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June Scialpi

Non ho imparato a cucire. Sul tradurre “Indumenti contro le donne”

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Tutta la vita che scorre dietro un’esperienza di traduzione, ovvero quei fili sottili che annodano insieme la propria comunità, le proprie origini, un corpo che cambia e i vestiti che nel tempo lo avvolgono.

E se unissimo i testi come trame
e distruggessimo le serrature
per evadere dalle celle?
Eugenia Prado Bassi , (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire (2023)

Avevo superato i vent’anni e per la prima volta in vita mia mi stava crescendo il seno: un fatto innegabile1.

In quel periodo ero tornata in Puglia, a casa di mia madre; dormivo su un letto basso, in una piccola stanza che mia madre utilizzava come ripostiglio per i suoi vestiti. A parte il letto a brandina, ero circondata dauomini morti” di ogni misura e forma, più due grandi armadi neri, lucidi e riflettenti.

Stare stesa sul letto mi faceva sentire minuscola, gli armadi e gli appendiabiti sembravano inglobarmi, si innalzavano sul mio corpo fino a ripiegarsi in un’illusione prospettica che li faceva apparire ai miei occhi del tutto intenzionati a ricadermi addosso. Stoffe, trame e colori pendevano dall’alto come tante liane, una giungla tessile.

Non potevo dormire a pancia in giù perché avevo il seno dolorante. Lavoravo ingobbita nel cuore della foresta, mi compiacevo delle mie rotondità, ignoravo che stavo scappando.

Ho provato a immaginare un modo per raccontare il processo di traduzione di Indumenti contro le donne di Anne Boyer (Tic, 2025) senza considerare gli ultimi due anni della mia vita, ma non credo sia possibile. Perciò comincio dal momento che per me ha più senso: stavo inconsapevolmente scappando e mi faceva molto male il seno.

*

Vestiti di ogni tipo sparsi ovunque. Di tutte le forme, e colori e composizioni.

Mia madre li prende e li lancia per aria, addosso a me, li sparpaglia sul letto. Stiamo attraversando un nuovo modo di stare al mondo, di legarci l’un l’altra: lei mi presenta tutto quello che potrebbe starmi bene e che non ho mai avuto l’occasione di indossare in precedenza. Assembliamo nuove figure per corpi nuovi.

E poi i reggiseni, i loro ganci, l’assenza o la presenza del ferretto, il gesto dolce con cui la mano accompagna il seno nella coppa per sistemarlo al meglio. È lei che me lo insegna. 

Mi dice: ti sono venuti dei bellissimi fianchi. 

Io le dico: sto traducendo un libro che amo moltissimo e che riguarda anche i vestiti, il cucito.

E di cosa parla?, mi chiede lei.

Penso al seno di mia madre per due motivi: il primo è che per genetica, è sempre stata una zona del suo corpo predisposta al cambiamento in base all’assunzione o la perdita di peso. Il secondo è che il seno è la parte del suo corpo che si è ammalata.

Non credo ci sia poesia in tutto questo, ma letteratura che ci riguarda.

*

La dirimpettaia di mia madre si chiama Carmelina, però tutti la chiamano Signora Maria. È una vedova i cui figli lavorano all’estero, perciò vive sola.

Da sola si fa per dire: essendo lei e mia madre le uniche due abitanti del palazzo, le loro porte di casa sono sempre aperte: l’una di fronte all’altra creano continuità tra i due spazi come fosse un corridoio che attraversa la stessa abitazione.

Seduta in terrazza al pc, una sera, avviluppata nella traduzione, mi impiglio con i pantaloni a uno spuntone di vimini della sedia. Tirando per liberarmi mi strappo lungo il fianco. I pantaloni sono neri, eleganti, e attraverso lo strappo intuisco il cerchio della mia carne, il sangue intorno2.

Il cucito è stato a lungo sapere di bottega, tramandato a voce. Anche se oggi esistono scuole di cucito, manuali che insegnano i nomi delle tecniche e degli strumenti, taccuini delle sarte, l’impressione che si ha è sempre quella di una lingua addomesticata, artificiosa.

Non è scontato trovare termini precisi del cucire, perché le varianti sono molte, alcune strettamente locali o personali. Ogni sarta ha la sua lingua, così come la sua mano.

Trascorro la maggior parte degli ultimi giorni in quella casa dormendo, prima di ripartire confondo tutto quello che succede con i miei sogni – non voglio tornare. 

È Carmelina che mi rattoppa i pantaloni (e già che ci siamo una camicetta), e nel mentre mi spiega cosa sono gli aghi gemelli, le cuciture francesi, le cuciture ribattute3.

Avrei voluto chiederle come ci si comporta quando a farti del male è qualcuno a cui tieni molto. Ma non posso, sono ipnotizzata: mentre lei mi parla tiene tra le mani i capi come fossero corpi flosci da scuotere o rianimare.

È successo davvero o l’ho solo sognato? Abbiamo avuto questa conversazione o al mio risveglio ho semplicemente ritrovato i miei abiti riparati, puliti e stirati all’ingresso di casa?

