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Luigi Manconi

Cosa c’entra la vicenda della famiglia nel bosco con il Sì al referendum

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Ovvero: come una intricata vicenda di cronaca ha accentuato un antico e sommerso sentimento di fastidio nei confronti dello Stato e delle sue interferenze nelle vite dei cittadini.

E se la vicenda della “famiglia nel bosco” rappresentasse la più efficace risorsa elettorale per il Sì al referendum di questo fine settimana?  Sarebbe qualcosa di davvero inaudito considerato che non esiste il più piccolo – nemmeno il più piccolo – collegamento tra la separazione delle carriere dei magistrati e le decisioni giudiziarie relative alla famiglia Trevallion-Birmingham. E, tuttavia, il racconto splatter dei “bambini strappati alla mamma” è sembrato in grado di canalizzare sui provvedimenti assunti dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila una buona parte dell’insoddisfazione verso l’amministrazione della giustizia, che cova nel corpo oscuro della società italiana. 

È forse giusto dichiarare immediatamente da quale parte si sta, prendendo a prestito le parole scritte qualche giorno fa da Valentina Pigmei qui su Lucy, quando dice di “oscillare” tra le due posizioni in campo. Ovvero quella che teme le conseguenze delle ordinanze del Tribunale sull’equilibrio psichico dei minori e quella che attribuisce ai genitori la responsabilità di una situazione familiare disfunzionale. Per capirci, a me è sembrata gravemente sbagliata la decisione di allontanare la madre dai figli e mi hanno sconcertato alcune valutazioni di assistenti sociali e magistrati; e, più in generale, l’intera gestione di un conflitto tanto drammatico mi è apparsa disastrosa.

Ciò nonostante, anche io oscillo: e non solo perché ritengo vi siano errori e ragioni dall’una e dall’altra parte, ma soprattutto perché penso che errori e ragioni, pericoli e opportunità, regressioni e chance siano propri di ciascun modello di famiglia e appartengano alla sua struttura fondativa.

Per questo motivo considero futile qualsiasi forma di schieramento rigido e qualunque soluzione che radicalizzi e privilegi una posizione, sacrificando ed escludendo l’altra. Mai come in questo caso è l’opera di mediazione che deve prevalere, componendo esigenze e interessi diversi e integrandoli attraverso un ininterrotto processo di negoziazione. E non dovrebbero essere esattamente questo il contenuto e lo scopo di quell’attività di “mediazione familiare” che è responsabilità precipua di tutti i soggetti coinvolti (assistenti sociali, consulenti, magistrati) in una controversia dolorosa come questa?


Di conseguenza, lo ripeto, oscillo. E nel merito della vicenda e rispetto alle sue possibili soluzioni, davvero non so dove collocarmi, nel caso che mi si intimi di prendere partito. Proprio perché ipotizzo che il solo esito positivo debba passare attraverso la composizione, o per lo meno l’attenuazione, dello scontro tra le parti, il compromesso tra esse, la realizzazione di una soluzione di equilibrio dove non vi siano vincitori né vinti. In caso contrario, sarebbe la sconfitta di tutti.

Detto questo, come è potuto accadere che questa storia familiare abbia così tanto coinvolto l’opinione pubblica e sia arrivata a essere uno strumento di mobilitazione politico-elettorale? Il fatto è che sono in gioco, effettivamente, concetti di enorme importanza e che, quando pure non verbalizzati e non resi pubblici, agitano l’inconscio individuale e quello collettivo.

Ne discende una domanda semplice e terribile: a chi appartengono i figli? E da qui derivano altrettante implicazioni di ordine morale e sociale che rappresentano un fattore di inquietudine e di ansia in genere rimosso, fino a quando un evento pubblico o un dramma personale lo fanno riemergere. Si pensi a come, di frequente, la cronaca e la letteratura popolare, le trasmissioni televisive e le risse condominiali abbiano al centro figli contesi tra genitori separati, tra famiglie in disfacimento, ma anche tra nonni di una linea parentale e quelli di un’altra.

