’idealizzazione femminile come forma di controllo patriarcale. Báb’e léto è la nostra estate di San Martino che, in russo, attribuisce all’autunno tratti semi-estivi “delicatamente” muliebri. Per Berdjáev, báb’e era la componente sofferente, vulnerabile dell’anima russa, la porzione che subiva la storia piuttosto che intervenire su di essa. Nel suo pensiero relativo a questa realtà era però presente, come immancabile elemento di contrapposizione, una riflessione che non faceva che aumentare la sua posizione basata su una lente binaria di genere: báb’e marcava sì negativamente la mancanza di soggettività forte, ma allo stesso tempo costituiva la capacità mistica ed effettuale di sopportare e redimere attraverso la sofferenza. Il cosiddetto matriarcato slavo di antica memoria (ipotesi di esistenza di società arcaiche matrilineari) non è da intendersi in senso stretto e letterale; le donne avevano indiscutibilmente ricoperto un ruolo centrale nella vita familiare e rituale, soprattutto nelle aree rurali, ma il loro contributo alla gestione della famiglia non era mai stato istituzionalizzato o ufficialmente riconosciuto. Anche la retorica della “forte donna russa” che sopporta tutto e opera in base alla sua spontaneità dionisiaca è un mito utile al patriarcato, perché trasforma la rinuncia in moralità e la sottomissione in eroismo silenzioso. Matriarcato pragmatico, dunque, più che ideologico, incentrato sul culto della Terra Madre. 

Immancabile, anche nell’ambito del concetto báb’e, era la dimensione collettiva di questo sentire muliebre che rimanda a figure femminili archetipiche della cultura russa. L’immagine dell’Umida Terra Madre prima di tutto (Mat’-sýra-zemljá) era stata una divinità presente nella mitologia slava con origini pagane e agrarie: la terra era sacra, fertile, eterna. Veniva concessa all’uomo in gestione, ma non la si considerava mai possesso dell’essere umano. Questo dall’“umida terra” traeva origine e all’“umida terra” ritornava, e nulla più.

Poi la Bába-Jagá, personaggio cardine delle fiabe di magia, che concentrava in sé due principi contrastanti tra loro, come si evince dal suo stesso nome, bába sta per la componente femminile negativa (la fattucchiera), jagá, che a dispetto delle scientifiche radici etimologiche mi piace far risalire alle jágody, le bacche selvatiche, la sola vera frutta che la terra russa concede di sua spontanea volontà all’uomo, era la metà positiva e generosa. Poteva essere strega o fata, divorare l’eroe o fornirgli il mezzo magico, essere la sua rovina o la sua salvezza. Costituiva la zona più complessa del femminile: il lato oscuro, potente, inquietante.

Senza dimenticare la matrëška, dalla radice di mat’ (madre), giocattolo contadino assurto a simbolo di fertilità e autogeneratività della terra russa. Recentemente recuperato, negli interventi didattici putiniani sulla famiglia tradizionale da promuovere tra le giovani generazioni, come modello per comprendere le popolari “sette sfaccettature delle femminilità russa”. Ogni bambola che si apre rivela una nuova figura, più piccola, simboleggiando i vari ruoli o età che una donna può incarnare nella vita, ferme restando le basilari valenze della tradizione.

Esiste però anche la tormentata donna fatale che sconvolge l’ordine morale portando alla rovina (la Katerína Izmáilova (1865) di Leskóv (1831-1895), altrimenti detta Lady Macbeth del distretto di Mcensk, che confluirà nella versione operistica (1934) di Šostakóvič (1906-1975) suscitando le ire di Stalin, la Nastás’ja Filíppovna e la Grúšenka dostoevskiane o l’Anna Karénina tolstojana) e che convergerà, in era post-sovietica, nella femmina seduttiva e sessualizzata resa popolare da pubblicità e media. Nella narrativa russa tradizionale, quando una donna si oppone al proprio destino viene punita narrativamente, socialmente o fisicamente. Scrittrici come Evdòkija Nagròdskaja e Anastasìja Verbìckaja, nel primo Novecento, rileggendo alla bell’e meglio Nietzsche e Weininger, avevano cercato di dare vita a eroine libere e spregiudicate, ma finendo per non reggere il peso delle proprie creazioni e condannando le protagoniste dei loro romanzi a finali punitivi e stereotipati. Poetesse e romanziere quali Achmátova, Cvetáeva, poi Tolstája e Ulíckaja avrebbero portato sulla scena letteraria del più tardo Novecento donne complesse, non redentrici, sarcastiche, ribelli, turbate, totalmente umane. Con categorie quali “maturità”, “responsabilità”, “saggezza femminile”, versioni più moderne dell’atavica richiesta di sopportazione.