*

Mesi dopo sono altrove, in macchina con Z., è tarda notte. Mi sta riportando a casa. Indosso un vestito di lana color ruggine a collo alto ma largo, un paio di calze poco velate. È tutto fatto per essere facilmente sfilato o involontariamente strappato4. Per qualche tempo mi sembra di vivere il negativo di una storia, il lato dai toni invertiti. Ci vediamo in luoghi e a orari insoliti, faccio di tutto per stare lontana da quella che dovrebbe essere la mia casa. A volte sono così stanca che mi addormento sul sedile del passeggero, perché solo con lui abbasso la guardia. Le ore passano, vengo tenuta al sicuro5.

Quando mi sveglio gli racconto della traduzione. Gli leggo la sezione che si intitola “Cucire”, perché penso sia la parte del libro che oltre ad avermi dato più problemi, mi ha fatta commuovere. Racchiude in sé qualcosa di importante che riguarda tutta l’opera. Mi dice che è bellissima, mi aiuta con un passaggio quando gli chiedo un consiglio. Qui non so ancora che sua madre cuce, ma so che anche lui a casa sua ha già qualcuno. Non mi sento una brava femminista, e nemmeno una brava persona.

Forse sto lavorando ai risvolti, penso. Sto nascondendo le cuciture all’interno. La parte più difficile, quella che tiene insieme tutto e in cui è imbastita la storia della propria manifattura, è quella che non si vede. Ma è anche quella a contatto con la pelle.

*

La gente nel proprio passaggio lascia in giro moltissime tracce. Alcune si somigliano, come i fili di cotone e le matasse di capelli.

*

Non posso andare a vedere la mostra dedicata a Louise Bourgeois che molti miei conoscenti stanno andando a vedere e che sembra così bella. Non posso perché non-più-casa-mia è disseminata di scatoloni e libri, di padelle e trapunte, di vestiti. Spetta a me ordinare le mie cose, quelle che porterò via. 

La storia delle cose che rimangono quando due persone si separano si risolve spesso in una ridistribuzione approssimativa. Ricordo quali sono le mie tazze, un po’ meno i set delle coperte per il letto. Mi sta bene ridistribuire tutto quanto, sono le colpe che non voglio spartire. Molte persone, in questo periodo, reputano strano il mio modo di reagire.

Siccome non posso andare a vedere la mostra mi consolo con libri e articoli. A insegnarmi qualcosa, più di tutto, è un libro per bambini (range dai 7 ai 9 anni).

Come il fatto che Louise, fin dall’infanzia, era circondata da aghi e fili. Che a metà degli anni Novanta i tessuti e il cucito erano diventati il fulcro della sua ricerca artistica in fatto di scultura quanto di figure. Utilizzando abiti del suo passato per “ricreare” ricordi, praticava tecniche di stampa su vecchi fazzoletti, creava composizioni appendendo vestiti e camicie da notte che non usava più, costruiva figure di tessuto imbottite.

Tra i libri che ha scritto: libri di collage in tessuto.

Se volessi dire qualcosa sull’abuso o la sopraffazione, soprattutto quando arriva da mani di cui ci si fida, quando avviene nei luoghi che si considerano rifugi, direi che molte di queste forme di violenza non si consumano in modalità fragorose o tonanti, come molti immaginano, ma spesso hanno luogo nel silenzio e nel buio generale, quando si è in grado di sentire chiaramente il rumore dei propri respiri spaventati.

Con sorpresa e rimorso di tutti gli astanti6.

Z. mi aiuta a traslocare da quel luogo che non riconosco più. È attraverso i suoi gesti di cura che riesco gradualmente a non scappare. Di quella casa ricordo per ultimo il momento in cui lascio lì piegato il set di asciugamani che la nonna della persona da cui mi stavo separando mi aveva regalato anni prima; su di uno vi è ricamato un nome che non è più il mio. Sull’altro, in greco, Νίψον ανομήματα μη μόναν όψιν7.

*

Mi capita di discutere con Z. perché non ho bandito dalla mia vita chi mi ha fatto del male, né ho voluto denunciare. Lui però fatica a comprendere i miei desideri legati a forme di giustizia trasformativa.

I casi di violenza sembrano ripercorrere sempre un certo numero di copioni prestabiliti. Impegnarmi a immaginare altre strade possibili è per molto tempo il modo con cui provo a scendere a patti col mio vissuto.

C’è una sarta pisana alla quale mi rivolgo di rado. Il suo negozio è piccolo, e quando deve farmi provare qualcosa tira il lembo di una tenda che sembra apparire dal nulla al centro della stanza e me la richiude intorno. Dentro quello spazio cilindrico, provvisorio, mi passa un metro e seguo la sua voce su come misurare certe parti del mio corpo. Una voce tranquilla, che sono certa qualcuno definirebbe docile.

Le lascio una gonna da sistemare in vita. Quando torno a ritirarla, giorni dopo, la sarta ha un occhio nero.

Quanto privilegio serve per creare comunità migliori? Per applicare modelli di risoluzione del conflitto in grado di agire e trasformare le cause dirette della violenza e del danno, piuttosto che punire? Quanto lavoro serve per cambiare le norme sociali, anche nei contesti in cui le risorse materiali sono così sbilanciate? 