Si può arrivare a dire, in sintesi, che la proprietà dei figli è la vera posta in gioco emotiva e ideologica di questo grande repertorio di conflitti simbolico-morali, agiti tra lo spazio domestico e lo scenario pubblico.

Già lo si era visto decenni fa quando esplose la polemica sull’obbligatorietà dei vaccini e quando essa si rinnovò a seguito del diffondersi della pandemia da Covid. In altre parole, può lo Stato imporre il suo volere e la sua autorità fino al punto di “toccare” il corpo del figlio minorenne a scopo di prevenzione terapeutica? E può costringere a una trasfusione di sangue che i precetti della confessione religiosa dei genitori non consentirebbero? E il quesito si può ulteriormente articolare. Può lo Stato decidere, in via esclusiva, modalità e contenuti dell’apprendimento scolastico? Si tratta di dilemmi etici che attraversano fittamente le nostre vite. Da una parte si manifestano in forma di problematiche della cittadinanza (si devono imporre cinture di sicurezza e caschi per motociclisti e sciatori?), dall’altra nei termini di “domande ultime” (saranno i genitori o le autorità sanitarie pubbliche a decidere della vita di Indi Gregory, neonata inglese di 8 mesi?).

Come si vede, questioni fondamentali che vanno affidate alla coscienza del singolo in stretto rapporto, anche conflittuale, con la riflessione dei filosofi, dei giuristi e dei bioeticisti, ma che in Italia hanno sempre più intensi riflessi politici. 

Ciò si deve alla particolare natura della cultura di destra in Italia (ma anche ad alcuni tratti di quella di sinistra). In altri termini, una concezione autoritaria dello Stato e del sistema delle istituzioni sembra non aver superato, o addirittura aver incentivato, un diffuso sentimento di insofferenza verso le tendenze interventiste dell’autorità pubblica nella vita quotidiana dei cittadini, tanto più quando quella volontà di interferenza riguarda le dimensioni vissute come le più intime: il corpo, la salute, ma anche la proprietà privata e la contribuzione fiscale.

Un simile anti-statualismo si intreccia ad alcune aree di anarchismo primitivo e istintivo pure presente nel nostro paese, incerto tra opzioni per così dire di destra e opzioni per così dire di sinistra. Tutto questo, sorprendentemente, può combinarsi con le motivazioni e le movenze più raffinate dell’antica critica nei confronti  dello Stato etico dove tutto finisce con il confondersi.

Un esempio solo. Promuovere campagne affinché i cittadini riducano il consumo di tabacco, bevande gassate, snack ultra processati costituisce una sacrosanta politica della salute o una brutale ingerenza nell’esistenza privata degli individui? O è, addirittura, l’espressione di una concezione pedagogica e disciplinare, se non correzionale, del ruolo dello Stato? 

È la dimostrazione di come la materia sia delicata, delicatissima, da maneggiare con cura e con senso del limite. L’approvazione verso una politica di informazione medica e dietetica – che pure lasci interamente a me la scelta di rimpinzarmi, se voglio, di merendine Flauti – non deve comportare, per analogia, la privazione della responsabilità genitoriale per chi non vaccina il proprio figlio. 

Decenni fa mi accadde di lavorare, insieme ad Amos Luzzatto e ai rappresentanti della congregazione dei Testimoni di Geova, a un protocollo destinato a regolamentare il ricorso alla trasfusione di sangue per i figli minori di appartenenti a quella confessione. Si ottenne qualche risultato tuttora in vigore e si dimostrò così che non necessariamente i figli sono o beni di famiglia sui quali esercitare il potere o proprietà demaniali inalienabili dello Stato.

Luigi Manconi

Già docente di Sociologia dei fenomeni politici e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato della Repubblica, è stato parlamentare e sottosegretario di Stato alla Giustizia. È editorialista per «La Repubblica» e «La Stampa». Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori (Garzanti, 2024).

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