Il secondo libro di Giulia Della Cioppa, edito da Bompiani, racconta la storia di una giovane donna che il padre vorrebbe campionessa di tennis. È un romanzo sull’ossessione, la disciplina, il corpo femminile e il desiderio di essere considerati speciali da chi ci ama.
Per una giovane donna il talento è spesso una promessa di unicità, ma la disciplina necessaria per coltivarlo può diventare una gabbia. Questa gabbia può essere un campo da tennis o da pallavolo, può avere le sembianze di una scacchiera o di un palazzetto dove le lame dei pattini rigano il ghiaccio per ore ogni giorno. Cosa contenga questa gabbia, importa meno di quanto si creda. Ciò che conta è l’abnegazione che richiede, gli allenamenti, le rinunce, l’ossessione per il proprio corpo. È la perlustrazione nervosa di questa gabbia a rendere La mancina, il secondo romanzo di Giulia della Cioppa, edito da Bompiani, un libro capace di scavare sotto ferite adolescenziali che pensavamo rimarginate e che scopriamo invece ancora sanguinanti.
Non è la prima volta che l’autrice esplora territori scomodi. Già nel suo esordio, Ventre (Alter Ego Edizioni), metteva in scena il corpo come luogo di conflitto e prigionia: la storia di una giovane donna sospesa in uno stato vegetativo dopo un tentato suicidio, attorno al cui letto si dipana una relazione materna ambivalente e feroce. Anche lì, Della Cioppa indagava la forza deformante dei legami familiari e il modo in cui l’amore può trasformarsi in un dispositivo di controllo.
Ne La mancina, il nodo si sposta sul rapporto tra padre e figlia e prende la forma di un sogno che diventa progetto di vita. Aleni, la protagonista del libro, ha nove anni quando il padre le mette in mano una racchetta da tennis. Desidera per lei una lunga carriera agonistica, la immagina campionessa in questo sport così solitario e ossessivo. La bambina comincia a crescere dentro questo progetto, che persegue prima ancora di avere gli strumenti per chiedersi se lo desideri davvero.. Sa però una cosa: il tennis è amato dal padre, che lei ama molto, e tanto basta per dedicarcisi con impegno. Inizia ad allenarsi, a prendere confidenza con le piaghe sulla pianta dei piedi, a sopportare il tremore delle gambe dopo ore di sforzo. Il padre, fedele come un’ombra, prega e si agita a bordo campo. Prega perché lei vinca i tornei, prega che il destino si compia: “Da lassù ci guardano”, diceva sempre, “la tua strada è scritta”.
Aleni colpisce la palla ancora e ancora, e nel frattempo cresce. La sua infanzia e la sua adolescenza sono segnate dalla solitudine e dal conflitto permanente tra i genitori, che avvelena l’atmosfera domestica. La madre, donna dura e pittrice frustrata, canticchia filastrocche che ad Aleni si conficcano in testa come giudizi: la mela non cade mai troppo lontano dall’albero, recita una di queste, come a dire che è pur sempre figlia di quell’uomo che sua madre odia. Aleni, per il padre, non è solo oggetto di contesa coniugale, ma progetto sportivo su cui investire Chi è stato il progetto di qualcun altro sa bene che uno degli esiti probabili è il tradimento. Sa bene che non c’è modo di redimere le disillusioni e le frustrazioni di altri: si è sempre insufficienti di fronte all’insoddisfazione altrui. È in questo equivoco tra padre e figlia, nella distanza tra il senso di responsabilità e il sospetto di non poter mai fare abbastanza, che Aleni coltiva la sua lenta ribellione, la sua selvatichezza sotterranea.
Quanto costa la libertà? Chi ne paga il prezzo? Quanto dolore procura la rottura di un’alleanza con chi ci ha dato la vita? Sono domande che il lettore di questo romanzo aspro finisce per porsi sempre in ritardo, quando la bambina ha già svoltato l’angolo, scomparendo alla vista. Le sterzate di trama sono infatti costruite come Aleni viene addestrata a tenere il gioco: “l’intensità aumenta colpo dopo colpo e la pesantezza di palla mi permette di guadagnare campo fino a portare il punto dalla mia parte. Più che un gioco d’anticipo, ci alleniamo sulla velocità degli spostamenti, che è il mio problema principale, e sulla capacità di stare sulla palla ogni volta che mi viene restituita. Il tipo di gioco in questione è il contrario di un all-in, è la costruzione progressiva del punto.” Una scrittura stratificata e tesa. Una prima persona che tiene assieme l’ingenuità infantile e lo spaesamento adolescenziale, la crudeltà e l’incompiutezza di anni in cui non si sa ancora cosa essere, ma si sente gravare su di sé il peso delle aspettative altrui.