Non voglio intellettualizzare il mio dolore8.

Anche se non smetto di credere nelle cose in cui credo, per quanto utopiche o insensate possano sembrare, quel giorno mi sento proprio una scema. Capita anche questo.

*

Non voglio dire che il cucito sia solo un bene o che tutto ciò che ruota attorno a questo mondo e alla sua storia possa liberare o abbia liberato le donne, tutt’altro.

So bene che la storia delle rivendicazioni e delle liberazioni è sempre intrecciata, cucita a doppio filo con quella dell’oppressione e dello sfruttamento. 

Questa è una storia piena di contraddizioni. E per questo motivo dirò:

Mary Wollstonecraft sconsigliava il ricamo alle donne perché a parer suo le avrebbe mantenute in uno stato di minorità intellettuale.

Le donne vichinghe con tutte probabilità si occupavano di tagliare e cucire le vele. Anche la più maestosa nave norrena, senza una vela, non sarebbe altro che un guscio vuoto in balia delle correnti.

Non diamo importanza al ricamo perché forse la rilettura retrospettiva femminista ha preferito, a volte anche inconsciamente, prendere in considerazione attività o figure femminili basate su modelli forti, potenti, brutali (caratteristiche spesso considerate maschili) escludendo, paradossalmente, attività legate da sempre alla sfera femminile, considerate troppo passive.

Nonostante quello che mi è successo, mi piace il dolore.

Certi lavori femminili non si limitavano alla cura della famiglia, ma servivano attivamente a tenere la donna in casa, erano armi di addomesticamento.

Quando ero piccola guardavo con emozione la scatola da cucito di mia nonna. Conteneva ritagli di stoffe, rocchetti di cotone di ogni tipo, bobine di jersey, la sua collezione di ditali (la mia cosa preferita), ma soprattutto aghi e spilli, alcuni visibili, altri molti nascosti.

Scialpi 2

Questo significa che immergere le mani in una scatola di quel tipo porta di sicuro a pungersi. Solo una sarta, forse, è in grado di evitarlo. Ma si tratta di tecnica, conoscenza? Le sue mani evitano gli spilli perché la scatola è una mappa che la sarta sa percorrere senza pericoli, o si è desensibilizzata a furia di pungersi? Quello che intendo dire è che gli spilli la pungono ma lei non sente nulla.

Quello che intendo dire è che in quel periodo mi sono sentita spesso come una scatola di latta piena di pezzi sparsi e cose appuntite.

In un libro ho letto che se la storia delle donne potesse essere riassunta in due oggetti, questi sarebbero certamente il fuso e l’ago. 

“Perché probabilmente non esiste immagine più rappresentativa della donna che valga più o meno in tutte le epoche, dall’antichità sino quasi al tardo XIX secolo, che non sia quella di una donna seduta da sola o in compagnia di un’altra donna in una stanza o in una corte interna con un fuso o con un ago da cucito in mano. Donne e lavoro tessile sono state accomunate da sempre, persino nel linguaggio: a partire dal XVI secolo in Inghilterra, per esempio, le zitelle si chiamavano spinster che in origine significava filatrici (da spindle, fuso) perché per le donne sole e di una certa età filare (to spin) era il modo a loro più congeniale per guadagnarsi da vivere”.

[Annabelle Hirsch, Una storia delle donne in 100 oggetti, trad. it. di Maria Alessandra Petrelli e Mara Ronchetti, Corbaccio, 2023]

Se esercitata in uno spazio sicuro, la violenza mi aiuta a guarire dalla violenza. Sottomettermi mi fa sentire al sicuro. Il dolore mi tiene insieme.

Diversi studi, lo so, dimostrano come il BDSM e le pratiche kinky9 possano aiutare nel recupero e nella crescita post-traumatica. Ricostruzione del sé, maggiore libertà con l’aiuto delle relazioni, riconquista del potere, dare nuovi scopi/significati ai comportamenti e la gestione del dolore. Riproporre tutto attraverso un ambiente sicuro, avere il controllo, il consenso, una persona amorevole e premurosa con sé.

Non voglio moralizzare il mio dolore.

Non voglio moralizzare il sesso.

Con l’avvento di nuovi ambiti lavorativi (principalmente la fabbrica) e della produzione di massa, le donne ottennero vantaggi e svantaggi.

“Tra i benefici c’erano l’uscire di casa per trascorrere la giornata lavorativa in mezzo agli altri e quindi l’opportunità di confrontarsi con opinioni e mentalità differenti, di ascoltare narrazioni e modi di pensare diversi ampliando quindi il proprio orizzonte intellettuale. Dal lato degli aggravi invece si registravano sia l’esposizione agli abusi da parte dei superiori, i quali tendevano a considerare le impiegate di loro proprietà come le macchine, sia il fatto che nel nuovo modo di lavorare le donne erano ritenute di livello inferiore: se un’attività lavorativa risultava monotona e quindi molto faticosa e anche psicologicamente infida, la si affidava alle donne che venivano pagate pure male ed escluse per principio da ogni sindacato, dove gli uomini non le volevano”.