La Bogoródica (Madre di Dio), generatrice divina, era, invece, l’archetipo della misericordia, della compassione consolatrice, santa Madre di tutta la santa Russia. E poi lei, Mamma Russia (Mátuška Rossíja), sintesi assoluta dei tanti archetipi, era, e torna oggi prepotentemente a essere, la patria lirica e familiare, vista come genitrice, nutrice ma anche dolorosa e sofferente, da servire e amare. Affine, con un’importante sfumatura di differenza, alla Ródina-Mat’ (Madre Patria), Madre e non Mamma, più retorica, patriottica, sacra, eroica, tragica. Esaltata nei discorsi nazionalisti contemporanei e strumentalizzata nei media statali come simbolo per antonomasia di stabilità da difendere e indiscriminatamente sostenere.

La tendenza báb’e ad accettare la sofferenza come destino ineluttabile, senza ragionamento né ribellione, era però passibile di trasformarsi pericolosamente in rinuncia alla responsabilità personale, apatia civica, condiscendenza all’arbitrio, ammirazione per un leader “forte”. Nikoláj Berdjáev così commentava:

“Nella nostra mentalità è radicata la capacità di unirsi nei momenti difficili e di risolvere abbastanza rapidamente i problemi della vita. Questo è importante. L’idea della sofferenza ci appartiene in parte a causa della tragicità della storia russa. Essa contiene molti momenti che, alla fine, hanno unito la nazione, ma che hanno anche portato molte difficoltà”.

Nella lingua russa esistono modi dire specifici relativi al concetto di anima: è lei che si spezza e soffre (dušá bolít) al posto dell’italico cuore. Poi può farsi širókaja (ampia). In italiano esiste l’equivalente per la locuzione čelovék širókich vzgljádov (persona di ampie vedute) per indicare un individuo con opinioni progressiste, tollerante, incline al pluralismo. Mentre non si trova un corrispondente quando a essere “ampia” sia proprio l’anima.  Čelovek širókoj duši, (persona di ampia anima), indica in russo un essere umano capace di comprendere l’anima dell’altro e, comprendendola, amarlo per quello che è, anche senza essere d’accordo con lui. Mentre l’espressione “ampiezza d’anima” indica pure una propensione agli estremi, a manifestazioni terminali di qualsiasi portata. Svidrigájlov, in Delitto e castigo (1866) di Dostoévskij, rivolgendosi alla sorella di Raskól’nikov sostiene:

“I russi, Avdót’ja Románovna, sono in generale persone dall’animo ampio, ampio come la loro terra, e straordinariamente inclini al fantastico, al disordinato”.

Nikoláj Gógol’ aveva mostrato la componente assurda e tragica del carattere russo, sempre in bilico tra grandezza morale e alienazione burocratica nel romanzo-poema, Anime morte (1842-1852):

“Tu, Russia mia, sei tutta aperta, desolata e uniforme pianura. Come grumi di punti scuri, come impercettibili segni, stanno, fra le pianure, le tue basse città: nulla che seduca, che incanti lo sguardo”. 