Aleni cresce alla luce del confronto con le sue avversarie, come lei ragazzine talentuose e promettenti. Attraverso i fori della rete le scruta, ne osserva i movimenti, lo stile di gioco, i muscoli tesi. In ognuna riconosce la forma di un animale feroce o di un insetto: qualcosa di inumano le attraversa. E forse anche lei sente di appartenere al mondo animale, a un bosco o a un torrente — o, più verosimilmente, si riconosce in una bestia da recinto, come le galline nel pollaio o i cavalli nella stalla, corpi addestrati alla produzione quotidiana e alla competizione. In questa animalità che affiora dalla superficie del campo si può riconoscere un’eco di Ortese — quella dell’Iguana, ad esempio — dove le sembianze animali diventano il modo per evidenziare l’estraneità al e la crudeltà del mondo umano.
“Per una giovane donna il talento è spesso una promessa di unicità, ma la disciplina necessaria per coltivarlo può diventare una gabbia”.
Come gli animali, Aleni ha un modo tutto fisico di sentire: non si dice mai arrabbiata, triste, allegra o eccitata. Gli stati d’animo sono fitte, dolori, spasmi, sono un calore che le irradia la pancia o un tremolio che le sottrae il controllo degli arti. Il corpo è il confine invalicabile che le permette di comprendere dove finisce lei e iniziano gli altri.
Una dimensione perturbante e allo stesso tempo prevedibile, come le calorie quando una ragazza le inizia a contare: metodica ossessione. Anche il desiderio, che la assale con violenza le procura capogiri e timidezze. Esplorarlo significa accostare la propria pancia alla schiena di qualcun altro, coordinare i respiri, annusarsi i capelli. Farsi molte domande a cui non si ottiene risposta, perché, fuori dal campo da tennis, l’incontro con l’altro da sé è sempre un gioco senza vincitori o vinti, è sempre dare e avere senza aver tenuto il conto dei punti. Mentre un genitore litiga e l’altro tace e gli incendi divampano in giardino, Aleni trattiene. Soffrire rumorosamente non è concesso alle giovani ragazze nel recinto, a loro è concesso di ripetere gesti tutti uguali, giorno per giorno, anno per anno, sperando che nella ripetizione qualcosa un giorno cambi, sperando che quando una medaglia d’oro ratificherà l’eccellenza, allora si potrà respirare e chiedersi cos’altro c’è da fare nel mondo, quale altro movimento inumidisca i capelli di sudore e pompi sangue nelle vene. Che cosa ne sarà di quel padre che prega sugli spalti, cosa ne sarà della loro sacra alleanza?
La mancina è anche il romanzo dell’amore ansioso e maldestro di un padre per una figlia. Dell’amore solerte di una figlia per il padre, un uomo adulto a cui lei sistema il colletto della polo, a cui dice ‘stai dritto con la schiena’. Mancino lui, mancina lei: nati per sorprendere l’avversario. Solo uno dei due ci riuscirà, giusto all’ultimo momento.
“Tutte le persone che preferisco hanno il dono della metamorfosi”, scrive Della Cioppa. La metamorfosi, dice il dizionario, è l’insieme dei cambiamenti morfologici e fisiologici, implicanti un diverso rapporto dell’organismo con l’ambiente, che dallo stadio larvale conducono allo stadio adulto, tipici di alcuni pesci, degli anfibi e di molti invertebrati. La metamorfosi, a parere di chi scrive, è il destino di ogni ragazza nel recinto che abbia avuto la fortuna di intravedere il mondo oltre la staccionata. È il movimento animalesco di liberazione: il disarcionarsi, lo sbizzarrirsi, lo sgusciare via, il prendere altra forma e lasciare dietro di sé il guscio di quella precedente, senza troppo guardarsi indietro.
La mancina si legge con tensione e con dolore, che sono anche le due sensazioni che procura lo sport. Chi ha sudato per anni dentro a un campo lo sa. Chi non ha sudato per anni dentro a un campo può pensare ad altri recinti: tutte noi ne abbiamo abitato uno, a volte non avevamo gli occhi per vedere, altre volte ci mancava il coraggio di scappare e vedere cosa restava di noi una volta fuori. Ma non ho ancora incontrato una donna che non sappia di cosa sto parlando. O di cosa parla questa nuova voce letteraria quando scrive: “La nullità che sentivo di essere conducendo una vita fuori dal campo era peggio del sangue che sputavo battendomi. Quella strada scritta di cui parlava mio padre. La predestinazione con cui mi marchiava. (…) Mi mancava la sensazione impagabile di stare al mondo per essere guardata. Adoravo che mio padre mi credesse speciale, un uovo d’oro su una terra secca”.