[Hirsch, op. cit.]

Successivamente, la prima versione della macchina da cucire, venne accolta con entusiasmo, perché riduceva il rischio di dover andare a lavorare nelle fabbriche sfruttatrici (che comunque continuarono e continuano a esistere) e permettevano di guadagnare più denaro lavorando da casa. Ma dove non arriva lo sfruttamento attivo, il controllo dei corpo agisce attraverso il panico morale, e si propaga dallo sguardo degli uomini.

“Altri uomini, soprattutto i medici, a cui il legame tra donna e macchina era sempre apparso sospetto, temettero persino per la virtù delle donne; ‘attraverso il continuo movimento (del piede sul pedale) l’aggeggio avrebbe potuto scatenare un vero delirio isterico nelle donne’, sostenevano, mentre altri avvertivano che ‘la macchina sollecitava a tal punto i genitali che le lavoratrici dovevano spesso fermarsi per rinfrescarsi un attimo le idee con un panno umido’. Poi, a un certo punto, gli animi dovettero tranquillizzarsi perché gli uomini non percepirono più la macchina da cucire come un loro sostituto e da allora in poi la Singer divenne ‘il più bel regalo di matrimonio’ che si potesse fare alla propria sposa, un vero must per qualsiasi donna moderna. […] È difficile dire se la macchina da cucire sottomise maggiormente le donne o se le liberasse un po’ di più”.

[Hirsch, op. cit.]

Pensare a tutto questo è mettere le mani nella scatola del cucito senza essere una sarta. Alla stessa maniera il dolore mi costringe a fare i conti con le parti di me ancora a pezzi. Genera dubbi e domande non banali, mi fa abitare i conflitti e le contraddizioni del mio vissuto, mi spinge a credere al processo, ma non alla cieca. Come un ago mi punge e mi ricuce insieme. Come i pezzi piatti di stoffa possono diventare qualcosa di tridimensionale. Servono solo delle mani che veicolino, in grado di sentire10.

*

Poi mi fermo. Smetto di tradurre perché l’insensatezza mi sembra soverchiante e infetta anche la parte più creativa del lavoro. Vivo una condizione di scollamento con cui non riesco a fare bene i conti11funziono grazie a una certa dose di dissonanza cognitiva che mi sembra venga richiesta a chiunque per poter continuare a veleggiare gli eventi del mondo.

C’è questa donna, però. Mi piace che il suo nome sia E. Di lei vorrei dire alcune cose. C’è anche il mio top con le balze e i motivi floreali o la gonna di jeans di cui io ed E. parliamo tanto. Ci sono dei pantaloni fucsia12, il pretesto per restare sole a confessarci a vicenda storie del passato. Mi è sempre parso così, le donne poche volte parlano tra loro, molte volte si confessano. Come una forma più intensa di dialogo. Quante volte si sarà ripetuta questa scena, due donne in una cucina? Qui mi sistema la lunghezza dei pantaloni, la piega, l’orlo.

Mi dice che avrebbe voluto studiare ma suo padre non gliel’ha mai permesso13, mi dice che le sarebbe piaciuto studiare. Io le dico che spesso sono stata una persona terribile: mi pare capisca che è un modo come un altro per dire che ho sofferto.

Quanto privilegio serve per creare comunità migliori? Per applicare modelli di risoluzione del conflitto in grado di agire e trasformare le cause dirette della violenza e del danno, piuttosto che punire?

Una notte scopro casualmente i lavori di Sabrina Gschwandtner, un’artista che vive a Los Angeles e che lavora esplorando l’intersezione tra i nuovi media e l’artigianato tradizionale. È famosa per aver creato le “film quilts”, trapunte realizzate cucendo insieme strisce di pellicola cinematografica secondo motivi ispirati alle tradizionali coperte americane.

Nel 2009 ha ricevuto una scatola contenente pellicole in 16 mm che erano state dismesse dal Fashion Institute of Technology, donatele dall’archivista dell’Anthology Film Archives. Si trattava di brevi documentari sul tessile, realizzati tra il 1950 e il 1980, che esaminavano i tessuti e ritraevano le donne che li intrecciavano. “Mi ha rattristato il fatto che il loro contenuto fosse stato ritenuto non degno di essere archiviato”. Alcuni film erano sbiaditi, il che aggiungeva un ulteriore livello di insignificanza. Da quel momento la sua ricerca si è orientata sul tentativo di ricreare queste storie ritenute di poco valore, sottostimate, del lavoro artigianale delle donne e celebrare invece le pellicole che andavano sbiadendo. È così che comincia a realizzare quelle “trapunte di pellicola”, tagliando e cucendo insieme i pezzi.

Di E., quando siamo in cucina a parlare, so questo: sa lavorare a maglia e all’uncinetto. Ha imparato da sola guardando i video tutorial di una donna russa su YouTube, provando a imitare quello che capiva.