E più avanti, nella stessa opera: 

“Rus’! Dove corri? Rispondi! Non dà risposta”

Eppure, a fronte della mesta monotonia di quei paesaggi e del silenzio della nazione rispetto alle domande esistenziali e razionali, lo stesso Gógol’, non scevro di idee messianiche, concludeva:

“Con suono incantato tintinnano le sonagliere, fischia l’aria lacerata, si fa vento, tutto sulla terra viene lasciato indietro, si fanno in disparte, guardandola male, per lasciarla passare, gli altri popoli e gli altri imperi” (corsivo aggiunto).

Gogol’ non proponeva riforme. Non chiedeva diritti, costituzioni o limiti al potere. La sua critica era etica: la società è malata perché gli individui sono spiritualmente degenerati. I suoi romanzi e racconti mostravano una Russia corrotta, grottesca, piena di funzionari ottusi e di ingiustizie, ma c’era una tensione insoluta in lui: denunciava il sistema, ma difendeva il potere che lo generava, convinto che la Russia avesse una missione spirituale unica. Usò addirittura il termine Málaja Rossíja (Piccola Russia), perché, ai suoi tempi (inizio Ottocento), era il nome abituale con cui l’Impero russo chiamava la sua Ucraina. Non si trattava di un’affermazione ideologica contro l’identità ucraina moderna, ma piuttosto del frutto della sua doppia natura irrisolta: un autore che attinge all’Ucraina mentre scrive a San Pietroburgo per un pubblico russo.

Avrebbe ribadito ancora il filosofo Berdjáev nel 1918 in un saggio dedicato proprio alla Supremazia degli spazi sull’anima russa:

“Nel carattere dell’uomo russo non c’è la ristrettezza dell’uomo europeo, che concentra la sua energia in uno spazio ridotto dell’anima; non c’è quel calcolo, quel risparmio di spazio e di tempo, quell’intensità culturale. La supremazia dell’ampiezza sull’anima russa genera tutta una serie di qualità e difetti tipicamente russi”.

Abbandonando l’universo delle metafore e dell’antropologia filosofica, e spostando l’attenzione all’esistenza quotidiana, si possono così interpretare quei comportamenti contradditori ed estremi che lasciano interdetti gli stranieri ai primi contatti con l’universo russo. La stessa persona che, da una situazione pubblica a una privata, si trasforma da cerbero/a in incantevole padrone/a di casa. Le ubriacature devastanti, lo stato di zapój, sbronza che si protrae per ventiquattr’ore e anche più, reso famoso dal romanzo poema Mosca-Petuškí (1969) di Venedíkt Eroféev (1938-1990) e dai racconti e dalla biografia dello scrittore “sovietico” Sergéj Dovlátov (1941-1990). La stessa bottiglia della vodka sigillata, in era sovietica, con un tappo di latta a strappo per sottolinearne l’impossibilità di venire richiusa e la scontata necessità di essere bevuta fino in fondo. I continui sbalzi d’umore nel corso di una serata: dalle risate più scatenate alla mestizia più profonda, addirittura alle lacrime. Analoghi, su una scala più delicata e problematica, sono i commoventi gesti di accoglienza compiuti durante la guerra da molte donne e famiglie sovietiche nei confronti di prigionieri o soldati stranieri dispersi, in parallelo alle esecrabili violenze perpetrate da parecchi soldati dell’armata rossa sulla strada di Berlino o nella città stessa dopo la presa del Reichstag. Non ultime le efferatezze di cui si macchiano i militari russi in Ucraina. La donna russa, e poi sovietica, si sarebbe connotata come archetipo della resilienza, della forza muta. Il primo potere sovietico investì molto sull’emancipazione femminile, sulla liberalizzazione delle donne dall’atavica schiavitù domestica e patriarcale, soprattutto nella fase pre-staliniana, non sempre con risultati soddisfacenti.