Nel corso della nostra conoscenza questo è ciò che mi regala, che lei fa con le sue mani: un top rosa aperto sul davanti che si richiude a fiocco tramite dei lacci, uno scialle nero, un maglione pesante di colori marini per quando fa molto freddo, un maglioncino color panna, dei segnalibri di stoffa a forma di animali, tre pochette viola e rosa di tre diverse misure, una vestaglia borgogna. Temo che ci sia altro ma non lo ricordo.

Tutte le riprese utilizzate mostrano mani impegnate in varie attività o compiti, come la trapuntatura, la tintura, la tessitura, il cucito, la filatura, l’uso di macchinari, il voto, gli scavi, il giardinaggio e la creazione di ombre cinesi. 

I motivi a triangolo dei quilt sono spesso realizzati con ritagli di stoffa. Le forme triangolari come testimonianze non solo del lavoro artistico e della storia artigianale del montaggio cinematografico, ma anche della qualità tattile della pellicola, che si deteriora con l’uso14.

Per festeggiare l’iscrizione di E. a un corso di cucito, a Natale le regalo un libro che racconta storie di donne raggruppate attorno a una macchina da cucire. Per un anno assisto al legame che si crea nella sua classe, la sorellanza tra E. e le sue compagne di corso, rivive nei suoi racconti l’eco della loro presenza. Nel corso di quell’anno capitano molte cose, e quando sopraggiunge un lutto nella vita di E., sono grata a quel nuovo gruppo di amiche, per loro comunione. A fine corso mi manda su Whatsapp una foto in cui sono tutte abbracciate.

Realizzare trapunte di pellicola è un montaggio cinematografico tridimensionale. Gschwandtner racconta che in un certo senso agisce in modo molto simile a un montatore cinematografico: dopo aver deciso il motivo della trapunta, sceglie le scene e appende le strisce di pellicola su un cestino degli scarti, proprio come farebbe un montatore cinematografico. Poi inizia a lavorare come una quilter e cuce insieme le scene scelte a formare una sorta di tessuto; poi taglia il tessuto ottenuto in forme e infine salda insieme quelle forme, pensando a come si incastrano nella narrazione complessiva. Considera il colore, il ritmo e il tempismo, proprio come farebbe un montatore con un film. Un tentativo di tradurre le parti del processo di montaggio video che sono più simili al quilting.

Alla fine del corso quel gruppo di donne ha in comune una serie di cose. L’affetto che le lega. La capacità di cucire una gonna in cinque minuti. L’essere state chiuse nella stessa stanza, gomito contro gomito a lavorare sulla macchina per tutte quelle ore. Saper leggere un cartamodello. Capire quale stoffa è adatta alle esigenze di uno specifico indumento. Poi conoscono i propri nomi, molti dei loro segreti. Si sono confidate cose che nessun’altro sa.

E. è la madre di Z.15 Il giorno in cui mi ha sistemato i pantaloni fucsia vivevo da poco a casa di suo figlio e sul pavimento a volte trovavo ancora lunghi capelli neri appartenenti a un’altra donna che non c’era più. A proposito di Jane Eyre una volta ho detto “siamo o siamo state tutte Bertha Mason nella storia di qualcun altro”, credevo fosse una battuta ma adesso ha un sapore amaro ripetersela.

E. non mi ha mai giudicata. È stata lei a farmi ricominciare a tradurre, anche se probabilmente non lo sa. Quel giorno ha dimenticato qui un suo piccolo kit da cucito. Credevo di non essere in grado di utilizzarlo, ma ho capito che non serve conoscere la tecnica per immaginare come si fa. È un tesoro che custodisco vicino a dove scrivo. Mi ricorda com’è che si fa.

*

Ogni cosa ha una fine e la storia delle cose che finiscono non è priva di implicazioni politiche.

Ci sono molte aziende che decidono volontariamente di accorciare la durata della vita dei propri prodotti. È una strategia  oggi a tutti nota col nome di obsolescenza programmata.

Per scappare da chi mi aveva fatto del male, finisco per scappare indistintamente da chiunque, anche da chi mi ama in maniera incondizionata.

Decido che è il momento di andare a fare visita a mia nonna, dopo anni di latitanza. Sono agitata perché non ci vediamo da prima dell’inizio della parte medica del mio percorso di affermazione di genere, e non so come reagirà quando mi vedrà.

Cose che mi fanno sentire protetta per la visita: uno spolverino verde pistacchio regalatomi da mia madre, la presenza di Z., un maglioncino a rete nera.

“Nel mondo degli indumenti sembrerebbe impossibile apportare innovazioni. L’unico modo per spingere le persone ad acquistare è creare mode, stili, capi che durino solo una stagione e che si esauriscano rapidi. La moda ricicla i modelli dei decenni passati, è l’oggetto di sé stessa, un loop che fa sì che si autoconsumi e si riproponga incessantemente”.

Negli anni Quaranta una fibra sintetica, il nylon, sostituì la seta nelle calze. Era così resistente che i prodotti divennero immediatamente un successo. Ci furono rivolte quando le donne cercarono di accaparrarsele. Quando i produttori si resero conto di aver realizzato un tessuto troppo valido, non distrussero la fibra, ma chiesero ai loro ingegneri e scienziati di trovare il modo di indebolire il prodotto per accorciarne la durata, in modo che le persone fossero costrette ad acquistarne di nuove.

Mia zia mi regala una borsa. Prima di andare da mia nonna, prova a istruirmi su quello che mi aspetta. È confusa, non sa bene le cose.

Poi parliamo di noi. Le dico che sto facendo dei controlli perché il mio seno potrebbe avere qualcosa che non va. Mi parla degli esami medici che deve fare lei, mi dice, in dialetto, pare ca nu la spicciamu cchiui cu nde mmalazzamu, ‘ntra stu mundu nu la spicciamu cchiui nde mmalazzumu16.

Nel mondo degli indumenti sembrerebbe impossibile apportare innovazioni. L’unico modo per spingere le persone ad acquistare è creare mode, stili, capi che durino solo una stagione e che si esauriscano rapidi. La moda ricicla i modelli dei decenni passati, è l’oggetto di sé stessa, un loop che fa sì che si autoconsumi e si riproponga incessantemente. Nel design e nella moda non esiste il meglio, esiste solo quello che non si possiede (ma che forse si è già posseduto e dimenticato), il che   all’apparenza è sufficiente per mandare avanti il paradosso.

Io ho aspettato troppo tempo, e la malattia ha mangiato mia nonna17. Quando mi vede mi riconosce, sì, ed è convinta io sia mia madre. Mi guarda per tutto il tempo con occhi grandi di bambina, seduta su una sedia con le mani conserte. Mia nonna non sa più chi sono, o forse, per qualche ironia della sorte, lo sa troppo bene.

Ho già detto quanto amassi i suoi ditali. A volte mia nonna cuciva quando non c’erano più parole da dire. Torno al tempo presente. Lei cuce e io, dall’altro lato del tavolo, indosso un ditale su ogni dito18. Mi guardo le mani dalle punte dorate e scintillanti: mi pare un incantesimo. Alcuni ditali hanno la superficie decorata con dei rilievi floreali, su un altro c’è una gru con ali spiegate. Il più semplice è solo puntinato. Mia nonna cuce fino a prendere sonno seduta. Per svegliarla, la me bambina l’accarezza in volto con la mano dei ditali, e quando si sveglia finiamo, per qualche motivo, col ridere moltissimo19.

Alla fine consegno il progetto e chiamo mia madre per dirle che il libro che ho tradotto parla di resistenza. È riduttivo, e probabilmente non così preciso. Ma poi lei mi chiede Perché resistenza?

E so dirle: perché è la possibilità di una letteratura che non è contro di noi.

Non so se questo sia possibile, o quanto sia possibile, ma ho bisogno che sia così20.

*

Non so scrivere continuamente e perciò non so tradurre continuativamente.

Ho lavorato alla traduzione del libro dall’agosto del 2023 fino a settembre 2025. Si sono alternati periodi di lavoro intenso a periodi di vuoto, ho avuto timore di non essere tagliata per la cosa, e poi di nuovo ho ritrovato, grazie alle persone che mi stavano vicino e nel legame con l’opera, la voglia di portarla a termine. Nel mezzo ho lavorato a un altro libro, il mio, e le due cose si sono inevitabilmente condizionate.

Ho cambiato casa, mi è cresciuto il seno, sono dimagrita ingrassata dimagrita, ho tagliato i capelli, ho fatto i conti col trauma dell’abuso, mi sono innamorata, ammalata, sono stata spesso fraintesa ma anche compresa. Senza volerlo ho chiesto aiuto a una comunità che fosse in grado di trasformare il mio dolore e il mio trascorso in qualcosa. Questa comunità sparpagliata è (oggi lo so) composta da donne che ho conosciuto lungo la strada, tutte legate in qualche modo al cucito. Sono donne che si sono assicurate che cadessi dentro la rete che avevamo intrecciato insieme. È loro che voglio ringraziare. Questo scritto è la mia trapunta fatta con i loro ritagli di stoffa21.

NOTE:

 1 “[…] malgrado sgobbi tutto il giorno su questa macchina da cucire che mi hanno assegnata, beh, non ci crederete, ma mi è cresciuto il seno, mi si è sviluppato tanto che quasi me ne vergogno. Come può essere?” (Goliarda Sapienza, Destino coatto, a cura di Angelo Pellegrino, Einaudi, 2011).

2 “Sotto il pezzo di stoffa c’era della carne.”

(Herta Müller, La volpe era già il cacciatore, trad. it. di Margherita Carbonaro, Feltrinelli, 2020).

3 “L’ago serve a riparare i danni. È una dichiarazione di perdono.”

(Louise Bourgeois).

4 “L’abbigliamento è… un esercizio di memoria. Mi fa esplorare il passato: come mi sentivo quando indossavo quel capo? [I vestiti] rappresentano la segnaletica nella ricerca del passato” 

(Louise Bourgeois).

5 “Panno / Tela / Carne / Traccia / quando si dispiega desiderosa e si apre, / quando la distanza si espande, si ricongiunge. / Bacio / Tessuto / Labbra / si sfiorano, lievi, arrossiscono, / si intrecciano, quando si nutrono, / giuntura e carne”

(Eugenia Prado Bassi, (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire, a cura di Laura Scarabelli, Edicola Ediciones, 2023).