Con lo stalinismo, ferma restando la volontà retorica di affrancamento dal servaggio, la donna tornò a essere tradizionalmente madre, moglie, figlia, infiorettata responsabile della gestione domestica e familiare. Il peso del byt (gestione delle pratiche e impegni quotidiani), gli innumerevoli compiti che si concentravano sulle spalle femminili, avrebbero visto la donna nuovamente protagonista effettuale ma rassegnata dell’equilibrio familiare, talora retoricamente elevata a più nobili responsabilità, ma sostanzialmente tornata a essere “la regina della casa”, colonna morale e spesso materiale della famiglia, con immense incombenze scarsamente riconosciute e apprezzate. La Russia è stata sistematicamente personificata al femminile, proprio come madre sofferente e salvifica dotata di una spiritualità passiva ma profonda.

Questa capacità di sopportazione unita paradossalmente alla mancanza di misura è ormai riconosciuta come una delle caratteristiche più peculiari tradizionalmente attribuite ai russi e alla loro anima così unica nella narrazione nazionale. Concetti che oggi tornano, rimaneggiati, nei discorsi di propaganda putiniana: “L’idea nazionale è la salvezza dell’umanità per opera dei russi”. “L’insostenibilità e l’impossibilità di realizzare questo ideale non fermeranno i russi, poiché un’idea del genere unisce e stimola il popolo”. L’“anima russa” viene oggi riproposta come esclusiva entità che richiede ordine, stabilità e leadership forte, in opposizione al caos della democrazia liberale del corrotto Occidente. L’attuale discorso putiniano è basato su una retorica vuota intrisa di “valori tradizionali” e “mondo russo”. I concetti fondanti dello stereotipo “anima russa” vengono svuotati del loro ipotetico potenziale primigenio e riempiti di retorica patriottico-spirituale. Questo sfruttamento ha conseguenze devastanti: neutralizza il pensiero critico (chi contesta, “non capisce l’anima russa”, non è un “patriota”) e stravolge la cultura: Dostoévskij, Tolstój, i mistici ortodossi diventano maschere di regime. Atteggiamento interpretativo che giustifica tutto: censura, repressione, guerra, culto della morte, militarismo. L’accusa di russofobo, riservata a chi non si allinea, si è tramutata in una lista nera internazionale di cui fa onorevolmente parte anche il nostro Presidente Sergio Mattarella. Gruppi Telegram italiani/europei su temi caldi (energia, vaccini, immigrazione) vengono inondati di narrazioni filorusse, che si mescolano a contenuti complottisti già presenti, aumentando la credibilità percepita. Alcuni canali Telegram si presentano come forum di geopolitica o “contro-informazione”, ma riprendono sistematicamente la linea del Cremlino su Ucraina, NATO, UE. Maríja Zachárova, portavoce del Ministero degli Esteri russo dal 2015, è la principale voce della diplomazia putiniana. I suoi interventi mirano a legittimare ogni azione russa e a screditare le versioni occidentali degli eventi, mescolando tagliente sarcasmo, patriottismo estremo e disinformazione: diplomazia russa come propaganda performativa. Tutto questo rende impossibile verificare l’effettivo stato di cose nel Paese contemporaneo, adesione al putinismo o contestazione, in quanto, come era stato in epoca sovietica, si è riaffermata l’abitudine al doppio pensiero, alla verità “ufficiale” e a quella “reale” che si tiene per sé e si condivide con poche e scelte persone.

Autrici contemporanee come Svetlána Aleksiévič e Ljudmíla Ulítskaja hanno contrapposto l’anima primigenia, non priva di tutte le sue complicazioni e dei suoi eccessi, alla mistificazione “patriottica” putiniana, criticando la montatura dello stereotipo “anima russa” come sofferente e redentrice, mostrando l’alienazione e la dipendenza dalla sofferenza anche quando inutile e controproducente. Lo scrittore Víktor Eroféev (1947), già nel 1999 nel saggio che proprio Anima russa si intitolava, dissacrava la retorica sull’anima nazionale che diventava mito grottesco, prigione culturale, alibi per ogni fallimento storico. Zachár Prilépin (1975), romanziere diventato recentemente corifeo della propaganda putiniana, dopo una critica forte all’autoritarismo sovietico (Il Monastero, 2014) ha invece reinvestito proprio nel luogo comune, legando anima russa a virilità, militarismo, martirio e legittimazione nostalgica di un’identità russa forte. Film, musical, canzoni, serie TV storiche (su zar, santi, eroi militari) giocano sul concetto-stereotipo anima russa per mitizzare il passato, sacralizzato e non analizzato storicamente.

L’Occidente, nell’impossibilità, o difficoltà, di interpretare le contraddizioni e i paradossi dello spirito russo, penso emblematicamente al saggio che Virginia Woolf aveva dedicato proprio all’anima russa nel 1925, aveva spesso fatto ricorso alla semplicistica scappatoia dell’inafferrabilità di quello spirito, citando i famosi, famigerati, versi del poeta Fëdor Tjútčev (1803-1873) del 1866:

“La Russia non si può capire con la mente,

non si può misurare con un metro comune:

ha una sua condizione speciale —

nella Russia si può solo credere”.

La scrittrice inglese sottolineava quanto fosse arduo per un lettore inglese comprendere pienamente la narrativa russa perché questa non procede secondo percorsi dettati dalla ragione, ma attraverso strade tortuose e ingarbugliate, lungo le quali è facile perdere l’orientamento. Sacrosanto è che la Russia sia stata, e continui a essere, una realtà che sfugge alle categorie occidentali (razionalismo, diritto, logica), complessa, inconciliabile e intricata, ma ciò non autorizza a darne definizioni sbrigative e banali, a liquidarla come incomprensibile (“i russi hanno un’anima che noi non abbiamo”) e dunque considerarla non degna di essere presa in considerazione o studiata.

Allo stesso tempo, altrettanto inaccettabile è fare dei versi sopra citati, secondo la modalità putiniana, un motto non ufficiale del nazionalismo russo, una sorta di “teorema dell’incomprensibilità mistica” che diventa scudo ideologico per rifiutare ogni giudizio esterno, ogni autocritica, ogni apertura alla trasformazione, legittimare scelte arbitrarie o autoritarie e respingere valutazioni occidentali: “Voi non potete capire, voi non siete russi”. La prospettiva decoloniale ci invita a fare un passo ulteriore: smontare la stessa categoria, riconoscendola come costruzione politica più che come essenza culturale. Non esiste un’unica anima russa: esistono molte Russia, molte lingue, molte storie, spesso represse o rimosse. E spesso ciò che viene presentato come profondità spirituale non è altro che una copertura estetica del potere, una mitologia che assorbe il dissenso e impedisce di vedere la complessità dell’esperienza post-imperiale. Più che un nucleo profondo, la cultura russa è un campo di tensioni. Solo riconoscendo questa pluralità si può sottrarre il discorso culturale al potere che l’ha manipolato.

Nel nuovo Dizionario della lingua statale della Federazione russa (Università di San Pietroburgo, 2025), concepito come strumento di moralizzazione terminologica e non come fotografia neutra della lingua, il lemma dušá (anima) non compare.

È un’assenza tanto silenziosa quanto rivelatrice. Lo Stato che da due secoli rivendica l’“arcana anima russa” come marchio di identità collettiva, come argine spirituale contro il razionalismo occidentale, decide ora di cancellarne la parola dal proprio repertorio ufficiale. Non perché l’anima sia scomparsa dalla cultura russa, ma perché è diventata concetto ingombrante: troppo plurale, troppo ambigua, troppo carica di storia per essere piegata alla rettifica dei nomi. L’anima non si lascia standardizzare, e dunque viene espunta. Così, paradossalmente, proprio il termine che più di ogni altro aveva alimentato narrazioni mitiche e autorappresentazioni salvifiche, viene allontanato dal dizionario che pretende di definire ciò che è “russo autentico”. Una lingua che cancella la propria anima rivela più del dovuto sulle strategie del potere che la vuole governare.

Si ringrazia l’editore per la concessione dell’estratto de “Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda”.

Gian Piero Piretto

Gian Piero Piretto è storico e traduttore. Il suo ultimo libro è Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda (Raffaello Cortina Editore, 2026).

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