6 “Cucendo il vestito, la sarta aveva messo la stoffa a testa in giù.”

(Herta Müller, La volpe era già il cacciatore, trad. it. di Margherita Carbonaro, Feltrinelli, 2020).

7 “Lava i peccati, non solo la faccia”.

8 “Si vorrebbe insomma l’impossibile cioè che le donne rattoppassero uno strappo prima che lo strappo ci sia.”

(Amanda Guiducci, Due donne da buttare, Rizzoli, 1976).

9 La parola deriverebbe dall’inglese kink, che significa letteralmente ‘nodo’ o ‘torsione’ (in riferimento alle corde). Col tempo, il termine è stato impiegato per indicare anche una piega, un’irregolarità o una deviazione da una linea retta, applicabile a oggetti fisici; oppure qualcosa di molto attorcigliato, pieno di nodi, come i capelli, fino ad arrivare a indicare comportamenti eccentrici. In ambito sessuale, “kinky” ha esteso il suo significato per descrivere pratiche e fantasie considerate “non convenzionali” o al di fuori della norma.

10 “E siedo qui chiedendomi / quale me sopravvivrà / a tutte queste liberazioni.” 

(Audre Lorde, D’amore e di lotta. Poesie scelte, a cura di WiT, Women in Translation, Le Lettere, 2018).

11 “Dottore, ma di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma? Sono sotto shock? O è perché sono una mignotta?” (Deserto rosso, diretto da Michelangelo Antonioni, 1964).

12 Ho indossato quei pantaloni per la prima volta durante la presentazione di un libro a Genova, nel 2023. Sono molto legata a quel ricordo: in quei giorni leggevo Olivia Laing, mi scattavo una foto che Z. avrebbe successivamente tenuto con sé come un santino. Ancora non lo conoscevo.

13 “GENERE: artefatto creato dall’uomo, che definisce o riduce la specie umana in due categorie, secondo le quali la femmina deve investire tutte le sue energie per imparare ad aspettare il suo turno. Dicesi anche di un insieme di entità o cose con caratteristiche comuni, parti di un tutto fondato e determinato dal padre. Le conseguenze si riproducono nei secoli dei secoli, sistematicamente.”

(Eugenia Prado Bassi, (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire, a cura di Laura Scarabelli, Edicola Ediciones, 2023).

14 “Il cinema è un incrocio tra una macchina fotografica e il meccanismo di una macchina da cucire.” 

(Benoît Labourdette).

15 “La madre dell’ago è il punto che sanguina.”

(Herta Müller, La volpe era già il cacciatore, trad. it. di Margherita Carbonaro, Feltrinelli, 2020).

16 Sembra che non smettiamo più di ammalarci. In questo mondo non smettiamo più di ammalarci.

17 “Un bianco leggero, una disgrazia, una macchia d’inchiostro, una rosea malìa”

(Gertrude Stein, Una sottoveste, in Teneri Bottoni, a cura di Marina Morbiducci, Edward G. Lynch, liberilibri, 1989).

18 “Il ditale sull’indice arde nel sole”

(Herta Müller, La volpe era già il cacciatore, trad. it. di Margherita Carbonaro, Feltrinelli, 2020).

19 “Oggi, finalmente, mi sono morte anche le pupille. Quando è cominciato? Come tutti, solo che non tutti cominciano con le gambe. A me è cominciato con le gambe. Mi sono morte molti anni fa, quasi subito dopo che sono nata. Non è che non camminavo, camminavo, ma la notte sentivo che erano morte. Poi il ventre, il seno. Le braccia è stato poco tempo fa, e questa mattina, finalmente – è tanto che sono al mondo – ho capito di non vedere più. Mi sono levata gli occhiali, ho smesso di cucire.”(Goliarda Sapienza, Destino coatto, a cura di Angelo Pellegrino, Einaudi, 2011).

20 “Appena un’increspatura sul tessuto, e finiamo di essere anonime. Impariamo a districare matasse. Una volta attraversato il labirinto, nessuno ci può più punire.”

(Eugenia Prado Bassi, (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire, a cura di Laura Scarabelli, Edicola Ediciones, 2023).

21 “Parlare, come se il nostro privato non ci appartenesse, come se ognuna di noi potesse diluirsi nel paesaggio delle altre. Come se fossimo tutte una sola voce con un solo ritmo e una sola modulazione.”

(Eugenia Prado Bassi, (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire, a cura di Laura Scarabelli, Edicola Ediciones, 2023).


POSTILLA E PRECISAZIONI

Questo testo è l’intreccio parziale e approssimato di materiale eterogeneo raccolto nell’arco di due anni. Testi, romanzi, poesie, video, film, articoli, saggi, immagini, mostre, ricordi, sogni, dialoghi, anamnesi. Non è la verità, non è coerente, non è programmatico, non è progettuale o consequenziale. Non ha la pretesa di essere nulla di tutto questo. Questo testo è una trapunta.

Anche per questo motivo, la disposizione di citazioni, note, collage, trascrizioni e altro è arbitraria e segue criteri non standardizzati o normati. Si tratti di rimandi, tracce, suggerimenti, contraltari, patchwork, cuciture che non vogliono nascondersi.

ALCUNI TESTI TRATTI DALLA SEZIONE Cucire, CONTENUTA IN Indumenti contro le donne (Anne Boyer, trad. it. di June Scialpi, Tic, 2025)

Avendo rinunciato alla letteratura, è stato facile ossessionarsi all’idea di una singola camicia, una camicia a due pezzi, senza risvolti, senza nemmeno maniche a giro.

Cosa si può fare? Come possono due pezzi piatti uniti in quattro punti ospitare il busto di una donna adulta, per nulla piatto e con le braccia spesso in movimento? È sempre la stessa cosa, come quando ascoltavo la musica, sempre bloccata su un brano, ma questa volta però di flanella, un’altra volta di lino, con tante riprese intorno al punto vita che lo restringono (ideale platonico).

*

Si passano molte notti insonni per rifinire le cuciture. Nell’impeto del momento, travolta dalle aspettative, faccio le cose in modo brusco, grossolano, tagliando un centimetro e mezzo sul lato destro, ansiosa di vedere quello che è piatto trasformarsi in qualcosa che ha forma. Per poi pentirmi — avrei potuto progettare una cucitura alla francese, o qualcosa di meglio, qualcosa di esotico o di resistente o una spettacolare imitazione prêt-à-porter. Il libro di cucito dice che la qualità della cucitura è in realtà la misura del carattere di una persona. Viene ripetuto spesso. È una cattiva notizia. Immagino un qualche futuro per l’indumento, ispezionato nel negozio dell’usato nel quale un giorno riposerà: non è opera di una sarta attenta, pensa la futura acquirente, e storce il naso, o qualcosa del genere, facendo spallucce. Sono io che prego sempre che nessuno guardi mai l’interno della mia gonna blu. Io che prego di non lasciare mai tracce di entusiasmo (un giorno, presto, finalmente).

*

Uno degli inventori della macchina da cucire decise di non brevettarla per paura di come avrebbe potuto rivoluzionare la manodopera sartoriale. Un altro fu quasi ucciso da un’orda di persone.

Sempre, quando cucio, penso a Emma Goldman con la sua macchina da cucire, o a Emma Goldman durante la sua prima notte in cella, “almeno datemi qualcosa da cucire”. Wikipedia racconta che la macchina da cucire ha ridotto il tempo medio di realizzazione di un capo da quattordici a due ore. Da qualche parte su un blog di cucito qualcuno ha scritto di creare nuovi indumenti a partire da quelli già esistenti: “Usate ogni parte dell’indumento” e “Ogni indumento racchiude in sé ore di vita di un’operaia”. Cucio e la storia del cucito diventa un sentimento, proprio come quando ero una poeta, come quando scrivevo poesie, come quando scrivevo poesie e quella cosa — la cultura — cominciava a serpeggiare in me, ma probabilmente è più importante cucire un vestito che scrivere una poesia. Guadagno dai dieci ai quindici dollari l’ora in uno dei miei tre lavori. Un indumento di Target o Forever 21 costa dai dieci ai trenta dollari. In un negozio dell’usato, un indumento costa tra i quattro e i dieci dollari. A un mercatino dell’usato da uno a cinque dollari. In un grande magazzino dai trenta ai cinquecento dollari. Quasi tutti sono stati comunque realizzati sottraendo ore di vita a donne e a bambini. Ora, io do agli indumenti le ore della mia vita che non vendo ai miei datori di lavoro. I miei costi sono bassi: tessuto da due dollari di Goodwill, modelli comprati per novantanove centesimi, anche meno, merceria trovata alle liquidazioni a uno o a tre dollari. Riesco quasi a risparmiare. Il tessuto contiene ancora le ore delle vite, quelle dei contadini e dei pastori e dei chimici e degli operai e dei camionisti e dei venditori e dei primi acquirenti, e poi dei donatori, che probabilmente erano donne che cucivano. Cucire è difficile. C’è una ragione se alle ragazze veniva insegnato a cucire ancora prima di qualsiasi altra cosa; anni e anni di pratica, e anche in quel caso potevano non essere brave.

*

Ho sistemato le maniche. Ho perfezionato la gonna. Ho realizzato una gonna a trapezio di cordoncino blu brillante, una gonna stretta in twill marrone, una gonna stretta blu (senza carré), un top di lino marrone con maniche a dolman e tre bottoni in madreperla, un top di twill marrone con un carré nero, un top a portafoglio nero preso da un modello vintage. Ho imparato che la chiave di tutto non era il tempo trascorso sulla macchina, ma quello trascorso con l’ago in mano.

Mi sta bene la soggettività. A confondermi sono i tessuti setosi. Rimetto tutto al suo posto, e penso che dovrei cucire di meno e scrivere di più. Ogni giorno faccio una lista, la chiamo “ogni giorno”.

June Scialpi

June Scialpi si interessa di studi queer e transfemminismo. È autrice di prosa e poesia e collabora con diverse realtà online.

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